Autoepistola. Vent’anni dopo

343401

All’inizio dell’anno scolastico, come di consueto, ho assegnato agli studenti della prima dove faccio italiano alcune tracce di tema che permettessero loro di parlare un po’ di sé e a me di conoscerli un po’ meglio. Una di queste richiedeva di immaginare di scrivere una lettera a sé stessi fra vent’anni, esprimendo desideri, aspettative e speranze per il futuro. Nonostante alcune osservazioni disincantate del tipo “ma tra vent’anni non so nemmeno se sono ancora vivo”, la traccia è stata scelta da diversi alunni, e ne sono uscite anche delle considerazioni interessanti: accanto a coloro che aspiravano a una vita da super manager in America (o comunque a una brillante carriera), c’era chi metteva al primo posto i valori della famiglia, immaginando di averne una tutta sua, e chi semplicemente sperava di continuare a mantenere i rapporti con tutte le persone care che aveva intorno a sé in quel periodo.

Leggendo e correggendo quei temi, ho riflettuto sul fatto che vent’anni fa (in realtà diciannove, ma siamo lì) ero esattamente al loro posto, seduta a un banco della quarta ginnasio, e chissà se allora, timida e insicura com’ero, avrei mai immaginato di stare dall’altra parte della cattedra. Ho dunque pensato a come sarebbe fare l’esercizio contrario, ossia scrivere una lettera alla me stessa di vent’anni fa.

Le scriverei che so benissimo che si sente strana: sovrappeso, senza trucco, vestita di abiti usati e fuori moda, con gli occhiali spessi e lo smalto di colori improbabili, ma anche con pochi amici e con poca voglia di uscire. A quattordici anni si soffre molto per non essere capaci di integrarsi e di avere relazioni con “gli altri”, anche perché “gli altri” pensano che quella anormale sia tu. Le scriverei che vent’anni dopo sarà ancora sovrappeso, senza trucco, coi suoi occhialoni, con gli smalti colorati e vestita abbastanza a caso, e che andrà benissimo così. Nel frattempo succederà, da un lato, che tutti matureranno lasciando da parte il desiderio di omologazione tipico degli adolescenti (e che frustra quelli che hanno una natura poco socievole) e, dall’altro, che lei, via via, incontrerà sempre più persone che condividono i suoi interessi (letteratura, musica… persone “strane come lei”) e le sue tendenze caratteriali, facendola sentire meno sola e meno fragile.

Le scriverei che sta per intraprendere il percorso della sua vita: quello che incontrerà in quei cinque anni di liceo che la attendono la farà innamorare alla follia, e non vorrà mai più separarsene. Troverà anche tanti insegnanti che crederanno in lei e la incoraggeranno, anche nei periodi più difficili. Ci saranno dei momenti in cui penserà che magari andare avanti con gli studi classici non potrà portare a nulla di concreto; ricordi, comunque, che, per chi ci crede davvero e si impegna, i risultati arriveranno, e una strada prima o poi si aprirà. Ci saranno dei momenti in cui le sembrerà di non riuscire più a fare nulla e di non valere nulla; allora ci sarà anche quello che la salverà: i libri, la musica, ma soprattutto tante persone che le staranno vicino. Allora vedrà che non è sola come credeva e che anche le prossime volte che cadrà troverà la forza di rialzarsi.

Le scriverei (forse facendo uno spoiler) che un giorno (non subito, un giorno) capirà che la sua strada è quella della cattedra, perché la cultura classica è meravigliosa, ma è ancora più bello comunicarla, magari agli adolescenti che come lei potranno innamorarsene, e in cui lei (io) inizierà a rivedersi (soprattutto in quelli “strani”, che magari parlano un po’ meno o restano in un angolino), recuperando dalla loro passione (che è anche la sua: si alimenteranno a vicenda) nuove energie e nuovo amore per il mondo antico, per la letteratura, per la storia, e anche una specie di gioia nuova per essere sulla stessa lunghezza d’onda. E forse alcuni vedranno in lei quella che crede in loro. Non sarà facile e non accadrà sempre, ma quando funzionerà darà un senso a tutta la vita che c’è stata prima e una luce alla vita che ci sarà dopo.

