Sogni mostruosamente proibiti

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Nel mondo della scuola, l’avvento della tecnologia digitale ha cambiato molte cose: si pensi soltanto al registro elettronico, che ha praticamente mandato in pensione quello cartaceo (che era duplice, di classe e del professore) e permette anche a genitori e allievi di avere sott’occhio in ogni momento la situazione; si aggiunga la LIM, che arricchisce la didattica di molteplici possibilità; inoltre, ci sono perfino alcuni istituti che dotano gli studenti di un badge che, strisciato in un apposito totem all’ingresso, permette di registrare in automatico assenze, ingressi e uscite.

Tuttavia la parte più faticosa del nostro lavoro non è la didattica, e nemmeno la burocrazia scolastica, ma la gestione della disciplina, che ogni giorno ci consuma un sacco di energie e fa sì che, ogni volta che torniamo a casa, dobbiamo fissare il vuoto per almeno una mezz’ora prima di riprendere conoscenza e metterci a fare una qualsiasi attività. Considerando la questione tra il serio e il faceto, ho provato a pensare a quali ipotetici e avveniristici strumenti tecnologici potrebbero dunque esserci d’aiuto in ciò.

Innanzitutto, quanti di noi, durante le verifiche, girano continuamente per la classe sondando con lo sguardo sopra i banchi, sotto i banchi, dietro i termosifoni e per terra e richiamando gli studenti non appena fanno gesti inconsulti o si chinano troppo verso una direzione qualsiasi o chiamano un compagno (a cui magari stanno chiedendo una gomma), con il risultato di lasciarsi magari sfuggire scopiazzi madornali che avvengono alle nostre spalle mentre, appunto, stiamo attenti ad altro? Purtroppo Argo dai cent’occhi era solamente una creatura mitologica, siamo esseri umani (magari a volte pure un po’ rimbambiti) e può sempre scapparci qualcosa. Che cosa potrebbe offrirci di meglio la tecnologia, in questo caso, che un bel drone da compito? Esso, in assistenza al docente che gira per i banchi, potrebbe sorvolare gli studenti intenti allo svolgimento della verifica e con un sensore percepire eventuali anomalie nel comportamento ed emettere un segnale di richiamo o eventualmente sparare una freccetta con ventosa che vada a colpire il banco o lo studente stesso (senza effetti contundenti). Segnali di richiamo e freccette andrebbero poi contati e, a seconda del loro numero, influirebbero per sottrazione sul voto della verifica.

Un altro dei principali motivi per cui il docente medio, tornando a casa, sente il bisogno di fissare il vuoto è il livello dei decibel prodotti dalla classe, soprattutto se quest’ultima è particolarmente numerosa, e ultimamente succede molto spesso, soprattutto al biennio, con classi che superano tranquillamente i 30 allievi. Richiamarli collettivamente implica fare un torto a quelli che vogliono stare attenti, e richiamarli singolarmente significa ricevere proteste del tipo “ma non sono mica solo io”, e in ogni caso dopo pochi minuti si è quasi sempre ai passi di prima. Stando così le cose, quest’anno mi sono scaricata sul tablet l’app del fonometro, per misurare il rumore prodotto dalla classe facendo capire agli studenti che dover spiegare con un rumore di fondo di 70 decibel di media significa dover farsi capire da uno che ha una motocicletta a un metro dalle orecchie. Ogni tanto vagheggio la possibilità di installarne uno da muro direttamente collegato al registro elettronico, che, superata una certa soglia (che potrebbe essere collocata, per ipotesi, intorno agli 80 decibel, che è veramente tanto) un tot di volte o per un tempo abbastanza prolungato, metta direttamente una nota.

Altro problema quotidiano della vita di classe sono le uscite per andare in bagno, diritto sacrosanto e intoccabile dello studente, certo, ma l’approfittarsene è all’ordine del giorno, sia negli scopi (per andare alle macchinette, a rifarsi il trucco, a messaggiare col moroso o con la morosa, o anche semplicemente a farsi un giro…) sia nella frequenza (capita spesso, infatti, che lo stesso alunno chieda di uscire più volte al giorno, anche in ore consecutive). A tal proposito utilissimo sarebbe avere in classe un totem tipo quello dell’ufficio postale, che permetta all’alunno di selezionare il motivo per cui chiede di uscire (bagno, bagno urgente, segreteria, telefonata a casa, distributori automatici ma solo dopo educazione fisica…) dandogli un ticket col suo numero di turno, basato sulle richieste del plesso; un apposito display gli indicherebbe quando poter uscire.

