Sapienza

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Ultimo compito in classe di latino: versione su Pittaco, tiranno virtuoso. La frase in numero septem sapientium ab antiquis existimatus est (“fu ritenuto dagli antichi nel numero dei sette sapienti”), nel passaggio in italiano, ha assunto le seguenti forme:

  • fu giudicato nel numero sette della sapienza dagli antichi;
  • è stato stimato dalla classe degli antichi sette sapienti;
  • contava sette [la frase si ferma qui];
  • era stimato nel numero sette dai saggi in rispetto degli antichi;
  • era stimato dal numero sette della sapienza dell’antichità;
  • fu stimato dagli antichi per le sue sette qualità;
  • fu stimato da sette sapienti e antichi;
  • era stimato da sette classi sapienti e antiche;
  • è stato collocato per saggezza nel numero sette del mondo antico;
  • è ricordato dagli antichi nel numero sette;
  • era stimato in numero sette dalla sapienza degli antichi.
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Andiamo a fare cosa, di preciso?

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Ormai la notizia della traduzione di Andiamo a comandare in latino, fornita a una classe liceale come esercizio scolastico, è arcinota, essendo partita, come ben sappiamo, da Twitter e quindi rimbalzata nel web in modo rapidissimo da un sito all’altro. Le reazioni generali sono state entusiaste (esempi: qui, qui e qui, con anche un servizio su La vita in diretta dedicato all’argomento), e i punti messi in evidenza sono stati soprattutto, dal punto di vista relazionale, l’abilità del docente di suscitare l’entusiasmo della classe e, dal punto di vista didattico, la capacità di utilizzare un testo ben noto agli studenti per far riflettere sulle strutture grammaticali del latino, utilizzando anche in modo sapiente termini della lingua d’uso.

Ora, a suo tempo, appena mi hanno segnalato ciò, dopo un’iniziale titubanza dovuta al mio scarso gradimento verso questo tormentone estivo, mi sono decisa a dare un occhio al testo latino per vedere com’era la resa, notando diverse cose che mi convincevano poco, che non riuscivo a comprendere, o che secondo me erano palesemente errate. Tuttavia, nei vari commenti agli articoli che ne parlavano risuonava un collettivo osanna, che mi ha instillato il fugace dubbio di essere io a non capire un accidente. Ho quindi sottoposto il testo ad amici latinisti e colleghi per un riscontro, e siamo stati tutti d’accordo sul fatto che questa versione presenta criticità diffuse. Dal momento che nessuno sembrava averle notate, mi/ci è venuto spontaneo pensare che nessuno si fosse effettivamente preso la briga di leggere il testo, e che ci si concentrasse piuttosto sulla simpatia che la scelta di Andiamo a comandare ha suscitato presso gli studenti (e non solo). Ero dunque sul punto di intervenire per proporre una sorta di disamina della versione, ma sono stata egregiamente preceduta dai giovani di GrecoLatinoVivo, che l’hanno fatto in modo molto puntuale, aggiungendo anche alcune considerazioni pedagogiche che condivido in toto.

Tuttavia l’osanna collettivo rimane, in nome della capacità di appassionare i giovani al latino. Il punto è che il compito del docente è sì quello di coinvolgere gli studenti, ma per insegnare effettivamente la lingua latina in modo corretto ed efficace, utilizzando, dunque, testi costruiti secondo le regole della grammatica e contenenti forme lessicali plausibili: l’obiettivo finale rimane questo, al di là delle trovate simpatiche. Vi è chi sostiene, alla luce di ciò, e dopo che ne sono state evidenziate le debolezze linguistiche, che la traduzione di Rovazzi in latino non vada presa sul serio, ma sia piuttosto da intendere come una sorta di parodia, fornita agli studenti come una specie di scherzo, per farli sorridere e metterli a proprio agio, sulla falsariga dell’ormai celeberrimo e maccheronico Nutella nutellae. Il punto è che in quest’ultimo caso l’intento spiritoso e parodico è evidente, mentre a Imperatum adeamus viene attribuito insistentemente, come si è visto, un ruolo didattico ben preciso, che il testo in questione non può tuttavia ricoprire in modo adeguato.

