Sapienza

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Ultimo compito in classe di latino: versione su Pittaco, tiranno virtuoso. La frase in numero septem sapientium ab antiquis existimatus est (“fu ritenuto dagli antichi nel numero dei sette sapienti”), nel passaggio in italiano, ha assunto le seguenti forme:

  • fu giudicato nel numero sette della sapienza dagli antichi;
  • è stato stimato dalla classe degli antichi sette sapienti;
  • contava sette [la frase si ferma qui];
  • era stimato nel numero sette dai saggi in rispetto degli antichi;
  • era stimato dal numero sette della sapienza dell’antichità;
  • fu stimato dagli antichi per le sue sette qualità;
  • fu stimato da sette sapienti e antichi;
  • era stimato da sette classi sapienti e antiche;
  • è stato collocato per saggezza nel numero sette del mondo antico;
  • è ricordato dagli antichi nel numero sette;
  • era stimato in numero sette dalla sapienza degli antichi.

La monaca di Monza in una realtà parallela

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Pacco di compiti sui Promessi Sposi. Tra fogli a quadretti utilizzati in mancanza di quelli a righe, svolgimenti interamente scritti in stampatello maiuscolo (“perché sono capace di scrivere solo così”) e risposte che vanno lette rincorrendole in giro per il foglio protocollo perché sono piene di asterischi e asterischi degli asterischi, è saltata fuori una versione alternativa della storia della monaca di Monza, che mi rende abbastanza sicura del fatto che i fanciulli abbiano letto un libro diverso. In sostanza, accade questo.

Il padre di Gertrude è un principe molto ricco della città di Milano, il quale nel convento era il padre guardiano. Ossia, in realtà la nostra Gertrude è figlia illegittima di un frate lussurioso di nobile stirpe. Questo spiega davvero molte cose. Gertrude poi si innamora di un contadino, e i due continuano a scriversi lettere. Il rapporto fu poi troncato perché lui sarebbe stato disonorato nell’essere visto con una nobile. Classismo al contrario, insomma. Ciò apre spaccati interessanti sulla società lombarda del Seicento. Però sull’identità di questo amante non c’è certezza, perché alcuni lo chiamano Paggio (con la P maiuscola): deve trattarsi del famoso Roberto Paggio. Altri invece dicono che fu intercettata una lettera d’amore per un Piaggio: nuove frontiere dell’erotismo motorizzato. Insomma, Gertrude se la faceva con un essere umano o inanimato che non corrispondeva alle aspettative della famiglia, e, dopo essere stata fatta chiudere in una specie di gabbia (tipo Brancaleone da Norcia) venne costretta a dare i voti (sic), a divenire quindi in sostanza una docente. Bella condanna. Però c’è da dire che un personaggio come don Abbondio, dando i voti, aveva una sicurezza economica per tutta la sua vita, quindi si capisce che l’insegnamento di ruolo, dopo tutto, ti sistema per sempre. Comunque non era sempre una libera scelta, perché i frati e le suore o entravano in convento perché costretti dalla loro famiglia oppure preferivano diventare preti. Quindi in sostanza sdoganiamo anche la transessualità: erano avanti nella Lombardia del Seicento, chi l’avrebbe mai detto? Dopo una certa tensione e impazienza nell’aspettare i risultati dei voti (Gertrude alla maturità), la nostra diventa finalmente monaca, e si concede alcune scappatoie amorose. “Scappatoie” alle quali evidentemente si ispirarono grandi seduttori come Casanova e don Giovanni per liberarsi delle amanti di cui si erano stufati. In tutto questo si può capire come a Gertrude avrebbe dispiaciuto lasciare il convento e rinunciare a certi godimenti e privilegi (“godimenti” è termine tutto manzoniano, lo so, ma, date le premesse, come interpretarlo in senso monacale?). Alla fine la nostra monaca si mette con Egidio, che è un ladro. Infatti i due si conoscono perché lui guarda dalla finestra nel cortile del monastero: da quella finestra sarà anche passato con agilità ladresca per combinare furtivamente i suoi convegni d’amore. Al momento dell’incontro con Agnese e Lucia, la descrizione di Gertrude è come una matriosca, e quindi la monaca sarà certamente apparsa con volto rotondo, guance rubiconde, fazzoletto colorato e grembiule a fiori. La conclusione di tutto ciò è che Gertrude ci sta provando con Lucia Mondella (cosa a cui aveva effettivamente pensato Guido da Verona nel suo adattamento parodistico).

In definitiva, sono sicura che gli studenti hanno sbagliato libro e si sono procurati i Promiscui Sposi.