In effetti, tuttavia, tali strumenti semplificherebbero certo la vita dell’insegnante e ne allevierebbero lo stress, però forse risulterebbero “poco formativi” e decisamente pavloviani, con un effetto che ricorda un po’ quello dei recinti elettrificati nei pascoli. L’idea è che gli studenti dovrebbero imparare come comportarsi attraverso il confronto con i compagni e con gli insegnanti, al di là di automatismi e tecnologie di questo genere. Ma fantasticare rimane comunque molto bello (e drone da compito, fonometro da muro e ticket del bagno rimangono ancora dei marchingegni usati come spauracchio per ottenere con ironia un minimo di disciplina), e, continuando a ruota libera con i deliri, il sogno didattico più fantastico (e forse più proibito) che mi viene in mente è quello degli “outfit da lezione”, ossia di poter far lezione abbigliata in modo acconcio all’argomento. Spiegare gli Egizi vestita da Nefertiti o la Divina Commedia vestita da Beatrice, per capirci. Sarebbe indubbiamente fichissimo. Ma richiederebbe un numero indefinito di risorse in termini di abiti e accessori e una capacità di cambiarsi d’abito al limite del trasformismo, e quindi risulterebbe perciò stesso impraticabile. In ogni caso, dato che è un sogno molto bello, mentre sono in classe e spiego immagino lo stesso di trovarmi negli ambienti che descrivo, di avere davanti ciò di cui parlo, e magari di essere davvero vestita come Aspasia, monna Vanna o Gertrude, e mi pare di spiegare un po’ meglio.

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Andiamo a fare cosa, di preciso?

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Ormai la notizia della traduzione di Andiamo a comandare in latino, fornita a una classe liceale come esercizio scolastico, è arcinota, essendo partita, come ben sappiamo, da Twitter e quindi rimbalzata nel web in modo rapidissimo da un sito all’altro. Le reazioni generali sono state entusiaste (esempi: qui, qui e qui, con anche un servizio su La vita in diretta dedicato all’argomento), e i punti messi in evidenza sono stati soprattutto, dal punto di vista relazionale, l’abilità del docente di suscitare l’entusiasmo della classe e, dal punto di vista didattico, la capacità di utilizzare un testo ben noto agli studenti per far riflettere sulle strutture grammaticali del latino, utilizzando anche in modo sapiente termini della lingua d’uso.

Ora, a suo tempo, appena mi hanno segnalato ciò, dopo un’iniziale titubanza dovuta al mio scarso gradimento verso questo tormentone estivo, mi sono decisa a dare un occhio al testo latino per vedere com’era la resa, notando diverse cose che mi convincevano poco, che non riuscivo a comprendere, o che secondo me erano palesemente errate. Tuttavia, nei vari commenti agli articoli che ne parlavano risuonava un collettivo osanna, che mi ha instillato il fugace dubbio di essere io a non capire un accidente. Ho quindi sottoposto il testo ad amici latinisti e colleghi per un riscontro, e siamo stati tutti d’accordo sul fatto che questa versione presenta criticità diffuse. Dal momento che nessuno sembrava averle notate, mi/ci è venuto spontaneo pensare che nessuno si fosse effettivamente preso la briga di leggere il testo, e che ci si concentrasse piuttosto sulla simpatia che la scelta di Andiamo a comandare ha suscitato presso gli studenti (e non solo). Ero dunque sul punto di intervenire per proporre una sorta di disamina della versione, ma sono stata egregiamente preceduta dai giovani di GrecoLatinoVivo, che l’hanno fatto in modo molto puntuale, aggiungendo anche alcune considerazioni pedagogiche che condivido in toto.

Tuttavia l’osanna collettivo rimane, in nome della capacità di appassionare i giovani al latino. Il punto è che il compito del docente è sì quello di coinvolgere gli studenti, ma per insegnare effettivamente la lingua latina in modo corretto ed efficace, utilizzando, dunque, testi costruiti secondo le regole della grammatica e contenenti forme lessicali plausibili: l’obiettivo finale rimane questo, al di là delle trovate simpatiche. Vi è chi sostiene, alla luce di ciò, e dopo che ne sono state evidenziate le debolezze linguistiche, che la traduzione di Rovazzi in latino non vada presa sul serio, ma sia piuttosto da intendere come una sorta di parodia, fornita agli studenti come una specie di scherzo, per farli sorridere e metterli a proprio agio, sulla falsariga dell’ormai celeberrimo e maccheronico Nutella nutellae. Il punto è che in quest’ultimo caso l’intento spiritoso e parodico è evidente, mentre a Imperatum adeamus viene attribuito insistentemente, come si è visto, un ruolo didattico ben preciso, che il testo in questione non può tuttavia ricoprire in modo adeguato.

Comunque, non è detto che, per essere didatticamente efficaci, si debba essere seriosi e noiosi a tutti i costi, proponendo attività completamente svincolate dagli interessi degli studenti: soltanto, il criterio principale deve appunto essere quello della correttezza linguistica. Un bell’esempio è offerto dalla traduzione latina del Diario di una schiappa (serie che ha riscosso un successone tra i preadolescenti) con il titolo di Commentarii de inepto puero, che presenta un latino piacevole ma anche assolutamente corretto. (Ne posseggo una copia e penso che, appena ne avrò l’occasione, ne utilizzerò qualche stralcio in classe. Avendo a disposizione l’originale inglese e la collaborazione della collega, potrebbe uscirne anche un modulo interdisciplinare.)

In conclusione, mi pare proprio che Imperatum adeamus (che continua a suscitare in me innumerevoli perplessità, a partire dal titolo stesso, per l’analisi del quale rimando all’articolo di GrecoLatinoVivo sopra linkato), con tutto il polverone mediatico da essa sollevato, sia più che altro una mossa piaciona, che mira, più che a ripassare davvero la grammatica o a riprendere la pratica della traduzione, a far sì che gli studenti pensino di avere un professore originale e fico tipo Attimo fuggente: tanto, che importa se l’ablativo di canis è cane e non cani, di fronte al coinvolgimento dei ragazzi?

