Pedro (testo di Thomas Z.)

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Come annunciato, continua la serie dei testi descrittivi e narrativi prodotti dagli studenti. Anche stavolta (come la volta scorsa) è il turno di un inquietante personaggio horror, che tuttavia fa parte del racconto scritto da un’altra classe. A parte un certo schematismo, che può rendere il testo poco scorrevole, ho molto apprezzato la capacità, da parte dello studente, di rendere vivide le caratteristiche fisiche e caratteriali del personaggio, tanto da delinearne un ritratto efficace e molto “visivo”. È un peccato che, alla fine, il personaggio abbia avuto un ruolo decisamente marginale nel racconto. Trascrivo il testo così com’è, emendandolo soltanto di alcuni errori ortografici.

PEDRO (di Thomas Z.)

Pedro è un essere di circa quarant’anni che abita in una casa abbandonata ai margini della città. Lui ha fattezze umane, anche se definirlo uomo non è del tutto corretto, si vede poco in giro, nessuno ha ancora capito quale sia la sua professione. Le rare volte che lo si vede, porta sempre uno zaino di pelle consumata su una spalla. Di lui si hanno poche notizie, non si sa se sia fidanzato o sposato e se abbia ancora qualche familiare che vive con lui o parenti in altre parti del mondo.

È un uomo alto e molto magro, tanto che i pantaloni che indossa sembrano non avere nulla sotto, tanto sono larghi. Il suo viso scarno e allungato è ricoperto da una lunga barba incolta e sulla fronte spuntano profonde rughe che mostrano la sua rabbia e il suo carattere ombroso. I suoi occhi sfuggenti si nascondono spesso dietro a due rotonde lenti scure che non permettono di vedere il suo sguardo o il colore dei suoi occhi. Sopra agli occhi si inarcano due sopracciglia lunghe e scomposte, come due cespugli in un giardino incurato. I lunghi capelli brizzolati escono da un cappellino nero e si appoggiano sulle sue oscure spalle. Essi sono ondulati e crespi come la paglia di una scopa. Sopra ai suoi baffi, che fanno tutt’uno con la barba, si vede un lungo naso aquilino dal quale escono dei lunghi peli. La carnosa bocca screpolata è quasi totalmente coperta dai baffi e dalla barba, e i suoi denti non sono mai visibili perché non apre mai la bocca né per parlare né per sorridere. Le guance, che rimangono scoperte, sono di un colore olivastro, ricoperte di escoriazioni dalle quali fuoriesce un liquido simile al sangue. Le sue curve spalle larghe lo fanno assomigliare a un omaccione orte, ma il suo corpo nella parte inferiore pare sparire perché le lunghe braccia sono magre e le gambe sono stecchini coperti da lunghi pantaloni blu in velluto rigato, tappezzati e sporchi. Indossa una giacca di lana lunga e una camicia a quadrettoni, talvolta senza bottoni. Il suo aspetto appare molto sporco e trasandato e i suoi abiti non cambiano mai, sono sempre gli stessi. Due scarponi neri di cuoio, bucati sulla punta, rendono il suo portamento e i suoi movimenti molto scoordinati e lenti.

È molto difficile definire la sua personalità perché il suo sguardo ostile e scontroso tiene tutti alla larga, ma non è difficile capire che è un tipo solitario e irascibile. Non risponde mai al saluto di un passante e tantomeno ai negozianti nelle piccole botteghe nelle quali entra per acquistare una bottiglia di vino rosso o qualche pezzo di pane o formaggio. (Da questo dettaglio della dieta ho capito che il fanciullo stava descrivendo la versione horror di Mauro Corona.) Il suo passaggio lascia tutti pietrificati, non solo per lo spiacevole aspetto che ha, ma anche per la freddezza che ti trasmette quando ti cammina vicino. Incute paura, timore e la sua visione agghiacciante allontana tutti coloro che lo incrociano per strada, un tremore lungo la schiena fa rabbrividire anche il più coraggioso. Alcune persone quando appare in città sussurrano: “Il mostro”, perché è considerato una terribile creatura e addirittura una bestia mangia uomini. Qualche maldicenza paesana dice che non acquista molto cibo perché si nutre di carne umana, dopo essersi impossessato dell’anima delle persone che riesce ad avvicinare. Si dice inoltre che dalla sua abitazione provengano, ogni notte di luna piena, ululati inquietanti che fanno tremare le finestre di tutta la città.