E mi rendo conto che forse quello che scriverei alla me stessa di vent’anni fa è lo stesso che scriverei ai miei alunni di adesso.

Annunci

Perle nere

imgtop_perles_bacchet_07

Come ben si sa, uno dei compiti più duri dell’insegnante di italiano è insegnare agli alunni a scrivere in modo corretto, facendo sì che superino gli automatismi espressivi tipici del parlato. Studiare semplicemente la grammatica ovviamente serve a poco, dal momento che le regole vengono imparate solamente per la verifica, senza alcun legame con la produzione del testo, che a mio avviso dovrebbe invece essere potenziata con appositi esercizi mirati (ogni tanto ci provo anche, sia in classe sia in verifica: alla richiesta di comporre una frase che contenga, ad esempio, un complemento predicativo del soggetto, la stragrande maggioranza degli alunni va completamente in crisi e non sa nemmeno da che parte iniziare); non è difficile, infatti, trovare studenti che se la cavano molto bene nelle verifiche di grammatica ma che, quando si tratta di scrivere, si esprimono in modo decisamente approssimativo. Nemmeno segnare gli errori nei temi e dare la relativa correzione serve granché: l’alunno medio è principalmente interessato a capire perché gli è stato dato un certo voto (qualche volta mettendosi anche a protestare) più che a comprendere perché sbaglia e quindi correggersi per le prossime volte. Dentro da un orecchio, fuori dall’altro. Tanto secondo lui (o lei) si capisce benissimo quello che vuole dire ed è invece il professore che non ci arriva; siamo alla negazione del principio catoniano rem tene, verba sequentur e all’esaltazione del detto popolare “sono responsabile di quello che dico e non di quello che capisci tu”. I vademecum che spiegano gli errori più comuni e danno le correzioni caso per caso (tipo questo) servono relativamente: lo studente medio li guarda, cerca di assimilarli, riconosce che le forme corrette sono più chiare e comprensibili di quelle costruite secondo la sua consuetudine, ma quando è ora di mettersi a scrivere va per inerzia e si esprime come al solito, perché l’abitudine è una brutta bestia dura a morire.

Un annetto e mezzo fa, tuttavia, ho partecipato a un incontro di aggiornamento sul testo argomentativo, dove la docente che lo teneva, oltre a darci alcune dritte utili per curare l’organizzazione dei contenuti e l’uso dei connettivi, ha parlato di un metodo da lei utilizzato per cercare di migliorare la scrittura degli alunni, che mi è parso molto interessante e che ho cercato di utilizzare in seguito. Ecco in che cosa consiste: durante la correzione dei temi, si prende nota delle frasi più scorrette e improbabili, e le si trascrive in un file Word senza indicarne l’autore. Successivamente, al momento della riconsegna dei temi, si proietta il suddetto file Word sulla LIM a tutto schermo e si correggono le frasi insieme ai ragazzi.

Dal momento che questo incontro era avvenuto ad anno scolastico ormai molto avanzato e avevo già fatto svolgere l’ultimo tema praticamente in tutte le mie classi, mi trovavo nella condizione di non poter più utilizzare questo metodo con loro, e mi sono dunque organizzata in altro modo: avevo da parte una serie di temi svolti per casa da alunni di classi che avevo avuto fino ad avente diritto o comunque non fino a fine anno, e che non avevo fatto in tempo a riconsegnare agli studenti; ho selezionato quelli scritti in modo più incerto (eliminando qualsiasi dato anagrafico), li ho fotocopiati e li ho “dati in pasto” alle classi divise a gruppi, chiedendo loro di correggerli, usando anche la penna rossa e mettendo pure il voto, se volevano (ho consegnato loro anche copia della griglia di valutazione). I ragazzi hanno recepito l’attività con entusiasmo, impazienti di “mettersi dall’altra parte” per una volta: girando per i banchi, ho notato anche una certa intransigenza nella correzione degli errori e nell’assegnazione dei voti (segnacci rossi dappertutto, valutazioni bassissime tipo 3 o 4), e le frasi più frequenti che ho sentito erano: “ma come scrive questo?”, “ma non si capisce niente”, “ma davvero questo qui fa le superiori?”. Ho risposto loro che in realtà il livello dei testi che avevano davanti era del tutto simile al loro, e questo esperimento è stato quantomeno utile a mettere gli studenti di fronte alla percezione esterna che si ha delle loro produzioni, nonostante affermino di sapere bene quello che vogliono dire.