Comunque, non è detto che, per essere didatticamente efficaci, si debba essere seriosi e noiosi a tutti i costi, proponendo attività completamente svincolate dagli interessi degli studenti: soltanto, il criterio principale deve appunto essere quello della correttezza linguistica. Un bell’esempio è offerto dalla traduzione latina del Diario di una schiappa (serie che ha riscosso un successone tra i preadolescenti) con il titolo di Commentarii de inepto puero, che presenta un latino piacevole ma anche assolutamente corretto. (Ne posseggo una copia e penso che, appena ne avrò l’occasione, ne utilizzerò qualche stralcio in classe. Avendo a disposizione l’originale inglese e la collaborazione della collega, potrebbe uscirne anche un modulo interdisciplinare.)

In conclusione, mi pare proprio che Imperatum adeamus (che continua a suscitare in me innumerevoli perplessità, a partire dal titolo stesso, per l’analisi del quale rimando all’articolo di GrecoLatinoVivo sopra linkato), con tutto il polverone mediatico da essa sollevato, sia più che altro una mossa piaciona, che mira, più che a ripassare davvero la grammatica o a riprendere la pratica della traduzione, a far sì che gli studenti pensino di avere un professore originale e fico tipo Attimo fuggente: tanto, che importa se l’ablativo di canis è cane e non cani, di fronte al coinvolgimento dei ragazzi?

Come ammonimento finale sulla simpatia da suscitare con le prossime scelte didattiche, non vi è nulla di meglio delle parole di Alberto Sordi, il quale sosteneva che “quanno se scherza bisogna esse seri”.

Versione Pigra #1 (Latino) – Cicerone, l’incipit della Prima Catilinaria (Cic. Cat. 1, 1-2)

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Con questo post viene inaugurata la serie delle Versioni Pigre, ossia versioni tradotte alla maniera dello studente pigro e trascurato. Il meccanismo tipico che costui adotta per tradurre è procedere quanto più possibile parola per parola, utilizzando nel testo di arrivo il primo traducente trovato nel dizionario. L’analisi grammaticale di nomi e aggettivi grosso modo c’è, anche se per i sostantivi persistono alcuni problemi con la terza declinazione, data la difficoltà di ricostruire il nominativo. Per quanto riguarda i verbi la forma passiva non è riconosciuta sempre con sicurezza; qualche problema anche con il sistema del perfetto. La ricerca nel dizionario avviene spesso per somiglianza fonetica, quando non è possibile riconoscere i termini al primo colpo, e, qualora ci siano omografi, si sceglie il primo che si trova. Questo procedimento meccanico produce traduzioni che spesso con Google Translate verrebbero meglio, ma che talora si trovano, se non in tutto, almeno in parte, nei compiti in classe che ci tocca correggere.

Come primo testo da sottoporre a questo trattamento barbaro e controintuitivo, ecco l’incipit della prima Catilinaria di Cicerone, che stanotte di sicuro verrà a tirarmi i piedi. Il dizionario che utilizzo è il mio del liceo, un Castiglioni-Mariotti del 1996 un po’ cadente e scarabocchiato ma fedelissimo anche in queste imprese di dubbia utilità.

