Gestione dello spazio

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Il cruccio principale dello studente pigro nello scrivere un tema è cercare il modo migliore per riempire il foglio dando mostra di aver scritto un sacco pur non avendo nulla da dire. A tal proposito gli stratagemmi da lui messi in atto possono essere di vario tipo:

  1. la supercazzola, ovvero il rimestare i soliti due-tre concetti con parole diverse oppure direttamente con le stesse parole. Se fatta bene è quasi un esercizio di sofistica: per studenti pigri fino a un certo punto;
  2. il foglio coi margini, normalmente staccato dal centro di un quaderno a righe: esso permette di scrivere su una mezza riga che è circa l’80% di una mezza riga intera, permettendo dunque allo stesso testo di occupare il 20% di spazio in più che in un foglio protocollo d’ordinanza;
  3. ricopiare la traccia, magari saltando qualche riga dall’intestazione; questo metodo tuttavia permette di recuperare massimo 4-5 righe rivelandosi dunque di efficacia relativa;
  4. incollare il foglio con tutte le tracce: con le dovute cautele e centrando il foglio come si deve, tale metodo può far guadagnare fino a mezza facciata;
  5. la spaziatura dopo i paragrafi, possibilmente facendo coincidere i paragrafi stessi con i punti fermi: così si guadagnano dalle 5 alle 12 righe, in funzione del numero dei capoversi;
  6. scrivere una riga sì e una no raddoppiando così di botto lo spazio occupato dal testo. Antisgamo proprio;
  7. scrivere enorme possibilmente con grafia tipo elementari, occupando la mezza riga con due-tre parole;
  8. scrivere piccolissimo e addurre ciò come scusa dissimulatoria della brevità del testo (“non è il tema che è corto, sono io che scrivo piccolo”).

Amanuensi

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Il sottotitolo di questo post può ben essere Come sia possibile copiare un tema e credere di farla franca. Com’è noto, infatti, il tema di italiano è l’unico compito in classe in cui non si richiede agli studenti di separare i banchi, dal momento che in questo caso, non essendoci esercizi da svolgere o domande a cui rispondere, ma essendo necessario, al contrario, esprimere e argomentare il PROPRIO punto di vista su un argomento, copiare dal vicino non dà una speranza in più di svolgere quanto richiesto in modo corretto, ma fa fare allo studente la figura del pollastro.

Eppure, nonostante tutti i pronostici, ciò è accaduto proprio in una mia classe. Ma partiamo dall’inizio.

Un paio d’anni fa mi è stata assegnata una supplenza al biennio di un istituto tecnico, in una prima e due seconde dell’indirizzo turistico. La prima era molto turbolenta (come, a dire il vero, la maggior parte delle prime degli ultimi anni, in qualsiasi tipo di istituto), ma si trattava di ragazzi tutto sommato affettuosi con cui sono riuscita a impostare, in qualche modo, un percorso sensato. In una delle seconde mi sono decisamente divertita, e credo anche i ragazzi, che appena prima di Natale, quando ho dovuto cedere il posto al docente titolare, mi hanno regalato un mazzo di fiori e una loro foto di classe, che tengo ancora orgogliosamente in salotto. Nell’altra seconda le cose sono andate decisamente peggio: in sostanza, dal momento che ero supplente e quindi non li avrei portati fino alla fine dell’anno, e nemmeno agli scrutini intermedi, gli studenti tendevano a rifiutarsi di lavorare sia in classe sia a casa, con mia grandissima frustrazione. In una delle ultime lezioni, constatando il palese disinteresse generale, ho persino smesso di spiegare fissando la classe nelle palle degli occhi in silenzio totale fino al suono della campanella.

Ed è proprio qui che è avvenuto il fattaccio.

Tema in classe: testo argomentativo. Una delle tracce (quella “incriminata”) riguarda l’importanza dello studio delle lingue straniere nella società globalizzata: dato che all’indirizzo turistico si studiano tre lingue, avevo ritenuto che i ragazzi avessero vari argomenti da portare a favore della propria scelta. Non a torto, dato che proprio questa, alla fine, è risultata la traccia preferita dalla classe. Uno dei ragazzi mi chiede se può consultare il pc di classe per recuperare un articolo da lui letto qualche tempo prima e servirsene come fonte per arricchire le sue argomentazioni. Glielo permetto, a patto che citi la fonte, cosa che avviene correttamente. Nel giorno fissato per il compito ci sono alcuni assenti: poco male, quando tornano riesco a ripescarli e a far loro svolgere regolarmente il tema. Costoro, che recuperano, mi chiedono se possono andare a farlo nella biblioteca della scuola: non ho nulla in contrario, considerando che copiare un tema equivale a un suicidio.