Come ammonimento finale sulla simpatia da suscitare con le prossime scelte didattiche, non vi è nulla di meglio delle parole di Alberto Sordi, il quale sosteneva che “quanno se scherza bisogna esse seri”.

Kafka in the school

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Uno vuole insegnare.
Il suo obiettivo è laurearsi e poi fare la SSIS.
Si laurea. Subito prima gli hanno chiuso la SSIS. Anni a tenersi occupato con dottorati, master e altre cose così.
Aprono il TFA. Bene, dai che è la volta buona.
Triplice selezione in ingresso, passata. Ottimo. Forza che finalmente ci muoviamo verso il nostro obiettivo.
Stagione allucinante di corsi deliranti ed esami.
Finalmente, abilitazione. Ma non è abbastanza: c’è il concorso.
Tre scritti strutturati in modo privo di senso.
Eoni per attenderne gli esiti.
Primo orale: passato. Ora attendiamo per fare gli altri due.
Chissà quando esce la graduatoria.
Nel frattempo viene fuori che non ci sono i posti.
Viene anche fuori che, anche se ci fossero i posti, le graduatorie non sono pronte e quindi detti posti non toccherebbero a noi.
E anche se venissimo assunti lo saremmo solo dopo un colloquio con il dirigente e con contratti triennali.
Potremmo sperare nel precariato, ma dopo 36 mesi siamo fuori pure da quello.
E se entro tre anni non siamo assunti, il concorso va rifatto.
Cazzarola, è Kafka.

Mulini a vento

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Sono sempre più convinta che per fare l’insegnante, amando la propria materia e volendo trasmetterla ai ragazzi nonostante gli ostacoli, le pastoie burocratiche e tutto il resto (riforme della scuola, precariato e selezioni comprese), si debba mantenere una parte di quell’idealismo e di speranza nel futuro che avevamo quando eravamo adolescenti noi. (Io ero già stramba e asociale, però la passione e la motivazione in ciò che facevo non mi mancavano nemmeno al liceo.) Come altrimenti parlare, che so, della bellezza della Divina Commedia, della raffinatezza retorica di Cicerone o di come l’Italia è diventata una democrazia a teenagers distratti e casinisti che, senza questi stimoli culturali, finirebbero per diventare adulti che non comprendono il mondo in cui vivono?

Senza questa sorta di “fuoco sacro”, se dovessimo guardare al fatto che la nostra professione è caratterizzata in gran parte da incombenze burocratiche, griglie di valutazione, riunioni torrenziali, gestione di alunni indisciplinati e incontri con genitori non sempre accomodanti, verremmo risucchiati in un vortice di alienazione kafkiana.

È per questo che credo che ci si debba veramente fare imitatori di Don Chisciotte.

Io per esempio i miei neuroni li ho quasi tutti bruciati: sono sulla buona strada.