Quo usque tandem abutere, Catilina, patientia nostra? Quam diu etiam furor iste tuus nos eludet? Quem ad finem sese effrenata iactabit audacia? Nihilne te nocturnum praesidium Palati, nihil urbis vigiliae, nihil timor populi, nihil concursus bonorum omnium, nihil hic munitissimus habendi senatus locus, nihil horum ora voltusque moverunt? Patere tua consilia non sentis, constrictam iam horum omnium scientia teneri coniurationem tuam non vides? Quid proxima, quid superiore nocte egeris, ubi fueris, quos convocaveris, quid consilii ceperis, quem nostrum ignorare arbitraris? O tempora, o mores! Senatus haec intellegit. Consul videt; hic tamen vivit. Vivit? immo vero etiam in senatum venit, fit publici consilii particeps, notat et designat oculis ad caedem unum quemque nostrum. Nos autem fortes viri satisfacere rei publicae videmur, si istius furorem ac tela vitemus. Ad mortem te, Catilina, duci iussu consulis iam pridem oportebat, in te conferri pestem, quam tu in nos omnes iam diu machinaris.

Fino a quando, Catilina, abuserai della nostra pazienza? Per quanto tempo ancora cotesta tua condotta temeraria riuscirà a sfuggirci? A quali estremi oserà spingersi il tuo sfrenato ardire? Né il presidio notturno sul Palatino né le ronde per la città né il panico del popolo né l’opposizione unanime di tutti i cittadini onesti né il fatto che la seduta si tenga in questo edificio, il più sicuro, ti hanno sgomentato e neppure i volti, il contegno dei presenti? Le tue trame sono scoperte, non te ne accorgi?  Non vedi che il tuo complotto è noto a tutti e ormai sotto controllo? Ciò che facesti la notte scorsa e la precedente, dove ti recasti, quali complici convocasti, quali decisioni prendesti, credi tu ci sia uno solo tra noi che non ne sia informato? Oh tempi, oh costumi! Di tutto questo, il Senato è a conoscenza, al console non sfugge, e tuttavia costui vive. Vive?! che dico! si presenta in Senato, partecipa alle sedute, prende nota di ciascuno di noi, lo designa con lo sguardo all’assassinio; e noi, i potenti!, riteniamo di aver fatto abbastanza per la patria se riusciamo a sottrarci all’odio, ai pugnali di costui. A morte te, Catilina, da tempo si doveva condannare per ordine del console; su te doveva ricadere tutto il male che da tempo vai tramando a nostro danno. (Traduzione di Lidia Storoni Mazzolani)

Fin dove finalmente userai interamente, Catilina, la nostra pazienza? Quanto a lungo ancora codesto tuo rubare(1) ci scherzerà? Chi al limite sui(2) lancerà l’audacia senza freno? Niente certamente(3) l’aiuto notturno del Palato(4), niente del vegliare della città, niente l’accorrere in massa di tutti i buoni, niente questo fortificatissimo luogo il senato di avere, niente l’estremità(5) di questi e la facoltà di avvolgersi in spire(6) mossero? Essere aperto i tuoi consigli non senti, ristretta ormai di tutti questi la scienza teneri(7) la tua lega non vedi? Che cosa la molto vicina, che cosa nella notte posta più in alto sei mancato(8), dove sarai stato, i quali(9) avrai convocato, che cosa di consiglio avrai preso, il quale nostro non conoscere arbitrale(10)? O tempi, o indugi(11)! Il senato questa(12) capisce. Il console vede, questo tuttavia vive. Vive? anzi in verità ancora viene in senato, diviene partecipe del consiglio pubblico, nota e delimita con gli occhi al taglio ciascuno nostro. Noi poi forti uomini soddisfare la cosa pubblica siamo visti, se di questo il rubare e la tela rendiamo difettoso(13). Alla morte te, Catilina, a chi conduce per comando del console ormai da tempo occorreva, in te essere portata insieme la pestilenza, la quale tu in noi ormai di giorno di macchina(14).

