Henry Lewis King (testo di Gaia B.)

tumblr_n5xf9ycrfb1ta0rxlo1_500

Nelle mie classi prime, quest’anno, sto facendo svolgere un lavoro di gruppo (che in realtà ho testato già l’anno scorso con un certo successo) volto alla produzione di testi descrittivi e narrativi: gli studenti si sono divisi in gruppi e hanno scelto un genere letterario; ognuno di loro, poi, ha “adottato” un personaggio e ha scritto un testo per descriverlo. Lo scopo finale del lavoro è ovviamente ottenere un racconto in cui questi personaggi vengono inseriti: gli elaborati finali verranno poi prossimamente letti e votati dai compagni. Per ora sto raccogliendo i testi descrittivi (avrei dovuto riceverli tutti dopo le vacanze di Pasqua, ma ben conosciamo la propensione dei nostri alunni al rispetto delle scadenze): alcuni di questi sono veramente ben scritti, e secondo me meritano di essere letti non solo da me o dai compagni di classe degli autori. Ho provveduto dunque a chiedere agli studenti interessati il permesso di pubblicare i loro testi, e me l’hanno accordato con entusiasmo, lusingati ed esaltati dalla prospettiva di finire su un blog. Li ho già avvertiti che la stessa fine potrebbe toccare anche ai racconti finiti, qualora riescano particolarmente bene.

La prima descrizione della serie riguarda un personaggio del racconto scritto dal gruppo che si occupa di horror: l’ho trovata davvero intrigante e, in qualche modo, anche autonoma rispetto a un testo più ampio, e allo stesso tempo caratterizzata dalla suspense necessaria a incuriosire un potenziale lettore e interessarlo a saperne di più sul personaggio. Ma bando alle ciance ed ecco a voi il testo.

Henry Lewis King (di Gaia B.)

I miei occhi ricambiano lo sguardo dallo specchio a figura intera. Il mio corpo, un tempo slanciato e atletico, appare sciupato, troppo magro, malato. Le clavicole, come le costole e la spina dorsale, sporgono un po’ troppo e tendono la pelle, giallastra e malaticcia. Il mio viso sembra un teschio, le guance, un tempo floride e rosee, sono scavate, coperte da un leggero velo di barba ispida e scura, i baffi, una volta curati e morbidi, sono di un colore spento, selvaggi, non curati, gli zigomi sono sporgenti e gli occhi infossati. Gli occhi. Dove sono i miei occhi? Non li riconosco più. Una volta erano verdi, gentili, e ogni donzella si innamorava di quegli occhi che parevano due smeraldi. Ora sono due pozzi senza fondo, neri, vuoti, malvagi. I capelli color castano ramato circondano selvaggiamente il mio volto. Non c’è più traccia delle onde eleganti di un tempo.

I pantaloni a pieghe, tenuti in vita da una cintura di cuoio nero, non riescono a coprire le caviglie, blu per il freddo dell’inverno, come dovrebbero. Avrebbero dovuto ricadere elegantemente sopra le scarpe raffinate, di magnifica fattura, oramai consumate e rovinate. L’orlo della camicia sporge dai pantaloni, il gilet in seta blu notte, ricamato a figure orientali ed arabeschi dorati e chiuso da eleganti bottoni in una pietra celeste, è usurato e macchiato qua e là. Il taschino non vede rose profumate e fazzoletti elegantemente ricamati da tempo immemore. L’elegante ascot di damasco blu, che usavo portare annodato al collo, è sparito da lungo tempo, sostituito da un severo farfallino nero. La giacca in lana blu, lunga fino a metà polpaccio e chiusa sul petto da due file di bottoni dorati, pende floscia dalle mie spalle. I guanti in pelle di capretto sono consumati fino al punto di riuscir a vedere la pelle della mano sottostante.

