Perché faccio questo lavoro

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Anche quest’anno ecco che sono giunte le vacanze di Natale, e ci sono arrivata decisamente bella carica, non tanto di energie, quanto di pacchi, e non pacchi di regali ma, naturalmente, di compiti. Con questa bella prospettiva, è facile sentirsi stanchi in anticipo, anche prevedendo quello che si può trovare durante la correzione: compiti scritti su fogli a buchi pietosamente pinzati dopo la consegna, titoletti e noticine scritti in rosso (e che dunque vanno a confondersi con le correzioni: ho iniziato a dire ai fanciulli che la penna rossa è simbolo del potere e che quindi posso usarla SOLO IO) o in colori random dell’iride, monosillabi in risposta a domande aperte, gestione dello spazio del foglio tale che non è possibile fare correzioni perché non si capisce dove farle, grafie gallinacee e sgrammaticature varie. In effetti la tentazione di cedere al nervosismo e di sbranare i compiti in un cartaceo sparagmos è sempre dietro l’angolo.

Però mi basta fermarmi un attimo prima, lasciar perdere per qualche minuto la pila di verifiche che ho davanti e ritornare un po’ indietro con la mente, per ricordarmi perché faccio questo lavoro.

Mi viene in mente, per esempio, una classe seconda di un istituto tecnico, che ho avuto con italiano e storia per un paio di mesi durante una supplenza. Al netto delle prevedibili distrazioni quotidiane, era la classe in cui in quel momento lavoravo meglio, e, dato che il programma di storia prevedeva la tarda repubblica romana e le prime dinastie imperiali, non ho visto l’ora di poter fare qualche approfondimento, tirando in ballo anche qualche termine latino indicante, che so, le cariche pubbliche, o i valori fondamentali della società romana. Il mio incarico si chiudeva subito prima di Natale, e durante l’ultima ora di lezione ecco che la rappresentante di classe esce con una scusa e torna con un enorme mazzo di fiori e con un pacchettino contenente la loro foto di classe incorniciata (che tengo ancora in salotto). Nel biglietto, tra le altre cose, c’è scritto: “Grazie per averci insegnato cose che non avremmo mai creduto di imparare, come il latino”.

Mi viene anche in mente una supplenza che ho fatto in una scuola di montagna, un liceo scientifico, arrivando con la neve e andandomene che era già estate. Classe seconda, italiano e latino. C’è un ragazzino che capisce tutto al volo, adora le materie letterarie, e che si è iscritto lì semplicemente perché il liceo classico più vicino era completamente fuori portata. Studiare gli piace, e tanto, e si vede. In classe sua ci sono i soliti compagni casinisti, lui da un lato ci soffre perché vorrebbe seguire in pace le lezioni, dall’altro vorrebbe che lo accettassero. Si fa i risvoltini, ma non credo che gli piacciano. Ha letto Una barca nel bosco della Mastrocola, e ci si è rivisto tutto. Ogni tanto mi dice cosa legge e se gli piace me lo consiglia. Io gli dico che se all’università non va a fare lettere ce lo porto io prendendolo per le orecchie. Ogni volta che entro in classe sorride. Una mattina arrivo e lo vedo serio. “Che c’è, tutto bene? Qualcosa non va?”. “Ah, no, si figuri, è la mia faccia normale”. Allora sorride solo davanti a me. Il cuore mi diventa piccolo così.

Stessa supplenza, classe terza, latino. La classe complessivamente è buona, anche qui dev’esserci qualche classicista mancato. Il parterre maschile è particolarmente vivace e ogni volta mi serve uno sforzo quasi fisico per non rotolare a terra dalle risate. C’è un ragazzo romeno con la media del 3, debito non sanato nel primo quadrimestre. È un po’ isolato rispetto agli altri, non ha sempre il materiale, non capisco subito in che misura mi segua, anche se mi fissa con un paio di occhi scuri che non sorridono quando sorride lui. Faccio una delle solite battute cretine con cui inframmezzo le spiegazioni: lui è il primo che ride. Allora segue. (È sempre stato il primo a ridere, segno che era molto più sveglio di quanto non apparisse.) Compito di traduzione: alla correzione mi trovo di fronte un compito da 8. Cerco di capire se ha copiato e da dove. I compagni che erano intorno a lui hanno fatto errori diversi e preso un voto più basso. La forma non corrisponde a eventuali traduzioni online. L’8 è tutto suo. Chissà cosa gli è scattato. Verifica di grammatica: il ragazzo mi si blocca di fronte a un esercizio sulle interrogative. Me ne accorgo e gli suggerisco di iniziarlo dalla parte in italiano. Trova il manico dell’esercizio e va avanti tranquillo. Alla consegna vedo che ha abbozzato qualcosa anche della parte in latino. Il voto finale è ben oltre la sufficienza. Compito molto buono anche in letteratura. Giuro che non so cosa gli ho fatto.

Ricordo bene anche suo padre, un omone robusto con la stessa faccia tonda del figlio, con le mani da contadino e con un italiano un po’ stentato. Al ricevimento mi dava del “voi” (cosa linguisticamente corretta dal suo punto di vista, ma che mi ha intenerita). Nel momento in cui gli ho detto che era importante che suo figlio studiasse latino anche perché la Romania è figlia della provincia di Dacia, ha fatto un sorriso che non dimenticherò mai più, come se per un attimo fosse tornato a casa.