Ponte dei sospiri

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L’immagine veneziana a commento del post si fa per me metafora di questo ponte dell’Immacolata, durante il quale sto recuperando ore di sonno ma sto anche sospirando parecchio a causa delle verifiche da correggere, tra cui in particolare ne spicca una di storia assegnata in una delle mie classi prime, sulle civiltà fenicia, ebraica, minoica e micenea. Durante le spiegazioni mi pareva di formulare frasi di senso compiuto e di essere compresa dal mio uditorio, e la lezione precedente alla verifica è stata dedicata al ripasso. Eppure essa è stata un florilegio di perle assortite di cui le più eclatanti sono le seguenti.

  • Esercizio con cartina muta su cui indicare il luogo di origine delle quattro civiltà della verifica (dopo spiegone sul fatto che la parte grigia fosse il mare e quella bianca la terra): gli Ebrei sono stati collocati in mezzo al mare (a sud del Peloponneso, a nord di Creta). Può darsi che sia per questo che non ebbero problemi col mar Rosso.
  • Definizione di “alfabeto fonetico”: “alfabeto con le sillabe; era un alfabeto molto particolare. Bensì all’inizio non si scriveva ma si parlava, è un miscuglio di altri alfabeti preso dopo la conquista dei popoli” (sic).
  • Definizione di “lineare B”: “era una stele dove era scritto un alfabeto scritto”; “la parte della fase neopalaziale quando avviene il secondo crollo”; “tavoletta in cui sono riportate delle scritture in scrittura alfabetica”.
  • Attribuzione della datazione a eventi storici: guerra di Troia -> 66 d. C.; liberazione degli Ebrei dall’Egitto -> 132 d. C.
  • Cosa succede allo Stato ebraico dopo la morte di Salomone? “inizio dell’attesa del Messia”; “toccherà ad Alessandro Magno sconfiggere Tiro e liberare gli Ebrei”.
  • Qual è la condizione degli Ebrei in età ellenistica? “migrano ad Alessandria d’Egitto dove vengono fatti schiavi dalle popolazioni che erano già stanziate su quel territorio. Solo nel 66 d. C. con l’intervento dell’imperatore Agostino gli Ebrei vengono liberati e possono tornare a casa”; “Ebrei che vengono conquistati da Alessandro Magno che li deporta a Babilonia”; “profeti che”univano” l’uomo con dio (sic) e condannavano la fede esteriore”.
  • Quali sono le cause della fine della civiltà minoica? “popolo minoico invaso dai Persiani aiutati dai popoli orientali e dai micenei” (sic. Almeno i Micenei li ha azzeccati, comunque).
  • Descrivi la società micenea. “Il popolo miceneo si riuniva formando le BABECIS” (Che caspita siano non è dato saperlo).
  • Commento del celebre affresco di Cnosso raffigurante la taurocatapsia (qui sotto in foto): a parte che nessuno è stato in grado di scrivere il termine correttamente (con problemi anche a scrivere “tauromachia”, che sarebbe comunque stato accettabile), l’immagine è stata variamente associata al vitello d’oro e (chissà come mai) ai profeti ebrei oppure al toro di Falaride (le macchie bianche sul ventre sono state scambiate per fiamme); altre risposte: “la loro credenza per i tori è nata quando il dio Zeus si trasformò in un toro bianco e fece innamorare di sé una donna che si fece costruire un travestimento da vacca”; “a me sembra una punizione che magari è dovuta alla trasgressione di una legge del popolo cretese”; il toro è stato definito “minotauro”.

Si sente il bisogno impellente di una verifica di recupero.

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Versione Pigra #1 (Latino) – Cicerone, l’incipit della Prima Catilinaria (Cic. Cat. 1, 1-2)

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Con questo post viene inaugurata la serie delle Versioni Pigre, ossia versioni tradotte alla maniera dello studente pigro e trascurato. Il meccanismo tipico che costui adotta per tradurre è procedere quanto più possibile parola per parola, utilizzando nel testo di arrivo il primo traducente trovato nel dizionario. L’analisi grammaticale di nomi e aggettivi grosso modo c’è, anche se per i sostantivi persistono alcuni problemi con la terza declinazione, data la difficoltà di ricostruire il nominativo. Per quanto riguarda i verbi la forma passiva non è riconosciuta sempre con sicurezza; qualche problema anche con il sistema del perfetto. La ricerca nel dizionario avviene spesso per somiglianza fonetica, quando non è possibile riconoscere i termini al primo colpo, e, qualora ci siano omografi, si sceglie il primo che si trova. Questo procedimento meccanico produce traduzioni che spesso con Google Translate verrebbero meglio, ma che talora si trovano, se non in tutto, almeno in parte, nei compiti in classe che ci tocca correggere.

Come primo testo da sottoporre a questo trattamento barbaro e controintuitivo, ecco l’incipit della prima Catilinaria di Cicerone, che stanotte di sicuro verrà a tirarmi i piedi. Il dizionario che utilizzo è il mio del liceo, un Castiglioni-Mariotti del 1996 un po’ cadente e scarabocchiato ma fedelissimo anche in queste imprese di dubbia utilità.