NOTE

  1. La prima cosa che si vede cercando furor sul dizionario è effettivamente un verbo.
  2. Il dizionario riporta “acc. e abl. rafforzato di sui“. Lo studente pigro esegue.
  3. Il primo traducente del primo ne che si trova nel dizionario.
  4. Palati sta bene come genitivo di palatum (quello di Palatium sarebbe Palatii, la contrazione vocalica non esiste). Nella traduzione lo studente pigro mette la maiuscola come in latino.
  5. Ora è ovviamente femminile di prima declinazione.
  6. Lo studente pigro non comprende che voltus sta per vultus e traduce con la prima cosa somigliante che trova (volutus, –us, ovviamente nominativo singolare).
  7. Aggettivo, da tener, –a, –um.
  8. Ovviamente si tratta di una voce di egeo.
  9. Questo e i successivi sono da intendersi come pronomi relativi.
  10. Arbitrarius somiglia molto più di arbitror a quello che c’è nel testo.
  11. Ricondurre mores a mos richiede più sforzo che cercare il significato di mora.
  12. Chiaramente nominativo femminile singolare.
  13. Da vitio.
  14. Machinarius.

Fenomenologia della versione

Quando l’insegnante spiega agli alunni il metodo per tradurre una versione, uno dei primi e più importanti precetti che vengono trasmessi recita che la traduzione deve essere preceduta da una lettura e analisi preliminare del testo. Tale analisi, auspicabilmente, può essere accompagnata dalla sottolineatura di verbi, congiunzioni coordinanti e subordinanti e costrutti rilevanti, e il docente si occupa di suggerire un metodo per farlo illustrandolo debitamente alla lavagna. Come al solito, però, gli studenti interiorizzano e rielaborano a modo loro, sviluppando ciascuno un proprio modus operandi. Le principali tipologie, grosso modo, sono queste:

  • Pulizia totale. La versione viene lasciata completamente intonsa, tanto che non si sa se lo studente faccia davvero l’analisi o riceva la traduzione direttamente dalla dea Minerva (nella migliore delle ipotesi).
  • Il minimo indispensabile. Lo studente sottolinea appena appena i verbi, e a volte segna in qualche modo le congiunzioni subordinanti.
  • Precisione. Verbi e congiunzioni sono segnati in modo preciso, le congiunzioni coordinanti e subordinanti sono segnate in modo diverso, le proposizioni coordinate sono separate da barrette e quelle subordinate chiuse entro parentesi, i costrutti sintattici più rilevanti sono evidenziati. Possono essere utilizzati anche i colori. Lo studente si segna qualcosina anche sul dizionario (costruzioni particolari, significati).
  • Mania di classificazione. L’acribia classificatoria al suo apice: i verbi sono segnati con un colore, le congiunzioni coordinanti con un altro e le subordinanti con uno diverso; participi e infiniti sono evidenziati con uno stile particolare; si segnano anche gli avverbi più importanti e tutti i costrutti sintattici degni di nota. Nei casi più estremi si usa un colore diverso per ogni caso di sostantivi e aggettivi (di solito è un retaggio dei primi mesi del ginnasio, quando il sistema dei casi non è ancora molto chiaro allo studente).
  • Traduzione interlineare. Poca analisi, forse sono segnati i verbi. In compenso lo studente, contrariamente a tutti i precetti canonici, si è subito gettato a pesce sul dizionario, segnando le traduzioni parola per parola nello spazio tra una riga e l’altra. Ne esce una cosa che mette in crisi i miopi e fa diventare miopi i normovedenti. Anche perché il tutto avviene in matita, quindi si ha un’alternanza di righe nere e righe grigie. Quando ciò avviene in penna, il testo originale e la traduzione si fondono in un tutt’uno. La traduzione vera e propria avviene solitamente cercando di combinare tra di loro i significati rinvenuti nel dizionario, che ovviamente sono i primi di ogni lemma perché non c’è la minima idea della struttura della frase o del contesto.
  • Analisi grammaticale in loco. Oltre all’analisi del periodo, c’è chi fa l’analisi grammaticale di buona parte delle parole della versione (e specialmente dei verbi) direttamente sul testo, creando un guazzabuglio maledetto che solo l’autore può decifrare. Ad un certo punto si rende necessario ricorrere a un sistema di frecce: un lettore esterno, per capirci qualcosa, deve mettersi lì a seguirle col ditino. Spesso ciò si associa anche a un sezionamento chirurgico delle forme verbali, dalle quali vengono separati prefissi, suffissi e desinenze con barrette, cerchietti, quadratini e ammennicoli vari. Se lo studente è appena appena disordinato, a un certo punto i verbi non si leggono più.
  • Attacco epilettico. Tutto insieme: verbi evidenziati, analisi del periodo, traduzione interlineare e analisi grammaticale. Quando viene usato il colore, la versione arriva a sembrare un quadro di Jackson Pollock. Alla fine nemmeno lo studente ci capisce più nulla e getta la spugna, dicendo che il latino (o il greco) è complicato.