L’anno successivo, quello del TFA. Liceo delle scienze umane, classe terza, latino. Una ragazza di colore vivacissima tiene banco tra le compagne; non ha un rendimento eccelso ma ha una reattività e un interesse più unici che rari. Ho sempre davanti agli occhi il suo entusiasmo nello scoprire il ruolo fondamentale dell’Africa nella storia di Roma dalle guerre puniche in poi, e la gioia nel venire a sapere che Terenzio, il padre dell’humanitas, di cognome faceva Afro, veniva da Cartagine e aveva la pelle scura.

L’anno scorso, seconda scienze umane, italiano. C’è una ragazza con problemi di salute. Quando è a scuola è interessata e appassionata, soprattutto quando si parla di letteratura. Le do qualche consiglio di lettura, e, dopo aver letto I dolori del giovane Werther, libro in cui mi dice di aver trovato riferimenti a temi che la toccano nel profondo, scopre che le piace Goethe e si mette a leggere il Faust. Qualche tempo dopo mi chiede consiglio su Dostoevskij: a casa ha qualche suo libro ma non sa da dove iniziare. Le suggerisco di partire con Le notti bianche, che è breve, per fare una prova. Ne resta folgorata. Più tardi mi ringrazia infinitamente per averle fatto scoprire il suo autore preferito.

Sempre l’anno scorso, quinta scienze umane, storia. Una classe che, seppur con una storia difficile, trovo meravigliosa, con cui riesco a fare molti approfondimenti interessanti incontrando l’entusiasmo degli allievi (ricordo ad esempio certe lezioni sulla rivoluzione russa, durante la quale abbiamo visto tante foto della famiglia Romanov e tanti manifesti di propaganda, e sulla prima guerra mondiale, che seguivamo sulle cartine mentre indicavo le zone di battaglia con una lunga canna di bambù, stile generale ottocentesco). Li accompagno in gita a Praga. Mentre stiamo tornando verso l’autobus intorno a mezzanotte, dopo un giro serale, mi si avvicinano due alunne e, probabilmente incoraggiate dall’atmosfera di festa, mi dicono: “Sa, prof, molti degli insegnanti che abbiamo avuto ci considerano degli sfigati per quello che è successo durante gli anni scorsi, e quindi non credono che possiamo rendere più di tanto”. Non ho mai udito parole tanto dolorose. Ho detto loro quello che pensavo, ossia che non erano affatto una classe di sfigati, e che al contrario potevano fare grandi cose e ne avevano tutte le potenzialità, cosa che vedevamo anche a lezione. Volevo abbracciarle.

L’altra sera a cena. Siamo alla cassa. Una delle cameriere del ristorante mi chiede se insegno italiano e se quest’anno ero agli esami di maturità dello scientifico. Alla mia risposta affermativa, dice: “Mi ricordo di lei, ero a sentire l’esame di mia sorella, e solo a sentire come poneva le domande e come correggeva e integrava le risposte, si sentiva la passione che mette quando insegna”.

Al di là dell’impegno che posso mettere nella preparazione delle lezioni o della precisione con cui posso valutare verifiche e interrogazioni, se il terreno è fertile, il raccolto è abbondante, e torna molto più di quanto si sia seminato.

Ecco perché voglio fare questo lavoro.

E ora riprendo la fida penna rossa e torno alle mie verifiche.

Ponte dei sospiri

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L’immagine veneziana a commento del post si fa per me metafora di questo ponte dell’Immacolata, durante il quale sto recuperando ore di sonno ma sto anche sospirando parecchio a causa delle verifiche da correggere, tra cui in particolare ne spicca una di storia assegnata in una delle mie classi prime, sulle civiltà fenicia, ebraica, minoica e micenea. Durante le spiegazioni mi pareva di formulare frasi di senso compiuto e di essere compresa dal mio uditorio, e la lezione precedente alla verifica è stata dedicata al ripasso. Eppure essa è stata un florilegio di perle assortite di cui le più eclatanti sono le seguenti.

