Assemblea di Natale

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Anche quest’anno sono giunte le vacanze di Natale, e come al solito sono carica di compiti, che spero di smaltire quanto prima per riposare il corpo e soprattutto i neuroni. Stavolta mi aspettano quattro “pacchi” di Natale, due analisi del testo e due verifiche di latino. Sono davvero molto stanca e lenta (un po’ come Petrarca quando è triste), ma un po’ alla volta vado avanti, e a sostenermi, anche stavolta, è il pensiero dei miei studenti, che, nonostante le lotte quotidiane, sono il vero motivo per cui secondo me faccio il lavoro più bello del mondo.

Questa settimana c’era aria di festa, e le ultime lezioni, complice anche l’imminente fine del trimestre, con valutazioni da raccogliere e attività varie da organizzare, sono state ancor più frizzantine del solito, con il pensiero collettivo che spesso correva, più che alla spiegazione o alla lettura del momento, alla decorazione delle classi con alberi e addobbi vari o alle cibarie da portare nel giorno dell’assemblea d’istituto (ossia stamattina). Una delle mie prime ha organizzato uno scambio di regali, la mia seconda ha addobbato in classe un albero di un metro, la mia terza ha messo angioletti di carta rossa ovunque, anche sul proiettore della LIM. Sempre loro vociferavano di portare pan biscotto e soppressa come l’anno scorso. Ho chiesto (tra il serio e il faceto) se me ne avrebbero dato: da brave piccole locuste (quanto mangiano a quell’età!) mi hanno risposto (tra il serio e il faceto) di no.

In settimana ho anche compiuto gli anni: in quella prima che si scambia i regali, gli alunni si erano informati sulle date di compleanno dei professori, perciò il giorno successivo, entrando in classe, ho visto sulla cattedra un Alberto Angela in formato A4 con dietro tutte le loro firme e un altro foglio A4 con un gatto sparante laser dagli occhi e come didascalia “IL RITORNO DI TIGLATPILASER“, sovrano assiro che abbiamo incontrato di sfuggita nel libro di storia e il cui nome faceva loro molto ridere. (Tanto per capire l’atmosfera che si respira lì dentro, un alunno ha portato una bacchetta affinché io potessi meglio indicare le aree geografiche sulla cartina appesa al muro. Detta bacchetta è stata battezzata SARDANA-PALO, nome che ora vi appare direttamente scritto sopra.) Abbiamo deciso insieme che i due fogli A4 saranno attaccati alla parete a ricordo imperituro di Tiglatpilaser e per invocare la benedizione culturale del successor del maggior Piero, e che me li riporterò a casa a giugno.

Questa mattina ho fatto l’appello nella mia terza, che poi ho lasciato svolgere l’assemblea di classe (con cibarie annesse), mettendomi in corridoio per cercare di correggere qualche verifica. Ho visto un corteo tipo canto della stella, con alunni che cantavano e altri (più d’uno) che suonavano la chitarra, furti e restituzioni di alberi di Natale (talora portati in giro come trofeo da chi se n’era impossessato) dalle varie classi, alunni girare addobbati in vario modo e a volte direttamente indossanti i regali ricevuti dai compagni (anche se erano babbucce da camera). Sono ripassata in terza per condurre i ragazzi verso il palazzetto per la seconda parte dell’assemblea, con l’idea di non toccare cibo, e ricevendo invece un’offerta di biscotti canestrelli (e neanche il Grinch resiste ai biscotti canestrelli). Durante il percorso si è parlato di portare una soppressa in corriera come viatico per la gita in Toscana (alla quale li accompagnerò), si è continuato disquisendo sugli inconvenienti causati da eventuale aglio contenuto in essa al comfort del viaggio e si è concluso assaporando mentalmente finocchione, pecorini e quant’altro da riportare a casa. Prevedo già un’esperienza degna di un resoconto dettagliato.