Giunge il momento della correzione. Tra una cosa e l’altra, mi prendo in ritardo, correggo prima altre verifiche (sbagliando completamente a organizzarmi, lo ammetto) e finalmente mi appropinquo a questi temi. Sotto gli occhi me ne trovo uno in cui la studentessa afferma che nel mondo di oggi non è affatto importante conoscere le lingue straniere perché “ci sono dirigenti che siedono in poltrona non sapendone nessuna”. Mi chiedo cos’abbia capito la ragazza di come va il mondo e perché abbia scelto quella scuola, faccio le mie correzioni e passo oltre. Apro un tema, scritto da una delle ragazze che avevo spedito in biblioteca e ricopiato solo parzialmente, e già mi girano le scatole perché devo correggere una bruttacopia in matita. Mi appresto a leggerla, ed ecco che scatta il campanello d’allarme. Una delle frasi infatti dice una cosa come “durante i miei studi universitari, ho molto apprezzato gli esami di linguistica”. Studi universitari COSA, che sei in seconda superiore? La fatalità vuole che mi trovi nella stessa stanza con mia sorella, che sta utilizzando il pc. Con occhi strabuzzanti le chiedo se per piacere mi cerca su Google quella frase, ed ecco uscire tra i risultati un articolo trascritto paro paro nel tema che ho di fronte. Fulmini e saette, porchi e bestemmie. A questo punto, mentre le correzioni procedono, quando vedo una frase che mi sembra avere una sintassi corretta e un lessico adeguato la digito su Google. Ed ecco che scopro che ben tre altri studenti mi hanno fatto lo stesso scherzetto, due addirittura scegliendo lo stesso articolo come archetipo, la terza facendo una fusione di due testi. E’ ormai evidente che mi stanno prendendo per i fondelli. Conseguenza logica: voto 3, e in allegato la stampa degli articoli da cui i temi risultano copiati. Supposta dinamica della copiatura: cellulare (per chi ha svolto il compito in biblioteca) o ricerca su Internet a casa e lavoro di scriba a scuola (per chi è stato regolarmente presente in classe).

Il lunedì successivo è il giorno fatidico della riconsegna. Prima di recarmi in classe da loro, ho la mia ora settimanale di ricevimento genitori: ecco arriva una madre tutta trafelata, senza appuntamento, che chiede di potermi parlare urgentemente perché ha visto il voto ricevuto dalla figlia, e non ci vuole credere perché “la ragazza in italiano è sempre andata bene”. La metto di fronte all’evidenza, mostrandole il tema e l’articolo del quale esso è una copia. La madre ribatte ponendo il problema dell’imminente fine del quadrimestre, con conseguente impossibilità, per la ragazza, di recuperare il votaccio. Mi pare di averle risposto che sarebbe bastato fare un po’ meno i furbi per evitarlo direttamente, e di aver poi attutito i toni, per evitare che si arrivasse allo scontro frontale, ricordando che si trattava solo della prima parte dell’anno, e che c’era ancora tutto il secondo quadrimestre per evitare altre figuracce di questo genere. Tuttavia, mi sono congedata dalla signora con la sensazione che, secondo lei, la colpa del 3 e della sua irreparabilità fosse tutta mia, dato che mi ero presa tardi con la correzione impedendo la pianificazione del necessario recupero.

Arrivo in classe con la sensazione che stia per scoppiare la bomba atomica. Appena apro la porta, la LIM è accesa e porta a tutto schermo, ed evidenziata col mouse, la parte del regolamento d’istituto secondo cui il docente è tenuto a restituire i compiti corretti dopo massimo 15 giorni dal loro svolgimento. Si tratta di terrorismo psicologico in piena regola. Immediatamente mi vengono contestati i 3, che giustifico mostrando ai ragazzi stessi gli articoli che hanno copiato. La figlia della signora che mi ha visitato rimane muta in un angolo e arrossisce. Un’altra nega recisamente di aver mai visto l’articolo da me reperito. Un’altra ancora si giustifica affermando di aver cercato degli “spunti” a casa, e che non capisce come mai al suo compagno l’ho permesso e a lei no. Ricordarle che lui in primo luogo me l’aveva chiesto, e in secondo luogo aveva integrato gli argomenti nel testo in modo appropriato e soprattutto aveva citato la fonte, non porta a nessun risultato. L’alunna insiste per andare a chiamare la preside e denunciarle il mio supposto abuso. Non posso fare altro che lasciarla correre in presidenza. Nel frattempo inizio ad avere un tremore alle mani.