  • Esercizio con cartina muta su cui indicare il luogo di origine delle quattro civiltà della verifica (dopo spiegone sul fatto che la parte grigia fosse il mare e quella bianca la terra): gli Ebrei sono stati collocati in mezzo al mare (a sud del Peloponneso, a nord di Creta). Può darsi che sia per questo che non ebbero problemi col mar Rosso.
  • Definizione di “alfabeto fonetico”: “alfabeto con le sillabe; era un alfabeto molto particolare. Bensì all’inizio non si scriveva ma si parlava, è un miscuglio di altri alfabeti preso dopo la conquista dei popoli” (sic).
  • Definizione di “lineare B”: “era una stele dove era scritto un alfabeto scritto”; “la parte della fase neopalaziale quando avviene il secondo crollo”; “tavoletta in cui sono riportate delle scritture in scrittura alfabetica”.
  • Attribuzione della datazione a eventi storici: guerra di Troia -> 66 d. C.; liberazione degli Ebrei dall’Egitto -> 132 d. C.
  • Cosa succede allo Stato ebraico dopo la morte di Salomone? “inizio dell’attesa del Messia”; “toccherà ad Alessandro Magno sconfiggere Tiro e liberare gli Ebrei”.
  • Qual è la condizione degli Ebrei in età ellenistica? “migrano ad Alessandria d’Egitto dove vengono fatti schiavi dalle popolazioni che erano già stanziate su quel territorio. Solo nel 66 d. C. con l’intervento dell’imperatore Agostino gli Ebrei vengono liberati e possono tornare a casa”; “Ebrei che vengono conquistati da Alessandro Magno che li deporta a Babilonia”; “profeti che”univano” l’uomo con dio (sic) e condannavano la fede esteriore”.
  • Quali sono le cause della fine della civiltà minoica? “popolo minoico invaso dai Persiani aiutati dai popoli orientali e dai micenei” (sic. Almeno i Micenei li ha azzeccati, comunque).
  • Descrivi la società micenea. “Il popolo miceneo si riuniva formando le BABECIS” (Che caspita siano non è dato saperlo).
  • Commento del celebre affresco di Cnosso raffigurante la taurocatapsia (qui sotto in foto): a parte che nessuno è stato in grado di scrivere il termine correttamente (con problemi anche a scrivere “tauromachia”, che sarebbe comunque stato accettabile), l’immagine è stata variamente associata al vitello d’oro e (chissà come mai) ai profeti ebrei oppure al toro di Falaride (le macchie bianche sul ventre sono state scambiate per fiamme); altre risposte: “la loro credenza per i tori è nata quando il dio Zeus si trasformò in un toro bianco e fece innamorare di sé una donna che si fece costruire un travestimento da vacca”; “a me sembra una punizione che magari è dovuta alla trasgressione di una legge del popolo cretese”; il toro è stato definito “minotauro”.

Si sente il bisogno impellente di una verifica di recupero.

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Con-correre

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Proprio in questi giorni si stanno svolgendo le ultime prove scritte per il concorso a cattedre. Noi di lettere le abbiamo sostenute il 2 maggio (italiano, storia e geografia), il 9 maggio (latino) e il 13 maggio (greco), quindi coloro che si sono cimentati col triplete hanno terminato un paio di settimane fa. Dato il modo compulsivo in cui siamo stati costretti a prepararci (il bando, a lungo annunciato e più volte rimandato, è infine uscito la sera del 26 febbraio, e peraltro ne ho visto l’annuncio poco dopo aver varcato in autobus il confine italiano, di ritorno dalla gita a Praga con la mia quinta; dunque abbiamo avuto due mesi per prepararci sul TUTTO, lavorando) e a svolgere le prove stesse, ho avuto seriamente bisogno di un periodo di ripiglio, per tornare in pari col lavoro arretrato e per rendermi conto di cos’era successo.

Nel frattempo, sono fiorite sul web e fuori dal web molte considerazioni sul concorso, volte soprattutto a mettere in luce la lampante sproporzione tra il tempo concesso e ciò che veniva richiesto ai candidati: in una media di 15-20 minuti a domanda, eravamo invitati a elaborare verifiche comprensive di griglia di valutazione, lezioni comprendenti anche non meglio specificati interventi rivolti a ipotetici studenti con Bisogni Educativi Speciali (e specificare la tipologia di bisogno è fondamentale per individuare l’intervento più adatto), unità di apprendimento con collegamenti interdisciplinari e persino programmazioni triennali. Da notare, inoltre, che per le prove di latino e greco non era consentito l’uso del dizionario, che comunque nessuno, date le tempistiche strettissime, avrebbe potuto consultare con calma. Non mancavano, per concludere, domande relative al valore formativo delle materie oggetto d’esame in termini di orientamento dello studente allo studio o al lavoro, con specifico riferimento alle normative: in questo caso non so chi abbia fatto davvero riferimento alle normative indicate, o abbia avuto in mente qualcosa di più specifico del contributo delle materie letterarie allo sviluppo dello spirito critico dello studente et similia.

Anche evitando di considerare aspetti strettamente organizzativi quali la nomina delle commissioni al penultimo minuto e l’assenza di griglie di valutazione standardizzate, salta clamorosamente all’occhio la differenza di questo concorso rispetto a quelli passati, e in particolare a quelli che si sono tenuti fino al 1999: in quell’anno, gli scritti di lettere prevedevano, per italiano, il commento di un brano a scelta tra uno di prosa e uno di poesia e un’ipotesi di utilizzazione didattica, mentre per latino e per greco a questo si aggiungeva anche la traduzione (per greco, non in italiano ma in latino), per la quale era previsto l’uso del dizionario. Tempo concesso: 8 ore. Ecco, noi in 150 minuti abbiamo dovuto fare sostanzialmente la stessa cosa per sei volte, e poi rispondere a quesiti di comprensione su due brani in inglese. A questo punto viene spontaneo chiedersi come sia possibile che, in sostanza, ci venga chiesto di fare in 20 minuti quello che alla passata generazione di docenti si chiedeva di fare in 8 ore: viene il sospetto che la qualità discriminante, nel nostro caso, sia la sovrumana velocità sia di organizzazione sia di digitazione, e non tanto l’autentica conoscenza della materia e l’approccio critico ad essa, impossibili da dimostrare senza tempo per riflettere né per rileggere e correggere. Personalmente ho avuto l’impressione che mi si chiedesse di essere una specie di juke-box di unità di apprendimento. La domanda finale che ci si pone è dunque relativa a quale tipo di docente questo concorso intenderebbe selezionare, e a quali obiettivi educativi tale docente si dovrebbe rifare una volta messosi di fronte agli alunni.

