Autoepistola. Vent’anni dopo

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All’inizio dell’anno scolastico, come di consueto, ho assegnato agli studenti della prima dove faccio italiano alcune tracce di tema che permettessero loro di parlare un po’ di sé e a me di conoscerli un po’ meglio. Una di queste richiedeva di immaginare di scrivere una lettera a sé stessi fra vent’anni, esprimendo desideri, aspettative e speranze per il futuro. Nonostante alcune osservazioni disincantate del tipo “ma tra vent’anni non so nemmeno se sono ancora vivo”, la traccia è stata scelta da diversi alunni, e ne sono uscite anche delle considerazioni interessanti: accanto a coloro che aspiravano a una vita da super manager in America (o comunque a una brillante carriera), c’era chi metteva al primo posto i valori della famiglia, immaginando di averne una tutta sua, e chi semplicemente sperava di continuare a mantenere i rapporti con tutte le persone care che aveva intorno a sé in quel periodo.

Leggendo e correggendo quei temi, ho riflettuto sul fatto che vent’anni fa (in realtà diciannove, ma siamo lì) ero esattamente al loro posto, seduta a un banco della quarta ginnasio, e chissà se allora, timida e insicura com’ero, avrei mai immaginato di stare dall’altra parte della cattedra. Ho dunque pensato a come sarebbe fare l’esercizio contrario, ossia scrivere una lettera alla me stessa di vent’anni fa.

Le scriverei che so benissimo che si sente strana: sovrappeso, senza trucco, vestita di abiti usati e fuori moda, con gli occhiali spessi e lo smalto di colori improbabili, ma anche con pochi amici e con poca voglia di uscire. A quattordici anni si soffre molto per non essere capaci di integrarsi e di avere relazioni con “gli altri”, anche perché “gli altri” pensano che quella anormale sia tu. Le scriverei che vent’anni dopo sarà ancora sovrappeso, senza trucco, coi suoi occhialoni, con gli smalti colorati e vestita abbastanza a caso, e che andrà benissimo così. Nel frattempo succederà, da un lato, che tutti matureranno lasciando da parte il desiderio di omologazione tipico degli adolescenti (e che frustra quelli che hanno una natura poco socievole) e, dall’altro, che lei, via via, incontrerà sempre più persone che condividono i suoi interessi (letteratura, musica… persone “strane come lei”) e le sue tendenze caratteriali, facendola sentire meno sola e meno fragile.

Le scriverei che sta per intraprendere il percorso della sua vita: quello che incontrerà in quei cinque anni di liceo che la attendono la farà innamorare alla follia, e non vorrà mai più separarsene. Troverà anche tanti insegnanti che crederanno in lei e la incoraggeranno, anche nei periodi più difficili. Ci saranno dei momenti in cui penserà che magari andare avanti con gli studi classici non potrà portare a nulla di concreto; ricordi, comunque, che, per chi ci crede davvero e si impegna, i risultati arriveranno, e una strada prima o poi si aprirà. Ci saranno dei momenti in cui le sembrerà di non riuscire più a fare nulla e di non valere nulla; allora ci sarà anche quello che la salverà: i libri, la musica, ma soprattutto tante persone che le staranno vicino. Allora vedrà che non è sola come credeva e che anche le prossime volte che cadrà troverà la forza di rialzarsi.

Le scriverei (forse facendo uno spoiler) che un giorno (non subito, un giorno) capirà che la sua strada è quella della cattedra, perché la cultura classica è meravigliosa, ma è ancora più bello comunicarla, magari agli adolescenti che come lei potranno innamorarsene, e in cui lei (io) inizierà a rivedersi (soprattutto in quelli “strani”, che magari parlano un po’ meno o restano in un angolino), recuperando dalla loro passione (che è anche la sua: si alimenteranno a vicenda) nuove energie e nuovo amore per il mondo antico, per la letteratura, per la storia, e anche una specie di gioia nuova per essere sulla stessa lunghezza d’onda. E forse alcuni vedranno in lei quella che crede in loro. Non sarà facile e non accadrà sempre, ma quando funzionerà darà un senso a tutta la vita che c’è stata prima e una luce alla vita che ci sarà dopo.

E mi rendo conto che forse quello che scriverei alla me stessa di vent’anni fa è lo stesso che scriverei ai miei alunni di adesso.