La preside arriva dopo un paio di minuti. La ragazza le rifà il resoconto, me presente, di quanto accaduto, insistendo sul tasto delle tempistiche di correzione non rispettate. La dirigente dà un colpo al cerchio e uno alla botte, ricordando a me che non sarebbe fuori luogo dare agli studenti una documentazione a corredo della traccia, affinché funga da spunto di riflessione, e agli studenti che la correzione di elaborati voluminosi come i temi può essere particolarmente laboriosa. Dura e definitiva la condanna della copiatura. Alla fine, tutto sommato, non ne esco sconfitta. Mi permetto di fare un’osservazione finale a lungo termine alla ragazza sul piede di guerra: “Quando farai la tesi di laurea, se non citerai le fonti su cui basi quello che dici, l’autore del documento originale potrà denunciarti per plagio.” Risposta: “Ma la tesi dovrò farla tra dieci anni!”. Ammetto che non ho ancora ben capito il senso di questa frase sibillina: forse, per quando sarà il momento, le copiature saranno talmente tante e sovrapposte (conturbatae come i basia di Catullo) che sarà impossibile risalire all’originale?

Tema di Italiano – FAQ

(Spin off di questo post, nel quale la questione del tema è affrontata in modo più generale.)

Lo svolgimento del tema di italiano, che dovrebbe svolgersi in raccoglimento, religioso silenzio, e soprattutto solitudine, è regolarmente funestato da domande di ogni genere, più o meno sensate, che gli studenti rivolgono al docente. Eccone qui un campionario:

  • Q.: Se non ho il foglio protocollo, posso usare un foglio a buchi? A.: (da pronunciarsi con occhio che scaglia lingue di fuoco) NO. Se non siete provvisti di fogli protocollo, fate una colletta e mandate uno di voi in cartoleria.
  • Q.: Devo piegare il foglio a metà? A.: Dopo otto anni di temi, non sono domande da farsi. CERTO che devi.
  • Q.: Cosa devo scrivere come intestazione? A.: Come hai intestato i compiti finora? Nome cognome classe data, tema di italiano!
  • Q.: Devo copiare la traccia? A.: Mi basta il numero per capire quale hai scelto! (Di solito, comunque, la traccia viene copiata integralmente, per occupare più righe nel foglio. Beata ingenuità.)
  • Q.: Lo spazio più largo (del foglio protocollo a righe, n.d.a.) va in alto o in basso? A.: Spazio alto in alto, spazio basso in basso. E comunque, hai mai osservato come sono orientati i fogli nei quaderni a righe che hai utilizzato finora? (Domanda inutile: non sono mica quelle le cose che osservano.)
  • Q.: Devo proprio scrivere in corsivo? A.: Innanzitutto, perché non ve lo insegnano più? Comunque, a me interessa che il testo sia in qualche modo leggibile e comprensibile. Unica condizione: evitare lo stampato maiuscolo a tappeto, che mi impedisce di vedere dove usate le maiuscole. (Manco a dirlo, pure questa condizione viene spesso negletta.)
  • Q.: Posso usare un foglio a quadretti? A.: Al limite solo per la malacopia. (E possibilmente bianco. Ho visto malacopie fatte su fogli di ogni colore dell’iride e corredate da disegnini più o meno artistici. Tra l’altro, a copiatura non conclusa, diventando dunque il vero Tema a tutti gli effetti.)
  • Q.: Posso scrivere la malacopia in matita? A.: ASSOLUTAMENTE NO, perché nel caso in cui tu non finisca di copiare in bella non potrei correggerla. (E puntualmente mi trovo cose da correggere in matita. Non mi resta che ovviare fotocopiando il testo e correggendo sulla fotocopia. Ascoltatemi quando vi parlo, piccoli cialtroni.)
  • Q.: Posso usare la cancellina? A.: Basta che non sia necessario stenderla col rullo come l’asfalto.
  • Q.: Quanto lungo dev’essere il tema? A.: Dalle due colonne e mezza alle quattro colonne. (E ogni volta vi sono temi stitici di una colonna e mezza, scritti larghi, e colossali produzioni che occupano tre fogli protocollo.)
  • Q.: Se non ci bastano le tre ore, possiamo usarne un’altra? A.: DOVRETE PRIMA PASSARE SUL MIO CADAVERE.
  • Q.: E allora, se non riusciamo a finire di copiare, come facciamo? A.: Mettete un dannatissimo asterisco sulla malacopia, e continuerò a correggere da quel punto.
  • Q.: (Verso la fine delle prime due ore) Ma io ho già finito il tema. Posso iniziare a copiare anche se non siamo ancora alla terza ora? / Ma io non ho ancora finito. Posso continuare la stesura nella terza ora? A.: La suddivisione di stesura nelle prime due ore e copiatura nella terza è DEL TUTTO INDICATIVA. AUTOGESTITEVI. (E tutte le volte c’è qualcuno che poltrisce per due ore e poi corre come un dannato nella terza, producendo una cosa al limite dell’umano.)
  • Q.: Se nel tema metto un concetto che c’è anche nel dossier e però sapevo già di mio, devo citare lo stesso il documento dov’è contenuto? A.: (Fumano i neuroni) Qui siamo al limite della filosofia teoretica, caro. Vedi tu.
  • Q.: Mi dice un sinonimo di *insert random word here*? A.: Ce l’hai un vocabolario, sì? (Risposta di rimando: non l’ho portato perché pesava.)
  • Q.: Come si scrive *insert random word here*? A.: Vedi sopra.
  • Q.: (Consegnando il compito) Capisce la mia scrittura? A.: Se ti mostro il codice di Tucidide con scolii che ho dovuto portare all’esame di paleografia greca, capirai che non avevi motivo di farmi questa domanda.

