L’Odissea nel mondo

18279033_10212748109967339_545528946158394359_o

Chi mi ha seguita finora nelle mie peripezie di quest’anno sa che ho una classe prima linguistico un po’ scalmanata ma che, in condizioni propizie, può riservare inaspettate soddisfazioni. (Ne ho parlato qui per esperimenti di lettura teatralizzata, qui per sorprendenti dichiarazioni d’amore per la letteratura. Gli stessi, poi, sono quelli che di fronte allo sceneggiato dell’Eneide si annoiano a morte fino a coprire l’audio con le chiacchiere, ma va bene lo stesso.)

Come in ogni classe, anche qui ci sono quei tre-quattro elementi perennemente distratti, che vengono continuamente ripresi e che a fine anno si trovano con una collezioncina di note: a forza di richiami, sono i primi nell’arco dell’anno scolastico di cui si impara il nome. Un giorno, durante una spiegazione riguardante un brano dell’Odissea (se la memoria non m’inganna, e potrebbe ingannarmi; ma non è importante), uno di costoro è particolarmente in vena di intrattenere i compagni: dopo un richiamo, due e tre, ecco che gli do la punizione di tradurre il proemio dell’Odissea in dialetto veneto.

La cosa riscuote un entusiasmo focoso e improvviso da parte non solo dello studente interessato, ma anche dal resto della classe, tanto che, nel primo momento morto a disposizione (costituito da un’ora di interrogazione), si forma un gruppetto con detto studente al centro, e i ragazzi iniziano a lavorarci su proponendo soluzioni per i diversi termini chiave del brano. Particolare attenzione, fin da subito, è richiesta da “multiforme”, che a sua volta traduce πολύτροπος (i fanciulli, essendo in prima linguistico, lavorano a partire dall’italiano): bisognerà preferire la sfumatura di significato relativa all’ingegno di Ulisse o piuttosto quella che rimanda ai suoi molti viaggi?

Constatando la serietà con cui gli alunni hanno preso il lavoro, propongo di trasformarlo in un’altra cosa: dato che la classe studia molte lingue (inglese e spagnolo per tutta la classe, più francese e tedesco in ciascuno dei due gruppi in cui si articola), e che sono presenti studenti stranieri (provenienti da Marocco e vari altri Paesi africani) o con un genitore straniero, perché non creare un cartellone con le versioni (eventualmente reperite attraverso Internet) del proemio dell’Odissea in tutte le lingue conosciute dai ragazzi? Io stessa mi sarei occupata del greco (per corredare la nostra antologia di proemi con il testo originale) e del latino, perché lo studiano, certo, ma ne padroneggiano sì e no tre declinazioni.

Manco a dirlo, anche in questo caso entusiasmo immediato: tutta la classe si sente coinvolta, e dopo qualche ora di lavoro collettivo (prevalentemente durante le interrogazioni, coi fogli colorati per trascrivere i testi forniti da me stessa, con tante preghiere di farne buon uso e non sprecarli) finalmente si arriva a produrre il cartellone che si vede nell’immagine all’inizio dell’articolo: ci sono l’italiano (copiato, da bravi scribi, dalla loro antologia di epica, che riporta la traduzione di Rosa Calzecchi Onesti), il greco e il latino (forniti da me; il latino riprende la traduzione di Leonzio Pilato), l’inglese, il francese, il tedesco, lo spagnolo (lingue studiate in classe), l’arabo, il turco (entrambe fornite da un’alunna marocchina), una delle lingue del Senegal (non sono purtroppo riuscita a capire quale), il gaelico (grazie a un’alunna appassionata di cose celtiche), e, finalmente, troneggiante nel bel mezzo del cartellone, il dialetto veneto. Il tutto, come si nota, corredato da bandierine disegnate e colorate a mano: si notino la lupa capitolina coi gemelli per il latino e il leone di san Marco per il veneto.

La traduzione, tutto sommato, è venuta anche bene, eccola qui:

18358973_10212748114927463_8316879519071160470_o

Eccone una trascrizione, per chi non è aduso a decifrare giovenili grafie:

Contame o Musa de l’eroe de pì forme, che tanto viajò, dopo che el ga distruto la rocca sagra de Troia: de molti omini, i paesi el ga conosesto, anca i pensieri, molte pene el ga patio sul mare del so animo, par comprarse la so vita e i compari che i ga da tornare indrio. Ma i compari gnanca così li ga salvà, anca volendo: con le so paure i se ga persi, insemenii, che i ga magnà le vacche del Sole Iperione: a sti qua el ga tolto el dì per tornare indrio. Conta qualcosa anca a noi altri, o dea fiola de Zeus.

Breve commento: alcune scelte lessicali sono molto efficaci, come l’espressione “de pì forme” a traduzione del suddetto πολύτροπος (furba abbastanza da riuscire a mantenere qualcosa della sua polisemia), “sagra” (bell’arcaismo), “paesi” per “città” (se un veneto pensa a una “città”, gli viene in mente una cosa tipo Padova, immagine ben lontana dai paesaggi omerici), “compari” per “compagni” e “insemenii” per “stolti” (termini entrambi assolutamente perfetti per rendere l’idea); “el dì per tornare indrio” traduce bene “il dì del ritorno” tenendo conto della tendenza veneta a utilizzare espressioni con l’infinito al posto di sostantivi astratti che rimandano a un’azione. Ci sono, tuttavia, alcune imprecisioni, a partire dall’inesistente “viajò” al passato remoto, tempo verbale inesistente in veneto, che direbbe piuttosto “el ga viajà” con il passato prossimo (che viene regolarmente e correttamente utilizzato nel resto del testo); “molti” al posto del più regolarmente utilizzato “tanti”; altre sono invece riconducibili a una parafrasi errata, ma direi che, essendo questo il lavoro di uno studente scalmanato di prima linguistico, possiamo approvare questa traduzione nel modo più totale.

