Andiamo a fare cosa, di preciso?

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Ormai la notizia della traduzione di Andiamo a comandare in latino, fornita a una classe liceale come esercizio scolastico, è arcinota, essendo partita, come ben sappiamo, da Twitter e quindi rimbalzata nel web in modo rapidissimo da un sito all’altro. Le reazioni generali sono state entusiaste (esempi: qui, qui e qui, con anche un servizio su La vita in diretta dedicato all’argomento), e i punti messi in evidenza sono stati soprattutto, dal punto di vista relazionale, l’abilità del docente di suscitare l’entusiasmo della classe e, dal punto di vista didattico, la capacità di utilizzare un testo ben noto agli studenti per far riflettere sulle strutture grammaticali del latino, utilizzando anche in modo sapiente termini della lingua d’uso.

Ora, a suo tempo, appena mi hanno segnalato ciò, dopo un’iniziale titubanza dovuta al mio scarso gradimento verso questo tormentone estivo, mi sono decisa a dare un occhio al testo latino per vedere com’era la resa, notando diverse cose che mi convincevano poco, che non riuscivo a comprendere, o che secondo me erano palesemente errate. Tuttavia, nei vari commenti agli articoli che ne parlavano risuonava un collettivo osanna, che mi ha instillato il fugace dubbio di essere io a non capire un accidente. Ho quindi sottoposto il testo ad amici latinisti e colleghi per un riscontro, e siamo stati tutti d’accordo sul fatto che questa versione presenta criticità diffuse. Dal momento che nessuno sembrava averle notate, mi/ci è venuto spontaneo pensare che nessuno si fosse effettivamente preso la briga di leggere il testo, e che ci si concentrasse piuttosto sulla simpatia che la scelta di Andiamo a comandare ha suscitato presso gli studenti (e non solo). Ero dunque sul punto di intervenire per proporre una sorta di disamina della versione, ma sono stata egregiamente preceduta dai giovani di GrecoLatinoVivo, che l’hanno fatto in modo molto puntuale, aggiungendo anche alcune considerazioni pedagogiche che condivido in toto.

Tuttavia l’osanna collettivo rimane, in nome della capacità di appassionare i giovani al latino. Il punto è che il compito del docente è sì quello di coinvolgere gli studenti, ma per insegnare effettivamente la lingua latina in modo corretto ed efficace, utilizzando, dunque, testi costruiti secondo le regole della grammatica e contenenti forme lessicali plausibili: l’obiettivo finale rimane questo, al di là delle trovate simpatiche. Vi è chi sostiene, alla luce di ciò, e dopo che ne sono state evidenziate le debolezze linguistiche, che la traduzione di Rovazzi in latino non vada presa sul serio, ma sia piuttosto da intendere come una sorta di parodia, fornita agli studenti come una specie di scherzo, per farli sorridere e metterli a proprio agio, sulla falsariga dell’ormai celeberrimo e maccheronico Nutella nutellae. Il punto è che in quest’ultimo caso l’intento spiritoso e parodico è evidente, mentre a Imperatum adeamus viene attribuito insistentemente, come si è visto, un ruolo didattico ben preciso, che il testo in questione non può tuttavia ricoprire in modo adeguato.

Comunque, non è detto che, per essere didatticamente efficaci, si debba essere seriosi e noiosi a tutti i costi, proponendo attività completamente svincolate dagli interessi degli studenti: soltanto, il criterio principale deve appunto essere quello della correttezza linguistica. Un bell’esempio è offerto dalla traduzione latina del Diario di una schiappa (serie che ha riscosso un successone tra i preadolescenti) con il titolo di Commentarii de inepto puero, che presenta un latino piacevole ma anche assolutamente corretto. (Ne posseggo una copia e penso che, appena ne avrò l’occasione, ne utilizzerò qualche stralcio in classe. Avendo a disposizione l’originale inglese e la collaborazione della collega, potrebbe uscirne anche un modulo interdisciplinare.)