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Henry Lewis King (testo di Gaia B.)

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Nelle mie classi prime, quest’anno, sto facendo svolgere un lavoro di gruppo (che in realtà ho testato già l’anno scorso con un certo successo) volto alla produzione di testi descrittivi e narrativi: gli studenti si sono divisi in gruppi e hanno scelto un genere letterario; ognuno di loro, poi, ha “adottato” un personaggio e ha scritto un testo per descriverlo. Lo scopo finale del lavoro è ovviamente ottenere un racconto in cui questi personaggi vengono inseriti: gli elaborati finali verranno poi prossimamente letti e votati dai compagni. Per ora sto raccogliendo i testi descrittivi (avrei dovuto riceverli tutti dopo le vacanze di Pasqua, ma ben conosciamo la propensione dei nostri alunni al rispetto delle scadenze): alcuni di questi sono veramente ben scritti, e secondo me meritano di essere letti non solo da me o dai compagni di classe degli autori. Ho provveduto dunque a chiedere agli studenti interessati il permesso di pubblicare i loro testi, e me l’hanno accordato con entusiasmo, lusingati ed esaltati dalla prospettiva di finire su un blog. Li ho già avvertiti che la stessa fine potrebbe toccare anche ai racconti finiti, qualora riescano particolarmente bene.

La prima descrizione della serie riguarda un personaggio del racconto scritto dal gruppo che si occupa di horror: l’ho trovata davvero intrigante e, in qualche modo, anche autonoma rispetto a un testo più ampio, e allo stesso tempo caratterizzata dalla suspense necessaria a incuriosire un potenziale lettore e interessarlo a saperne di più sul personaggio. Ma bando alle ciance ed ecco a voi il testo.

Henry Lewis King (di Gaia B.)

I miei occhi ricambiano lo sguardo dallo specchio a figura intera. Il mio corpo, un tempo slanciato e atletico, appare sciupato, troppo magro, malato. Le clavicole, come le costole e la spina dorsale, sporgono un po’ troppo e tendono la pelle, giallastra e malaticcia. Il mio viso sembra un teschio, le guance, un tempo floride e rosee, sono scavate, coperte da un leggero velo di barba ispida e scura, i baffi, una volta curati e morbidi, sono di un colore spento, selvaggi, non curati, gli zigomi sono sporgenti e gli occhi infossati. Gli occhi. Dove sono i miei occhi? Non li riconosco più. Una volta erano verdi, gentili, e ogni donzella si innamorava di quegli occhi che parevano due smeraldi. Ora sono due pozzi senza fondo, neri, vuoti, malvagi. I capelli color castano ramato circondano selvaggiamente il mio volto. Non c’è più traccia delle onde eleganti di un tempo.

I pantaloni a pieghe, tenuti in vita da una cintura di cuoio nero, non riescono a coprire le caviglie, blu per il freddo dell’inverno, come dovrebbero. Avrebbero dovuto ricadere elegantemente sopra le scarpe raffinate, di magnifica fattura, oramai consumate e rovinate. L’orlo della camicia sporge dai pantaloni, il gilet in seta blu notte, ricamato a figure orientali ed arabeschi dorati e chiuso da eleganti bottoni in una pietra celeste, è usurato e macchiato qua e là. Il taschino non vede rose profumate e fazzoletti elegantemente ricamati da tempo immemore. L’elegante ascot di damasco blu, che usavo portare annodato al collo, è sparito da lungo tempo, sostituito da un severo farfallino nero. La giacca in lana blu, lunga fino a metà polpaccio e chiusa sul petto da due file di bottoni dorati, pende floscia dalle mie spalle. I guanti in pelle di capretto sono consumati fino al punto di riuscir a vedere la pelle della mano sottostante.

