Gestione dello spazio

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Il cruccio principale dello studente pigro nello scrivere un tema è cercare il modo migliore per riempire il foglio dando mostra di aver scritto un sacco pur non avendo nulla da dire. A tal proposito gli stratagemmi da lui messi in atto possono essere di vario tipo:

  1. la supercazzola, ovvero il rimestare i soliti due-tre concetti con parole diverse oppure direttamente con le stesse parole. Se fatta bene è quasi un esercizio di sofistica: per studenti pigri fino a un certo punto;
  2. il foglio coi margini, normalmente staccato dal centro di un quaderno a righe: esso permette di scrivere su una mezza riga che è circa l’80% di una mezza riga intera, permettendo dunque allo stesso testo di occupare il 20% di spazio in più che in un foglio protocollo d’ordinanza;
  3. ricopiare la traccia, magari saltando qualche riga dall’intestazione; questo metodo tuttavia permette di recuperare massimo 4-5 righe rivelandosi dunque di efficacia relativa;
  4. incollare il foglio con tutte le tracce: con le dovute cautele e centrando il foglio come si deve, tale metodo può far guadagnare fino a mezza facciata;
  5. la spaziatura dopo i paragrafi, possibilmente facendo coincidere i paragrafi stessi con i punti fermi: così si guadagnano dalle 5 alle 12 righe, in funzione del numero dei capoversi;
  6. scrivere una riga sì e una no raddoppiando così di botto lo spazio occupato dal testo. Antisgamo proprio;
  7. scrivere enorme possibilmente con grafia tipo elementari, occupando la mezza riga con due-tre parole;
  8. scrivere piccolissimo e addurre ciò come scusa dissimulatoria della brevità del testo (“non è il tema che è corto, sono io che scrivo piccolo”).
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Amanuensi

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Il sottotitolo di questo post può ben essere Come sia possibile copiare un tema e credere di farla franca. Com’è noto, infatti, il tema di italiano è l’unico compito in classe in cui non si richiede agli studenti di separare i banchi, dal momento che in questo caso, non essendoci esercizi da svolgere o domande a cui rispondere, ma essendo necessario, al contrario, esprimere e argomentare il PROPRIO punto di vista su un argomento, copiare dal vicino non dà una speranza in più di svolgere quanto richiesto in modo corretto, ma fa fare allo studente la figura del pollastro.

Eppure, nonostante tutti i pronostici, ciò è accaduto proprio in una mia classe. Ma partiamo dall’inizio.

Un paio d’anni fa mi è stata assegnata una supplenza al biennio di un istituto tecnico, in una prima e due seconde dell’indirizzo turistico. La prima era molto turbolenta (come, a dire il vero, la maggior parte delle prime degli ultimi anni, in qualsiasi tipo di istituto), ma si trattava di ragazzi tutto sommato affettuosi con cui sono riuscita a impostare, in qualche modo, un percorso sensato. In una delle seconde mi sono decisamente divertita, e credo anche i ragazzi, che appena prima di Natale, quando ho dovuto cedere il posto al docente titolare, mi hanno regalato un mazzo di fiori e una loro foto di classe, che tengo ancora orgogliosamente in salotto. Nell’altra seconda le cose sono andate decisamente peggio: in sostanza, dal momento che ero supplente e quindi non li avrei portati fino alla fine dell’anno, e nemmeno agli scrutini intermedi, gli studenti tendevano a rifiutarsi di lavorare sia in classe sia a casa, con mia grandissima frustrazione. In una delle ultime lezioni, constatando il palese disinteresse generale, ho persino smesso di spiegare fissando la classe nelle palle degli occhi in silenzio totale fino al suono della campanella.

Ed è proprio qui che è avvenuto il fattaccio.

Tema in classe: testo argomentativo. Una delle tracce (quella “incriminata”) riguarda l’importanza dello studio delle lingue straniere nella società globalizzata: dato che all’indirizzo turistico si studiano tre lingue, avevo ritenuto che i ragazzi avessero vari argomenti da portare a favore della propria scelta. Non a torto, dato che proprio questa, alla fine, è risultata la traccia preferita dalla classe. Uno dei ragazzi mi chiede se può consultare il pc di classe per recuperare un articolo da lui letto qualche tempo prima e servirsene come fonte per arricchire le sue argomentazioni. Glielo permetto, a patto che citi la fonte, cosa che avviene correttamente. Nel giorno fissato per il compito ci sono alcuni assenti: poco male, quando tornano riesco a ripescarli e a far loro svolgere regolarmente il tema. Costoro, che recuperano, mi chiedono se possono andare a farlo nella biblioteca della scuola: non ho nulla in contrario, considerando che copiare un tema equivale a un suicidio.