Per concludere, mi limito a citare un passo di Nietzsche che a sua volta un collega ci ha girato dopo le prove scritte, giusto per ricordare come la velocità convulsa che ci si chiede vada contro l’approfondimento e lo spirito critico in generale, e contro il metodo filologico, proprio delle nostre materie, in particolare.

Filologia… è quella onorevole arte che esige dal suo cultore soprattutto una cosa, trarsi da parte, lasciarsi tempo, divenire silenzioso, divenire lento, essendo un’arte e una perizia di orafi della parola, che deve compiere un finissimo attento lavoro e non raggiunge nulla se non lo raggiunge lento. Ma proprio per questo fatto è oggi più necessaria che mai; è proprio per questo mezzo che essa ci attira e ci incanta quanto mai fortemente, nel cuore di un’epoca del ‘lavoro’, intendo dire della fretta, della precipitazione indecorosa e sudaticcia, che vuol ‘sbrigare’ immediatamente ogni cosa, anche ogni libro antico e nuovo; per una tale arte non è tanto facile sbrigare una qualsiasi cosa, essa insegna a leggere bene, cioè a leggere lentamente, in profondità, guardandosi avanti e indietro, non senza secondi fini lasciando porte aperte, con dita ed occhi delicati… (F. Nietzsche, Aurora. Pensieri su pregiudizi morali, trad. it. di F. Masini, in B. Gentili, Poesia e pubblico nella Grecia antica. Da Omero al V secolo, Milano 2006 (4^ edizione), 329)

L’onore delle armi

Per un insegnante, il primo incarico ha sempre qualcosa di speciale. Quanto a me, devo ammettere che sono stata fortunata, perché, un paio di mesi dopo la laurea, armata soltanto di messe a disposizione inviate a tappeto in tutto il territorio provinciale, sono stata chiamata per tenere alcuni corsi di recupero di Italiano in un liceo artistico e delle scienze sociali. Ma questo ancora non conta come esperienza scolastica vera e propria, perché si tratta comunque di un incarico che rimane al di fuori dell’attività didattica ordinaria. Successivamente, l’abbondanza di curricula di cui ho tempestato anche le scuole private mi ha fatto guadagnare un incarico annuale in un centro studi, che è stato sufficientemente traumatico da guadagnarsi un post a sé, presto venturo. (Ho una quantità incredibile di cose che ho promesso di scrivere qui, e che prima o poi scriverò, non si tema.) Nel maggio di quell’anno scolastico campale, tuttavia, ho ricevuto la prima chiamata come supplente vera e propria: due settimane di italiano e storia nel triennio di un istituto tecnico per geometri, per sostituire una collega in infortunio. Ero talmente su di giri che per calmarmi ho irrazionalmente messo sul fuoco una moka di caffè.

Il giorno successivo arrivo a scuola e passo in segreteria; mi vengono rapidamente date alcune indicazioni sullo svolgimento dei programmi nelle varie classi e vengo catapultata in aula, dove improvviso qualcosina in base agli ultimi argomenti affrontati dalla docente titolare. Un po’ alla volta, anche grazie alle indicazioni dell’insegnante, inizio a ingranare e prendo le misure delle classi che ho davanti.

Classe quinta: finisco Svevo e inizio Pirandello in italiano; introduco il fascismo in storia. Dato anche che si avvicinano gli esami di maturità, gli studenti sono attentissimi e zittissimi, tanto da farmi quasi soggezione.

Classe quarta: Romanticismo e introduzione a Manzoni in italiano; Rivoluzione industriale in storia. Gli studenti sono una manica di allegri cialtroni, coi quali è un piacere lavorare, anche nel segno delle battute di spirito e della presa per i fondelli reciproca. (Esempio: sorveglianza durante lo svolgimento di un saggio breve sulla diffusione dell’alcolismo tra i giovani. Soddisfo la curiosità di alcuni alunni, i quali fanno mostra di essere ometti vissuti, raccontando loro come è nato lo spritz, che ammetto di aver abbondantemente consumato durante gli anni patavini. Conclusa la breve spiegazione, un alunno mi fa: “Beh, dato che ne sa così tanto, il tema potrebbe farcelo lei!”. Risposta: “Stando a quello che mi avete detto, più che un tema voi potreste scrivere un trattato!”.) Con alcuni alunni ho mantenuto ottimi rapporti anche ben dopo la fine della supplenza.