Quo usque tandem abutere, Catilina, patientia nostra? Quam diu etiam furor iste tuus nos eludet? Quem ad finem sese effrenata iactabit audacia? Nihilne te nocturnum praesidium Palati, nihil urbis vigiliae, nihil timor populi, nihil concursus bonorum omnium, nihil hic munitissimus habendi senatus locus, nihil horum ora voltusque moverunt? Patere tua consilia non sentis, constrictam iam horum omnium scientia teneri coniurationem tuam non vides? Quid proxima, quid superiore nocte egeris, ubi fueris, quos convocaveris, quid consilii ceperis, quem nostrum ignorare arbitraris? O tempora, o mores! Senatus haec intellegit. Consul videt; hic tamen vivit. Vivit? immo vero etiam in senatum venit, fit publici consilii particeps, notat et designat oculis ad caedem unum quemque nostrum. Nos autem fortes viri satisfacere rei publicae videmur, si istius furorem ac tela vitemus. Ad mortem te, Catilina, duci iussu consulis iam pridem oportebat, in te conferri pestem, quam tu in nos omnes iam diu machinaris.

Fino a quando, Catilina, abuserai della nostra pazienza? Per quanto tempo ancora cotesta tua condotta temeraria riuscirà a sfuggirci? A quali estremi oserà spingersi il tuo sfrenato ardire? Né il presidio notturno sul Palatino né le ronde per la città né il panico del popolo né l’opposizione unanime di tutti i cittadini onesti né il fatto che la seduta si tenga in questo edificio, il più sicuro, ti hanno sgomentato e neppure i volti, il contegno dei presenti? Le tue trame sono scoperte, non te ne accorgi?  Non vedi che il tuo complotto è noto a tutti e ormai sotto controllo? Ciò che facesti la notte scorsa e la precedente, dove ti recasti, quali complici convocasti, quali decisioni prendesti, credi tu ci sia uno solo tra noi che non ne sia informato? Oh tempi, oh costumi! Di tutto questo, il Senato è a conoscenza, al console non sfugge, e tuttavia costui vive. Vive?! che dico! si presenta in Senato, partecipa alle sedute, prende nota di ciascuno di noi, lo designa con lo sguardo all’assassinio; e noi, i potenti!, riteniamo di aver fatto abbastanza per la patria se riusciamo a sottrarci all’odio, ai pugnali di costui. A morte te, Catilina, da tempo si doveva condannare per ordine del console; su te doveva ricadere tutto il male che da tempo vai tramando a nostro danno. (Traduzione di Lidia Storoni Mazzolani)

Fin dove finalmente userai interamente, Catilina, la nostra pazienza? Quanto a lungo ancora codesto tuo rubare(1) ci scherzerà? Chi al limite sui(2) lancerà l’audacia senza freno? Niente certamente(3) l’aiuto notturno del Palato(4), niente del vegliare della città, niente l’accorrere in massa di tutti i buoni, niente questo fortificatissimo luogo il senato di avere, niente l’estremità(5) di questi e la facoltà di avvolgersi in spire(6) mossero? Essere aperto i tuoi consigli non senti, ristretta ormai di tutti questi la scienza teneri(7) la tua lega non vedi? Che cosa la molto vicina, che cosa nella notte posta più in alto sei mancato(8), dove sarai stato, i quali(9) avrai convocato, che cosa di consiglio avrai preso, il quale nostro non conoscere arbitrale(10)? O tempi, o indugi(11)! Il senato questa(12) capisce. Il console vede, questo tuttavia vive. Vive? anzi in verità ancora viene in senato, diviene partecipe del consiglio pubblico, nota e delimita con gli occhi al taglio ciascuno nostro. Noi poi forti uomini soddisfare la cosa pubblica siamo visti, se di questo il rubare e la tela rendiamo difettoso(13). Alla morte te, Catilina, a chi conduce per comando del console ormai da tempo occorreva, in te essere portata insieme la pestilenza, la quale tu in noi ormai di giorno di macchina(14).

NOTE

  1. La prima cosa che si vede cercando furor sul dizionario è effettivamente un verbo.
  2. Il dizionario riporta “acc. e abl. rafforzato di sui“. Lo studente pigro esegue.
  3. Il primo traducente del primo ne che si trova nel dizionario.
  4. Palati sta bene come genitivo di palatum (quello di Palatium sarebbe Palatii, la contrazione vocalica non esiste). Nella traduzione lo studente pigro mette la maiuscola come in latino.
  5. Ora è ovviamente femminile di prima declinazione.
  6. Lo studente pigro non comprende che voltus sta per vultus e traduce con la prima cosa somigliante che trova (volutus, –us, ovviamente nominativo singolare).
  7. Aggettivo, da tener, –a, –um.
  8. Ovviamente si tratta di una voce di egeo.
  9. Questo e i successivi sono da intendersi come pronomi relativi.
  10. Arbitrarius somiglia molto più di arbitror a quello che c’è nel testo.
  11. Ricondurre mores a mos richiede più sforzo che cercare il significato di mora.
  12. Chiaramente nominativo femminile singolare.
  13. Da vitio.
  14. Machinarius.