Giunge il momento della correzione. Tra una cosa e l’altra, mi prendo in ritardo, correggo prima altre verifiche (sbagliando completamente a organizzarmi, lo ammetto) e finalmente mi appropinquo a questi temi. Sotto gli occhi me ne trovo uno in cui la studentessa afferma che nel mondo di oggi non è affatto importante conoscere le lingue straniere perché “ci sono dirigenti che siedono in poltrona non sapendone nessuna”. Mi chiedo cos’abbia capito la ragazza di come va il mondo e perché abbia scelto quella scuola, faccio le mie correzioni e passo oltre. Apro un tema, scritto da una delle ragazze che avevo spedito in biblioteca e ricopiato solo parzialmente, e già mi girano le scatole perché devo correggere una bruttacopia in matita. Mi appresto a leggerla, ed ecco che scatta il campanello d’allarme. Una delle frasi infatti dice una cosa come “durante i miei studi universitari, ho molto apprezzato gli esami di linguistica”. Studi universitari COSA, che sei in seconda superiore? La fatalità vuole che mi trovi nella stessa stanza con mia sorella, che sta utilizzando il pc. Con occhi strabuzzanti le chiedo se per piacere mi cerca su Google quella frase, ed ecco uscire tra i risultati un articolo trascritto paro paro nel tema che ho di fronte. Fulmini e saette, porchi e bestemmie. A questo punto, mentre le correzioni procedono, quando vedo una frase che mi sembra avere una sintassi corretta e un lessico adeguato la digito su Google. Ed ecco che scopro che ben tre altri studenti mi hanno fatto lo stesso scherzetto, due addirittura scegliendo lo stesso articolo come archetipo, la terza facendo una fusione di due testi. E’ ormai evidente che mi stanno prendendo per i fondelli. Conseguenza logica: voto 3, e in allegato la stampa degli articoli da cui i temi risultano copiati. Supposta dinamica della copiatura: cellulare (per chi ha svolto il compito in biblioteca) o ricerca su Internet a casa e lavoro di scriba a scuola (per chi è stato regolarmente presente in classe).

Il lunedì successivo è il giorno fatidico della riconsegna. Prima di recarmi in classe da loro, ho la mia ora settimanale di ricevimento genitori: ecco arriva una madre tutta trafelata, senza appuntamento, che chiede di potermi parlare urgentemente perché ha visto il voto ricevuto dalla figlia, e non ci vuole credere perché “la ragazza in italiano è sempre andata bene”. La metto di fronte all’evidenza, mostrandole il tema e l’articolo del quale esso è una copia. La madre ribatte ponendo il problema dell’imminente fine del quadrimestre, con conseguente impossibilità, per la ragazza, di recuperare il votaccio. Mi pare di averle risposto che sarebbe bastato fare un po’ meno i furbi per evitarlo direttamente, e di aver poi attutito i toni, per evitare che si arrivasse allo scontro frontale, ricordando che si trattava solo della prima parte dell’anno, e che c’era ancora tutto il secondo quadrimestre per evitare altre figuracce di questo genere. Tuttavia, mi sono congedata dalla signora con la sensazione che, secondo lei, la colpa del 3 e della sua irreparabilità fosse tutta mia, dato che mi ero presa tardi con la correzione impedendo la pianificazione del necessario recupero.

Arrivo in classe con la sensazione che stia per scoppiare la bomba atomica. Appena apro la porta, la LIM è accesa e porta a tutto schermo, ed evidenziata col mouse, la parte del regolamento d’istituto secondo cui il docente è tenuto a restituire i compiti corretti dopo massimo 15 giorni dal loro svolgimento. Si tratta di terrorismo psicologico in piena regola. Immediatamente mi vengono contestati i 3, che giustifico mostrando ai ragazzi stessi gli articoli che hanno copiato. La figlia della signora che mi ha visitato rimane muta in un angolo e arrossisce. Un’altra nega recisamente di aver mai visto l’articolo da me reperito. Un’altra ancora si giustifica affermando di aver cercato degli “spunti” a casa, e che non capisce come mai al suo compagno l’ho permesso e a lei no. Ricordarle che lui in primo luogo me l’aveva chiesto, e in secondo luogo aveva integrato gli argomenti nel testo in modo appropriato e soprattutto aveva citato la fonte, non porta a nessun risultato. L’alunna insiste per andare a chiamare la preside e denunciarle il mio supposto abuso. Non posso fare altro che lasciarla correre in presidenza. Nel frattempo inizio ad avere un tremore alle mani.

La preside arriva dopo un paio di minuti. La ragazza le rifà il resoconto, me presente, di quanto accaduto, insistendo sul tasto delle tempistiche di correzione non rispettate. La dirigente dà un colpo al cerchio e uno alla botte, ricordando a me che non sarebbe fuori luogo dare agli studenti una documentazione a corredo della traccia, affinché funga da spunto di riflessione, e agli studenti che la correzione di elaborati voluminosi come i temi può essere particolarmente laboriosa. Dura e definitiva la condanna della copiatura. Alla fine, tutto sommato, non ne esco sconfitta. Mi permetto di fare un’osservazione finale a lungo termine alla ragazza sul piede di guerra: “Quando farai la tesi di laurea, se non citerai le fonti su cui basi quello che dici, l’autore del documento originale potrà denunciarti per plagio.” Risposta: “Ma la tesi dovrò farla tra dieci anni!”. Ammetto che non ho ancora ben capito il senso di questa frase sibillina: forse, per quando sarà il momento, le copiature saranno talmente tante e sovrapposte (conturbatae come i basia di Catullo) che sarà impossibile risalire all’originale?