(Casistica rispondente a osservazioni risalenti non solo al periodo del liceo, ma anche, e soprattutto, ai lunghi anni di ripetizioni.)

Traduzioni a fortuna

(Da leggersi preferibilmente con questo sottofondo.)

La settimana scorsa, versione di latino nella mia seconda di linguistico. Ci eravamo preparate allo scoglio della prova con numerosi esercizi di analisi e traduzione in classe e a casa, quindi speravo che le mie bimbe non sarebbero annaspate nel testo latino come un pulcino nella stoppa. E invece.

Ecco come nelle loro traduzioni è stata variamente resa la frase omnibus hominibus volubilis fortuna est:

  • Ogni uomo volubile è fortunato
  • Per ciascun uomo la fortuna è veritiera
  • A ogni essere umano la sorte è voluta
  • E’ fortuna girevole di ogni uomo
  • La fortuna è dei grandi uomini volubili
  • La fortuna gira da tutti gli uomini
  • La fortuna onnipotente agli uomini è girevole
  • La fortuna è ad ogni uomo rotante
  • Ogni uomo è volubile alla sorte

Mi sa che c’è ancora un bel po’ di lavoro da fare.

Fenomenologia della traduzione maccheronica

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Dopo averne viste parecchie, di traduzioni maccheroniche, uno si rende conto che più o meno esse obbediscono a poche tendenze che bene o male sono sempre quelle. Eccone dunque le principali cause:

  • UCAS (Ufficio Complicazione Affari Semplici): quando lo studente parte dal presupposto che il latino è per forza una lingua priva di senso, e quindi, quando gli capita una frase facilissima, sconvolge i costrutti o cerca termini stranissimi per confermare la mancanza di senso della versione, seguendo rigorosamente il principio filologico della “lectio difficilior”.
  • Pornoversione: traduzione pornografica di versioni morigeratissime, dovuta alla perenne crisi ormonale dell’adolescente medio nonché all’abbondanza di eufemismi per indicare rapporti sessuali, organi genitali e via dicendo.
  • Interferenza linguistica: quando lo studente traduce HIS con “suo”, DO con “fare” ma anche DOCET con “sembra” e ORATE con “guardate”.
  • Palinodia: quando la traduzione ha un senso coerente… ma del tutto diverso dal testo originario.
  • Ctrl+C – Ctrl+V: la traduzione ha senso perfetto, grammatica e sintassi sono rispettate al millimetro, le scelte lessicali sono persino raffinate; ma lo studente, evidentemente chiaroveggente, ha tradotto anche le righe di testo tagliate dall’insegnante, e chissà come mai la versione tradotta corrisponde al primo risultato su Google che si trova digitando le prime parole del testo del compito.
  • Traduzione “ad recchiam”: quando la frase latina viene semplicemente traslitterata con le parole italiane più somiglianti.
  • Amplifon: quando lo studente, non capendo nulla di ciò che ha davanti, chiede al compagno più vicino un suggerimento che viene puntualmente travisato.
  • Delirio: quando la mancata comprensione della versione è così grave che non si capisce nemmeno da dove vengano gli errori.