Fenomenologia dell’analisi grammaticale

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Quando ci si accosta allo studio delle lingue classiche, uno degli esercizi più noiosi ma allo stesso tempo più necessari per un buon apprendimento è senz’altro l’analisi grammaticale, molto croce e poco delizia di generazioni di studenti. I sistemi nominali e verbali del greco e del latino spesso non sono facili da comprendere e da assimilare, soprattutto quando si ha a che fare con categorie, quali i casi o gli aspetti verbali, che in italiano sono di secondaria importanza. Queste difficoltà, unite a particolarità e irregolarità da ricordare a memoria, fanno sì che negli studenti si sviluppi una serie di tic ricorrenti che si palesano al momento di svolgere nella pratica tali esercizi. Ecco i principali:

LATINO

  • La quarta e la quinta declinazione non esistono. Exercitus è indubbiamente di seconda declinazione, così come dies è senz’altro di terza.
  • Tutte le voci di quidam sono accusativi femminili singolari (e lo è anche utinam). La desinenza non mente.
  • Igitur è una terza singolare di forma passiva. Evidentemente dal verbo deponente igor.

GRECO

  • L’aoristo ha l’aumento. Punto.
  • Tutto ciò che contiene un sigma è aoristo primo.
  • Ciò che non contiene il dittongo -οι- non può essere un ottativo.

ENTRAMBI

  • Confusione tra modi e tempi e conseguente creazione di ircocervi come l’aoristo presente. (Per far capire il concetto ormai uso la metafora delle mutande: il modo è come il modello, il tempo è come il colore. O viceversa. Quindi dire “aoristo presente” è come dire “boxer perizoma”.)
  • La concordanza nome-aggettivo avviene solamente quando la desinenza dell’uno e dell’altro è uguale. Con conseguente sfoggio di creatività quando l’esercizio richiede di declinare i termini, e produzione di monstra come matronam nobilam.
  • La prima declinazione è sempre femminile. Checché se ne dica. Agricola e στρατιώτης devono essere casi di transessualità. Pure la seconda declinazione è solo maschile o neutra.
  • Il futuro e l’imperativo non esistono. In latino il futuro in realtà è un imperfetto o un congiuntivo, a seconda della declinazione, mentre in greco è una forma di aoristo primo non meglio definita. L’imperativo è semplicemente fonte di turbamento, e in latino è spesso preso per un ablativo.
  • I sostantivi tipo genus/γένος sono senza ombra di dubbio maschili di seconda declinazione. Ovvio.
  • I neutri plurali sono in realtà femminili singolari di prima declinazione.

Canis a non canendo

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Già in epoca antica, e poi nel Medioevo, quando si iniziarono a fare i primi studi intorno alla lingua latina, uno degli argomenti più interessanti per i filologi fu l’etimologia delle parole e i meccanismi che la regolavano. I principali trattati sull’argomento furono il De lingua latina di Varrone (qui il testo completo in traduzione italiana) e le Etymologiae di Isidoro di Siviglia (qui il testo latino). In particolare, Varrone individuò ad esempio i procedimenti della derivazione fonetica e analogica, anche se credette che esistesse anche l’etimologia a contrariis, secondo la quale un termine derivava dal suo opposto. Celebri esempi a questo proposito sono canis a non canendo (“si chiama cane perché non canta”, anche se in effetti Varrone afferma piuttosto canis quia signa canit, ossia “si chiama cane perché ‘canta’ i segnali”) e lucus a non lucendo (“si chiama bosco perché non c’è luce”. A dire il vero, in questo caso il legame tra lucus e lux è stato effettivamente individuato nell’originario significato di lucus come “radura”, e quindi punto illuminato all’interno del bosco, nella quale si svolgevano riti sacri). Altri esempi di etimologie abbastanza fantasiose (ma non varroniane) sono cadaver a carne data vermibus (“si chiama cadavere dalla carne data in pasto ai vermi”) e calvitium a calvae vitio (“si chiama calvizie dal difetto della testa”). In epoca moderna i progressi degli studi linguistici, che sono divenuti scientifici a tutti gli effetti, hanno fatto sì che l’etimologia dei vocaboli venisse considerata come un fenomeno da studiare, appunto, attraverso il metodo scientifico, cercando di ricostruire nel modo più oggettivo e razionale possibile la storia delle diverse lingue e i rapporti tra di esse, e limitando il più possibile il ricorso a creativi voli pindarici.