In conclusione, mi pare proprio che Imperatum adeamus (che continua a suscitare in me innumerevoli perplessità, a partire dal titolo stesso, per l’analisi del quale rimando all’articolo di GrecoLatinoVivo sopra linkato), con tutto il polverone mediatico da essa sollevato, sia più che altro una mossa piaciona, che mira, più che a ripassare davvero la grammatica o a riprendere la pratica della traduzione, a far sì che gli studenti pensino di avere un professore originale e fico tipo Attimo fuggente: tanto, che importa se l’ablativo di canis è cane e non cani, di fronte al coinvolgimento dei ragazzi?

Come ammonimento finale sulla simpatia da suscitare con le prossime scelte didattiche, non vi è nulla di meglio delle parole di Alberto Sordi, il quale sosteneva che “quanno se scherza bisogna esse seri”.

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Mulini a vento

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Sono sempre più convinta che per fare l’insegnante, amando la propria materia e volendo trasmetterla ai ragazzi nonostante gli ostacoli, le pastoie burocratiche e tutto il resto (riforme della scuola, precariato e selezioni comprese), si debba mantenere una parte di quell’idealismo e di speranza nel futuro che avevamo quando eravamo adolescenti noi. (Io ero già stramba e asociale, però la passione e la motivazione in ciò che facevo non mi mancavano nemmeno al liceo.) Come altrimenti parlare, che so, della bellezza della Divina Commedia, della raffinatezza retorica di Cicerone o di come l’Italia è diventata una democrazia a teenagers distratti e casinisti che, senza questi stimoli culturali, finirebbero per diventare adulti che non comprendono il mondo in cui vivono?

Senza questa sorta di “fuoco sacro”, se dovessimo guardare al fatto che la nostra professione è caratterizzata in gran parte da incombenze burocratiche, griglie di valutazione, riunioni torrenziali, gestione di alunni indisciplinati e incontri con genitori non sempre accomodanti, verremmo risucchiati in un vortice di alienazione kafkiana.

È per questo che credo che ci si debba veramente fare imitatori di Don Chisciotte.

Io per esempio i miei neuroni li ho quasi tutti bruciati: sono sulla buona strada.

Con-correre

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Proprio in questi giorni si stanno svolgendo le ultime prove scritte per il concorso a cattedre. Noi di lettere le abbiamo sostenute il 2 maggio (italiano, storia e geografia), il 9 maggio (latino) e il 13 maggio (greco), quindi coloro che si sono cimentati col triplete hanno terminato un paio di settimane fa. Dato il modo compulsivo in cui siamo stati costretti a prepararci (il bando, a lungo annunciato e più volte rimandato, è infine uscito la sera del 26 febbraio, e peraltro ne ho visto l’annuncio poco dopo aver varcato in autobus il confine italiano, di ritorno dalla gita a Praga con la mia quinta; dunque abbiamo avuto due mesi per prepararci sul TUTTO, lavorando) e a svolgere le prove stesse, ho avuto seriamente bisogno di un periodo di ripiglio, per tornare in pari col lavoro arretrato e per rendermi conto di cos’era successo.

Nel frattempo, sono fiorite sul web e fuori dal web molte considerazioni sul concorso, volte soprattutto a mettere in luce la lampante sproporzione tra il tempo concesso e ciò che veniva richiesto ai candidati: in una media di 15-20 minuti a domanda, eravamo invitati a elaborare verifiche comprensive di griglia di valutazione, lezioni comprendenti anche non meglio specificati interventi rivolti a ipotetici studenti con Bisogni Educativi Speciali (e specificare la tipologia di bisogno è fondamentale per individuare l’intervento più adatto), unità di apprendimento con collegamenti interdisciplinari e persino programmazioni triennali. Da notare, inoltre, che per le prove di latino e greco non era consentito l’uso del dizionario, che comunque nessuno, date le tempistiche strettissime, avrebbe potuto consultare con calma. Non mancavano, per concludere, domande relative al valore formativo delle materie oggetto d’esame in termini di orientamento dello studente allo studio o al lavoro, con specifico riferimento alle normative: in questo caso non so chi abbia fatto davvero riferimento alle normative indicate, o abbia avuto in mente qualcosa di più specifico del contributo delle materie letterarie allo sviluppo dello spirito critico dello studente et similia.