Al palazzetto, mentre sorvegliavamo gli studenti, cercavo con gli occhi anche gli alunni della quarta artistico che ho avuto qualche anno fa in prima (e dei quali, fatalità, a suo tempo ho parlato sempre sotto Natale qui). La prima che ho rivisto è stata proprio la ragazzina dai capelli turchini, che ora non sono più turchini ma biondo platino.

“Prof, cosa ci fa qui?”.

“Insegno in sede centrale, sono di ruolo! Tu come stai, tutto bene?”.

“Tutto bene, grazie, sono solo un po’ stanca”.

In effetti la stanchezza appariva in modo evidente, ma nonostante ciò gli occhi le brillavano un pochino. Lo scambio di battute è stato breve e abbastanza convenzionale, ma credo che quest’incontro abbia fatto piacere a lei quanto ne ha fatto a me. Qualche minuto dopo mi ha avvicinata il ragazzino che aveva la media del 3 e voleva comprarmi un sacco di gioielli.

“Prof, cosa ci fa qui?”. Chissà come mai la cosa li stupisce sempre.

“Sono di ruolo nella sede centrale!”.

“Ma si ricorda di noi?”

“Certo, come no! Ogni tanto mi venite in mente”.

“Come dimenticarsi di noi?”.

Ha sorriso. Ho visto i riflessi di una barba molto bionda. Crescono velocemente: tre anni fa era davvero un bambinetto. (Mi sorprendo a fare pensieri da vecchietta.) Alla fine la media del 3 l’ha tirata su, gli ho dato il debito nel primo periodo ma non a giugno, perché nel secondo periodo ha fatto una rimonta straordinaria grazie anche alla lettura e all’esposizione entusiasta, curatissima e appassionata del libro di narrativa a scelta, che nel suo caso è stato Dracula; essendo di origine romena per parte di padre (ricordo, tra le altre cose, che mi ha fatto gli auguri di Pasqua con Hristos a înviat), per lui era anche una forma di orgoglio nazionale, e infatti la sua esposizione era arricchita di informazioni storiche derivanti, immagino, da indicazioni paterne. Sono stata fiera di lui.

Verso la fine della mattinata mi ha avvicinata una ragazzina che mi ha consegnato un biglietto destinato a me. C’era in effetti la possibilità, per i ragazzi, di infilare in una scatola da scarpe biglietti di auguri che sarebbero stati poi recapitati ai destinatari dagli studenti addetti. Lo apro: è di alcune ragazze di prima (non della prima di Tiglatpilaser, ma dell’altra prima, quella dove succedono queste cose). Lo leggo e scoppio a ridere. Dopo gli auguri, in calce, c’è scritto quanto segue: “P. S.: mi dia la SUFFICENZA in italiano. Grazie”. Ottimi presupposti, direi.

Eccomi dunque di nuovo qua a correggere le verifiche con cui vedrò se alla fine questa benedetta “sufficenza” salta fuori. Nel frattempo si accavallano i ricordi degli alunni di una volta e l’attenzione da dare agli alunni di adesso, e matura la certezza che, nonostante la stanchezza e la fatica (mia e loro), e gli ostacoli da incontrare e superare (sotto forma di “insufficenze”, ma non solo; a volte non sono quelle a pesare di più), tutto sarà ripagato, in un giorno vicino o lontano, sia a me sia a loro.

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Perché faccio questo lavoro

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Anche quest’anno ecco che sono giunte le vacanze di Natale, e ci sono arrivata decisamente bella carica, non tanto di energie, quanto di pacchi, e non pacchi di regali ma, naturalmente, di compiti. Con questa bella prospettiva, è facile sentirsi stanchi in anticipo, anche prevedendo quello che si può trovare durante la correzione: compiti scritti su fogli a buchi pietosamente pinzati dopo la consegna, titoletti e noticine scritti in rosso (e che dunque vanno a confondersi con le correzioni: ho iniziato a dire ai fanciulli che la penna rossa è simbolo del potere e che quindi posso usarla SOLO IO) o in colori random dell’iride, monosillabi in risposta a domande aperte, gestione dello spazio del foglio tale che non è possibile fare correzioni perché non si capisce dove farle, grafie gallinacee e sgrammaticature varie. In effetti la tentazione di cedere al nervosismo e di sbranare i compiti in un cartaceo sparagmos è sempre dietro l’angolo.