Nonostante ciò, la tentazione, da parte dei “non iniziati”, di colorare le etimologie di tinte poetiche rimane sempre viva, e talora porta a esiti improbabili al limite dell’ilarità. Un esempio di “poeticizzazione” di un’etimologia riguarda il verbo desiderare, che deriva dalla preposizione de e da sidus, ossia “stella”, significando dunque, letteralmente, “sentire la mancanza delle stelle”: è facile, senza preoccuparsi di fare uno studio approfondito, attribuire sensi metafisici ed esistenziali a questo verbo, che in realtà nasce prosaicamente come termine del gergo marinaresco utilizzato per indicare l’impossibilità di vedere le stelle, soprattutto a causa del brutto tempo, e la conseguente difficoltà di orientamento. Ma fin qui è semplicemente una questione interpretativa, costruita su un’etimologia di fatto corretta. Tuttavia la fantasia si spinge talora nel campo dell’assurdo, producendo spiegazioni di questo genere: “ribellarsi”, che palesemente deriva da bellum, glossato come “ritornare al bello”; “immaginare” fatto risalire a un pastrocchio maccheronico come in me mago agere, tradotto come “lascio agire il mago che c’è in me”; e infine “amore”, che (poveretto) proviene da una radice indoeuropea, fatto diventare un ircocervo bilingue derivante da alfa privativo + mors e spiegato come “senza morte” perché è un sentimento immortale. (Sono ancora attonita dal fatto che quest’ultima paretimologia mi sia stata riferita da un’alunna di ripetizioni come spiegazione data da una sua insegnante, e che sia stata inserita addirittura in un libro di testo di latino.)

Ora, di fronte a ciò, chi abbia una minima cognizione di linguistica ha plausibilmente una reazione che va dal disappunto all’isteria, e sente l’impulso di correggere chi sostiene tali balorde derivazioni; la questione, però, è che, quando ciò avviene, il destinatario della correzione risponde a sua volta accusando il correttore di scarsa empatia e sensibilità e di non cogliere la poesia che sta dietro le parole che usiamo ogni giorno, e dichiarando di rimanere comunque convinto di ciò che afferma. Di fronte a tale ostinazione è dunque impossibile sostenere una discussione. L’impressione che se ne ha è che le discipline umanistiche, e in particolare linguistiche, non siano percepite come scienze vere e proprie, ma come nulla più che correnti di pensiero del tutto soggettive e opinabili (che peraltro sono gli stessi aggettivi con cui molti genitori definiscono le correzioni dei temi). Poi, però, basta guardare un po’ oltre l’orizzonte delle “nostre” discipline, e si vedono persone che mettono in dubbio anche le scienze intese nel senso più comune del termine, come la medicina (basti pensare a tutti coloro che ricorrono alla cosiddetta “medicina alternativa”) e l’astronomia (ebbene sì, c’è gente che crede davvero che la terra sia piatta: questo link non è uno scherzo). Allora si giunge alla conclusione che il problema non stia (soltanto) nella percezione comune delle discipline umanistiche, ma sia tristemente ben più vasto.

Trarre

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Prima di Natale ho consegnato agli alunni delle varie classi una lista di cento libri da cui avrebbero dovuto sceglierne uno da leggere ed esporre ai compagni in una data che abbiamo stabilito subito dopo le vacanze, a partire da febbraio, per far sì che la lettura potesse avvenire con la tranquillità del caso. Le date delle singole esposizioni sono state concordate con i ragazzi, in modo tale che in ogni giorno stabilito esponessero due alunni. Per evitare disguidi, e dato che le ampie tempistiche lo permettevano, ho CALDAMENTE raccomandato agli studenti di trovare un piano B in caso di assenza di colui o colei che avrebbe dovuto uscire in una certa data, in modo tale da rispettare la regola delle due esposizioni all’ora e quindi evitare di sforare con il calendario, perdendo preziose ore di lezione (che già scarseggiano a causa di uscite didattiche, assemblee di classe e d’istituto, progetti e progettini vari).

Ieri mattina, alla prima ora, ecco che, nonostante le mie pressanti e ripetute raccomandazioni, il piano B non c’è. Decido allora di chiamare un alunno che doveva esporre un mese fa, che sosteneva di non sapere di dover uscire in quella data (pur avendo avuto più di un mese per informarsi e discuterne coi compagni) e che mi aveva detto “prof, esco quando vuole lei”. Il quando è arrivato. Non si alza nemmeno dal banco, scena completamente muta. Non credo abbia mai nemmeno deciso che libro leggere. Il 3 è dunque inevitabile. Metto dunque in atto la procedura di emergenza per quando la classe è disorganizzata e non collabora: scrivo alla lavagna una lista di verbi irregolari e ogni alunno deve coniugare per iscritto quello che è associato al suo numero di registro. (Così fanno anche esercizio, cosa che non guasta mai.)

Ecco cosa mi combina quello a cui è toccato il verbo TRARRE.