Classe terza: concludo Boccaccio e passo a Petrarca. Una classe decisamente ostica, che mal sopporta il fatto di dover obbedire a una supplente. Spesso il caos è tale che fatico a sentire la mia stessa voce mentre spiego. Alla fine del ciclo di lezioni su Boccaccio, è in programma un compito, il testo del quale mi viene fornito dall’insegnante titolare. Un paio di lezioni prima della verifica, vengono alla cattedra le rappresentanti di classe, una delle quali, anche a lezione, è particolarmente sul piede di guerra e mi dà contro qualsiasi cosa io dica. Sic stantibus rebus, l’ostilità è graziosamente ricambiata. La fanciulla in questione, tra l’altro, si è resa protagonista di un memorabile intervento in cui, dopo la lettura della novella boccacciana di Federigo degli Alberighi, ha affermato di non aver capito se la donna, alla fine, mangia l’uccello. (A fatica mi son trattenuta dal risponderle che sì, è successo, e probabilmente in entrambi i sensi, tipo la matrona di Efeso.) In sostanza, vogliono evitare il compito con la scusa di aspettare la fine della supplenza per svolgerlo “con la loro docente”. Diplomaticamente, e sapendo che giammai l’avrebbero avuta vinta, rispondo che sentirò l’insegnante. Com’è ovvio, alla fine la classe, pur riluttantissima, fa il compito lo stesso. Prima di concludere la mia esperienza lì, faccio a tempo a fare un paio di interrogazioni, in una delle quali il malcapitato studente, richiesto di riassumere la trama della novella di Federigo degli Alberighi, risponde che “alla fine muore il falcone, quello che combatteva i mafiosi”. (Queste e altre maccheronate boccacciane compaiono anche qui.) In conclusione, passo gli ultimi dieci minuti di lezione in quella classe declamando un’improvvisata e roboante catilinaria in cui chiedo agli alunni di immaginarsi, dopo qualche anno, impegnati nella presentazione di un progetto di fronte a un uditorio che li ignorasse completamente. In tal modo ottengo dalla classe gli unici dieci minuti di attenzione nel giro di due settimane. Alla fine la classe (e in particolare quell’alunna) mi ha stremata talmente che ancora qualche mese dopo, quando, girando per il centro, ne incrocio qualche studente (e lei in particolare), evito il contatto visivo e sono tentata di cambiare marciapiede.

Una sera del settembre successivo, tuttavia, accade l’inaspettato. Sono seduta al tavolino esterno di un bar a sorseggiare un prosecchino in compagnia, quando un fioraio ambulante indiano mi porge una delle sue rose rosse. Sto per mandarlo via, credendo che voglia vendermela, ma l’ambulante mi indica alcune ragazze a un tavolo un po’ più in là, dicendomi che me la mandano loro. Mi giro a guardare e non credo ai miei occhi: è un gruppetto di alunne di quella terza, comprendente anche la rappresentante bellicosa. Le fanciulle mi salutano con un sorriso e mi ringraziano per il breve periodo che ho passato con loro. Lì per lì sorrido come una scema, ricambio il ringraziamento e non so che altro dire. Abituata come sono a diffidare delle manifestazioni di affetto degli studenti (la malfidata captatio benevolentiae è sempre dietro l’angolo), mi serve qualche minuto per capire che effettivamente il dono della rosa è nato da autentica stima, e probabilmente da quella forma di stima che si ha per un avversario che ha opposto fiera resistenza. Giro per tutta la sera con la rosa in mano, e quando torno a casa la infilo in un vaso e la metto in bella mostra in studio.

Forse è proprio in quel momento che mi sono convinta che la scuola è il posto che fa per me.

Perdita di orientamento, sive Maccheronate geografiche

Prof: “Come si traduce ‘ad Tarentum’?”
Alunno: “VERSO TORONTO!”

In un quaderno di appunti di Istituzioni di Diritto Romano:
“Come si trova scritto nelle NOTTI ARTICHE di Gellio…”

Ripetizioni di latino con il mitico G. Stiamo traducendo la frase “in hiberna legiones reduxit” (“ricondusse le legioni negli accampamenti invernali”).
G.: – “Ricondusse le legioni…”
Io: – Bene! Ora ti resta solamente “in hiberna”.
G.: – “In Spagna”!
Io (con caduta braccia incorporata): – Ma no, che cavolo dici? Invece di sparare a caso, guarda sul dizionario…
G. (trovando “Hibernia”): – Aaah, allora in Irlanda!
(Poveri soldati di Cesare, che erano nella Gallia Belgica! Che giro gli abbiamo fatto fare!)

Traduzione: “Iuno regina” -> “Giunone di Reggio”.

Versione di latino: “Antonio e Cleopatra”.
Antonio, dopo essere stato sconfitto ad Azio… “Inde in Aegyptum fugit”.
Traduzione: “Dall’India fuggì in Egitto”.

Lezione di latino. Dobbiamo tradurre dall’italiano “si rifugiò a Tarquinia, antichissima città dell’Etruria”. Il ragazzo inizia bene:
– Confugit Tarquiniam, in antiquissimam urbem…
– Benissimo! Adesso ti manca solo “dell’Etruria”, che è semplice. Infatti Etruria si dice esattamente…
– ERITREA!!!

ITAQUE (“quindi”) = ITACA.
Praticamente, un francesismo.