La playlist del docente rock and roll

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Poiché ho ricevuto la grande notizia che per me Miss Ita… ehm, il concorso continua, eccomi qua di nuovo con libri e dispense in mano a cercare di ripassare qualcosa. Tuttavia, avendo i neuroni ormai fusi da almeno due anni consecutivi di studio ossessivo delle stesse identiche cose, non entra praticamente più nulla, e quindi ecco che, per tirarmi su il morale e recuperare almeno una parte delle mie facoltà mentali, mi do all’ascolto di qualcosa che mi ridoni energia. Però, considerando attentamente ciascuno di questi brani, ecco che si ottengono vari spunti di riflessione su singoli aspetti della vita del docente. Iniziamo dunque con
  • AC/DC, It’s A Long Way To The Top (If You Wanna Rock And Roll): rispecchia il momento della presa di coscienza della strada lunga e impervia che tu, aspirante docente, dovrai percorrere per giungere all’agognato ruolo (Gettin’ old / Gettin’ grey / Gettin’ ripped off / Under-paid e tutto quello che ci va dietro).
  • AC/DC, Highway To Hell: quando inizi concretamente il percorso (selezioni, abilitazione TFA e quant’altro) e capisci davvero cosa vuol dire. Talora, oltre al macroscopico e indiscutibile hell, c’è anche tanta highway. Che, dati i prevedibili colpi di sonno, può in effetti condurre verso l’hell propriamente detto.
  • Black Sabbath, Paranoid: come ti riduci avendo a che fare 24/7 con teorie psico-pedagogiche dalla dubbia utilità e con la legislazione della scuola italiana dalla legge Casati alla Buona Scuola.
  • The Darkness, Friday Night: la tipica associazione del venerdì sera con la festa salta dunque completamente, specialmente quando il venerdì pomeriggio hai avuto lezione fino all’ora di cena, dopo cena (che salti per il nervoso) hai le serali e sabato mattina sei a scuola di nuovo.
  • The Darkness, Seemed Like a Good Idea at the Time: eh già, quando hai deciso di insegnare sembrava proprio una buona idea.
  • Scorpions, Send Me An Angel: perfino la zia che va sempre in chiesa si è accorta che sei dimagrito, sciupato e insonne, e inizia a sgranare rosari e accendere ceri mobilitando anche un plotone di suore vegliarde per farsi dare manforte. Ecco per te un mazzo di santini da tenere nel portafoglio.
  • Europe, Halfway To Heaven: finalmente, dopo aver donato al MIUR tasse, benzina, parcheggio, la carretta che alla fine hai buttato via, ore di sonno e tanti neuroni, ti sei abilitato. Festeggia pure ma con stoica moderazione perché presto sentirai il bisogno di
  • AC/DC, T.N.T.: è uscito il bando del concorso e il tuo primo impulso è di composta indignazione.
  • Iron Maiden, Run To The Hills: il dannatissimo bando è uscito due mesi prima degli scritti, a pelo con le tempistiche burocratiche; è primavera, una gitarella sui colli vorresti anche fartela, ma le Avvertenze Generali te lo impediscono. E nel frattempo stai lavorando.
  • The Who, Substitute: un supplente, ecco quello che sei.
  • Ozzy Osbourne, Crazy Train: per andare a scuola non hai trovato di meglio che metterti nelle sapienti mani di Trenitalia, con le note conseguenze del caso (treni soppressi, ritardi, guasti tecnici, riscaldamento regolato in modo da temprare il fisico).
  • Red Hot Chili Peppers, Under The Bridge: sistemazioni alternative per quando la sede di servizio è ancora più lontana.
  • AC/DC, Hells Bells: eccola, è lei, la malefica campanella che segna l’inizio della giornata di scuola. Entri in aula, trovi praticamente due studenti, aspetti i cinque minuti tecnico-tattici per fare un appello decente senza dover segnare assente la maggior parte della classe.
  • Led Zeppelin, Immigrant Song: occhiatina ai nomi scritti sul registro.
  • Iron Maiden, Alexander the Great Ides of March: possono verosimilmente essere gli argomenti della tua lezione (e con la classe giusta potresti anche usare i brani come supporto didattico. Nel campo della mitologia potresti farlo anche con Flight of Icarus che vien bene. Ci vien fuori anche una bella UDA con inglese.)
  • The Who, I Can’t Explain: spesso la classe è disattenta e casinista e la lezione non viene fuori esattamente come vorresti.
  • Van Halen, Why Can’t This Be Love: quando non ti capaciti del fatto che argomenti per te fichissimi non suscitino interesse alcuno nell’uditorio.
  • Ronnie James Dio, Rainbow In The Dark: è l’alunno bravino che segue e fa interventi a proposito, facendoti percepire la tua utilità.
  • David Bowie, Rebel Rebel: è invece l’alunno che non ascolta mai, disturba gli altri e non segue neanche se proietti uno spezzone di Troy.
  • Steppenwolf, Born To Be Wild: ecco come risulta l’atmosfera complessiva della classe.
  • AC/DC, If You Want Blood (You Got It): la classe non accenna a smettere di fare casino: l’unico modo per tenerli buoni è una caterva di verbi irregolari da coniugare. Se la sono cercata.
  • Scorpions, Wind of Change: sembra che ora abbiano imparato la lezione e stiano buoni. Sembra. Vedrai la prossima volta.
  • Iron Maiden, Two Minutes To Midnight: gli ultimi due terrificanti minuti della giornata, quando tutto diventa ingestibile, compreso l’arredo scolastico.
  • Led Zeppelin, Dazed And Confused: è il tuo stato mentale quando torni a casa.
  • Metallica, Seek And Destroy: correzione pomeridiana dei compiti.
  • AC/DC, You Shook Me All Night Long: a volte la correzione dei compiti diventa anche serale e notturna.
  • AC/DC, For Those About To Rock (We Salute You): per cui, cari amici che andate ai concerti rock, ci fa piacere che ci invitiate a venire con voi, ma vi mandiamo tanti saluti.
  • Scorpions, Loving You Sunday Morning: cara domenica mattina, ti amiamo tanto anche perché spesso sei l’unico giorno in cui possiamo evitare di mettere la sveglia alle 6.
  • Iron Maiden, Bring Your Daughter To The Slaughter: scuola aperta e orientamento.
  • AC/DC, What Do You Do For Money Honey: l’attribuzione del bonus per merito.
  • AC/DC, Back In Black: quando il titolare riprende servizio prima della data prevista (e magari subito prima che ti scattino i 16 giorni per avere i 2 punti in più).
  • Europe, The Final Countdown: quello che tutti, insegnanti, alunni e personale ATA, fanno in attesa della fine dell’anno scolastico.
  • AC/DC, Thunderstruck: come effettivamente rimani dopo la fine dell’anno scolastico, sapendo inoltre che devi fare il commissario di maturità e che comunque non puoi mollare i libri (le Avvertenze Generali!) perché il concorso terminerà probabilmente alle calende greche.

Con-correre

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Proprio in questi giorni si stanno svolgendo le ultime prove scritte per il concorso a cattedre. Noi di lettere le abbiamo sostenute il 2 maggio (italiano, storia e geografia), il 9 maggio (latino) e il 13 maggio (greco), quindi coloro che si sono cimentati col triplete hanno terminato un paio di settimane fa. Dato il modo compulsivo in cui siamo stati costretti a prepararci (il bando, a lungo annunciato e più volte rimandato, è infine uscito la sera del 26 febbraio, e peraltro ne ho visto l’annuncio poco dopo aver varcato in autobus il confine italiano, di ritorno dalla gita a Praga con la mia quinta; dunque abbiamo avuto due mesi per prepararci sul TUTTO, lavorando) e a svolgere le prove stesse, ho avuto seriamente bisogno di un periodo di ripiglio, per tornare in pari col lavoro arretrato e per rendermi conto di cos’era successo.

