Usi didattici della Nutella

Quest’anno tra le mie classi ho una seconda scientifico dove insegno latino, e che ho avuto anche l’anno scorso per qualche mese, prima che la mannaia dell’avente diritto me ne separasse. Dunque, la sorte ha voluto non solo che io conosca già i ragazzi, ma anche che, da classe prima simpatica ma un po’ confusionaria, si siano trasformati in una classe seconda che crede in quello che fa e che vuole impegnarsi per fare progressi. Peraltro, all’ultimo ricevimento generale, molti genitori hanno affermato con mia grande gioia che il latino è una materia che i loro figli apprezzano molto. Sono dunque felice di fare lezione con loro, e il loro entusiasmo mi fa da sprone per qualche esperimento didattico.

Per le classi seconde e quarte dei licei del Veneto che prevedono l’insegnamento del latino e che aderiscono all’iniziativa, è organizzata una prova di certificazione delle competenze in questa lingua, chiamata PROBAT (qui qualche informazione sull’argomento): vi sono dunque coinvolti anche i miei ragazzi, e spetta a me prepararli nel modo più adeguato possibile, preparazione che ovviamente non è finalizzata soltanto al superamento della prova, ma soprattutto è volta a consolidare le basi per il triennio. Dopo un primo mese di ripasso e recupero delle conoscenze grammaticali del primo anno, ci siamo accorti che l’apprendimento del lessico era stato lasciato in secondo piano, e dunque si presentava la necessità di rinforzarlo.

Ecco allora l’idea: un bel torneo a squadre sul lessico latino con tanto di cartellone segnapunti. Le squadre sono state formate in base ai risultati ottenuti nel test di ripasso, in modo che non ci fossero eccessive disomogeneità, e ai ragazzi è stato fornito un elenco di termini di base (nomi, aggettivi, verbi) da imparare. Nel frattempo ho provveduto a scofanarmi un vasetto di Nutella, a rietichettarlo (ispirandomi ovviamente a questa famosissima cosa qui: alla fine dell’anno svelerò l’arcano alla classe) e a predisporre i bigliettini.

Ma come funziona il torneo? Una volta a settimana, ogni squadra manda un membro alla cattedra; costui (o costei) deve estrarre un bigliettino, leggere la parola ivi scritta e dire il significato entro un tempo massimo di 10 secondi (da me medesma misurati col cronometro del cellulare); se il significato è corretto, viene assegnato il punto. Ogni 15 giorni vengono inserite nel vasetto nuove parole. Dal momento in cui ho iniziato a introdurre i verbi, le regole hanno subito una leggera variazione: se si pesca un verbo si devono dire sia il significato sia il paradigma, e allora vengono assegnati 2 punti; se la prima parola pescata è un sostantivo o un aggettivo, ne deve essere pescata anche un’altra, e nel caso esca un verbo basterà dirne il significato; il tempo concesso viene elevato a 15 secondi. I punti vengono segnati su un cartellone: alla fine dell’anno verranno sommati e si decreterà la squadra vincitrice, la quale verrà verosimilmente premiata con un vasetto di vera Nutella.

I miei ragazzi l’hanno presa con grande entusiasmo: appena entro in classe, nell’ora designata per la gara (denominata ormai “gara della Nutella” o direttamente “Nutella” tout court; esempio concreto: “Prof, la prossima volta c’è la Nutella?”), li vedo tutti intenti a ripassare le parole e a interrogarsi a vicenda. Durante la gara noto una certa tensione serpeggiante, anche per la presenza del cronometro che ticchetta, e un ardente spirito di squadra che si concretizza in tifo, esultanze, e battutine per sdrammatizzare in caso di non assegnazione del punto. Insomma, finora l’esperimento pare riuscire bene, ma i veri risultati si vedranno nelle prossime verifiche. I presupposti però ci sono tutti.

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Questo è il vero barattolo originale di Nutella utilizzato per l’attività didattica e ufficialmente approvato da Cecco gatto latinista.