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Liebster Award (e una padellina di cavoli miei)

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Un paio di settimane fa sono stata nominata da Mandorla, blogger con la passione per la scrittura, il cinema e la psicologia, per il Liebster Award (ecco qui il post incriminato, con la mia nomination ma soprattutto con le istruzioni per l’uso), iniziativa dedicata ai blog con meno di 200 followers e destinata a dar loro visibilità. Ora, dato che mi risulta difficile trovare 11 blog così piccolini a cui proporre la cosa, ma soprattutto perché l’imbarazzo mi impedirebbe di porre 11 domande (anche perché già il mio lavoro consiste nell’interrogare la gente), provvedo semplicemente a soddisfare le curiosità di Mandorla (sottoponendo dunque una porzioncina di cavoli miei anche al resto del web).

  1. Cosa fai nella tua foto preferita? Nella mia foto preferita in assoluto ho 3 anni e sto reggendo un mazzo enorme di narcisi gialli.
  2. Che ci fai qui su WordPress? Questo blog nasce come un’evoluzione della mia pagina FB (questa qui) e ha lo scopo di condividere momenti di vita scolastica e riflessioni sull’insegnamento e sulla letteratura, basandosi sul principio consolatorio dell’hoc non solum tibi e cercando qualche volta di sorriderci un po’ su.
  3. Qual è il film che ti rappresenta meglio? Ultimamente, L’armata Brancaleone, che simboleggia il percorso verso l’agognato posto di ruolo. Chissà se arriveremo mai ad Aurocastro e se ci sono i saraceni ad aspettarci per farci a fettine.
  4. Una cosa che ti diceva una persona importante e che non dimenticherai mai più. Ero appena stata mollata dal fidanzato del momento; papà mi disse: “Su, tu sei sopra la media”. Grazie papà.
  5. Qual è la colonna sonora della tua vita? Tanto barocco (o comunque musica classica in generale) e tanto rock, dipende dai momenti. In una parola: barock ‘n’ roll. Nei frangenti peggiori ricorro alla demenzialità intelligente di Elio e le Storie Tese (alcune dimostrazioni qui e qui).
  6. Pane, formaggio e vino rosso o wurstel, birra e patatine? Da buona veneta, la scelta obbligatoria va verso pane, formaggio e vino.
  7. Come ti immagini nel futuro? Possibilmente docente a tempo indeterminato: il sogno proibito sarebbe insegnare latino e greco vicino a casa (anche latino e italiano sarebbe perfetto), ma la prospettiva può anche essere quella di traslocare, a seconda dei posti che ci sono. Insomma, si vedrà. Per ora il mio futuro sono le vacanze di Pasqua (Roma mi attende e non vedo l’ora).
  8. Cosa ti piace leggere? Tanti classici.
  9. Qual è l’aspetto di te che non piace agli altri? La rusticitas, credo. Immagino che quella o si ami o si odi.
  10. Cinema o Libro? Entrambi.
  11. Come deve essere un blog per essere piacevole? Intelligente e originale nei contenuti, e possibilmente scritto bene.

L’onore delle armi

Per un insegnante, il primo incarico ha sempre qualcosa di speciale. Quanto a me, devo ammettere che sono stata fortunata, perché, un paio di mesi dopo la laurea, armata soltanto di messe a disposizione inviate a tappeto in tutto il territorio provinciale, sono stata chiamata per tenere alcuni corsi di recupero di Italiano in un liceo artistico e delle scienze sociali. Ma questo ancora non conta come esperienza scolastica vera e propria, perché si tratta comunque di un incarico che rimane al di fuori dell’attività didattica ordinaria. Successivamente, l’abbondanza di curricula di cui ho tempestato anche le scuole private mi ha fatto guadagnare un incarico annuale in un centro studi, che è stato sufficientemente traumatico da guadagnarsi un post a sé, presto venturo. (Ho una quantità incredibile di cose che ho promesso di scrivere qui, e che prima o poi scriverò, non si tema.) Nel maggio di quell’anno scolastico campale, tuttavia, ho ricevuto la prima chiamata come supplente vera e propria: due settimane di italiano e storia nel triennio di un istituto tecnico per geometri, per sostituire una collega in infortunio. Ero talmente su di giri che per calmarmi ho irrazionalmente messo sul fuoco una moka di caffè.

Il giorno successivo arrivo a scuola e passo in segreteria; mi vengono rapidamente date alcune indicazioni sullo svolgimento dei programmi nelle varie classi e vengo catapultata in aula, dove improvviso qualcosina in base agli ultimi argomenti affrontati dalla docente titolare. Un po’ alla volta, anche grazie alle indicazioni dell’insegnante, inizio a ingranare e prendo le misure delle classi che ho davanti.

Classe quinta: finisco Svevo e inizio Pirandello in italiano; introduco il fascismo in storia. Dato anche che si avvicinano gli esami di maturità, gli studenti sono attentissimi e zittissimi, tanto da farmi quasi soggezione.