Come considerazione conclusiva, al di là della soddisfazione estrema da me provata nel constatare il brillante lavoro svolto, posso osservare che in generale (almeno per la mia esperienza con le classi di quest’anno, in cui ho potuto fare quest’esperimento) gli studenti, se posti a contatto con lingue straniere o sconosciute, tendono a manifestare una certa curiosità. Nelle mie prime, al momento di introdurre i poemi omerici e individuare alcuni concetti chiave, ho trascritto il primo verso di Iliade e Odissea e alcuni termini notevoli (tipo ἀρετή, τιμή, ὕβρις) direttamente in greco, e ho visto che copiavano incuriositi (con domandine del tipo “ma cosa sono quelle cosine sopra le lettere? come si leggono?” e altre). Nella seconda dove faccio italiano, invece, nel contesto dell’introduzione al testo poetico, ho chiesto agli alunni stranieri, una ragazza cinese, un ragazzo albanese e un ragazzo indiano, di portare in classe delle poesie nella loro lingua, per poi leggerle ai compagni. I primi due hanno risposto all’appello: la studentessa cinese ha portato un libro di poesie appartenente ai suoi genitori e ha letto due brevi liriche riguardanti un poeta che si congeda da un amico che gli ha fatto visita, mentre lo studente albanese ci ha letto una poesia che raccontava di un vecchio pastore che parlava di Dio al nipote e un’altra in cui la storia viene paragonata a una sorta di bar, dove le persone si servono in vario modo. (Entrambe le poesie sono di un autore contemporaneo del quale, ahimé, non ricordo più il nome.) Abbiamo parlato anche di metrica e di rime. I compagni hanno ascoltato e applaudito. È stato tanto bello.

Sapienza

nuremberg_chronicles_f_60v_1-1

Ultimo compito in classe di latino: versione su Pittaco, tiranno virtuoso. La frase in numero septem sapientium ab antiquis existimatus est (“fu ritenuto dagli antichi nel numero dei sette sapienti”), nel passaggio in italiano, ha assunto le seguenti forme:

  • fu giudicato nel numero sette della sapienza dagli antichi;
  • è stato stimato dalla classe degli antichi sette sapienti;
  • contava sette [la frase si ferma qui];
  • era stimato nel numero sette dai saggi in rispetto degli antichi;
  • era stimato dal numero sette della sapienza dell’antichità;
  • fu stimato dagli antichi per le sue sette qualità;
  • fu stimato da sette sapienti e antichi;
  • era stimato da sette classi sapienti e antiche;
  • è stato collocato per saggezza nel numero sette del mondo antico;
  • è ricordato dagli antichi nel numero sette;
  • era stimato in numero sette dalla sapienza degli antichi.

Andiamo a fare cosa, di preciso?

andiamoacomandare1-600x300

Ormai la notizia della traduzione di Andiamo a comandare in latino, fornita a una classe liceale come esercizio scolastico, è arcinota, essendo partita, come ben sappiamo, da Twitter e quindi rimbalzata nel web in modo rapidissimo da un sito all’altro. Le reazioni generali sono state entusiaste (esempi: qui, qui e qui, con anche un servizio su La vita in diretta dedicato all’argomento), e i punti messi in evidenza sono stati soprattutto, dal punto di vista relazionale, l’abilità del docente di suscitare l’entusiasmo della classe e, dal punto di vista didattico, la capacità di utilizzare un testo ben noto agli studenti per far riflettere sulle strutture grammaticali del latino, utilizzando anche in modo sapiente termini della lingua d’uso.

Ora, a suo tempo, appena mi hanno segnalato ciò, dopo un’iniziale titubanza dovuta al mio scarso gradimento verso questo tormentone estivo, mi sono decisa a dare un occhio al testo latino per vedere com’era la resa, notando diverse cose che mi convincevano poco, che non riuscivo a comprendere, o che secondo me erano palesemente errate. Tuttavia, nei vari commenti agli articoli che ne parlavano risuonava un collettivo osanna, che mi ha instillato il fugace dubbio di essere io a non capire un accidente. Ho quindi sottoposto il testo ad amici latinisti e colleghi per un riscontro, e siamo stati tutti d’accordo sul fatto che questa versione presenta criticità diffuse. Dal momento che nessuno sembrava averle notate, mi/ci è venuto spontaneo pensare che nessuno si fosse effettivamente preso la briga di leggere il testo, e che ci si concentrasse piuttosto sulla simpatia che la scelta di Andiamo a comandare ha suscitato presso gli studenti (e non solo). Ero dunque sul punto di intervenire per proporre una sorta di disamina della versione, ma sono stata egregiamente preceduta dai giovani di GrecoLatinoVivo, che l’hanno fatto in modo molto puntuale, aggiungendo anche alcune considerazioni pedagogiche che condivido in toto.

Tuttavia l’osanna collettivo rimane, in nome della capacità di appassionare i giovani al latino. Il punto è che il compito del docente è sì quello di coinvolgere gli studenti, ma per insegnare effettivamente la lingua latina in modo corretto ed efficace, utilizzando, dunque, testi costruiti secondo le regole della grammatica e contenenti forme lessicali plausibili: l’obiettivo finale rimane questo, al di là delle trovate simpatiche. Vi è chi sostiene, alla luce di ciò, e dopo che ne sono state evidenziate le debolezze linguistiche, che la traduzione di Rovazzi in latino non vada presa sul serio, ma sia piuttosto da intendere come una sorta di parodia, fornita agli studenti come una specie di scherzo, per farli sorridere e metterli a proprio agio, sulla falsariga dell’ormai celeberrimo e maccheronico Nutella nutellae. Il punto è che in quest’ultimo caso l’intento spiritoso e parodico è evidente, mentre a Imperatum adeamus viene attribuito insistentemente, come si è visto, un ruolo didattico ben preciso, che il testo in questione non può tuttavia ricoprire in modo adeguato.

Comunque, non è detto che, per essere didatticamente efficaci, si debba essere seriosi e noiosi a tutti i costi, proponendo attività completamente svincolate dagli interessi degli studenti: soltanto, il criterio principale deve appunto essere quello della correttezza linguistica. Un bell’esempio è offerto dalla traduzione latina del Diario di una schiappa (serie che ha riscosso un successone tra i preadolescenti) con il titolo di Commentarii de inepto puero, che presenta un latino piacevole ma anche assolutamente corretto. (Ne posseggo una copia e penso che, appena ne avrò l’occasione, ne utilizzerò qualche stralcio in classe. Avendo a disposizione l’originale inglese e la collaborazione della collega, potrebbe uscirne anche un modulo interdisciplinare.)

In conclusione, mi pare proprio che Imperatum adeamus (che continua a suscitare in me innumerevoli perplessità, a partire dal titolo stesso, per l’analisi del quale rimando all’articolo di GrecoLatinoVivo sopra linkato), con tutto il polverone mediatico da essa sollevato, sia più che altro una mossa piaciona, che mira, più che a ripassare davvero la grammatica o a riprendere la pratica della traduzione, a far sì che gli studenti pensino di avere un professore originale e fico tipo Attimo fuggente: tanto, che importa se l’ablativo di canis è cane e non cani, di fronte al coinvolgimento dei ragazzi?

Come ammonimento finale sulla simpatia da suscitare con le prossime scelte didattiche, non vi è nulla di meglio delle parole di Alberto Sordi, il quale sosteneva che “quanno se scherza bisogna esse seri”.