Contestualizzando il personaggio di Orazio:
– Dove nacque il poeta?
– A Venosa, nel 65 a.C.
– Bene! E dove si trova Venosa?
– Venosa non è il vecchio nome di VeneSia?
-….
– Ah no? Eppure i nomi sono simili… Vabbè mi son confusa con Verona.
(A occhio si è confusa pure con Catullo, la puella…)

Traduzione italiano-latino. C. ha tradotto “casa bianca” non con “domus alba” ma con… CASABLANCA!

Seneca, “La consolazione alla madre ELVEZIA”.

“Omnia munda mundis”: tradotta con “tutto il mondo è mondo” e subitaneamente corretta con “tutto il mondo è paese”.

“Cuniculum ad Veientem arcem” (galleria verso la cittadella di Veio) = “Galleria verso il Vietnam”.

“Prusiae regnum” (“il regno di Prusia”, sovrano della Bitinia, che ospitò Annibale sconfitto dai Romani) = “Il regno di Prussia”.

“Usus Caesar virtute et fortuna sua Perusiam expugnavit” (Cesare, utilizzando il suo valore e la sua fortuna, espugnò Perugia) = “Cesare avendo espugnato il Perù….”. Secondo altri: “Cesare … espugnò la Persia”.

Nella versione: “auxilia” (truppe ausiliarie)
Nella traduzione: “truppe australiane”.

“Sit tibi terra levis” (“Ti sia leggera la terra”) = “Che tu possa ottenere la terra di Levi”.

Lezione di Latino.
– Parlami dei discorsi di Cicerone contro Antonio.
– Ah, sì! Le Filippine!

“Auster per biduum flaverat, postremo in Africum se vertit”
“Austro aveva biondeggiato per due giorni, alla fine se ne era andato in Africa”
(lett. “L’Austro aveva soffiato per due giorni, alla fine si era mutato in Africo”)

“Procas, rex Albanorum” (“Proca, re degli Albani”) = “Proca, re dell’ALBANIA”.

Traduzione di una versione di greco. Capita la seguente frase:
“L’esercito di Alessandro marciava contro Basilea.”
(No, l’impero macedone non si è espanso sulle Alpi… semplicemente Alessandro marciava ἐπὶ τὸν βασιλέα, “epì tòn basilèa”, cioè “contro il re”…)

Compito di greco. Un alunno traduce ἡ ἐν Μαραθῶνι μάχη (la battaglia di Maratona) con “la battaglia di MARADONA”.
Nella correzione, il professore aggiunge vicino: “e di Falcao”.

Versione di greco da Senofonte sulle condizioni di pace imposte da Sparta dopo Egospotami. La frase che suonerebbe “Gli Ateniesi avrebbero dovuto distruggere il Pireo” viene tradotta da un’alunna come “Gli Ateniesi avrebbero dovuto distruggere i Pirenei”.
Curiosità: la puella tornava da una lunga vacanza in… Grecia.

Da varie fonti mi giungono segnalazioni di storpiature del leopardiano “Dialogo della Natura e di un Islandese”
– Dialogo della Natura e di uno Svedese
– Dialogo della Natura e di un Irlandese
A quanto pare per lo studente medio funziona così: “Dialogo della Natura e di un *inserire Stato nordico random*”.

Verifica di Letteratura italiana sulla poesia amorosa del Due-Trecento: vi è una tabella da completare con i dati delle principali correnti poetiche. Alla voce “Provenzali”, in corrispondenza della casella “luogo di nascita e diffusione”, un puer ha scritto “AFRICA DEL NORD”. Faccio mente locale: durante lo svolgimento, i ragazzi mi avevano chiesto un chiarimento sulla tabella, al che ho risposto con una battuta: “Beh, ad esempio, i Provenzali da dove volete che vengano? dall’Africa del Nord?”. Mai l’avessi fatto.

Interrogazione di storia. La prof cerca di estorcere all’allievo qualche parola sulla II Guerra Mondiale e si finisce con il parlare dello sbarco in Normandia. In una estenuante battaglia tra i due, la prof sprona il ragazzo a parlare degli alleati (ma il tizio non sa chi siano e tantomeno con chi si siano alleati) e alla fine chiede quando sarebbe avvenuto questo famoso sbarco (sè, buonasera…) e dove. Esterrefatta si sente rispondere che sarebbe avvenuto in (rullino i tamburi) LOMBARDIA!!!
La prof per evitare di strozzare il discente chiede se all’epoca la Lombardia era bagnata dal mare, poi scomparso a causa di movimenti tellurici ma il fanciullo non coglie l’ironia e risponde che evidentemente la spiegazione doveva essere quella.

Interrogazione sulle Guerre puniche. Domanda sul perché fosse scoppiata. Risposta “Per il dominio del Mediterraneo”. Domanda di conseguenza: “Dove si trovava Cartagine?” Risposta: “In Austria!”.

Spiegazione di Storia:
– Il gladiatore trace Spartaco diede inizio a una rivolta servile, che prese avvio appunto dalla scuola gladiatoria di Capua. Sapete dov’è Capua, vero?
– E’ un’isola del Mediterraneo?

Compito di Geografia: “Lo stretto dei GARGANELLI”.

Verifica a sorpresa di storia in una 4^ liceo: “I Portoghesi e gli Spagnoli si spartirono il Sud America con il trattato di TORTILLAS”.

Lezione di Geografia: “Dov’è il Messico?” “In Spagna”.
In senso MOLTO lato.