Classe quarta: Romanticismo e introduzione a Manzoni in italiano; Rivoluzione industriale in storia. Gli studenti sono una manica di allegri cialtroni, coi quali è un piacere lavorare, anche nel segno delle battute di spirito e della presa per i fondelli reciproca. (Esempio: sorveglianza durante lo svolgimento di un saggio breve sulla diffusione dell’alcolismo tra i giovani. Soddisfo la curiosità di alcuni alunni, i quali fanno mostra di essere ometti vissuti, raccontando loro come è nato lo spritz, che ammetto di aver abbondantemente consumato durante gli anni patavini. Conclusa la breve spiegazione, un alunno mi fa: “Beh, dato che ne sa così tanto, il tema potrebbe farcelo lei!”. Risposta: “Stando a quello che mi avete detto, più che un tema voi potreste scrivere un trattato!”.) Con alcuni alunni ho mantenuto ottimi rapporti anche ben dopo la fine della supplenza.

Classe terza: concludo Boccaccio e passo a Petrarca. Una classe decisamente ostica, che mal sopporta il fatto di dover obbedire a una supplente. Spesso il caos è tale che fatico a sentire la mia stessa voce mentre spiego. Alla fine del ciclo di lezioni su Boccaccio, è in programma un compito, il testo del quale mi viene fornito dall’insegnante titolare. Un paio di lezioni prima della verifica, vengono alla cattedra le rappresentanti di classe, una delle quali, anche a lezione, è particolarmente sul piede di guerra e mi dà contro qualsiasi cosa io dica. Sic stantibus rebus, l’ostilità è graziosamente ricambiata. La fanciulla in questione, tra l’altro, si è resa protagonista di un memorabile intervento in cui, dopo la lettura della novella boccacciana di Federigo degli Alberighi, ha affermato di non aver capito se la donna, alla fine, mangia l’uccello. (A fatica mi son trattenuta dal risponderle che sì, è successo, e probabilmente in entrambi i sensi, tipo la matrona di Efeso.) In sostanza, vogliono evitare il compito con la scusa di aspettare la fine della supplenza per svolgerlo “con la loro docente”. Diplomaticamente, e sapendo che giammai l’avrebbero avuta vinta, rispondo che sentirò l’insegnante. Com’è ovvio, alla fine la classe, pur riluttantissima, fa il compito lo stesso. Prima di concludere la mia esperienza lì, faccio a tempo a fare un paio di interrogazioni, in una delle quali il malcapitato studente, richiesto di riassumere la trama della novella di Federigo degli Alberighi, risponde che “alla fine muore il falcone, quello che combatteva i mafiosi”. (Queste e altre maccheronate boccacciane compaiono anche qui.) In conclusione, passo gli ultimi dieci minuti di lezione in quella classe declamando un’improvvisata e roboante catilinaria in cui chiedo agli alunni di immaginarsi, dopo qualche anno, impegnati nella presentazione di un progetto di fronte a un uditorio che li ignorasse completamente. In tal modo ottengo dalla classe gli unici dieci minuti di attenzione nel giro di due settimane. Alla fine la classe (e in particolare quell’alunna) mi ha stremata talmente che ancora qualche mese dopo, quando, girando per il centro, ne incrocio qualche studente (e lei in particolare), evito il contatto visivo e sono tentata di cambiare marciapiede.

Una sera del settembre successivo, tuttavia, accade l’inaspettato. Sono seduta al tavolino esterno di un bar a sorseggiare un prosecchino in compagnia, quando un fioraio ambulante indiano mi porge una delle sue rose rosse. Sto per mandarlo via, credendo che voglia vendermela, ma l’ambulante mi indica alcune ragazze a un tavolo un po’ più in là, dicendomi che me la mandano loro. Mi giro a guardare e non credo ai miei occhi: è un gruppetto di alunne di quella terza, comprendente anche la rappresentante bellicosa. Le fanciulle mi salutano con un sorriso e mi ringraziano per il breve periodo che ho passato con loro. Lì per lì sorrido come una scema, ricambio il ringraziamento e non so che altro dire. Abituata come sono a diffidare delle manifestazioni di affetto degli studenti (la malfidata captatio benevolentiae è sempre dietro l’angolo), mi serve qualche minuto per capire che effettivamente il dono della rosa è nato da autentica stima, e probabilmente da quella forma di stima che si ha per un avversario che ha opposto fiera resistenza. Giro per tutta la sera con la rosa in mano, e quando torno a casa la infilo in un vaso e la metto in bella mostra in studio.

Forse è proprio in quel momento che mi sono convinta che la scuola è il posto che fa per me.