Versione Pigra #1 (Latino) – Cicerone, l’incipit della Prima Catilinaria (Cic. Cat. 1, 1-2)

cicerone-denuncia-catilina-maccari-1889-palazzo-madama-roma

Con questo post viene inaugurata la serie delle Versioni Pigre, ossia versioni tradotte alla maniera dello studente pigro e trascurato. Il meccanismo tipico che costui adotta per tradurre è procedere quanto più possibile parola per parola, utilizzando nel testo di arrivo il primo traducente trovato nel dizionario. L’analisi grammaticale di nomi e aggettivi grosso modo c’è, anche se per i sostantivi persistono alcuni problemi con la terza declinazione, data la difficoltà di ricostruire il nominativo. Per quanto riguarda i verbi la forma passiva non è riconosciuta sempre con sicurezza; qualche problema anche con il sistema del perfetto. La ricerca nel dizionario avviene spesso per somiglianza fonetica, quando non è possibile riconoscere i termini al primo colpo, e, qualora ci siano omografi, si sceglie il primo che si trova. Questo procedimento meccanico produce traduzioni che spesso con Google Translate verrebbero meglio, ma che talora si trovano, se non in tutto, almeno in parte, nei compiti in classe che ci tocca correggere.

Come primo testo da sottoporre a questo trattamento barbaro e controintuitivo, ecco l’incipit della prima Catilinaria di Cicerone, che stanotte di sicuro verrà a tirarmi i piedi. Il dizionario che utilizzo è il mio del liceo, un Castiglioni-Mariotti del 1996 un po’ cadente e scarabocchiato ma fedelissimo anche in queste imprese di dubbia utilità.

Quo usque tandem abutere, Catilina, patientia nostra? Quam diu etiam furor iste tuus nos eludet? Quem ad finem sese effrenata iactabit audacia? Nihilne te nocturnum praesidium Palati, nihil urbis vigiliae, nihil timor populi, nihil concursus bonorum omnium, nihil hic munitissimus habendi senatus locus, nihil horum ora voltusque moverunt? Patere tua consilia non sentis, constrictam iam horum omnium scientia teneri coniurationem tuam non vides? Quid proxima, quid superiore nocte egeris, ubi fueris, quos convocaveris, quid consilii ceperis, quem nostrum ignorare arbitraris? O tempora, o mores! Senatus haec intellegit. Consul videt; hic tamen vivit. Vivit? immo vero etiam in senatum venit, fit publici consilii particeps, notat et designat oculis ad caedem unum quemque nostrum. Nos autem fortes viri satisfacere rei publicae videmur, si istius furorem ac tela vitemus. Ad mortem te, Catilina, duci iussu consulis iam pridem oportebat, in te conferri pestem, quam tu in nos omnes iam diu machinaris.

Fino a quando, Catilina, abuserai della nostra pazienza? Per quanto tempo ancora cotesta tua condotta temeraria riuscirà a sfuggirci? A quali estremi oserà spingersi il tuo sfrenato ardire? Né il presidio notturno sul Palatino né le ronde per la città né il panico del popolo né l’opposizione unanime di tutti i cittadini onesti né il fatto che la seduta si tenga in questo edificio, il più sicuro, ti hanno sgomentato e neppure i volti, il contegno dei presenti? Le tue trame sono scoperte, non te ne accorgi?  Non vedi che il tuo complotto è noto a tutti e ormai sotto controllo? Ciò che facesti la notte scorsa e la precedente, dove ti recasti, quali complici convocasti, quali decisioni prendesti, credi tu ci sia uno solo tra noi che non ne sia informato? Oh tempi, oh costumi! Di tutto questo, il Senato è a conoscenza, al console non sfugge, e tuttavia costui vive. Vive?! che dico! si presenta in Senato, partecipa alle sedute, prende nota di ciascuno di noi, lo designa con lo sguardo all’assassinio; e noi, i potenti!, riteniamo di aver fatto abbastanza per la patria se riusciamo a sottrarci all’odio, ai pugnali di costui. A morte te, Catilina, da tempo si doveva condannare per ordine del console; su te doveva ricadere tutto il male che da tempo vai tramando a nostro danno. (Traduzione di Lidia Storoni Mazzolani)

Fin dove finalmente userai interamente, Catilina, la nostra pazienza? Quanto a lungo ancora codesto tuo rubare(1) ci scherzerà? Chi al limite sui(2) lancerà l’audacia senza freno? Niente certamente(3) l’aiuto notturno del Palato(4), niente del vegliare della città, niente l’accorrere in massa di tutti i buoni, niente questo fortificatissimo luogo il senato di avere, niente l’estremità(5) di questi e la facoltà di avvolgersi in spire(6) mossero? Essere aperto i tuoi consigli non senti, ristretta ormai di tutti questi la scienza teneri(7) la tua lega non vedi? Che cosa la molto vicina, che cosa nella notte posta più in alto sei mancato(8), dove sarai stato, i quali(9) avrai convocato, che cosa di consiglio avrai preso, il quale nostro non conoscere arbitrale(10)? O tempi, o indugi(11)! Il senato questa(12) capisce. Il console vede, questo tuttavia vive. Vive? anzi in verità ancora viene in senato, diviene partecipe del consiglio pubblico, nota e delimita con gli occhi al taglio ciascuno nostro. Noi poi forti uomini soddisfare la cosa pubblica siamo visti, se di questo il rubare e la tela rendiamo difettoso(13). Alla morte te, Catilina, a chi conduce per comando del console ormai da tempo occorreva, in te essere portata insieme la pestilenza, la quale tu in noi ormai di giorno di macchina(14).

NOTE

  1. La prima cosa che si vede cercando furor sul dizionario è effettivamente un verbo.
  2. Il dizionario riporta “acc. e abl. rafforzato di sui“. Lo studente pigro esegue.
  3. Il primo traducente del primo ne che si trova nel dizionario.
  4. Palati sta bene come genitivo di palatum (quello di Palatium sarebbe Palatii, la contrazione vocalica non esiste). Nella traduzione lo studente pigro mette la maiuscola come in latino.
  5. Ora è ovviamente femminile di prima declinazione.
  6. Lo studente pigro non comprende che voltus sta per vultus e traduce con la prima cosa somigliante che trova (volutus, –us, ovviamente nominativo singolare).
  7. Aggettivo, da tener, –a, –um.
  8. Ovviamente si tratta di una voce di egeo.
  9. Questo e i successivi sono da intendersi come pronomi relativi.
  10. Arbitrarius somiglia molto più di arbitror a quello che c’è nel testo.
  11. Ricondurre mores a mos richiede più sforzo che cercare il significato di mora.
  12. Chiaramente nominativo femminile singolare.
  13. Da vitio.
  14. Machinarius.