Indicativo presente:
Io trarro
Tu trarri
Egli trarre
Noi trarriamo
Voi trarriate
Essi trarrono

Imperfetto:
Io trarrevo
Tu trarrevi
Egli trarreva
Noi trarrevamo
Voi trarrevate
Essi trarrevano

Trapassato remoto: io ebbi trarso (e così via)

Futuro semplice:
Io trarrerò
Tu trarrerai
Egli trarrerà
Noi trarreremo
Voi trarrerete
Essi trarreranno

È quasi un peccato che non abbia coniugato anche il passato remoto: chissà quali mirabolanti invenzioni linguistiche avrei ammirato.

Tuttavia, questo grottesco spettacolo si presta ad alcune considerazioni:

  1. se vuoi fregare l’alunno medio, dagli verbi da coniugare;
  2. da quando alle elementari e alle medie non si danno più ai bambini le paginate di verbi da coniugare, il risultato è questo, e al primo biennio delle superiori ogni tentativo di recupero costa sforzo doppio;
  3. considerando che praticamente nessuno azzecca i passati remoti al primo colpo, e collegandomi per esempio al fatto che, nonostante le edizioni ricchissime di note, molti dei miei alunni di seconda non capiscono un accidente dei Promessi Sposi (con annesso ingestibile marasma quando si tratta di leggerli in classe: “prof, non capisco”, “sono noiosi”, “è inutile”, “non mi interessa”), se ne deduce che anche la grammatica fatta bene, con attenzione alla morfologia, alla sintassi, ma anche all’ampliamento lessicale, contribuisce a sviluppare la comprensione di testi di registri diversi, in particolare tecnici e soprattutto letterari. E capire una cosa è il primo passo per apprezzarla e farla propria.

Animal farm

Interrogazione di latino:
Prof. “Dai è facile…cosa significa Nemo? E’ come il cartone Disney”
Alunna.”Ah, sì! Pesce!”
Prof. “…..”

Ripetizioni di latino. G. alle prese con il termine “figulus”, “vasaio”:
“Sarà UCCELLO, no?”
(Ma che razza di uccello sarà il “figulus”?!?!?)

Versione in classe sul ratto delle Sabine. Verso la fine del tempo dato per la traduzione, un alunno dice alla prof, un po’ preoccupato: “Prof, ma alla fine di ‘sto topo non se ne parla!”.

PAGORUM (“dei villaggi”) -> DEI PAGURI

Vultus animi imago (il volto è l’immagine dell’anima) -> l’avvoltoio (vultur) è l’immagine dell’anima.

Castor et Pollux = il castoro e il pollo.

Milites suorum (i soldati dei suoi) = i soldati dei porci.
(La confusione tra “sus” e “suus” è ormai un classico.)

“Praeterea columbae ex aquis maritimis in speluncam advolabant.” (Inoltre, le colombe volavano dalle acque del mare nella spelonca) = “Nella prateria colombe e cavalli marittimi nella spelunca volavano.”

A ripetizioni, traduzione della frase “Hercules Cerberum devinxit”. Dopo essermi sentita tradurre “Hercules” con “Hercules”, in ossequio al cartone animato, e aver sentito improbabili analisi di “devinxit”, giungiamo a tradurre soggetto e verbo.
– “Ercole legò”…
– Bene! Chi legò?
– Un cervo!

“Vergilium navigantem in Italiam magna procella oppressit” (una grande tempesta colpì Virgilio mentre navigava verso l’Italia) = “Una grande porcella oppresse Virgilio che navigava in Italia”.

“Libertas, nisi aequa est, ne quidem libertas est” (La libertà, se non è equa, non è neppure libertà) = La liberta, se non è una cavalla, non è nemmeno una liberta.

Lezione di letteratura latina, la fanciulla ripete quanto imparato. “Terenzio giunse a Roma come schiavo di Terenzio Lucano ed ebbe contatti con il CICLO degli SCIMMIONI.”
(Per i profani: parliamo ovviamente del CIRCOLO degli SCIPIONI.)

“Greges volantes” (“gli stormi che volavano”) = “le pecore volanti”.

“Multas naves ad scopulos adflictae sunt, cum magna procella in mari esset.” = “essendo in mare una grande PORCELLA le navi vennero scagliate contro gli scogli.”
Ho capito: questi hanno visto la bella gnocca, e invece di girare sono andati dritti. Comunque: dislessia + crisi ormonale, un grande classico.

Prof.ssa di latino: “Qual è il passivo di PERDO? Ricordate che non è una forma passiva… è come FACIO che fa FIO. Quindi PERDO fa…?”
Classe: “PIO!!”

Preces mulierum (preghiere delle donne) = “preghiere dei muli”.

“Asini, cum pulli sunt…” (“Gli asini, quando sono cuccioli…”) = “Gli asini, quando sono polli…”

Aquila nidum fecit filiis suis (L’aquila fece il nido per i propri figli): L’aquila fece il nido per i figli del maiale.

“Procella sequitur Ulixem per mare” (Una tempesta segue Ulisse attraverso il mare) = “Ulisse viene inseguito attraverso il mare da una PORCELLA”.
(Il ritorno delle scrofe di mare.)