Nel frattempo, sono fiorite sul web e fuori dal web molte considerazioni sul concorso, volte soprattutto a mettere in luce la lampante sproporzione tra il tempo concesso e ciò che veniva richiesto ai candidati: in una media di 15-20 minuti a domanda, eravamo invitati a elaborare verifiche comprensive di griglia di valutazione, lezioni comprendenti anche non meglio specificati interventi rivolti a ipotetici studenti con Bisogni Educativi Speciali (e specificare la tipologia di bisogno è fondamentale per individuare l’intervento più adatto), unità di apprendimento con collegamenti interdisciplinari e persino programmazioni triennali. Da notare, inoltre, che per le prove di latino e greco non era consentito l’uso del dizionario, che comunque nessuno, date le tempistiche strettissime, avrebbe potuto consultare con calma. Non mancavano, per concludere, domande relative al valore formativo delle materie oggetto d’esame in termini di orientamento dello studente allo studio o al lavoro, con specifico riferimento alle normative: in questo caso non so chi abbia fatto davvero riferimento alle normative indicate, o abbia avuto in mente qualcosa di più specifico del contributo delle materie letterarie allo sviluppo dello spirito critico dello studente et similia.

Anche evitando di considerare aspetti strettamente organizzativi quali la nomina delle commissioni al penultimo minuto e l’assenza di griglie di valutazione standardizzate, salta clamorosamente all’occhio la differenza di questo concorso rispetto a quelli passati, e in particolare a quelli che si sono tenuti fino al 1999: in quell’anno, gli scritti di lettere prevedevano, per italiano, il commento di un brano a scelta tra uno di prosa e uno di poesia e un’ipotesi di utilizzazione didattica, mentre per latino e per greco a questo si aggiungeva anche la traduzione (per greco, non in italiano ma in latino), per la quale era previsto l’uso del dizionario. Tempo concesso: 8 ore. Ecco, noi in 150 minuti abbiamo dovuto fare sostanzialmente la stessa cosa per sei volte, e poi rispondere a quesiti di comprensione su due brani in inglese. A questo punto viene spontaneo chiedersi come sia possibile che, in sostanza, ci venga chiesto di fare in 20 minuti quello che alla passata generazione di docenti si chiedeva di fare in 8 ore: viene il sospetto che la qualità discriminante, nel nostro caso, sia la sovrumana velocità sia di organizzazione sia di digitazione, e non tanto l’autentica conoscenza della materia e l’approccio critico ad essa, impossibili da dimostrare senza tempo per riflettere né per rileggere e correggere. Personalmente ho avuto l’impressione che mi si chiedesse di essere una specie di juke-box di unità di apprendimento. La domanda finale che ci si pone è dunque relativa a quale tipo di docente questo concorso intenderebbe selezionare, e a quali obiettivi educativi tale docente si dovrebbe rifare una volta messosi di fronte agli alunni.

Per concludere, mi limito a citare un passo di Nietzsche che a sua volta un collega ci ha girato dopo le prove scritte, giusto per ricordare come la velocità convulsa che ci si chiede vada contro l’approfondimento e lo spirito critico in generale, e contro il metodo filologico, proprio delle nostre materie, in particolare.

Filologia… è quella onorevole arte che esige dal suo cultore soprattutto una cosa, trarsi da parte, lasciarsi tempo, divenire silenzioso, divenire lento, essendo un’arte e una perizia di orafi della parola, che deve compiere un finissimo attento lavoro e non raggiunge nulla se non lo raggiunge lento. Ma proprio per questo fatto è oggi più necessaria che mai; è proprio per questo mezzo che essa ci attira e ci incanta quanto mai fortemente, nel cuore di un’epoca del ‘lavoro’, intendo dire della fretta, della precipitazione indecorosa e sudaticcia, che vuol ‘sbrigare’ immediatamente ogni cosa, anche ogni libro antico e nuovo; per una tale arte non è tanto facile sbrigare una qualsiasi cosa, essa insegna a leggere bene, cioè a leggere lentamente, in profondità, guardandosi avanti e indietro, non senza secondi fini lasciando porte aperte, con dita ed occhi delicati… (F. Nietzsche, Aurora. Pensieri su pregiudizi morali, trad. it. di F. Masini, in B. Gentili, Poesia e pubblico nella Grecia antica. Da Omero al V secolo, Milano 2006 (4^ edizione), 329)