Incontro ravvicinato con Plutarco

phosto

Quest’estate mi è capitato di seguire un alunno del secondo anno del liceo classico (la vecchia quinta ginnasio) con il debito in greco: un ragazzetto simpatico, coi capelli lunghi, che è sempre venuto a lezione con il motorino e con magliette di svariati gruppi metal e che ha fatto amicizia anche con l’uomo di casa (dalla gioventù metallara) e perfino con il gatto, che gli si addormentava dentro il casco. Il fanciullo in questione, pur scarso in grammatica, dimostra una notevole passione per il mondo antico, e in particolare per la storia, e questo è stato un ottimo punto di partenza per il lavoro di recupero, considerando anche che alcune versioni assegnate per le vacanze erano di Plutarco.

(A questo punto sento il bisogno di aprire una parentesi: se la traduzione viene assegnata soltanto come esercizio grammaticale, è ovvio che gli studenti la svolgeranno in modo meccanico, pensando banalmente a restituire la forma e senza riflettere sul contenuto, procedendo parola per parola e utilizzando traducenti standard, e ottenendo quindi un risultato magari grammaticalmente corretto ma del tutto incomprensibile. In questo modo i ragazzi perdono anche l’amore per queste discipline, cosa assai triste, perché nella maggior parte dei casi è proprio per l’entusiasmo verso la storia antica che hanno scelto di iscriversi al classico. È esattamente questo che succede quando le versioni vengono date da tradurre senza nessuna informazione sull’autore, sull’opera o sul contesto. È ben più facile capire, ad esempio, un brano delle Catilinarie, e dunque tradurlo in modo efficace dal punto di vista sia lessicale sia grammaticale, se si sa chi è Cicerone, a chi si rivolge in quel momento e perché. Ho visto una quantità di faccine adolescenti illuminarsi al ricevere ragguagli di questo tipo sui testi che avevano di fronte, che cessavano così di essere “carne morta” su cui esercitarsi con una specie di sterile dissezione, e riprendevano vita e senso di esistere di fronte a loro, quasi che l’autore, i personaggi e i luoghi comparissero loro davanti. Magari non proprio così, ma l’effetto a cui mirare dovrebbe essere questo.)

Insomma, eccomi col ginnasiale metallaro di fronte a Plutarco. Diamo un occhio ai brani assegnati: uno è il resoconto della morte di Cicerone, l’altro narra le vicende di Cesare catturato dai pirati. Dopo qualche minuto di confronto, capisco che al puer sta tantissimo sulle scatole Cicerone perché logorroico e pieno di sé, mentre Cesare, che ha conquistato tutto fuori e dentro Roma, gli piace un sacco. Bene, procediamo con la traduzione e vediamo cosa succede.

Iniziamo con la morte di Cicerone. Non faccio mancare un discorsetto introduttivo per ripassare il contesto storico e dare qualche precisazione sulla posizione dell’Arpinate, deluso da Ottaviano, perseguitato da Antonio e tenacemente (e anacronisticamente) fedele agli ideali di una repubblica ormai morente. Traduciamo. Un po’ alla volta si materializza davanti ai nostri occhi l’immagine di un uomo vecchio, stanco di vivere e trascurato, che non si rade né si lava più, e che all’avvicinarsi dei sicari ordina di fermare la lettiga su cui viene trasportato e affronta senza timore (e forse con una specie di sollievo) l’inevitabile, e assistiamo alla teatrale vendetta di Antonio, che fa tagliare ed esporre sui rostri le mani colpevoli di aver scritto le Filippiche. Ecco che noto nel fanciullo un moto di compassione per un personaggio che ha raggiunto il vertice della gloria come politico e oratore e che abbiamo appena visto rappresentato nel momento di massimo avvilimento.

Passiamo poi a Cesare alle prese coi pirati: anche in questo caso do qualche informazione sull’episodio, avvenuto quando il futuro padrone di Roma era all’inizio della carriera. Sulle prime il puer si mostra divertito nell’osservare come Cesare si mostri già tanto sicuro del proprio valore da convincere i pirati ad alzare la somma richiesta per il riscatto e, in seguito, da scherzare con loro con un certo atteggiamento di superiorità, fino a minacciare spiritosamente di tornare dopo la liberazione per crocifiggerli tutti. Il testo da tradurre non dice come va a finire: prendo dunque la Vita di Cesare e leggo il seguito. In effetti Cesare torna e li crocifigge tutti per davvero. Il ragazzino rimane colpito dalla freddezza quasi disumana del suo eroe, la cui affabilità si è rivelata soltanto una piacevole ma insidiosa maschera. Seguono alcune considerazioni finali sulla clementia Caesaris come instrumentum regni.

Dopo un lavoro del genere, sono sicura che il mio ginnasiale ha un po’ imparato a vedere la traduzione come un modo, per così dire, di “resuscitare i morti”, leggendo e interpretando i testi originali che parlano di loro, cosa che gli ha permesso di andare oltre le idee acquisite considerando la storia in modo superficiale e (almeno spero) di trovare un modo per alimentare questa sua passione con una profondità diversa. È proprio questo il fascino della traduzione, che permette agli studenti (e ha permesso a noi, da studenti) di venire a contatto, già durante gli anni del liceo, con i documenti che parlano direttamente del mondo antico, per amore del quale abbiamo scelto di avvicinarci allo studio delle lingue classiche.

(Per la cronaca, il puer ha superato il debito. Con un 6 forse accompagnato da un calcio in quel posto, ma l’ha superato.)

Al limite delle possibilità umane

hqdefault

Dopo il TFA, la prossima tappa sulla via della definitiva entrata a pieno titolo nel mondo della scuola è il concorso a cattedra: il bando, secondo i programmi del Ministero, doveva uscire entro il 1° dicembre 2015, scadenza poi prorogata a fine anno, ai primi di gennaio, al 1° febbraio e ora, vagamente, “entro la prima settimana di febbraio”. Stavolta pare che l’indicazione, finalmente, sia in qualche modo corretta, dal momento che abbiamo a disposizione, grazie a Orizzonte Scuola, la bozza dell’allegato contenente i programmi da seguire. Pare inoltre che la prima prova sarà fissata dopo due mesi dall’uscita del bando.

Ecco dunque che all’inizio di questa settimana ho preso visione di quello che dovrò sapere se voglio sperare di passare il concorso. Di fatto, gli argomenti dettagliati delle varie materie sono presi pari pari dalle Indicazioni Nazionali, ed è dunque compreso tutto ciò che si dovrebbe fare a scuola nei cinque anni di superiori. (Il condizionale è ovviamente d’obbligo, dal momento che, ad esempio, di rado in letteratura italiana si arrivano a trattare Gadda, Calvino, Fenoglio, Moravia, Sciascia, Caproni e Pasolini.) E’ un sacco di roba, d’accordo; una mole di studio che va da tutta la storia universale, alla letteratura italiana dalle origini all’altro giorno, a tutta quanta la letteratura greca e latina. Tuttavia, dato che è di fatto lo stesso programma delle prove d’ingresso al TFA, e che gli argomenti coincidono in buona parte con lezioni che ho preparato (di recente o in passato) o devo preparare, in teoria dovrei riuscire a cavarmela.