Le ultime ore del sabato

L’orario disgraziatissimo che mi è toccato in sorte quest’anno (pur con i dovuti ringraziamenti a tutti gli dèi superi e inferi per avermi fatto lavorare) prevede che, in una delle mie terze, le due ore unite di italiano siano le ultime due del sabato. Ciò, come si può comprendere, dà adito ai più selvaggi sfoghi di stanchezza da fine settimana, con conseguenti sforzi da parte mia per mantenere in classe un clima vagamente umano. Inoltre parliamo di quarta e quinta ora, cioè immediatamente dopo ricreazione: questo significa che già ricondurre il gregge in aula può non essere così semplice e veloce.

Sabato scorso, in particolare, ho dedicato la prima di queste due ore alla consegna e correzione (individuale, alla cattedra, modello confessione) dei saggi brevi che ho fatto svolgere alla classe per casa in preparazione al compito scritto (così sanno bene come fare e si tranquillizzano un pochino; non so perché ma il saggio breve li terrorizza a morte. E poi c’è la questione del voto, che i fanciulli vivono come se fosse il marchio che definisce infamia e rispetto: ci vorrà uno sforzo a parte per convincerli che non è quello che determina il loro valore). Già è difficile limitare il caos facendo lezione normalmente; in un caso del genere è un attimo arrivare all’apocalisse. Cosa che puntualmente avviene: il gruppo dei maschi si dedica al libero sghignazzo, originato perlopiù da doppi sensi osceni su cose a cui un comune mortale non penserebbe mai. Ogni cinque minuti circa, dunque, interrompo la correzione, alzo la testa e provvedo a zittirli. All’ennesima interruzione mi scoccio e dico: “Insomma, vogliamo smetterla? Non posso mica passare tutto il tempo a farvi la predica. Ho solo due corde vocali e mi servono per lavoro!”.

Ragazzina in primo banco: “Ma le corde vocali sono solo due?”.

“Beh, certo! Non avete mai visto una sezione dell’apparato fonatorio?!”.

“No!”.

“Beh, allora ve lo spiego io. Le corde vocali sono due lembi di tessuto che, più o meno accostati e più o meno tesi, producono il suono con il passaggio dell’aria. (La classe sgrana gli occhi.) Perché, quante credevate che fossero?”.

Sempre alunna in primo banco: “Dieci!”. Laringe umana come un sitar.

Altra alunna: “Ma non sono i gatti che ne hanno dieci?”.

Allibisco, tronco lì il discorso e con le mani nei capelli riprendo a correggere. Dopo un po’, ovviamente, riprende l’atmosfera da mercato, e intervengo di nuovo: “E’ in momenti come questo che auspicherei il ritorno della naia”.

Un fanciullo (beata ignoranza) chiede: “E che cos’è?”.

“La leva obbligatoria, il servizio militare! Non sarebbe male un annetto negli alpini, a portar fusti di obici su per i monti innevati insieme ai muli, che tra l’altro a volte si incacchiano”.

Altra puella in primo banco: “Ma io ho sentito che i muli non sono cattivi!”.

“Possono anche esserlo, e se un mulo scalcia ti fracassa le costole. E comunque bisogna stare attenti a non confondere mulo e asino, ché in dialetto si chiamano ‘musso’ tutti e due ma sono bestie diverse”.

Puella: “Ah, è vero! Il mulo è quello che va indietro, vero?”.

“No, quello è il gambero”.

Terza liceo scientifico. Che sia il caso di riferire al collega di scienze?

(A parte questi svarioni isolati, che tra l’altro mi hanno fatto sorridere per tutto il weekend, e il clima da caserma senza caserma, si tratta di una bella classetta che nonostante tutto è curiosa e interessata; se mi fanno lavorare decentemente e stanno attenti potrei anche avere delle belle soddisfazioni. Si tratta solo di essere l’avente diritto, a questo punto. Speriamo.)