L’anno successivo (ossia l’anno scorso), potendomi organizzare con maggiore calma, dopo aver proposto, come l’anno precedente, la correzione di temi altrui (svoltasi anche stavolta con altrettanta cattiveria), ho messo in atto, dopo ogni tema in classe, il metodo suggerito dalla docente durante l’incontro di formazione, ribattezzandolo “metodo delle perle nere”, prendendo ispirazione dalla Barcaccia di Radio3. Ho osservato che i ragazzi attendevano il file delle “perle nere” con impazienza e curiosità, per vedere se “c’erano dentro anche loro”, lungi dal vergognarsi che le loro frasi fossero visibili a tutto schermo con tanto di errori. La fase della correzione, con modifica direttamente sul file Word, è avvenuta con grande collaborazione da parte degli alunni, che riconoscevano la scarsa chiarezza delle frasi (talora con qualche presa in giro bonaria nei confronti degli autori) e proponevano delle alternative corrette; in alcuni casi, l’autore stesso delle frasi prendeva appunti e stava attento per cercare di migliorarsi. In classe si riusciva a correggere soltanto una parte delle frasi, per cui si è provveduto a inviare il file agli alunni per continuare l’attività a casa.

Faccio seguire un esempio concreto, con una “perla nera” di quest’anno e relativa correzione:

Per esempio, mio fratello quando aveva due anni li (anacoluto ed errore ortografico) piacevano tanto le pentole, (qui manca un connettivo) invece di giocare con i suoi giocattoli, si metteva a cucinare, ovviamente per finta, mettendo (dove?) la farina o la pasta e mescolando come se stasse (errore morfologico) facendo da mangiare.” -> Per esempio, a mio fratello, quando aveva due anni, piacevano tanto le pentole che, invece di giocare con i suoi giocattoli, si metteva a cucinare con quelle, ovviamente per finta, mettendoci dentro la pasta e mescolando come se stesse facendo da mangiare.

In conclusione, mi sembra che questo metodo, attuato sistematicamente, e magari anche al di fuori della correzione dei temi (ad esempio, nel contesto della correzione di altri elaborati svolti in classe e a casa), sia quello più efficace per far sì che gli alunni prendano coscienza di eventuali incertezze espressive e si impegnino per porvi in qualche modo rimedio. Per l’anno prossimo penso a un’integrazione delle “perle nere” con l’Appendix Improbi, ossia con l’antologia dei peggiori errori ortografici commessi in quel pacco di compiti; ecco qualche esempio di cosa ci potrebbe essere:

  • VERGOGNA non VERGOGNIA
  • ILIADE non ILLIADE
  • USCIMMO non USCIEMMO
  • A VOLTE non AVVOLTE
  • D’ALTRONDE non DAL TRONDE

…e via castroneggiando.

Pedro (testo di Thomas Z.)

3bd383cdf9446912a35458166e99234d_xl

Come annunciato, continua la serie dei testi descrittivi e narrativi prodotti dagli studenti. Anche stavolta (come la volta scorsa) è il turno di un inquietante personaggio horror, che tuttavia fa parte del racconto scritto da un’altra classe. A parte un certo schematismo, che può rendere il testo poco scorrevole, ho molto apprezzato la capacità, da parte dello studente, di rendere vivide le caratteristiche fisiche e caratteriali del personaggio, tanto da delinearne un ritratto efficace e molto “visivo”. È un peccato che, alla fine, il personaggio abbia avuto un ruolo decisamente marginale nel racconto. Trascrivo il testo così com’è, emendandolo soltanto di alcuni errori ortografici.