Ciò che mi turba è la quantità di testi latini e greci da sapere per l’orale:

  • LATINO: Catullo: 35 carmi a scelta, con lettura metrica – Lucrezio: un libro a scelta dal De rerum natura, con lettura metrica – Cicerone: un’orazione e un’opera filosofica – Cesare: un libro a scelta dai Commentarii De bello gallico o De bello civili – Sallustio: una monografia a scelta tra De Catilinae coniuratione o Bellum Iugurthinum – Virgilio: Bucoliche, un libro delle Georgiche, 6 libri di Eneide, con lettura metrica – Orazio: un libro dei Sermones, uno dei Carmina, uno delle Epistulae, con lettura metrica – Livio: un libro a scelta dalla prima o dalla terza decade Ab urbe condita – Seneca: uno dei Dialogi e un libro a scelta delle Epistulae morales ad Lucilium – Tacito: Agricola o Germania e un libro a scelta delle Historiae o degli Annales;
  • GRECO: Omero: 4 libri a scelta dall’Iliade e 4 libri a scelta dall’Odissea – La poesia lirica: 25 frammenti a scelta che comprendano tutti i seguenti autori: Archiloco, Tirteo, Mimnermo, Saffo, Alceo, Anacreonte, con lettura metrica – Una tragedia o una commedia a scelta, con la lettura metrica del trimetro giambico – Erodoto: un libro a scelta – Tucidide: un libro a scelta – Senofonte: un libro a scelta dell’Anabasi o delle Elleniche – Platone: due dialoghi a scelta – Lisia o Isocrate o Demostene: un’orazione a scelta – Plutarco: una coppia di biografie dal corpus delle Vite parallele.

Tutto ciò da apprendere alla perfezione presumibilmente per giugno, lavorando intanto a tempo pieno (e prima di giugno conosciamo tutti bene il marasma della raccolta spasmodica di valutazioni, dei recuperi, degli scrutini, senza contare che poi ci sono anche gli esami di Stato). Col rischio, magari, di sentirsi chiedere, come già successo, che piazzamento ottenne l’Edipo Re alle Grandi Dionisie, o quali erano i metodi divinatori utilizzati da Tiresia. Ma qui, chiaramente, si sconfina nell’imponderabilità della Tyche, e la strategia migliore potrebbe essere anche questa volta l’improvvisazione e l’adattamento alle circostanze. Dato anche che, in tempi così ristretti, anche essendo completamente disoccupati non si riuscirebbe mai a ripassare decentemente tutto quanto. In definitiva, la condizione esistenziale dell’aspirante concorsista è più o meno questa.

Per quanto riguarda la modalità concreta con cui si svolgeranno le prove, e in particolare lo scritto, bisognerà attendere le precisazioni del bando: per ora si sa che la prova scritta sarà composta di 8 quesiti, due dei quali saranno volti a testare la conoscenza di una lingua straniera. Non è affatto chiaro se si tratterà di domande disciplinari, di didattica o di legislazione: fatto sta che, per parlare, ad esempio, della valutazione delle competenze o delle leggi sulla scuola in inglese, o anche, butto lì, di storia medievale, serve un lessico specifico che è difficile acquisire in breve tempo.

Insomma, siamo ancora una volta “tra color che son sospesi”, in attesa di informazioni certe. Tuttavia, anche superando il concorso, come tutti ci auguriamo, il nostro destino è ben lungi dall’essere certo, dato che si verrà assunti non dalle scuole, ma dagli ambiti territoriali, ossia da reti di scuole, e l’impiego concreto negli istituti dipenderà in sostanza dal fabbisogno previsto nel PTOF (Piano Triennale dell’Offerta Formativa) elaborato da ciascuno. Non è nemmeno detto che si ottenga un incarico in una classe, dal momento che si potrà essere assunti nel cosiddetto “potenziamento”, ossia per effettuare progetti, sportelli, corsi di recupero e sostituzioni. Ma, dal momento che queste sono novità assolute, gli aspetti relativi all’organizzazione concreta sono in gran parte da definire.

In pratica, dunque, le cose che saltano all’occhio (almeno, al mio miopissimo occhio) sono due:

  1. riguardo il concorso in sé, l’evidente sproporzione tra i contenuti richiesti nel concorso e le tempistiche per la preparazione (oltre che, per ora, la mancanza di informazioni certe sullo svolgimento);
  2. riguardo il dopo-concorso, in caso di assunzione, nulla di certo si sa del destino dei neoimmessi in ruolo.

C’è la percezione di stare come d’autunno sugli alberi le foglie. Almeno da parte mia, comunque. Se c’è qualcuno che ha notizie sicure di qualsiasi tipo che possano integrare, correggere o smentire quello che ho capito, si faccia pure avanti, che cerchiamo di vederci chiaro insieme.

“Catilina daghe un tajo”: Dino Durante traduce Marziale

Qualche tempo fa, cercando su eBay, mi è capitato sotto il naso Catilina daghe un tajo, antologia di epigrammi di Marziale tradotti in dialetto veneto dal padovano Dino Durante. La cosa mi ha riempita di gioia e, data l’introvabilità del libro (fuori stampa da anni) e il prezzo contenuto, ho immediatamente provveduto all’acquisto, e finalmente anche questo volume è entrato a far parte della mia biblioteca (della quale posso oramai parlare in senso praticamente letterale, dato che da poco dispongo di uno studio mio quasi completamente foderato di scaffali). La mia soddisfazione, oltre che dall’acquisto in sé, deriva anche e soprattutto dal fatto che avevo già incontrato questo libro nei primi anni di liceo, quando, incuriosita, l’avevo preso in prestito in biblioteca; da allora l’avevo lungamente cercato, senza esito, fino a poco tempo fa. Già da allora, comunque, ero rimasta colpita dalla possibilità di rendere in modo efficace la mordacità di Marziale attraverso l’uso del dialetto veneto, che, rispetto a una lingua standardizzata come l’italiano, gode di maggior freschezza e immediatezza. L’autore stesso, nell’introduzione, spiegando l’origine del titolo della raccolta, dichiara che proprio quest’osservazione, nata da una curiosa interazione con il figlio, era stata per lui la molla che l’aveva spinto a cimentarsi con le traduzioni in veneto. Eccone qui un estratto:

Qualche tempo fa, uno dei miei figli mi chiese il significato della famosa frase di Cicerone: “Quo usque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?”