Anche evitando di considerare aspetti strettamente organizzativi quali la nomina delle commissioni al penultimo minuto e l’assenza di griglie di valutazione standardizzate, salta clamorosamente all’occhio la differenza di questo concorso rispetto a quelli passati, e in particolare a quelli che si sono tenuti fino al 1999: in quell’anno, gli scritti di lettere prevedevano, per italiano, il commento di un brano a scelta tra uno di prosa e uno di poesia e un’ipotesi di utilizzazione didattica, mentre per latino e per greco a questo si aggiungeva anche la traduzione (per greco, non in italiano ma in latino), per la quale era previsto l’uso del dizionario. Tempo concesso: 8 ore. Ecco, noi in 150 minuti abbiamo dovuto fare sostanzialmente la stessa cosa per sei volte, e poi rispondere a quesiti di comprensione su due brani in inglese. A questo punto viene spontaneo chiedersi come sia possibile che, in sostanza, ci venga chiesto di fare in 20 minuti quello che alla passata generazione di docenti si chiedeva di fare in 8 ore: viene il sospetto che la qualità discriminante, nel nostro caso, sia la sovrumana velocità sia di organizzazione sia di digitazione, e non tanto l’autentica conoscenza della materia e l’approccio critico ad essa, impossibili da dimostrare senza tempo per riflettere né per rileggere e correggere. Personalmente ho avuto l’impressione che mi si chiedesse di essere una specie di juke-box di unità di apprendimento. La domanda finale che ci si pone è dunque relativa a quale tipo di docente questo concorso intenderebbe selezionare, e a quali obiettivi educativi tale docente si dovrebbe rifare una volta messosi di fronte agli alunni.

Per concludere, mi limito a citare un passo di Nietzsche che a sua volta un collega ci ha girato dopo le prove scritte, giusto per ricordare come la velocità convulsa che ci si chiede vada contro l’approfondimento e lo spirito critico in generale, e contro il metodo filologico, proprio delle nostre materie, in particolare.

Filologia… è quella onorevole arte che esige dal suo cultore soprattutto una cosa, trarsi da parte, lasciarsi tempo, divenire silenzioso, divenire lento, essendo un’arte e una perizia di orafi della parola, che deve compiere un finissimo attento lavoro e non raggiunge nulla se non lo raggiunge lento. Ma proprio per questo fatto è oggi più necessaria che mai; è proprio per questo mezzo che essa ci attira e ci incanta quanto mai fortemente, nel cuore di un’epoca del ‘lavoro’, intendo dire della fretta, della precipitazione indecorosa e sudaticcia, che vuol ‘sbrigare’ immediatamente ogni cosa, anche ogni libro antico e nuovo; per una tale arte non è tanto facile sbrigare una qualsiasi cosa, essa insegna a leggere bene, cioè a leggere lentamente, in profondità, guardandosi avanti e indietro, non senza secondi fini lasciando porte aperte, con dita ed occhi delicati… (F. Nietzsche, Aurora. Pensieri su pregiudizi morali, trad. it. di F. Masini, in B. Gentili, Poesia e pubblico nella Grecia antica. Da Omero al V secolo, Milano 2006 (4^ edizione), 329)

Ansia da convocazione

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Dopo lo sforzo madornale fatto quest’anno per guadagnare l’abilitazione con il TFA, si può finalmente dire che il grosso della fatica è ormai dietro le spalle. Tuttavia non è ancora possibile essere sicuri che si lavorerà decentemente: il ruolo innanzitutto possiamo scordarcelo, almeno nel breve periodo, dato che per accedervi c’è il concorso a cattedre (e anche lì, che Iddio ce la mandi buona). Il busillis del momento rimane dunque far valere questa benedetta abilitazione: rispetto al primo ciclo del TFA ci è andata anche bene, nel senso che in quell’occasione gli abilitati, per il riconoscimento del titolo, hanno dovuto attendere l’aggiornamento delle graduatorie d’istituto, mentre noi abbiamo avuto la possibilità di usufruire di una finestra, che ci permette di passare dalla terza fascia alla coda della seconda (per l’inserimento in seconda fascia “a pettine”, ossia nella posizione dettata dal punteggio effettivo, bisognerà invece aspettare il prossimo aggiornamento vero e proprio, nel 2017). Per fare ciò, abbiamo dovuto consegnare alla scuola capofila (ossia la prima tra quelle che abbiamo scelto per l’inserimento in graduatoria) il modello A3, con cui dichiaravamo il titolo abilitante e il punteggio da attribuire alle varie classi di concorso. Questo, entro il 3 agosto, ossia a 5 giorni dall’esame finale. Per cui, tutto in fretta e furia: alcuni di noi, non potendo recarsi personalmente nelle scuole, hanno inviato il modulo (rigorosamente cartaceo) a mezzo raccomandata. A seguire, avremmo dovuto (ri)compilare online il modulo B, per selezionare le 20 scuole in cui essere inseriti. Già così sembra un casino, e di fatto lo è.