Ma il cambio che mi ha sconvolto non è quello esteriore, ma quello interiore: la calma, la giovialità, la generosità sono mutate, velate da un costante senso di terrore che mi appanna la vista e mi inibisce i sensi. Non trovo più diletto nelle attività che un tempo svolgevo così gioiosamente: la sola vista del corpo forte di un cavallo e dei suoi occhi profondi, che sembrano scandagliare i recessi della mia anima, mi dà la nausea.

Dov’è il vero Henry Lewis King? Dov’è il vero me?

Errori (non tanto) fantastici e come correggerli

larte-di-sbagliare-l-vneea8

Tutti coloro che hanno mai insegnato italiano nella loro vita si sono sicuramente resi conto di una cosa: nei compiti scritti, al di là degli errori ortografici, che sono comunque agevoli da individuare e correggere, gli alunni tendono a “scrivere come parlano”, formulando frasi dalla sintassi incerta e contorta. Questo genere di errori è molto più difficile da scardinare, in quanto gli studenti non li percepiscono nemmeno come tali, poiché per loro è (più o meno) perfettamente chiaro che cosa vogliono dire.

Dopo alcuni anni di correzione di elaborati, ho osservato che le caratteristiche della scrittura degli allievi con più difficoltà erano più o meno sempre le stesse, e un po’ alla volta le ho annotate, producendo un elenco di errori con relativo consiglio di correzione, corredati da un esempio: la lista che ne è risultata è stata poi distribuita agli alunni, invitandoli a tenerla presente (beata speranza). Dato che questo genere di lavori è potenzialmente infinito, condivido qui il risultato finale dei miei sforzi, sperando che possa essere di utilità anche a qualcun altro, ma ancor più di poter ricevere consigli per eventuali correzioni, miglioramenti o integrazioni.

Ecco qui dunque il prodotto. Si tenga conto del fatto che tutti i consigli elencati qui sotto hanno la funzione di illustrare il registro formale, utile per la produzione di testi espositivi e argomentativi, i quali devono essere privi di colloquialismi e forme eccessivamente espressive (che a loro volta sono ammesse in testi di tipo narrativo). I consigli non sono affatto disposti in ordine di importanza, ma secondo l’ordine con cui mi sono venuti in mente.

CONSIGLI PER SCRIVERE BENE

Evitare l’abuso di parole troppo generiche come “persona”, “cosa”, “fare”; in particolare, al posto di “persona” e “cosa” si possono usare dei pronomi.

  • Esempio: Secondo me, le persone che seguono la moda non sono per forza superficiali.Secondo me, chi segue la moda non è per forza superficiale.

Evitare l’abuso dell’articolo partitivo: se, togliendolo, la frase funziona lo stesso, allora non era necessario.

  • Esempio: Manzoni scrisse delle odi, degli inni e delle tragedie. → Manzoni scrisse odi, inni, tragedie.

Evitare il “tu” e l’ “essi” generico; al loro posto, preferire forme impersonali.

  • Esempio: Se non ti vesti alla moda, ti escludono. → Se non ci si veste alla moda, si viene esclusi.

Evitare diciture come “e/o”, “ragazzo/a”, che appartengono al linguaggio burocratico.

  • Esempio: Un/a ragazzo/a, durante l’adolescenza, può spesso sentirsi escluso/a dai compagni. → Ragazzi e ragazze, durante l’adolescenza, possono spesso sentirsi esclusi dai compagni.

L’antecedente non deve mai essere separato dal pronome relativo.

  • Esempio: Bisogna tenere in considerazione molti fattori per spiegare il riscaldamento globale, tra i quali uno dei più importanti è l’attività umana. → Per spiegare il riscaldamento globale bisogna tenere in considerazione molti fattori, tra i quali uno dei più importanti è l’attività umana.

Non ci vuole nessun segno di punteggiatura tra nome e verbo e tra verbo e complemento oggetto.