Usando, come sempre, il dialetto, risposi che Cicerone voleva dire: “Catilina, daghe un taio”.

Per nulla soddisfatto della risposta, egli mi invitò ad essere un tantino più serio; “almeno – soggiunse – quel minimo indispensabile che si richiede ad uomo di quarantaquattro anni”.

Cercai allora di migliorare la forma, sforzandomi di mantenere inalterato il pensiero di Cicerone, e presentai al suo severo giudizio queste altre due versioni:

  • Catilina, moleghe che ormai la se fa Gegia.
  • Quando la finireto, Catilina, de romparne le suste?

Il mio sforzo di aiutarlo a “comprendere quanto meglio possibile il mondo romano per il tramite della lingua” (come indicano i programmi scolastici per lo studio del latino) approdò solo a confermarlo vieppiù nella radicata convinzione che suo padre non è per nulla un uomo serio. Così la sua dose, già massiccia di disistima, è notevolmente aumentata.

Da quel giorno, però, quanto più leggevo alcuni poeti latini tanto più mi convincevo che molte loro espressioni erano più belle ed efficaci se espresse in dialetto, anzi che in lingua italiana. Decisi allora di dare forma dialettale al pensiero di un poeta latino. Idea piuttosto matta, devo ammetterlo, ma eccitante. Tentai con Petronio, Giovenale, Orazio, Ovidio, ma ben presto dovetti abbandonarli. Non trovavo in loro lo spirito veneto. Finalmente mi venne incontro, sghignazzando, Marziale.

Sulle prime, leggendo il Marziale veneto di Durante, mi sono limitata a osservare la vivacità della traduzione, non rendendomi pienamente conto, dati i pochi anni di studio del latino che avevo alle spalle, delle caratteristiche di lingua e stile del poeta; procedendo poi con gli studi, ampliando le conoscenze linguistiche e affinando con l’esercizio la pratica della traduzione, ho iniziato a vedere con maggior chiarezza le idee e i concetti veicolati dalla lingua latina e a “sentire” il modo in cui i vari autori li trasmettevano. Diventando, tra l’altro, molto più esigente con le versioni italiane che trovavo nelle edizioni bilingui dei classici a mia disposizione. Con gli anni, dunque, mi sono progressivamente avvicinata alle considerazioni di Dino Durante, fino a farle sostanzialmente mie (tanto che, superbamente ma a puro scopo ludico, medito di produrre prossimamente la versione veneta di qualche carme di Orazio o di Catullo, se non sarò troppo oberata di lavoro). Ora, dunque, posso anche approcciarmi al Marziale veneto con un occhio diverso, divertendomi a gustare il modo in cui lo spirito latino è stato reso da Durante nella lingua del popolo, liberamente nella forma ma fedelmente nella sostanza. Eccone di seguito alcuni esempi.

 

BOCALI E BICERI (1, 37)

Ventris onus misero, nec te pudet, excipis auro,

Basse, bibis vitro: carius ergo cacas.

Basso, no te te vergogni

de farla

in un bocale d’oro?

(che rassa de scarognà sto oro)

e par bevare invesse

te dopari un semplice

biciere de vero?

Val forse de più la m…?

 

SCEVOLA! TE DENUNCIO! (1, 103)

Si dederint superi decies mihi milia centum”

dicebas nondum, Scaevola, iustus eques,

qualiter o vivam, quam large quamque beate!”

Riserunt facile et tribuere dei.

Sordidior multo post hoc toga, paenula peior,

calceus est sarta terque quaterque cute:

deque decem plures semper servantur olivae,

explicat et cenas unica mensa duas,

et Veientani bibitur faex crassa rubelli,

asse cicer tepidum constat et asse Venus.

In ius, o fallax atque infitiator, eamus:

aut vive aut decies, Scaevola, redde deis.

Scevola, quando che te geri

poareto te disevi:

“Se Dio me mandasse un bel milion.

Quanto beato che sarìa,

come che ben vivarìa!”

Ga riso Dio,

e te ga contentà.

Ma dopo ciapà i schei

el to paltò xe più onto,

el to vestito smarìo.

I te mete davanti diese olive

e oto te le meti via,

e co un piato solo te magni do volte.

Te bevi i fondi del vin grinto

e co sento franchi

te compri la minestra,

e co altri sento

te te paghi na tosa

da campo Marte.

Bruto onto! Te denuncio!

O te te diverti

o te ghe dé indrio

el milion a Dio.

 

ZOILO PIEN DE ARIE (2, 58)

Pexatus pulchre rides mea, Zoile, trita.

Sunt haec trita quidem, Zoile, sed mea sunt.

Co te passi col to bel vestito

te ridi

dele me quatro strasse.

Par la verità

le xe proprio strasse.

Però le go pagà.

 

CINNA EL BECO (6, 39)

Pater ex Marulla, Cinna, factus es septem

non liberorum: namque nec tuus quisquam

nec est amici filiusve vicini,

sed in grabatis tegetibusque concepti

materna produnt capitibus suis furta.

Hic, qui retorto crine Maurus incedit,

subolem fatetur esse se coci Santrae.

At ille sima nare, turgidis labris

ipsa est imago Pannychi palaestritae.

Pistoris esse tertium quis ignorat,

quicumque lippum novit et videt Damam?

Quartus cinaeda fronte, candido voltu

ex concubino natus est tibi Lygdo:

percide, si vis, filium: nefas non est.

Hunc vero acuto capite et auribus longis,

quae sic moventur, ut solent asellorum,

quis morionis filium negat Cyrtae?

Duae sorores, illa nigra et haec rufa,

Croti choraulae vilicique sunt Carpi.

Iam Niobidarum grex tibi foret plenus,

si spado Coresus Dindymusque non esset.

To moiere Marulla

ga vu sete fioi,

e ti te si beco, Cinna.

No i xe fioi de un to vissin de casa

e gnanca de un to amigo.

I xe sta stampà

sora brande e paioni

e vardandoli in facia se vede

chi che xe el pare.

Questo coi cavei crespi come un negro

xe fiolo del cogo,

e quelo co la facia incagnìa

xe identico a Pamico dal muscolo forte.

E chi vede Dama, coi oci sgarbelà

sa de chi che ze fiolo el terzo.

El quarto,

co chela siera da mal de pansa

xe fiolo del to recion.

L’altro co la testa a pero

e le rece da musso,

xe par sicuro fiolo

de Cirta, el paiasso.

Le tose, una mora e l’altra rossa,

xe fiole de Croto el sonadore

e de chel rufaldo de Carpo.