Comunque, dato che il MIUR potrebbe ribattezzarsi UCAS (Ufficio Complicazione Affari Semplici), il modulo B, che sarebbe dovuto uscire il 4 agosto, per non si sa quali problemi tecnici uscirà (probabilmente) il 25 settembre, dando luogo a un reimpasto delle graduatorie d’istituto ad anno scolastico decisamente inoltrato. Per fare in modo di far valere ugualmente il nostro titolo, in attesa di tutto ciò, ci è stata data la possibilità di compilare online un ulteriore modulo, l’A4, per dichiarare il conseguimento dell’abilitazione e ottenere così la priorità nelle assegnazioni da terza fascia. Cose da far impallidire la cancelleria dell’impero bizantino. (E questa citazione è d’obbligo.)

Nel frattempo, giustamente, iniziano le convocazioni sui posti lasciati liberi dall’ultima tornata di immissioni in ruolo. E ovviamente riparte l’ansia da convocazione, con controlli ossessivo-compulsivi della casella e-mail per non perdere occasioni di lavoro e per dare in tempo le disponibilità richieste. La prassi è questa: la scuola invia la convocazione, solitamente via e-mail (ma ne ho ricevute diverse anche via sms), in genere a tappeto alla seconda e terza fascia della graduatoria d’istituto, richiedendo di dare disponibilità all’accettazione dell’incarico entro una certa data e ora. Per chi non lavora, ovviamente, c’è poco da fare: la disponibilità si dà a prescindere. (Pure io sto facendo così, evitando solamente gli incarichi nei corsi serali: ne ho già avuto abbastanza l’anno scorso di tornanti a mezzanotte e alle 6 del giorno dopo, grazie. Se si fa avanti qualcuno di geograficamente più comodo, gli lascio il posto ben volentieri e senza fare storie.) Il colmo dell’ansia subentra quando la scadenza è passata e iniziano ad essere contattati i destinatari dell’incarico: allora ci si porta il telefono anche alla toilette per captare tutte le chiamate in arrivo. Mediamente, però, non succede nulla, e l’iscritto in graduatoria rimane mattinate intere a strapparsi i capelli con un telefono muto davanti. (E questa è precisamente la mia situazione in questi giorni. Intanto nella testa parte il sottofondo)

Facendo un po’ di conti, quest’anno, con la presentazione del modello A4, dovrebbe andarmi benino già dall’inizio; tuttavia nemmeno alle segreterie stesse è chiaro che cosa debbano farsene di tale modello: alcune ne tengono conto, altre, seguendo una nota dell’USR Veneto, no, per cui per ora, in sostanza, la nostra abilitazione non sarebbe riconosciuta per l’assegnazione delle supplenze. (E ripeto: rispetto agli abilitati del primo ciclo TFA ci va ancora bene.) Il solito caos all’italiana. Il tutto, comunque, è complicato dal fatto che, per il secondo anno consecutivo, le convocazioni stanno avvenendo fino all’avente diritto, ovvero fino al momento in cui le graduatorie d’istituto saranno aggiornate: allora (verosimilmente per novembre, come l’anno scorso) sarà necessario ripetere tutte le convocazioni, con il conseguente balletto di insegnanti da una scuola all’altra. E con il risultato di dover magari abbandonare una classe con cui si era già impostato il lavoro e che si era appena iniziata a conoscere, stabilendo i primi rapporti umani con gli studenti. E con ulteriori settimane di panico per l’attesa di convocazioni e relativi esiti. Insomma, ancora una volta, si naviga a vista.