Ma il cambio che mi ha sconvolto non è quello esteriore, ma quello interiore: la calma, la giovialità, la generosità sono mutate, velate da un costante senso di terrore che mi appanna la vista e mi inibisce i sensi. Non trovo più diletto nelle attività che un tempo svolgevo così gioiosamente: la sola vista del corpo forte di un cavallo e dei suoi occhi profondi, che sembrano scandagliare i recessi della mia anima, mi dà la nausea.

Dov’è il vero Henry Lewis King? Dov’è il vero me?

Leggere in classe: teatri e teatrini

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Quando si tratta di leggere in classe, mi piace molto l’idea della lettura teatralizzata, per coinvolgere maggiormente gli studenti dando loro le “parti” dei personaggi proprio come se fossimo a teatro. È una strategia che può funzionare molto bene al biennio, quando si fanno letture antologiche di opere come i poemi epici e i Promessi Sposi. In particolare, per quanto riguarda l’epica, trovo interessante la possibilità di disporre i lettori di fronte ai compagni per mettere in scena più concretamente gli eventi narrati, rispettando anche le indicazioni di prossemica e i gesti. Per capirci, il mio sogno nel cassetto sarebbe avere un Omero quattordicenne in un angolo, magari con un vecchio lenzuolo addosso e una ghirlanda di carta in testa, un’Andromaca che regge il bambolotto Astianatte e un Ettore dall’elmo di cartone che affronta Achille, armato allo stesso modo, brandendo (con criterio) un manico di scopa.

Quest’anno finalmente sono riuscita a mettere in pratica quest’idea, con una prima linguistico molto numerosa e particolarmente vivace, con alcuni alunni che fanno fatica a rimanere seduti al posto. Per far sì che collaborino, mi tocca fare di loro i miei eroi epici.

Primo esperimento: lettura di “Ettore e Andromaca” con un Ettore dinoccolato e magrissimo col berretto al posto dell’elmo e il ragazzino più piccolo che faceva Astianatte col cappuccio della giacca portato tipo cuffietta infantile, alternativamente portato in braccio da un altro ragazzo in veste di nutrice e disteso su due sedie a mo’ di carrozzina, con un giubbotto per copertina. I ragazzi si sono offerti da soli, senza manco che glielo chiedessi, cosa dunque ottima. La cosa è partita bene, con in particolare un’Andromaca (femmina) molto convinta. Peccato che Astianatte frignasse a tutto volume, a Ettore scappasse da ridere e il resto della classe preferisse fare altro. Ho sospeso il tutto per sopraggiunto marasma universale, ma lo spirito c’era.

Nella lezione successiva, Ettore doveva morire e gli è scappato da ridere di nuovo. Achille bello convinto. Bocciata l’idea di usare come lancia una chiave inglese (perché avere una chiave inglese nell’astuccio? Boh). Almeno il resto della classe ha seguito e c’è pure stato l’applausetto finale. Facciamo progressi.

Mulini a vento

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Sono sempre più convinta che per fare l’insegnante, amando la propria materia e volendo trasmetterla ai ragazzi nonostante gli ostacoli, le pastoie burocratiche e tutto il resto (riforme della scuola, precariato e selezioni comprese), si debba mantenere una parte di quell’idealismo e di speranza nel futuro che avevamo quando eravamo adolescenti noi. (Io ero già stramba e asociale, però la passione e la motivazione in ciò che facevo non mi mancavano nemmeno al liceo.) Come altrimenti parlare, che so, della bellezza della Divina Commedia, della raffinatezza retorica di Cicerone o di come l’Italia è diventata una democrazia a teenagers distratti e casinisti che, senza questi stimoli culturali, finirebbero per diventare adulti che non comprendono il mondo in cui vivono?

Senza questa sorta di “fuoco sacro”, se dovessimo guardare al fatto che la nostra professione è caratterizzata in gran parte da incombenze burocratiche, griglie di valutazione, riunioni torrenziali, gestione di alunni indisciplinati e incontri con genitori non sempre accomodanti, verremmo risucchiati in un vortice di alienazione kafkiana.

È per questo che credo che ci si debba veramente fare imitatori di Don Chisciotte.

Io per esempio i miei neuroni li ho quasi tutti bruciati: sono sulla buona strada.