Stereotipi da tema (conditi da acidità sparsa)

Dato che quest’anno non ci facciamo mancare nulla, mi è toccata in sorte anche la funzione di commissario interno agli esami di Stato per la mia quinta ragioneria serale. Proprio questa mattina ci siamo dedicati alla correzione degli scritti, e in un colpo solo mi sono fatta la prima prova e la sezione di storia della terza prova. Per quanto riguarda i temi, la maggior parte degli alunni, come sinceramente c’era da aspettarsi, ha svolto il saggio breve di ambito scientifico-tecnologico (sul modo in cui la connettività ha cambiato la comunicazione), ossia “il tema dei telefonini”. In sostanza, la chiave della maggior parte degli elaborati stava nell’affermare che i telefonini, gli smartphone, Facebook e Whatsapp ci rendono più connessi ma in realtà siamo tutti più soli e bisognerebbe tornare alle vecchie abitudini quando tutte queste cose non c’erano e allora sì si comunicava davvero. Svolgimenti da poco sforzo, guidati anche da una documentazione francamente banalotta (che potete trovare qui, per chi non l’ha vista: sfogliate il fascicolo). Il bello è che affermazioni del genere potrebbero quasi essere credibili se provenissero da mia nonna, ma coloro che le hanno prodotte stanno appiccicati al telefonino tutto il giorno, postano su FB ogni mezz’ora, mi chiedono su Messenger consigli per la tesina (costruita ovviamente tutta con materiali trovati in Rete), e talora hanno utilizzato il cellulare anche durante le verifiche (chi ho scoperto è stato duramente punito, non se ne dubiti).

In sostanza, il saggio breve di italiano scritto, non solo all’esame di Stato, ma a scuola in generale, anziché essere il banco di prova per esprimere e argomentare il proprio punto di vista su un dato argomento, usando e commentando criticamente documenti, è di fatto un lavorio su luoghi comuni intervallato da spezzoni di testi altrui finiti lì con il meccanismo del copia-incolla. Spesso, addirittura, manca una vera e propria tesi. In questi miei primi anni da correttrice di temi ho già osservato alcuni topoi prevedibili e ricorrenti, diversi dei quali ho ritrovato stamattina correggendo. Per il principio del mal comune mezzo gaudio ecco qui un breve elenco che inizia con quanto massicciamente osservato oggi e prosegue sparsamente ad libitum con stereotipi relativi a tracce diverse (conditi da commenti acidi sparsi).

  • Ora possiamo comunicare più facilmente con Internet e i telefonini, ma in realtà siamo tutti più soli e bisognerebbe tornare a parlarsi davvero come una volta. (Parli tu che sei sempre su FB a postare cagnetti pucciosi e foto degli aperitivi con le amiche.)
  • Gli SMS hanno impoverito il linguaggio riducendo drasticamente il lessico dei giovani d’oggi. (Autoconsapevolezza.)
  • Oggi i bambini crescono traviati da mille giochetti tecnologici, mentre dovrebbero divertirsi all’aria aperta come una volta. (Stavolta è anche vero. Qui dipende dai genitori, dall’ambiente, dagli amici, da un sacco di cose. Ok, questo commento non è abbastanza acido.)
  • Una volta, per conoscere una ragazza, si usciva e si andava al bar o nei locali, mentre oggi si va su Internet e si inizia a chattare con lei. (Veramente i marpioni nei locali li trovo ancora, per quel poco che ci vado. Oltre che su Internet.)
  • Bisognerebbe leggere più libri. (Tutti a comprare il seguito delle 50 sfumature di grigio.)
  • La vera bellezza è quella interiore. (Vai dall’estetista una volta a settimana, snobbi i ragazzi che non sono fighi come dici tu e mi aspetti che io ti creda.)
  • Una volta le coppie si amavano davvero e stavano insieme tutta la vita, adesso divorziano dopo poco tempo. (Non è che, dato che il divorzio non c’era, marito e moglie erano costretti a restare insieme anche in caso di corna e maltrattamenti, no no.)
  • Una buona istruzione è fondamentale per affrontare le sfide della società. (Esame di coscienza.)
  • Sapere le lingue è fondamentale per il mondo del lavoro. (Dunque studiale davvero e non fare i compiti per casa con Google Translate.)
  • Il futuro è in mano ai giovani, che costruiranno un mondo migliore. (Bene, datti da fare.)

Vita sociale

Qualche settimana fa ho avuto il visitone nel liceo artistico dove a fine novembre mi hanno assegnato 4 ore di italiano in una prima. (Per le tempistiche relative all’anno scolastico, ahimè, non c’è altro da biasimare che il perverso meccanismo delle graduatorie: che lo dimonio se lo porti. Almeno sono lì fino a giugno, per fortuna.) Sapevo benissimo che non avrei avuto molto da dire ai genitori; tuttavia, proprio perché ero arrivata lì da poco, e anche dato l’alto numero di casi di DSA e BES nella classe, ho atteso padri e madri proprio con l’idea di sentire da loro quello che dovevo sapere riguardo i loro figli. Avendo solo una classe, però, il mio orario di ricevimento era ridotto, e dopo un’ora e mezza ho raccolto armi e bagagli e ho iniziato a scendere le scale.