Scarabocchi

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Ieri mattina, in seconda scienze umane a indirizzo economico, lezione molto tecnica di metrica italiana. Invece di prendere appunti, un’alunna pastrocchia un quaderno con un enorme pennarello nero indelebile, prontamente sequestrato.

Dopo qualche minuto, ecco che parte la protesta: – Prof, mi ha sporcato l’unghia col pennarello, adesso ho l’unghia nera e non va più via!

– Con l’alcool va via, adesso segui la lezione.

– Sì, e secondo lei qui ho l’alcool?

– Ci penserai a casa, ora SEGUI LA LEZIONE.

– Ma mi tocca andare in giro tutta la mattina con l’unghia nera!

– Andate già in giro coi pantaloni strappati, non vedo dove sia il problema.

– Ma quelli sono di moda, l’unghia nera no!

A parte il fatto che a questo punto probabilmente qualche mio organo interno ha preso fuoco, la lezione prosegue con l’alunna che continua imperterrita a farsi i cavoli suoi chiacchierando con la compagna della fila dietro (e quindi mettendosi in pose da contorsionista per agevolare la conversazione), nonché distraendosi con qualsiasi cosa le capiti in mano, dal righello al paio di forbici all’orologio da polso. Dato che non posso certo sequestrarle tutto ciò che ha intorno a sé, mi limito a richiamarla, ma senza risultato alcuno. Quando infine faccio notare che, come dimostrano le numerose domande poste dai coraggiosi che stavano seguendo, l’argomento non è dei più semplici e per passare la verifica è fondamentale capirlo bene e, last but not least, ascoltare quello che dico, la risposta è questa: – Ma se faccio tutto giusto il 6 lo prendo lo stesso, non è vero?

Vedremo se riesce a distinguere gli endecasillabi a maiore e quelli a minore senza nemmeno sapere cosa sono.

E vorrei anche vedere, così, tanto per curiosità, cosa mi consiglierebbero di fare i miei mentori del TFA in una situazione del genere. Già avrebbero probabilmente criticato il mio ricorso totale e indiscusso alla lezione frontale, consistente anche nella dettatura in stile scuole elementari, in quanto metodologia poco coinvolgente per gli studenti; ma in una classe così vorrei sfidare chiunque a utilizzare il cooperative learning, il learning by doing e siffatte amenità. Già una cosa semplice come leggere i Promessi Sposi è un problema: a parte il fatto che c’è solo da ringraziare Iddio se qualcuno ha portato il libro, se leggo io la classe non mi bada, se chiedo a loro di leggere c’è chi si rifiuta, chi fa lo scemo, chi disturba i compagni e il tutto diventa una caciara ingestibile.

Al TFA, a dire il vero, si è parlato di striscio anche di casi difficili, di alunni che si rifiutavano di lavorare in classe e che sono stati recuperati grazie a un intervento del docente di turno, che ha stabilito con loro un rapporto personale e ha recuperato la loro fiducia. Però un conto è rifiutarsi di lavorare e basta (e allora il tutto si può giocare anche sul piano dei contenuti, sforzandosi di renderli un pelo attraenti; solitamente con un po’ di battute e di esempi scherzosi riesco a svegliare qualche neurone dormiente), un altro è rifiutare per partito preso l’autorità dell’insegnante, adottando un atteggiamento insolente persino con il Dirigente e arrivando persino a vantarsi delle note disciplinari “collezionate”.

In un caso del genere, si tratta evidentemente di ragazzi che starebbero da qualsiasi altra parte (dietro il bancone di un bar, in un salone di parrucchiera o di estetista, in un’officina meccanica) piuttosto che a scuola. E certamente, se li si lasciasse seguire la loro strada, diventerebbero bravi baristi, parrucchieri, meccanici, nonché persone più serene. D’altra parte, non si può istruire la gente per forza, né sta scritto da qualche parte che tutti debbano fare il liceo.