Par fortuna i to do ultimi servi,

Dindimo e Coreso,

i ga el mal de la limèga:

te gavaressi senò

almanco trenta fioi.

 

A EROTION, BOCETA MORTA (5, 34)

Hanc tibi, Fronto pater, genetrix Flaccilla, puellam

oscula commendo deliciasque meas,

paruola ne nigras horrescat Erotion umbras

oraque Tartarei prodigiosa canis.

Inpletura fuit sextae modo frigora brumae,

uixisset totidem ni minus illa dies.

Inter tam ueteres ludat lasciua patronos

et nomen blaeso garriat ore meum.

Mollia non rigidus caespes tegat ossa nec illi,

terra, grauis fueris: non fuit illa tibi.

Papà e mama,

tegnìla streta sta boceta tanto cara,

parché no la gabia paura

del scuro de l’aldelà.

La gavaria vu sie ani

solo se la fusse vissua

ancora sie giorni.

Spero che la rida e la salta

anca co vialtri,

paroni de l’aldelà,

e la so bocheta

diga, ridendo, ancora el me nome.

Te prego, tera,

no strucarla sta bocia,

e no essar pesante su de ela.

La gera tanto lesiera

quando che la te pestava!

Animal farm

Interrogazione di latino:
Prof. “Dai è facile…cosa significa Nemo? E’ come il cartone Disney”
Alunna.”Ah, sì! Pesce!”
Prof. “…..”

Ripetizioni di latino. G. alle prese con il termine “figulus”, “vasaio”:
“Sarà UCCELLO, no?”
(Ma che razza di uccello sarà il “figulus”?!?!?)

Versione in classe sul ratto delle Sabine. Verso la fine del tempo dato per la traduzione, un alunno dice alla prof, un po’ preoccupato: “Prof, ma alla fine di ‘sto topo non se ne parla!”.

PAGORUM (“dei villaggi”) -> DEI PAGURI

Vultus animi imago (il volto è l’immagine dell’anima) -> l’avvoltoio (vultur) è l’immagine dell’anima.

Castor et Pollux = il castoro e il pollo.

Milites suorum (i soldati dei suoi) = i soldati dei porci.
(La confusione tra “sus” e “suus” è ormai un classico.)

“Praeterea columbae ex aquis maritimis in speluncam advolabant.” (Inoltre, le colombe volavano dalle acque del mare nella spelonca) = “Nella prateria colombe e cavalli marittimi nella spelunca volavano.”

A ripetizioni, traduzione della frase “Hercules Cerberum devinxit”. Dopo essermi sentita tradurre “Hercules” con “Hercules”, in ossequio al cartone animato, e aver sentito improbabili analisi di “devinxit”, giungiamo a tradurre soggetto e verbo.
– “Ercole legò”…
– Bene! Chi legò?
– Un cervo!

“Vergilium navigantem in Italiam magna procella oppressit” (una grande tempesta colpì Virgilio mentre navigava verso l’Italia) = “Una grande porcella oppresse Virgilio che navigava in Italia”.

“Libertas, nisi aequa est, ne quidem libertas est” (La libertà, se non è equa, non è neppure libertà) = La liberta, se non è una cavalla, non è nemmeno una liberta.

Lezione di letteratura latina, la fanciulla ripete quanto imparato. “Terenzio giunse a Roma come schiavo di Terenzio Lucano ed ebbe contatti con il CICLO degli SCIMMIONI.”
(Per i profani: parliamo ovviamente del CIRCOLO degli SCIPIONI.)

“Greges volantes” (“gli stormi che volavano”) = “le pecore volanti”.

“Multas naves ad scopulos adflictae sunt, cum magna procella in mari esset.” = “essendo in mare una grande PORCELLA le navi vennero scagliate contro gli scogli.”
Ho capito: questi hanno visto la bella gnocca, e invece di girare sono andati dritti. Comunque: dislessia + crisi ormonale, un grande classico.

Prof.ssa di latino: “Qual è il passivo di PERDO? Ricordate che non è una forma passiva… è come FACIO che fa FIO. Quindi PERDO fa…?”
Classe: “PIO!!”

Preces mulierum (preghiere delle donne) = “preghiere dei muli”.

“Asini, cum pulli sunt…” (“Gli asini, quando sono cuccioli…”) = “Gli asini, quando sono polli…”

Aquila nidum fecit filiis suis (L’aquila fece il nido per i propri figli): L’aquila fece il nido per i figli del maiale.

“Procella sequitur Ulixem per mare” (Una tempesta segue Ulisse attraverso il mare) = “Ulisse viene inseguito attraverso il mare da una PORCELLA”.
(Il ritorno delle scrofe di mare.)

Caesar duo milia peditum Labieno ducente conscribit (lett. Cesare arruola duemila fanti sotto il comando di Labieno) = Cesare, per ordine di Labieno, raccoglie duemila pidocchi.

“Effigiem Aeneae in toro” (“l’immagine di Enea nel letto nuziale”) = “l’immagine di Enea sul toro”. Tipo rodeo.

Magnitudo naturalis suum finem habet (lett.: La grandezza naturale ha una sua fine) = La grandezza naturale dei maiali ha una fine.

Misera erat barbarorum vita: nam naturae procellis expositi erant (lett.: Misera era la vita dei barbari: infatti erano esposti alle intemperie della natura) = Misera era la vita dei barbari: infatti erano esposti ai cinghialetti della natura.

Hannibal, cum suis militibus (“Annibale, con i suoi soldati”) = “Annibale con grande abbondanza di maiali”.

Fenomenologia della versione

Quando l’insegnante spiega agli alunni il metodo per tradurre una versione, uno dei primi e più importanti precetti che vengono trasmessi recita che la traduzione deve essere preceduta da una lettura e analisi preliminare del testo. Tale analisi, auspicabilmente, può essere accompagnata dalla sottolineatura di verbi, congiunzioni coordinanti e subordinanti e costrutti rilevanti, e il docente si occupa di suggerire un metodo per farlo illustrandolo debitamente alla lavagna. Come al solito, però, gli studenti interiorizzano e rielaborano a modo loro, sviluppando ciascuno un proprio modus operandi. Le principali tipologie, grosso modo, sono queste:

  • Pulizia totale. La versione viene lasciata completamente intonsa, tanto che non si sa se lo studente faccia davvero l’analisi o riceva la traduzione direttamente dalla dea Minerva (nella migliore delle ipotesi).
  • Il minimo indispensabile. Lo studente sottolinea appena appena i verbi, e a volte segna in qualche modo le congiunzioni subordinanti.
  • Precisione. Verbi e congiunzioni sono segnati in modo preciso, le congiunzioni coordinanti e subordinanti sono segnate in modo diverso, le proposizioni coordinate sono separate da barrette e quelle subordinate chiuse entro parentesi, i costrutti sintattici più rilevanti sono evidenziati. Possono essere utilizzati anche i colori. Lo studente si segna qualcosina anche sul dizionario (costruzioni particolari, significati).
  • Mania di classificazione. L’acribia classificatoria al suo apice: i verbi sono segnati con un colore, le congiunzioni coordinanti con un altro e le subordinanti con uno diverso; participi e infiniti sono evidenziati con uno stile particolare; si segnano anche gli avverbi più importanti e tutti i costrutti sintattici degni di nota. Nei casi più estremi si usa un colore diverso per ogni caso di sostantivi e aggettivi (di solito è un retaggio dei primi mesi del ginnasio, quando il sistema dei casi non è ancora molto chiaro allo studente).
  • Traduzione interlineare. Poca analisi, forse sono segnati i verbi. In compenso lo studente, contrariamente a tutti i precetti canonici, si è subito gettato a pesce sul dizionario, segnando le traduzioni parola per parola nello spazio tra una riga e l’altra. Ne esce una cosa che mette in crisi i miopi e fa diventare miopi i normovedenti. Anche perché il tutto avviene in matita, quindi si ha un’alternanza di righe nere e righe grigie. Quando ciò avviene in penna, il testo originale e la traduzione si fondono in un tutt’uno. La traduzione vera e propria avviene solitamente cercando di combinare tra di loro i significati rinvenuti nel dizionario, che ovviamente sono i primi di ogni lemma perché non c’è la minima idea della struttura della frase o del contesto.
  • Analisi grammaticale in loco. Oltre all’analisi del periodo, c’è chi fa l’analisi grammaticale di buona parte delle parole della versione (e specialmente dei verbi) direttamente sul testo, creando un guazzabuglio maledetto che solo l’autore può decifrare. Ad un certo punto si rende necessario ricorrere a un sistema di frecce: un lettore esterno, per capirci qualcosa, deve mettersi lì a seguirle col ditino. Spesso ciò si associa anche a un sezionamento chirurgico delle forme verbali, dalle quali vengono separati prefissi, suffissi e desinenze con barrette, cerchietti, quadratini e ammennicoli vari. Se lo studente è appena appena disordinato, a un certo punto i verbi non si leggono più.
  • Attacco epilettico. Tutto insieme: verbi evidenziati, analisi del periodo, traduzione interlineare e analisi grammaticale. Quando viene usato il colore, la versione arriva a sembrare un quadro di Jackson Pollock. Alla fine nemmeno lo studente ci capisce più nulla e getta la spugna, dicendo che il latino (o il greco) è complicato.

(Casistica rispondente a osservazioni risalenti non solo al periodo del liceo, ma anche, e soprattutto, ai lunghi anni di ripetizioni.)

Lost in translation

Interrogazione di Storia dell’arte, andata anche bene (fino a questo punto).
– Per concludere, parlami dell’horror vacui.
– Professoressa, ma lei lo sa che io L’INGLESE NON LO MASTICO!

Esame universitario di geologia.
Il prof, mostrando una pietra: “Che roccia è?”
Studentessa: “…”
Prof: “Nosce te ipsum!” (perchè si trattava di un tufo abbastanza diffuso in zona)
Studentessa: “No professore, io non parlo l’inglese…”

Ripetizioni di latino.
“Come si dice ‘Atene’ in latino?” (Risposta attesa: ‘Athenae, -arum’)
“ATHENS!”
(Attacco di latino-americano… si declina come un participio presente?)

Ripetizioni di latino. G. sta analizzando il verbo DEDIT.
G.: “Terza persona singolare, indicativo perfetto attivo, verbo DO.”
Io: “Bene! La traduzione?”
G.: “HA FATTO!”
Io: “Come HA FATTO??? Il verbo DO non significa FARE!”
G.: “Ah già, quello è in inglese…”

Compito in classe di latino, 4° anno. Intervento di un alunno:
“Prof., non riesco a trovare HAS… Ma che è, inglese!?! Sono tre ore che cerco sotto il verbo ‘avere’, ma non lo trovo e non ha senso!”

Alunno (leggendo l’inno a Venere dal De Rerum Natura di Lucrezio): “alma Venus, caeli subter labentia signa”
Professoressa: “R. mi sa dire da dove deriva il termine LABENTIA?”
Alunno: “Da λαμβάνω!!!!”
Professoressa: “Almeno sono felice del fatto che non studiate più a compartimenti stagni!!”
(Per i non grecisti: il verbo λαμβάνω, “lambàno”, che significa “prendere”, ha un participio che fa λαβών, λαβόντος, “labòn, labòntos”; il malcapitato è stato tratto in inganno dall’assonanza col participio di LABOR che compare nel testo lucreziano.)

Ripetizioni di latino sull’uso di “videor”. Stiamo traducendo l’espressione “si tibi videbitur”. La ragazzina (V ginnasio) traduce:
V.: – “Se sembrerà con qualcosa”.
Io: – “Con qualcosa”? Cosa stai dicendo?
V.: – “Tibi” non vuol dire “qualcosa”?
Io: – Non è che ti stai confondendo con τις, τι? (pronome greco che vuol dire “qualcuno, qualcosa”)
V.: – Ah, sì! E’ vero! Ma allora, cos’è “tibi”?

Bibliografia della tesi: “Hieronymus, The viris illustribus”.

Spiegazione di Storia: il libro di testo riporta la celebre frase di Cesare tradotta in lingua italiana “Il dado è tratto”. Informo gli alunni inconsapevoli che Cesare non usò queste parole ma si espresse nella sua lingua madre.
“Alea iacta est, volete che lo ripeta?”.
“No, professore, abbiamo capito”.
“Cioè?”.
“Alea iacta WEST!”.
Il fantasma di Cesare in tenuta da cowboy esita un attimo, poi accompagnato dal fischio dei western decide di passare ugualmente il Rubicone.

Lezione di latino con la mitica G.
– Traduci “his verbis auditis”.
– “Udite le SUE parole”…
Sto un attimo in silenzio, la guardo di traverso e le chiedo:
– Non ti sarai mica confusa con l’inglese, vero?
La fanciulla ridacchia.

Compito di latino.
Alunno: – Prof, ma “maxime diis ago” vuol dire “MOLTISSIMI GIORNI FA”?
Reazioni scomposte della classe.

“Postquam paucos dies” (dopo pochi giorni) =”dopo pochi morti”.

Io: – M., a cosa serve l’ablativo?
M.: – A comunicare!
(Spiegazione dell’arcano: tragica confusione con il verbo “hablar” dello spagnolo, lingua nota al malcapitato.)

“M. Cicero” = “Mister Cicerone”.