Dall’altra parte della cattedra

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Ho saputo che questa settimana, dal 2 all’8 maggio, è la Settimana dell’insegnante, in cui si è invitati a ricordare e ringraziare i docenti che sono stati importanti nella nostra vita. Procedo dunque anch’io con il mio contributo, anche se, a voler scendere nel dettaglio, la lista di ringraziamenti durerebbe da qui a Natale.
Grazie di cuore ai miei vecchi insegnanti di scuola, e soprattutto a quelli di lettere, perché è per seguire il loro esempio, ricordando tutto quello che mi hanno dato, che ho scelto questo lavoro. A partire dal maestro di italiano delle elementari, che leggeva insieme a noi I ragazzi della via Pal, proseguendo con la professoressa di lettere delle medie, che, tra le altre cose, organizzò per la nostra classe l’ormai mitica recita scolastica ispirata al Don Chisciotte (libro che da allora non ho mai smesso di amare), e grazie alla quale ebbi l’idea di iscrivermi al liceo classico. Qui dovrei ringraziare collettivamente tutti i docenti di lettere del ginnasio e del liceo, per i quali nutro una stima profondissima e una reverenza che faccio un po’ fatica a celare quando, peregrinando da una scuola all’altra, me li ritrovo come colleghi. Ancora una volta, è a loro che devo la decisione di fare della letteratura e della classicità una ragione di vita.
Grazie ai miei docenti dell’università, e in particolare al mio relatore che ha sempre creduto in me.
Grazie davvero ai miei colleghi di scuola e a quelli che ho incontrato durante il tirocinio del TFA, che, oltre ad accompagnarmi nell’ingresso nel mondo della scuola “dall’altra parte”, mi hanno sostenuta (e mi sostengono tuttora) con tutte le loro forze quando credevo di non farcela più.
Grazie ai colleghi con cui mi trovo a condividere il cammino per diventare docenti di ruolo, perché in questo percorso complicato e assurdo è facile perdere la ragione, e si rimane sani solamente se si ha accanto qualcuno con cui affrontare le difficoltà, farsi coraggio e pure sdrammatizzare ogni tanto.
Grazie, infine, ai miei alunni (di scuola ma anche di ripetizioni), che, nonostante le difficoltà, mi danno la prova di aver fatto, tutto sommato, la scelta giusta: spero di poter dare a loro anche solo una parte di tutto quello che è stato dato a me.

Teoria e pratica

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Lezione sul brano iliadico della lite tra Achille e Agamennone (Il. 1, 53-246), pensata per un’ora curricolare di 55 minuti. Programmazione teorica:

  • sintetico riepilogo, anche attraverso domande-stimolo, dei principali concetti delle lezioni precedenti, richiamando in particolare la caratterizzazione di Agamennone come personaggio che si contraddistingue per la sua ὕβρις (5 minuti);
  • assegnazione dei ruoli (Omero, Calcante, Achille, Agamennone, Atena) e lettura teatralizzata del brano (10 minuti);
  • commento dell’insegnante che metta in luce i temi fondamentali del brano, tra cui la presenza di elementi caratteristici della shame culture e il ruolo della divinità come oggettivazione dei processi psicologici dell’individuo (15 minuti);
  • presentazione, attraverso la LIM, degli affreschi dipinti da Giovan Battista Tiepolo nella Sala dell’Iliade in Villa Valmarana ai Nani (5 minuti);
  • attraverso una discussione guidata, collegamento e confronto tra le risorse iconografiche proposte e il testo al quale esse si ispirano (15 minuti);
  • riepilogo dei principali concetti emersi durante la lezione e assegnazione di esercizi per casa (5 minuti).

Ciò che realmente accade:

  • entrata in classe del docente, che si trova di fronte a una delle seguenti opzioni: 1. prima o quarta ora: mezza classe non è ancora rientrata in aula; 2. classe di rientro da palestra o laboratorio: aula totalmente vuota; 3. cambio dell’ora normale: tumulto generale, mezza classe è in giro lo stesso (ufficialmente in bagno, in realtà a sfondarsi di schifezze alle macchinette). Si devono tuttavia attendere almeno 5 minuti acciocché gli studenti siano tutti rientrati, e solo allora, se si è alla prima ora, si può procedere con l’appello. Sperare che non vi siano problemi di rete; se dovessero esservene, munirsi di carta e penna e fare l’appello così (totale 5 minuti MINIMO);
  • riepilogo della lezione precedente, dopo un debito richiamo all’attenzione (già scarsa) dell’uditorio; le domande-stimolo cadono nel vuoto, giacché nessuno di quelli che sono attenti si ricorda un accidente, e il docente si risponde da solo (5 minuti);
  • richiesta agli studenti di tirar fuori i libri, con annesso predicozzo dato che una buona metà della classe non li ha portati e adduce a propria difesa variopinte motivazioni (“il libro pesa”, “credevo ci fosse grammatica”, “doveva portarlo il mio compagno di banco che è assente”, “non ho mai avuto il libro”); quando la situazione si stabilizza e le proteste cessano, litigio tra gli alunni per l’assegnazione delle parti: l’intenzione di non leggere è manifestata, anche in questo caso, in modo creativo (“mi sono dimenticato come si legge”, “sono senza voce”, “ho già letto l’altra volta”, “non capisco niente di quello che leggo”). Il tutto si risolve tra mille proteste, tuttavia prontamente sedate con minacce di pesanti ritorsioni, assegnando le parti d’ufficio attraverso l’estrazione dei numerini della tombola (5 minuti);
  • lettura teatralizzata (finalmente) da parte degli alunni, i quali, lungi dal leggere espressivamente (sarebbe troppa grazia), seguono a malapena il testo: quando c’è un cambio di personaggio, ci vogliono 5-10 secondi tecnici affinché il nuovo lettore trovi il segno. Nel frattempo il resto della classe è pervaso dal marasma generale: chiacchiericci e risate varie coprono la voce dei lettori, rendendo necessari ripetuti interventi del docente per portare il rumore di fondo a un volume accettabile; con la scusa della necessità di condividere i libri di testo, nel frattempo, molti alunni hanno spostato la sedia vicino a un compagno fornito di testo o si sono girati di 180° per leggere dal compagno del banco dietro (10 minuti);
  • una volta conclusa la lettura, nell’ordine: tentativi dell’insegnante di arginare l’atmosfera da tè coi pasticcini creatasi con i detti spostamenti di popolo, inviti (spesso precipitanti nel vuoto) a tornare al posto e tirar fuori carta e penna per prendere appunti, abbozzo di commento nel disinteresse più totale e nella continuazione del chiacchiericcio. Eventuale necessità di sequestrare diari, quaderni e libri di altre materie, materiale tecnologico-ludico come ad esempio telefonini, specchietti per il trucco, animali di pezza (15 minuti);
  • avvio della LIM per la condivisione con gli studenti del materiale iconografico proposto: lo schermo prima non si accende, poi si accende ma ha una colorazione dominante che vira sul rosa, normalizzata attraverso una sapiente manipolazione dello spinotto attaccato al pc di classe; inserimento della chiavetta contenente il materiale: il pc non la legge; riavvio del pc, che stavolta la legge, ma la chiavetta si infetta col virus da cui il dispositivo è cronicamente affetto e tutti i file vengono cancellati; senza motivo alcuno si spengono nell’ordine lo schermo della LIM e il pc, e viene chiamato il tecnico a risolvere il problema; appena il tecnico giunge in aula tutto riprende miracolosamente a funzionare; il docente a questo punto rinviene il materiale iconografico sul web (10 minuti);
  • a questo punto (ultimi 5 minuti) il docente si dedica finalmente al commento del materiale iconografico, ma, giunto egli a metà di una frase significativa, suona la campanella: a tale suono gli studenti, rispondenti a un riflesso condizionato stile cani di Pavlov, si alzano dal banco tutti insieme e si fiondano alle macchinette.