PEDRO (di Thomas Z.)

Pedro è un essere di circa quarant’anni che abita in una casa abbandonata ai margini della città. Lui ha fattezze umane, anche se definirlo uomo non è del tutto corretto, si vede poco in giro, nessuno ha ancora capito quale sia la sua professione. Le rare volte che lo si vede, porta sempre uno zaino di pelle consumata su una spalla. Di lui si hanno poche notizie, non si sa se sia fidanzato o sposato e se abbia ancora qualche familiare che vive con lui o parenti in altre parti del mondo.

È un uomo alto e molto magro, tanto che i pantaloni che indossa sembrano non avere nulla sotto, tanto sono larghi. Il suo viso scarno e allungato è ricoperto da una lunga barba incolta e sulla fronte spuntano profonde rughe che mostrano la sua rabbia e il suo carattere ombroso. I suoi occhi sfuggenti si nascondono spesso dietro a due rotonde lenti scure che non permettono di vedere il suo sguardo o il colore dei suoi occhi. Sopra agli occhi si inarcano due sopracciglia lunghe e scomposte, come due cespugli in un giardino incurato. I lunghi capelli brizzolati escono da un cappellino nero e si appoggiano sulle sue oscure spalle. Essi sono ondulati e crespi come la paglia di una scopa. Sopra ai suoi baffi, che fanno tutt’uno con la barba, si vede un lungo naso aquilino dal quale escono dei lunghi peli. La carnosa bocca screpolata è quasi totalmente coperta dai baffi e dalla barba, e i suoi denti non sono mai visibili perché non apre mai la bocca né per parlare né per sorridere. Le guance, che rimangono scoperte, sono di un colore olivastro, ricoperte di escoriazioni dalle quali fuoriesce un liquido simile al sangue. Le sue curve spalle larghe lo fanno assomigliare a un omaccione orte, ma il suo corpo nella parte inferiore pare sparire perché le lunghe braccia sono magre e le gambe sono stecchini coperti da lunghi pantaloni blu in velluto rigato, tappezzati e sporchi. Indossa una giacca di lana lunga e una camicia a quadrettoni, talvolta senza bottoni. Il suo aspetto appare molto sporco e trasandato e i suoi abiti non cambiano mai, sono sempre gli stessi. Due scarponi neri di cuoio, bucati sulla punta, rendono il suo portamento e i suoi movimenti molto scoordinati e lenti.

È molto difficile definire la sua personalità perché il suo sguardo ostile e scontroso tiene tutti alla larga, ma non è difficile capire che è un tipo solitario e irascibile. Non risponde mai al saluto di un passante e tantomeno ai negozianti nelle piccole botteghe nelle quali entra per acquistare una bottiglia di vino rosso o qualche pezzo di pane o formaggio. (Da questo dettaglio della dieta ho capito che il fanciullo stava descrivendo la versione horror di Mauro Corona.) Il suo passaggio lascia tutti pietrificati, non solo per lo spiacevole aspetto che ha, ma anche per la freddezza che ti trasmette quando ti cammina vicino. Incute paura, timore e la sua visione agghiacciante allontana tutti coloro che lo incrociano per strada, un tremore lungo la schiena fa rabbrividire anche il più coraggioso. Alcune persone quando appare in città sussurrano: “Il mostro”, perché è considerato una terribile creatura e addirittura una bestia mangia uomini. Qualche maldicenza paesana dice che non acquista molto cibo perché si nutre di carne umana, dopo essersi impossessato dell’anima delle persone che riesce ad avvicinare. Si dice inoltre che dalla sua abitazione provengano, ogni notte di luna piena, ululati inquietanti che fanno tremare le finestre di tutta la città.