Interrogazione di storia.
Prof: – Con quale mezzo Garibaldi si spostò insieme ai Mille da Quarto a Marsala?
Alunna: – In treno!
Prof: – All’epoca dell’Unità d’Italia l’unica strada ferrata dello Stivale era la Napoli-Portici, e inoltre fra Quarto e Marsala c’è un bel po’ di mare…
Alunna: – E vabbè, usò un treno subacqueo!!!
Prof (esasperata): – Perchè, l’astronave l’aveva dal meccanico per caso????

Meditazioni quaresimali (sive Maccheronate religiose)

Ripetizioni di latino.
Io: “Bene, G., traduciamo l’espressione PAUCIS DIEBUS”.
G.: “Ok… PAUCIS è ‘della pace’, mentre DIEBUS sarà Dio… no?”

“super maria volans” (volando sopra i mari) -> la super Madonna volante…

Ille dicit se suorum factorum paenitere (Egli dice di pentirsi di ciò che ha fatto) = “Quello dice che lei si è pentita di essersi fatta suora”

Compito in classe, al primo anno di latino. La frase era “Achilles in tabernaculum redit” (Achille ritorna nella tenda).
Alla traduzione “Achille torna nel tabernacolo”, la prof. corregge con un “non è un’ostia consacrata”.

“Varus tribunus Romam hodie relinquet” (il tribuno Varo oggi lascerà Roma) = Il varo della tribù romana odia le reliquie

“Invidiam suorum civium” (l’invidia dei suoi concittadini) = “l’invidia delle suore”

Vere dignum et iustum est, aequum ac salutare -> In primavera è degno e giusto anche salutare un cavallo
(lett.: È veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza)
– formula tratta dalla Messa in latino –

“Candelabra magni pretii” (“candelabri di gran valore”) -> “candelabri del gran prete”

Sperat adulescens diu se victurum (lett. Il giovane spera di vivere a lungo) = L’adolescente spera in Dio per il vitto

“Missa tempore belli” (Messa in tempo di guerra) = “Messa nel bel tempo”.
(In realtà esistono delle orazioni di Messa da recitarsi a quest’intenzione quando le piogge diventano una calamità naturale, ma si chiamano “ad postulandam serenitatem”.)

“Domine ad adiuvandum me festina” (Signore, vieni presto in mio aiuto) = “Le signore aiutano al soccorso!”

Pronuncia maccheronica del latino ecclesiastico. Nelle litanie lauretane “Consolatrix afflictorum” diventa “Consolate san Vittorio” e “Regina Sanctorum omnium” diventa “Regina del santo demonio”. “Exsurge in adjutorium crucisque signo demones, hostes fugato fulmina, pestes febresque grandines” Antifona dei Santi Vito Modesto e Crescenza) diventa: “Gesù gennaio torio osi che si o remore, o stella amato fulmina, este Modeste in grandine”. “Tantum ergo Sacramentum” diventa “Tanto m’ergo e sacramento”; “et in terra pax hominibus” diventa “ed in terra passa il minibus”.

Interrogazione su Ariosto, classe IV: “Parlami delle Satire, facendo un breve excursus a partire dalla letteratura latina”.
Alunna: “La Satira è stata creata da LUCIFERO…”
La prof strabuzza gli occhi.
Alunna: “No, scusi, da LUCIGNOLO!”
Risata dei compagni. Lucilio si rivolta nella tomba.

Episodio a me riferito: “Mi cade l’occhio su una versione di Livio (nella fattispecie XXI, 62), sulla frase “C. Atilius Serranus praetor vota suscipere iussus…”: il traduttore in erba ha reso il tutto con un bel “a Serrano fu ordinato di prendere i voti”. E va bene. Ma poi osservi meglio e vedo che questa frase è stata cancellata per lasciare il posto a quest’altra: “il prete C. A. Serrano fu costretto a intraprendere la carriera ecclesiastica”. Il monaco di Monza, in pratica.”

Altro episodio a me riferito: “Oggi a ripetizioni correggendo una versione di una mia allieva mi sono imbattuto nella seguente frase: “Quod pater pius es, filiam tuam peto in matrimonium”. La pargola aveva pensato bene di renderla con la seguente traduzione: “Poichè tu sei Padre Pio, chiedo tua figlia in matrimonio”.
Non so più a che santo votarmi…”

Interrogazione di Letteratura latina.
– Qual era lo stile di vita predicato dagli Epicurei?
– Beh, di sicuro non andavano in chiesa!

Seconda linguistico, lezione di latino.
– Vi ricordate chi era Amilcare?
– Sì! Uno dei Re Magi!!!

Spiegazione del prof. di storia: “… così i Sumeri grazie alle loro scorte di grano riuscirono a scampare alla carestia.”
Durante l’interrogazione:
Prof.: “Bene M., parlami dei Sumeri.”
M.: “I Sumeri sono molto importanti perchè grazie alle loro conoscenze e alle loro abilità riuscirono a sconfiggere l’EUCARESTIA.”
Prof: “Come?!?! Beh, almeno sai cos’è l’eucarestia?”
M.:”Certo! Quel periodo che precede la Pasqua!”