Però mi basta fermarmi un attimo prima, lasciar perdere per qualche minuto la pila di verifiche che ho davanti e ritornare un po’ indietro con la mente, per ricordarmi perché faccio questo lavoro.

Mi viene in mente, per esempio, una classe seconda di un istituto tecnico, che ho avuto con italiano e storia per un paio di mesi durante una supplenza. Al netto delle prevedibili distrazioni quotidiane, era la classe in cui in quel momento lavoravo meglio, e, dato che il programma di storia prevedeva la tarda repubblica romana e le prime dinastie imperiali, non ho visto l’ora di poter fare qualche approfondimento, tirando in ballo anche qualche termine latino indicante, che so, le cariche pubbliche, o i valori fondamentali della società romana. Il mio incarico si chiudeva subito prima di Natale, e durante l’ultima ora di lezione ecco che la rappresentante di classe esce con una scusa e torna con un enorme mazzo di fiori e con un pacchettino contenente la loro foto di classe incorniciata (che tengo ancora in salotto). Nel biglietto, tra le altre cose, c’è scritto: “Grazie per averci insegnato cose che non avremmo mai creduto di imparare, come il latino”.

Mi viene anche in mente una supplenza che ho fatto in una scuola di montagna, un liceo scientifico, arrivando con la neve e andandomene che era già estate. Classe seconda, italiano e latino. C’è un ragazzino che capisce tutto al volo, adora le materie letterarie, e che si è iscritto lì semplicemente perché il liceo classico più vicino era completamente fuori portata. Studiare gli piace, e tanto, e si vede. In classe sua ci sono i soliti compagni casinisti, lui da un lato ci soffre perché vorrebbe seguire in pace le lezioni, dall’altro vorrebbe che lo accettassero. Si fa i risvoltini, ma non credo che gli piacciano. Ha letto Una barca nel bosco della Mastrocola, e ci si è rivisto tutto. Ogni tanto mi dice cosa legge e se gli piace me lo consiglia. Io gli dico che se all’università non va a fare lettere ce lo porto io prendendolo per le orecchie. Ogni volta che entro in classe sorride. Una mattina arrivo e lo vedo serio. “Che c’è, tutto bene? Qualcosa non va?”. “Ah, no, si figuri, è la mia faccia normale”. Allora sorride solo davanti a me. Il cuore mi diventa piccolo così.

Stessa supplenza, classe terza, latino. La classe complessivamente è buona, anche qui dev’esserci qualche classicista mancato. Il parterre maschile è particolarmente vivace e ogni volta mi serve uno sforzo quasi fisico per non rotolare a terra dalle risate. C’è un ragazzo romeno con la media del 3, debito non sanato nel primo quadrimestre. È un po’ isolato rispetto agli altri, non ha sempre il materiale, non capisco subito in che misura mi segua, anche se mi fissa con un paio di occhi scuri che non sorridono quando sorride lui. Faccio una delle solite battute cretine con cui inframmezzo le spiegazioni: lui è il primo che ride. Allora segue. (È sempre stato il primo a ridere, segno che era molto più sveglio di quanto non apparisse.) Compito di traduzione: alla correzione mi trovo di fronte un compito da 8. Cerco di capire se ha copiato e da dove. I compagni che erano intorno a lui hanno fatto errori diversi e preso un voto più basso. La forma non corrisponde a eventuali traduzioni online. L’8 è tutto suo. Chissà cosa gli è scattato. Verifica di grammatica: il ragazzo mi si blocca di fronte a un esercizio sulle interrogative. Me ne accorgo e gli suggerisco di iniziarlo dalla parte in italiano. Trova il manico dell’esercizio e va avanti tranquillo. Alla consegna vedo che ha abbozzato qualcosa anche della parte in latino. Il voto finale è ben oltre la sufficienza. Compito molto buono anche in letteratura. Giuro che non so cosa gli ho fatto.