  • Esempio: Manzoni scrisse: inni, odi e tragedie. → Manzoni scrisse inni, odi e tragedie.

Evitare l’uso dei puntini di sospensione (che in ogni caso non sono più di tre) e dei punti esclamativi in un testo di carattere espositivo-argomentativo.

  • Esempio: Se non si prenderanno presto provvedimenti, la situazione diverrà irreparabile → Se non si prenderanno presto provvedimenti, la situazione diverrà irreparabile. (Un semplice punto fermo è più che sufficiente.)

Per sospendere un elenco, evitare l’uso di “ecc.” e preferire espressioni come “e così via”, “e via dicendo”.

  • Esempio: Manzoni scrisse molte opere: inni, odi, tragedie ecc.Manzoni scrisse molte opere: inni, odi, tragedie e così via.

Per introdurre un elenco, o si usa “come” o si usano i due punti, non entrambi.

  • Esempio: Manzoni scrisse molte opere come: inni, odi e tragedie.Manzoni scrisse molte opere: inni, odi e tragedie. / Manzoni scrisse molte opere, come inni, odi e tragedie.

Evitare le dislocazioni a destra e a sinistra.

  • Esempio: La moda non l’ho mai ritenuta un aspetto fondamentale.Non ho mai ritenuto la moda un aspetto fondamentale.

Verificare che il soggetto sia sempre concordato con il verbo.

  • Esempio: La maggior parte degli studenti vedono la lettura come un obbligo. → La maggior parte degli studenti vede la lettura come un obbligo. (Il soggetto è “maggior parte”, non “studenti”.)

Attenzione ai verbi nelle proposizioni subordinate: in caso di dubbio, verificare nel vocabolario se il verbo reggente vuole l’indicativo o il congiuntivo.

  • Esempio: Credo che la società moderna presenta molti problemi → Credo che la società moderna presenti molti problemi.

Non abusare di “che” (controllarne il valore) e di “dove” (indica solamente luoghi materiali).

  • Esempio: L’adolescenza è un’età dove possono esserci molti problemi. → L’adolescenza è un’età in cui possono esserci molti problemi.

Se il soggetto cambia da una frase all’altra, non si può sottintenderlo: ne va della chiarezza del discorso.

  • Esempio: Il riscaldamento globale è accelerato in conseguenza delle attività industriali. Vanno tenute sotto controllo. → Il riscaldamento globale è accelerato in conseguenza delle attività industriali. Queste vanno tenute sotto controllo.

Il gerundio ha (se non esplicitato) lo stesso soggetto della frase in cui si trova.

  • Esempio: I genitori dovranno concedere ai figli più libertà essendosi comportati bene. → I genitori dovranno concedere ai figli più libertà se questi si comporteranno bene.

Evitare espressioni come “tipo”: appartengono al linguaggio colloquiale.

  • Esempio: Ormai molti oggetti tecnologici, tipo gli smartphone e i tablet, sono entrati a far parte della nostra vita quotidiana. → Ormai molti oggetti tecnologici, come ad esempio gli smartphone e i tablet, sono entrati a far parte della nostra vita quotidiana.

Evitare la coordinazione per asindeto tra soli due elementi.

  • Esempio: Ormai tutti comunicano attraverso mezzi tecnologici, utilizzando smartphone, tablet. → Ormai tutti comunicano attraverso mezzi tecnologici, utilizzando smartphone o tablet.

Evitare la ripetizione di un termine seguito immediatamente da una relativa (scriverlo una volta sola è sufficiente).

  • Esempio: Molti seguono la moda per conformismo, conformismo che è segno di pigrizia mentale. → Molti seguono la moda per conformismo, che è segno di pigrizia mentale.

Evitare, per quanto possibile, le frasi nominali e le subordinate pendenti (verificare che in ogni periodo ci sia un verbo principale).