Caesar duo milia peditum Labieno ducente conscribit (lett. Cesare arruola duemila fanti sotto il comando di Labieno) = Cesare, per ordine di Labieno, raccoglie duemila pidocchi.

“Effigiem Aeneae in toro” (“l’immagine di Enea nel letto nuziale”) = “l’immagine di Enea sul toro”. Tipo rodeo.

Magnitudo naturalis suum finem habet (lett.: La grandezza naturale ha una sua fine) = La grandezza naturale dei maiali ha una fine.

Misera erat barbarorum vita: nam naturae procellis expositi erant (lett.: Misera era la vita dei barbari: infatti erano esposti alle intemperie della natura) = Misera era la vita dei barbari: infatti erano esposti ai cinghialetti della natura.

Hannibal, cum suis militibus (“Annibale, con i suoi soldati”) = “Annibale con grande abbondanza di maiali”.

Perdita di orientamento, sive Maccheronate geografiche

Prof: “Come si traduce ‘ad Tarentum’?”
Alunno: “VERSO TORONTO!”

In un quaderno di appunti di Istituzioni di Diritto Romano:
“Come si trova scritto nelle NOTTI ARTICHE di Gellio…”

Ripetizioni di latino con il mitico G. Stiamo traducendo la frase “in hiberna legiones reduxit” (“ricondusse le legioni negli accampamenti invernali”).
G.: – “Ricondusse le legioni…”
Io: – Bene! Ora ti resta solamente “in hiberna”.
G.: – “In Spagna”!
Io (con caduta braccia incorporata): – Ma no, che cavolo dici? Invece di sparare a caso, guarda sul dizionario…
G. (trovando “Hibernia”): – Aaah, allora in Irlanda!
(Poveri soldati di Cesare, che erano nella Gallia Belgica! Che giro gli abbiamo fatto fare!)

Traduzione: “Iuno regina” -> “Giunone di Reggio”.

Versione di latino: “Antonio e Cleopatra”.
Antonio, dopo essere stato sconfitto ad Azio… “Inde in Aegyptum fugit”.
Traduzione: “Dall’India fuggì in Egitto”.

Lezione di latino. Dobbiamo tradurre dall’italiano “si rifugiò a Tarquinia, antichissima città dell’Etruria”. Il ragazzo inizia bene:
– Confugit Tarquiniam, in antiquissimam urbem…
– Benissimo! Adesso ti manca solo “dell’Etruria”, che è semplice. Infatti Etruria si dice esattamente…
– ERITREA!!!

ITAQUE (“quindi”) = ITACA.
Praticamente, un francesismo.

Contestualizzando il personaggio di Orazio:
– Dove nacque il poeta?
– A Venosa, nel 65 a.C.
– Bene! E dove si trova Venosa?
– Venosa non è il vecchio nome di VeneSia?
-….
– Ah no? Eppure i nomi sono simili… Vabbè mi son confusa con Verona.
(A occhio si è confusa pure con Catullo, la puella…)

Traduzione italiano-latino. C. ha tradotto “casa bianca” non con “domus alba” ma con… CASABLANCA!

Seneca, “La consolazione alla madre ELVEZIA”.

“Omnia munda mundis”: tradotta con “tutto il mondo è mondo” e subitaneamente corretta con “tutto il mondo è paese”.

“Cuniculum ad Veientem arcem” (galleria verso la cittadella di Veio) = “Galleria verso il Vietnam”.

“Prusiae regnum” (“il regno di Prusia”, sovrano della Bitinia, che ospitò Annibale sconfitto dai Romani) = “Il regno di Prussia”.

“Usus Caesar virtute et fortuna sua Perusiam expugnavit” (Cesare, utilizzando il suo valore e la sua fortuna, espugnò Perugia) = “Cesare avendo espugnato il Perù….”. Secondo altri: “Cesare … espugnò la Persia”.

Nella versione: “auxilia” (truppe ausiliarie)
Nella traduzione: “truppe australiane”.

“Sit tibi terra levis” (“Ti sia leggera la terra”) = “Che tu possa ottenere la terra di Levi”.

Lezione di Latino.
– Parlami dei discorsi di Cicerone contro Antonio.
– Ah, sì! Le Filippine!

“Auster per biduum flaverat, postremo in Africum se vertit”
“Austro aveva biondeggiato per due giorni, alla fine se ne era andato in Africa”
(lett. “L’Austro aveva soffiato per due giorni, alla fine si era mutato in Africo”)

“Procas, rex Albanorum” (“Proca, re degli Albani”) = “Proca, re dell’ALBANIA”.