Giunta sul pianerottolo, ho trovato un gruppo di miei studenti, che erano venuti a scuola al seguito dei genitori. Li saluto e dico che me ne sto andando. Una ragazzina con le punte dei capelli color turchese mi risponde:

– Ma se ne va? C’era mio papà che voleva parlarle.

– Certo, cara, ma il mio orario di ricevimento è scaduto già da mezz’ora: se tuo papà ha bisogno di parlarmi può venire al ricevimento mattutino o, al limite, possiamo anche concordare un incontro pomeridiano, basta organizzarsi.

– Ma almeno mi può dire com’è andato il compito di epica di questa settimana?

– Ti dico la verità: non li ho ancora guardati, per il semplice motivo che ne ho già tanti da correggere fatti ancora prima del vostro.

Estraggo dalla valigetta la cartellina rigonfia di verifiche e la mostro ai ragazzi. La ragazzina dunque mi fa: – Allora non avrà una vita sociale!

– Eh, più o meno no: noi insegnanti, quando non siamo a scuola, passiamo gran parte del nostro tempo proprio a correggere compiti. Quindi, cari miei, portate pazienza se qualche volta vi trovate di fronte a un insegnante con le scatole girate, perché spesso è solo perché lavora talmente tanto che non riesce neanche a uscire per andare a mangiarsi un gelato.

– Allora il gelato glielo offro io!

– Sì, dai: l’ultima lezione che faremo prima delle vacanze di Natale portiamo una vasca di gelato e mangiamocela tutti quanti! Però non prendetelo come un tentativo di corruzione, eh.

Prende la parola un ragazzetto con la media del 3 in italiano: – Io invece le offro una collana d’oro, orecchini, gioielli!

– Cosa ti ho detto? Sono incorruttibile! E poi è inutile che cerchi di utilizzare questi mezzi meschini per avere un voto decente in epica: ho dato un’occhiatina al tuo compito e sei sopra di sicuro.

– Davvero? E’ che epica mi piace proprio tanto, già dalle medie; poi il modo in cui la spiega lei mi piace tanto, lei è… è… *luccichio negli occhietti* BRAVISSIMA!

Arrossisco. Torna a parlare la bambina dai capelli turchini: – E’ vero, è vero! Quando spiega lei si vede proprio che le piace!

– Beh, se non mi piacesse non avrei studiato i Greci e i Romani così tanto. Che vuoi, io mi diverto con cose strane, non sono normale…

– Io sì che sono normale!

– Cosa vuoi essere normale tu, coi capelli celesti?

– Scherzo, prof!

Sorrido, mi congedo e vado. Dopo un po’ torno nell’atrio della scuola per approfittare delle bancarelle natalizie e vedo la bimba turchina accompagnata dal padre. Colgo l’occasione per un colloquio lampo, poi la ragazzina mi dice che mi deve parlare dei libri che ho loro assegnato da leggere, chiedendomi se per caso può leggerne uno che non è incluso nella lista che avevo dato. L’interesse e la sollecitudine quasi ansiosa della fanciulla quasi mi commuovono. Saluto padre e figlia e resto con un sorriso ebete tutta la sera.

Ecco, quando sono stanca o demotivata, mi basta ripensare alle faccine sorridenti dei miei alunni (che però non sono mica sempre così, eh; mi fanno dannare spesso e volentieri, e non ho ancora capito se mi manderanno in inferno, in purgatorio o in paradiso, i miei cialtronelli) e non dico che mi torna la gioia di vivere, ma il sorriso sulle labbra sì, e mi ricordo del perché ho scelto di fare questo lavoro. Ora, pur essendo l’ultimo dell’anno, torno alle correzioni dei loro compiti di epica attendendo di rivedere la mia classetta dopo il ritorno dalle vacanze.

E auguro a tutti voi un 2015 pieno di soddisfazioni e di sorrisi come questi.

Fenomenologia del tema di italiano

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Croce e delizia (ma più croce) dell’insegnamento delle lettere italiane è il famigerato TEMA. Tutto inizia fissando una data nel calendario: se tutto va bene, si sceglie quel giorno della settimana in cui il docente ha le tre ore unite; altrimenti, qualora la cattedra presenti blocchi orari di due ore al massimo (e, con gli orari sfigati che mi sono sempre capitati, questa è la mia situazione tipo), si deve decidere se rompere l’anima a un collega per farsi dare l’ora precedente o successiva, dando la propria parola d’onore nel giurare su tutte le divinità supere e infere di restituirla non appena possibile, oppure iniziare il tema nel giorno in cui ci sono le due ore, portarsi a casa tutto e far finire nell’ora immediatamente successiva con copiatura, rilettura e correzioni.