Interrogazione di storia greca. L’alunna espone: “Temistocle era ARCIVESCOVO di Atene…”
Prof.: “Arcivescovo? Cosa stai dicendo?”
Alunna: “Mi ricordavo che la carica iniziava per ‘arc’…”

Lezione universitaria di Filologia ed esegesi neotestamentaria. Il prof se ne esce con la seguente frase: “Perchè anche le Ultime lettere di Jacopo Ortis sono un romanzo EPISCOPALE!”
Deformazione professionale?

Riscrivendo la storia

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Correzione del compito di storia. Leggo la seguente frase:
“L’imperatore Traiano giunse in AMERICA e la conquistò”.
Spiegazione del mistero: negli appunti c’era scritto “Armenia”. Leggo la stessa frase anche nel compito di un compagno, che ha copiato da lui senza chiedersi il senso di quanto stava scrivendo.

Interrogazione di storia.
Alunno: “Carlo Magno era un monaco.”
Io: “Un monaco? Sei sicuro?”
Alunno: “E come! Lo dice il libro.”
Ecco cosa diceva il libro: “La prima e più famosa biografia di Carlo fu scritta da Eginardo, probabilmente intorno all’830. Nel suo lavoro, questo monaco di nobile famiglia entrato alla corte di Aquisgrana utilizzò documenti ufficiali…”

Ripetizioni di storia greca. Il fanciullo espone ciò che ha studiato.
“Alessandro sconfigge definitivamente i Persiani nella battaglia del Guatemala.”
(A parte che la risposta esatta è Gaugamela, sapevo che l’impero di Alessandro era ben vasto, ma non credevo così tanto!)

Lezione di storia in seconda scientifico.
– E fu così che Galla Placidia, sorella dell’imperatore Onorio…
La classe mi guarda sconcertata. Più di una voce mi risponde:
– Ma Galla Placidia era un uomo!
– Ma come, un uomo? Dove cavolo l’avete sentita una cosa del genere?
– Ce l’ha detto il prof di arte: Galla Placidia aveva anche una moglie, Artemisia…
Vi lascio immaginare il percorso mentale fatto dai pueri. Anch’io ci ho messo un po’ a capire che la chiave stava nel Mausoleo, che prese il nome da Mausolo re di Caria…

A lezione di storia spiego la guerra greco-gotica.
– Il re ostrogoto Totila venne sconfitto da Narsete, generale dei Bizantini, che era eunuco.
Un’alunna mi fa: – Nel senso che veniva dall’Eunuchia?
Segue spiegazione su cosa sia un eunuco, e conseguenti cinque minuti buoni in cui i maschi della classe si danno l’un l’altro tale appellativo. Parvemi di aver sentito anche un “to mare eunuco”, variante dell’insulto scherzoso veneto “to mare omo” ossia “tua madre uomo”.

Spiegazione di Storia:
– Il gladiatore trace Spartaco diede inizio a una rivolta servile, che prese avvio appunto dalla scuola gladiatoria di Capua. Sapete dov’è Capua, vero?
– E’ un’isola del Mediterraneo?

Direttamente dai compiti di Storia: “Adriano soffoca una rivolta in GIUDECCA.” Ostregheta!

Sempre dai compiti di Storia: “Traiano raggiunge la massima DISTENSIONE”.

SEMPRE dai compiti di Storia, letteralmente: “Cesare conquista l’Allessandria […] questa guerra ricordata anche per il bombardamento della biblioteca…”.

PER L’ENNESIMA VOLTA dai compiti di Storia: “Nel primo triumvirato c’era l’avvocato Marco Tullio Crasso, appartenente alla nobile gens Iulia”. MALNATO STUDENTE! Cicerone verrà a prenderti e ti punirà!

Nella catena di suggerimenti susseguitisi durante il suddetto compito, la “moralità tradizionale” propugnata da Augusto si è trasformata in “normalità tradizionale” nonché in “mortalità tradizionale”. Sono quasi teneri nella loro speranza di poter farla franca.

Interrogazione sugli Egizi. L’alunna espone:
“Il Nilo ogni anno usciva dagli argini e lasciava sulle sponde il… il… quella cosa lì… so che aveva una I e una M… ecco: il TIMO!”
“No, cara, il timo è quello che si mette nell’insalata di pomodori.”

Correzione compito di Storia.
Nella stessa risposta (peraltro errata, la domanda richiedeva di parlare dei FLAVI e non dei GIULIO-CLAUDI).
– (Tiberio) siccome era stato scoperto che aveva intenzione di fare una congiura fu condannato a morte.
– Caligola voleva trasformare il pontificato in una monarchia civile.
– Claudio era sposato con Agrippina che però tradiva con Cleopatra.
– (nella parte riguardante Nerone; al posto di “congiura dei Pisoni”, presumo) CRISI DEL PISTILLO.

Da un compito di storia dello scorso autunno. Leggo esterrefatta: “Claigola (sic) fu congiuriato dai pretorati”. L’ipotesi dell’attacco momentaneo di dislessia mi pare da escludere, in quanto l’alunno, più tardi, mi ha esposto questo concetto con le stesse identiche parole. Sospetto trattarsi di un caso di possessione da parte di Luca Giurato.