Traduzione di una versione di greco. Capita la seguente frase:
“L’esercito di Alessandro marciava contro Basilea.”
(No, l’impero macedone non si è espanso sulle Alpi… semplicemente Alessandro marciava ἐπὶ τὸν βασιλέα, “epì tòn basilèa”, cioè “contro il re”…)

Compito di greco. Un alunno traduce ἡ ἐν Μαραθῶνι μάχη (la battaglia di Maratona) con “la battaglia di MARADONA”.
Nella correzione, il professore aggiunge vicino: “e di Falcao”.

Versione di greco da Senofonte sulle condizioni di pace imposte da Sparta dopo Egospotami. La frase che suonerebbe “Gli Ateniesi avrebbero dovuto distruggere il Pireo” viene tradotta da un’alunna come “Gli Ateniesi avrebbero dovuto distruggere i Pirenei”.
Curiosità: la puella tornava da una lunga vacanza in… Grecia.

Da varie fonti mi giungono segnalazioni di storpiature del leopardiano “Dialogo della Natura e di un Islandese”
– Dialogo della Natura e di uno Svedese
– Dialogo della Natura e di un Irlandese
A quanto pare per lo studente medio funziona così: “Dialogo della Natura e di un *inserire Stato nordico random*”.

Verifica di Letteratura italiana sulla poesia amorosa del Due-Trecento: vi è una tabella da completare con i dati delle principali correnti poetiche. Alla voce “Provenzali”, in corrispondenza della casella “luogo di nascita e diffusione”, un puer ha scritto “AFRICA DEL NORD”. Faccio mente locale: durante lo svolgimento, i ragazzi mi avevano chiesto un chiarimento sulla tabella, al che ho risposto con una battuta: “Beh, ad esempio, i Provenzali da dove volete che vengano? dall’Africa del Nord?”. Mai l’avessi fatto.

Interrogazione di storia. La prof cerca di estorcere all’allievo qualche parola sulla II Guerra Mondiale e si finisce con il parlare dello sbarco in Normandia. In una estenuante battaglia tra i due, la prof sprona il ragazzo a parlare degli alleati (ma il tizio non sa chi siano e tantomeno con chi si siano alleati) e alla fine chiede quando sarebbe avvenuto questo famoso sbarco (sè, buonasera…) e dove. Esterrefatta si sente rispondere che sarebbe avvenuto in (rullino i tamburi) LOMBARDIA!!!
La prof per evitare di strozzare il discente chiede se all’epoca la Lombardia era bagnata dal mare, poi scomparso a causa di movimenti tellurici ma il fanciullo non coglie l’ironia e risponde che evidentemente la spiegazione doveva essere quella.

Interrogazione sulle Guerre puniche. Domanda sul perché fosse scoppiata. Risposta “Per il dominio del Mediterraneo”. Domanda di conseguenza: “Dove si trovava Cartagine?” Risposta: “In Austria!”.

Spiegazione di Storia:
– Il gladiatore trace Spartaco diede inizio a una rivolta servile, che prese avvio appunto dalla scuola gladiatoria di Capua. Sapete dov’è Capua, vero?
– E’ un’isola del Mediterraneo?

Compito di Geografia: “Lo stretto dei GARGANELLI”.

Verifica a sorpresa di storia in una 4^ liceo: “I Portoghesi e gli Spagnoli si spartirono il Sud America con il trattato di TORTILLAS”.

Lezione di Geografia: “Dov’è il Messico?” “In Spagna”.
In senso MOLTO lato.

Interrogazione di storia.
Prof: – Con quale mezzo Garibaldi si spostò insieme ai Mille da Quarto a Marsala?
Alunna: – In treno!
Prof: – All’epoca dell’Unità d’Italia l’unica strada ferrata dello Stivale era la Napoli-Portici, e inoltre fra Quarto e Marsala c’è un bel po’ di mare…
Alunna: – E vabbè, usò un treno subacqueo!!!
Prof (esasperata): – Perchè, l’astronave l’aveva dal meccanico per caso????

Analisi illogica

Prof: – Fammi un esempio di verbo attivo.
Alunno: – Io mangio la mela.
Prof: – Volgilo al passivo.
Alunno: – Io non mangio la mela.
Prof: – Perché sarebbe passivo?
Alunno: – Perché sono passivo, sto fermo e non mangio la mela.

Oggi, prima lezione di latino di D. Partiamo dall’italiano.
D: – Nella frase “il volo dell’aquila è veloce”, qual è il soggetto?
R (dopo lunghe riflessioni): – Dell’aquila! (altra pausa riflessiva) Ah no, quello è il verbo!

Lezione di analisi logica, “Pierino suona il flauto” = Pierino: sogg., suona: P.V., il flauto: COMPLEMENTO DI STRUMENTO

Correggendo verifica di analisi logica : “Ovidio è morto solo”.
Ovidio = soggetto
È morto solo= complemento di MORTE + attributo

Analisi logica della frase “Dalla stalla muggiva un bue”:
Dalla stalla: complemento sconosciuto.
Un bue: complemento oggetto.
Muggiva: VERSO.