Sistemato ciò, giunge per il docente il momento di scegliere le tracce, cosa che spesso è tutt’altro che una passeggiata. Una volta stabilita la tipologia del tema (narrativo? descrittivo? argomentativo), un po’ ci si inventa dei titoli da sviluppare, un po’ si cerca spunto su Internet; poi c’è lo spoglio, durante il quale, sostanzialmente, si scartano le tracce che in teoria la classe avrebbe difficoltà a svolgere.

Tutto questo sforzo per cosa? Per sentirsi dire, quando giunge finalmente l’ora di svolgere questo benedetto tema, cose del tipo: “Ma queste tracce sono troppo difficili!”, “Ma io non so cosa scrivere!”, “Ma io sono poco informato su questi argomenti!” (quando magari la traccia riguarda l’uso del registro elettronico, che fa parte della vita quotidiana dello studente). La mancanza di idee degli alunni si rivela spesso in modo tragico, sotto forma di richiesta di consultare Internet sul cellulare per prendere ispirazione. Ho avuto io stessa un dialogo siffatto con una studentessa (peraltro molto diligente e responsabile; è anche un’ottima rappresentante di classe):

– Possiamo guardare un attimo in Internet col cellulare per trovare ispirazione?

– Ovviamente no, che discorsi. Secondo te, allora, come si faceva ai miei tempi, quando non c’era Internet? *improvvisa sensazione di essere una vegliarda*

– Non vi lasciavano andare in biblioteca?

– Ma no, scherzi?

– Ma non avevate nemmeno un’enciclopedia in classe?

– Assolutamente no!

– Ma allora facevate tutto da soli?

– Certo!

– Caspita!

Comunque, dopo un breve momento di laudatio temporis acti in cui il docente depreca con tutto sé stesso l’abissale vuoto di argomenti in cui versa la gioventù moderna, una volta che gli studenti hanno un po’ deciso cosa dire e abbozzato una specie di scaletta, la scrittura dovrebbe avvenire in tranquillità e religioso silenzio, tanto che l’insegnante stesso solitamente si porta dietro uno o più pacchi di compiti da correggere per non lasciare inutilizzato il tempo di sorveglianza. Povero illuso!

Una delle prime cose che avviene è infatti il sondaggio tra gli studenti sulle tracce scelte: “Ma tu quale fai?”, “Quanti fanno la traccia 1?” (segue alzata di mani), e via discorrendo. Segue a ruota il momento delle questioni tecniche: “Devo piegare il foglio a metà?”, “Lo spazio più largo va in alto o in basso?”, “Posso scrivere sul foglio delle tracce?”. Seguono poi domande inquietanti del tipo: “Ma se faccio la traccia 1 invece della 3 prendo un voto più basso?”, “Se scrivo qualcosa con cui lei non è d’accordo mi mette insufficiente?” (!) (solitamente rispondo “Per me puoi scrivere anche che Nostro Signore è morto di freddo, ma argomentamelo con decenza”), “Ma per la traccia 2 quanto vuole che scriviamo come minimo?”, “Se scrivo di meno/di più prendo un voto più basso/più alto?” (non capendo che l’obiettivo è produrre un testo chiaro e coerente evitando gli estremi della stitichezza verbale e della supercazzola ben prematurata).

Dopo queste domande, per così dire, preliminari, ecco che l’insegnante riabbassa il capo sulla pila di verifiche, ma solo per un paio di minuti: infatti si sta già per avvicinare alla cattedra il primo di una processione di alunni in cerca del responso della Pizia. A dubbi del tipo: “Mi può dire un sinonimo di ‘sega elettrica’/’colloquio di lavoro’/’esperimento scientifico’?”, “Con quante T si scrive ‘soprattutto’?”, “‘Dapprima’ si scrive staccato o attaccato?” (e di solito, proferito l’oracolo, si può sentire una vocina gemere “Oh no! adesso devo correggere tutto!”). Insomma, questioni che si possono risolvere TRANQUILLAMENTE con un dizionario decente. Ma, dal momento che in media la pigrizia impedisce di passare un minuto a sfogliarne le pagine o semplicemente a portarlo in classe, chiedere al prof è l’opzione più comoda. C’è anche chi arriva direttamente col foglio a domandare “Va bene se scrivo così?”, e beccandosi mediamente null’altro che una bieca occhiataccia. Tra l’altro, in tutto questo andirivieni, non manca mai lo studente (che in questo caso è più spesso una studentessa) irritatissimo che protesta contro i compagni rumorosi e solitamente minaccia di finire il compito fuori dalla porta.

Dopo tre o quattro ore di tale martirio, giunge finalmente il momento della consegna. Non senza che da più parti si levino voci di dissenso da parte di studenti ancora indietro con la copiatura in bella. Stupefacente notare come, dopo anni e anni di temi, sia necessario ripetere ogni volta che basta fare un asterisco sulla brutta, ché il prof correggerà direttamente lì la parte non ricopiata. Altri dubbi ricorrenti in questa fase: “Bisogna che inserisca anche le tracce/la brutta?”, “Capisce la mia scrittura?” (al che solitamente rispondo che non ho fatto due esami di paleografia per nulla).