Ricordo bene anche suo padre, un omone robusto con la stessa faccia tonda del figlio, con le mani da contadino e con un italiano un po’ stentato. Al ricevimento mi dava del “voi” (cosa linguisticamente corretta dal suo punto di vista, ma che mi ha intenerita). Nel momento in cui gli ho detto che era importante che suo figlio studiasse latino anche perché la Romania è figlia della provincia di Dacia, ha fatto un sorriso che non dimenticherò mai più, come se per un attimo fosse tornato a casa.

L’anno successivo, quello del TFA. Liceo delle scienze umane, classe terza, latino. Una ragazza di colore vivacissima tiene banco tra le compagne; non ha un rendimento eccelso ma ha una reattività e un interesse più unici che rari. Ho sempre davanti agli occhi il suo entusiasmo nello scoprire il ruolo fondamentale dell’Africa nella storia di Roma dalle guerre puniche in poi, e la gioia nel venire a sapere che Terenzio, il padre dell’humanitas, di cognome faceva Afro, veniva da Cartagine e aveva la pelle scura.

L’anno scorso, seconda scienze umane, italiano. C’è una ragazza con problemi di salute. Quando è a scuola è interessata e appassionata, soprattutto quando si parla di letteratura. Le do qualche consiglio di lettura, e, dopo aver letto I dolori del giovane Werther, libro in cui mi dice di aver trovato riferimenti a temi che la toccano nel profondo, scopre che le piace Goethe e si mette a leggere il Faust. Qualche tempo dopo mi chiede consiglio su Dostoevskij: a casa ha qualche suo libro ma non sa da dove iniziare. Le suggerisco di partire con Le notti bianche, che è breve, per fare una prova. Ne resta folgorata. Più tardi mi ringrazia infinitamente per averle fatto scoprire il suo autore preferito.

Sempre l’anno scorso, quinta scienze umane, storia. Una classe che, seppur con una storia difficile, trovo meravigliosa, con cui riesco a fare molti approfondimenti interessanti incontrando l’entusiasmo degli allievi (ricordo ad esempio certe lezioni sulla rivoluzione russa, durante la quale abbiamo visto tante foto della famiglia Romanov e tanti manifesti di propaganda, e sulla prima guerra mondiale, che seguivamo sulle cartine mentre indicavo le zone di battaglia con una lunga canna di bambù, stile generale ottocentesco). Li accompagno in gita a Praga. Mentre stiamo tornando verso l’autobus intorno a mezzanotte, dopo un giro serale, mi si avvicinano due alunne e, probabilmente incoraggiate dall’atmosfera di festa, mi dicono: “Sa, prof, molti degli insegnanti che abbiamo avuto ci considerano degli sfigati per quello che è successo durante gli anni scorsi, e quindi non credono che possiamo rendere più di tanto”. Non ho mai udito parole tanto dolorose. Ho detto loro quello che pensavo, ossia che non erano affatto una classe di sfigati, e che al contrario potevano fare grandi cose e ne avevano tutte le potenzialità, cosa che vedevamo anche a lezione. Volevo abbracciarle.

L’altra sera a cena. Siamo alla cassa. Una delle cameriere del ristorante mi chiede se insegno italiano e se quest’anno ero agli esami di maturità dello scientifico. Alla mia risposta affermativa, dice: “Mi ricordo di lei, ero a sentire l’esame di mia sorella, e solo a sentire come poneva le domande e come correggeva e integrava le risposte, si sentiva la passione che mette quando insegna”.

Al di là dell’impegno che posso mettere nella preparazione delle lezioni o della precisione con cui posso valutare verifiche e interrogazioni, se il terreno è fertile, il raccolto è abbondante, e torna molto più di quanto si sia seminato.

Ecco perché voglio fare questo lavoro.

E ora riprendo la fida penna rossa e torno alle mie verifiche.