Cicero docet

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Se Cicerone fosse un docente, ecco quali sarebbero gli argomenti delle sue opere.

  • De amicitia: scil. bidellorum. Trattato sull’utilità di intrattenere buoni rapporti con il personale ATA, affinché l’organizzazione del lavoro quotidiano sia più rapida ed efficace.
  • De senectute: riflessione accorata sugli anni di insegnamento che restano prima di andare in pensione, e sulle condizioni psicofisiche in cui ci si arriverà. (In caso di docente giovane, riflessione sulla precoce usura dello spirito e del corpo dovuta a levatacce per spostamenti odissiaci e classi ingestibili.)
  • De inventione: sull’onnipresente necessità di improvvisare in caso di imprevisti (ore di supplenza, attività programmate che saltano, scarso tempo per preparare le lezioni causa miriadi di impegni pomeridiani).
  • Philippicae: invettive esternate un giorno sì e l’altro pure, solitamente dirette al Ministero.
  • De temporibus suis: confronto impietoso tra la situazione della scuola di una volta (quando si era studenti) e quella di adesso (quando si è dall’altra parte della trincea).
  • De officiis: sulle segreterie didattiche e amministrative e sul tourbillon burocratico e psicopatico che invariabilmente le accompagna.
  • Paradoxa Stoicorum: trattato che descrive e analizza le dinamiche paradossali di collegi docenti e soprattutto riunioni di dipartimento, le quali richiedono che gli insegnanti di una stessa materia mantengano una linea comune nell’organizzazione delle loro attività. Cosa che, puntualmente, non avviene. MAI.
  • De legibus: disamina critica sulle riforme della scuola. Accompagnata da improperi che conferiscono vivacità alla trattazione.
  • De finibus bonorum et malorum: sulle mille variabili che fanno sì che le insufficienze, in sede di scrutinio, diventino sufficienze.

E per finire non potrebbe certamente mancare il Commentariolum petitionis, opera del fratello Quinto volta ad illustrare al neolaureato le traversie da affrontare nell’arduo percorso dell’inserimento nel mondo della scuola. A una prima vista sembra sconfinare nel terrorismo psicologico, invece descrive esattamente la realtà così com’è.

Al limite delle possibilità umane

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Dopo il TFA, la prossima tappa sulla via della definitiva entrata a pieno titolo nel mondo della scuola è il concorso a cattedra: il bando, secondo i programmi del Ministero, doveva uscire entro il 1° dicembre 2015, scadenza poi prorogata a fine anno, ai primi di gennaio, al 1° febbraio e ora, vagamente, “entro la prima settimana di febbraio”. Stavolta pare che l’indicazione, finalmente, sia in qualche modo corretta, dal momento che abbiamo a disposizione, grazie a Orizzonte Scuola, la bozza dell’allegato contenente i programmi da seguire. Pare inoltre che la prima prova sarà fissata dopo due mesi dall’uscita del bando.