Sudando per lo sforzo compiuto, il docente esce dalla classe pensando con terrore al momento della correzione. Terrore che ha le sue sacrosante ragioni, in quanto in ogni pila di temi non mancano mai i seguenti casi:

  • Ortografia a casaccio. Nonostante i consigli generosamente elargiti, ecco apparire cose come “avvolte”, “in cinta”, “pò” e via castroneggiando.
  • Punteggiatura sparsa stile seminatore nel campo. Particolare orrore suscitano, in questo caso, le virgole tra soggetto e verbo oppure tra verbo e complemento oggetto (sì, mettono anche quelle). Riguardo al punto fermo l’atteggiamento è solitamente duplice: c’è chi non va mai a capo dopo averlo posto, creando immense colate laviche delle quali si stenta a capire l’articolazione, e c’è chi invece va a capo ogni volta, probabilmente per occupare più righe, col risultato di provocare crisi di singhiozzo nel lettore. Si nota inoltre una crescente moria del punto e virgola e il preoccupante uso dei due punti tra verbo e complemento oggetto (tipo “Manzoni scrisse: inni, odi, tragedie”).
  • Improprietà varie nell’uso delle congiunzioni. Si segnalano a questo riguardo pronomi relativi a chilometri di distanza dall’antecedente, nonché un mostruoso abuso di “dove” in sostituzione di qualsiasi altro nesso (esempio: “Il Medioevo era un periodo DOVE la cultura era in mano alla Chiesa).
  • Sinonimi creativi quando sarebbe più semplice utilizzare un pronome, ripetuti ciclicamente una volta esauriti, eventualmente sopperendo con iperonimi e perifrasi. Esempio: “palio di Siena/corsa di cavalli/competizione equestre/manifestazione popolare/evento folcloristico”.
  • Incipit solitamente costituito da una riformulazione della traccia.
  • Supercazzole con cui lo studente allunga il brodo ripetendo lo stesso identico concetto in tre o quattro maniere diverse. Come se il prof non si accorgesse che gliela stanno menando.
  • Padellata di cavoli propri. Quando lo studente (più tipicamente la studentessa) occupa tre quarti dello svolgimento raccontando le beghe con le amiche e facendosi scudo del fatto che la consegna permetteva di “far riferimento a esperienze personali”.
  • Copiature spudorate. Rare ma ci sono: meritano però una trattazione a sé (già pianificata, stay tuned).

Dopo la contemplazione di cotanta varietas, giunge l’ora della valutazione, che consiste tipicamente nel definire gli elaborati considerando caratteristiche specifiche stabilite da una griglia. Visto il tutto, è spesso più rapido far passare un cammello per la cruna di un ago.

Segue il doloroso momento della consegna, caratterizzato da proteste di popolo all’insegna di “Ma perché mi ha dato 5, se ho scritto quattro colonne di foglio protocollo?”, “Mi spiega perché mi ha segnato questo?”, “Perché a me 5 e mezzo e a lui 6 e mezzo?”. A volte, come se non bastasse, le contestazioni sono spalleggiate dai genitori, che arrivano al ricevimento settimanale sostenendo che “tanto la correzione dei temi è una cosa soggettiva”.

E qui mi taccio, perché dove finiscono le parole iniziEREBBERO le bestemmie, e un certo aplomb bisogna pur mantenerlo.

Assonanze

Stamattina tema nella mia terza liceo scientifico. A un certo punto un alunno si appressa alla cattedra e, con un sorrisetto tra l’imbarazzato e il beffardo, mi fa: – Prof, posso chiederle una cosa? Come si scrive “osé”?

Evitando di chiedermi come mai gli servisse tale aggettivo in un testo argomentativo, prendo carta e penna e gli scrivo O, ESSE, E CON ACCENTO ACUTO. Soddisfatto, il fanciullo se ne torna al posto, e un compagno, preso da subitanea curiosità, mi domanda: – Prof, ma “osé” cosa vuol dire?

Rispondo: – E’ un termine che viene dal francese e significa “spinto, sconcio, osceno”.

– Allora OSE’ Mourinho vuol dire “SCONCIO Mourinho”!

Non c’è nemmeno bisogno di riferire che la classe intera ha perso tutta la sua (scarsa) serietà per almeno una mezz’ora.

Per la cronaca, il fanciullo beffardo che mi ha chiesto come si scrive “osé” ha scelto una traccia riguardante il rapporto tra bellezza fisica e autostima, se cioè la considerazione che una persona ha di sé stessa sia direttamente condizionata dalla percezione che essa ha del proprio aspetto, e gli ho sentito commentare detta traccia con “MA IO SONO BELLO”. Son proprio curiosa di vedere come l’ha svolta.