Ecco dunque che all’inizio di questa settimana ho preso visione di quello che dovrò sapere se voglio sperare di passare il concorso. Di fatto, gli argomenti dettagliati delle varie materie sono presi pari pari dalle Indicazioni Nazionali, ed è dunque compreso tutto ciò che si dovrebbe fare a scuola nei cinque anni di superiori. (Il condizionale è ovviamente d’obbligo, dal momento che, ad esempio, di rado in letteratura italiana si arrivano a trattare Gadda, Calvino, Fenoglio, Moravia, Sciascia, Caproni e Pasolini.) E’ un sacco di roba, d’accordo; una mole di studio che va da tutta la storia universale, alla letteratura italiana dalle origini all’altro giorno, a tutta quanta la letteratura greca e latina. Tuttavia, dato che è di fatto lo stesso programma delle prove d’ingresso al TFA, e che gli argomenti coincidono in buona parte con lezioni che ho preparato (di recente o in passato) o devo preparare, in teoria dovrei riuscire a cavarmela.

Ciò che mi turba è la quantità di testi latini e greci da sapere per l’orale:

  • LATINO: Catullo: 35 carmi a scelta, con lettura metrica – Lucrezio: un libro a scelta dal De rerum natura, con lettura metrica – Cicerone: un’orazione e un’opera filosofica – Cesare: un libro a scelta dai Commentarii De bello gallico o De bello civili – Sallustio: una monografia a scelta tra De Catilinae coniuratione o Bellum Iugurthinum – Virgilio: Bucoliche, un libro delle Georgiche, 6 libri di Eneide, con lettura metrica – Orazio: un libro dei Sermones, uno dei Carmina, uno delle Epistulae, con lettura metrica – Livio: un libro a scelta dalla prima o dalla terza decade Ab urbe condita – Seneca: uno dei Dialogi e un libro a scelta delle Epistulae morales ad Lucilium – Tacito: Agricola o Germania e un libro a scelta delle Historiae o degli Annales;
  • GRECO: Omero: 4 libri a scelta dall’Iliade e 4 libri a scelta dall’Odissea – La poesia lirica: 25 frammenti a scelta che comprendano tutti i seguenti autori: Archiloco, Tirteo, Mimnermo, Saffo, Alceo, Anacreonte, con lettura metrica – Una tragedia o una commedia a scelta, con la lettura metrica del trimetro giambico – Erodoto: un libro a scelta – Tucidide: un libro a scelta – Senofonte: un libro a scelta dell’Anabasi o delle Elleniche – Platone: due dialoghi a scelta – Lisia o Isocrate o Demostene: un’orazione a scelta – Plutarco: una coppia di biografie dal corpus delle Vite parallele.

Tutto ciò da apprendere alla perfezione presumibilmente per giugno, lavorando intanto a tempo pieno (e prima di giugno conosciamo tutti bene il marasma della raccolta spasmodica di valutazioni, dei recuperi, degli scrutini, senza contare che poi ci sono anche gli esami di Stato). Col rischio, magari, di sentirsi chiedere, come già successo, che piazzamento ottenne l’Edipo Re alle Grandi Dionisie, o quali erano i metodi divinatori utilizzati da Tiresia. Ma qui, chiaramente, si sconfina nell’imponderabilità della Tyche, e la strategia migliore potrebbe essere anche questa volta l’improvvisazione e l’adattamento alle circostanze. Dato anche che, in tempi così ristretti, anche essendo completamente disoccupati non si riuscirebbe mai a ripassare decentemente tutto quanto. In definitiva, la condizione esistenziale dell’aspirante concorsista è più o meno questa.

Per quanto riguarda la modalità concreta con cui si svolgeranno le prove, e in particolare lo scritto, bisognerà attendere le precisazioni del bando: per ora si sa che la prova scritta sarà composta di 8 quesiti, due dei quali saranno volti a testare la conoscenza di una lingua straniera. Non è affatto chiaro se si tratterà di domande disciplinari, di didattica o di legislazione: fatto sta che, per parlare, ad esempio, della valutazione delle competenze o delle leggi sulla scuola in inglese, o anche, butto lì, di storia medievale, serve un lessico specifico che è difficile acquisire in breve tempo.

Insomma, siamo ancora una volta “tra color che son sospesi”, in attesa di informazioni certe. Tuttavia, anche superando il concorso, come tutti ci auguriamo, il nostro destino è ben lungi dall’essere certo, dato che si verrà assunti non dalle scuole, ma dagli ambiti territoriali, ossia da reti di scuole, e l’impiego concreto negli istituti dipenderà in sostanza dal fabbisogno previsto nel PTOF (Piano Triennale dell’Offerta Formativa) elaborato da ciascuno. Non è nemmeno detto che si ottenga un incarico in una classe, dal momento che si potrà essere assunti nel cosiddetto “potenziamento”, ossia per effettuare progetti, sportelli, corsi di recupero e sostituzioni. Ma, dal momento che queste sono novità assolute, gli aspetti relativi all’organizzazione concreta sono in gran parte da definire.

In pratica, dunque, le cose che saltano all’occhio (almeno, al mio miopissimo occhio) sono due:

  1. riguardo il concorso in sé, l’evidente sproporzione tra i contenuti richiesti nel concorso e le tempistiche per la preparazione (oltre che, per ora, la mancanza di informazioni certe sullo svolgimento);
  2. riguardo il dopo-concorso, in caso di assunzione, nulla di certo si sa del destino dei neoimmessi in ruolo.

C’è la percezione di stare come d’autunno sugli alberi le foglie. Almeno da parte mia, comunque. Se c’è qualcuno che ha notizie sicure di qualsiasi tipo che possano integrare, correggere o smentire quello che ho capito, si faccia pure avanti, che cerchiamo di vederci chiaro insieme.