  • Esempio: Non credo che chi segue la moda sia necessariamente superficiale. Perché questo comportamento è segno di attenzione verso sé stessi. → Non credo che chi segue la moda sia necessariamente superficiale. Infatti questo comportamento è segno di attenzione verso sé stessi. / Non credo che chi segue la moda sia necessariamente superficiale, perché questo comportamento è segno di attenzione verso sé stessi.

I numeri vanno espressi in lettera e non in cifra (se non sono numeri alti, date, orari).

  • Esempio: Gli aspetti fondamentali della questione sono 3. → Gli aspetti fondamentali della questione sono tre.

Attenzione all’uso corretto dei pronomi di terza persona singolare (per il femminile ci vuole “le”) e plurale (che è “loro”).

  • Esempio: I liberti guadagnarono una posizione di primo piano a corte, e gli imperatori gli affidarono incarichi ufficiali. → I liberti guadagnarono una posizione di primo piano a corte, e gli imperatori affidarono loro incarichi ufficiali.

Evitare l’uso di “lui”, “lei”, “loro” come soggetto: preferire “egli”, “ella”, “essi” (regola, questa, su cui, considerando le tendenze dell’italiano, si può tranquillamente chiudere un occhio).

  • Esempio: I Greci consideravano i Persiani inferiori: loro infatti erano sudditi di un re e non cittadini. → I Greci consideravano i Persiani inferiori: essi infatti erano sudditi di un re e non cittadini.

Evitare l’infinito sostantivato; sostituirlo con sostantivi veri.

  • Esempio: I rischi dell’utilizzare troppo lo smartphone sono evidenti.I rischi dell’uso eccessivo dello smartphone sono evidenti.

Evitare l’abuso delle litoti.

  • Esempio: La non educazione dei giovani può compromettere i loro rapporti sociali. → La mancanza di educazione dei giovani può compromettere i loro rapporti sociali.

Le virgolette si usano solo per citazioni o termini utilizzati in senso figurato o improprio; non servono a mettere in evidenza una parola.

  • Esempio: L’uso dello smartphone in pubblico non è “appropriato” (NO); L’uso dello smartphone in pubblico costruisce un “muro” intorno a noi (SÌ, termine usato in senso figurato).

Le ripetizioni non si evitano soltanto coi sinonimi, ma anche con iperonimi, pronomi, perifrasi.

  • Esempio: Nel sonetto il poeta inserisce alcuni riferimenti alle sue esperienze personali. Queste vicende infatti sono importantissime per capire il suo pensiero.Nel sonetto il poeta inserisce alcuni riferimenti alle sue esperienze personali. Esse infatti sono importantissime per capire il suo pensiero. / Nel sonetto il poeta inserisce alcuni riferimenti alle sue esperienze personali, che infatti sono importantissime per capire il suo pensiero.

La paragrafazione deve avvenire rispettando la successione degli argomenti.

  • Si va dunque a capo quando cambia l’argomento, e non a ogni punto fermo o, peggio, nemmeno una volta in tutto il testo.

Fenomenologia dell’analisi del testo

stock_5__antologia_della_letteratura_italiana__i__ii__iii__iv_e_v_530

Come ben si sa, le modalità per raccogliere valutazioni scritte in italiano sono essenzialmente due: il tema e la verifica di analisi del testo, che di fatto corrisponde alla tipologia A dello scritto di italiano dell’esame di Stato (così come è stato concepito fino a quest’anno. Vedremo l’anno prossimo che succede). Mediamente lo studente arriva dalle medie già con una discreta confidenza nei confronti del tema, anche se spesso manifesta qualche insicurezza e qualche tic ricorrente durante lo svolgimento (rimando ai seguenti post per una trattazione più diffusa: fenomenologia, FAQ, luoghi comuni). I problemi sorgono quando si propone alla classe la verifica di analisi del testo, soprattutto nel primo biennio e particolarmente in prima, quando gli alunni, non avendoci mai avuto a che fare, la prendono, in sostanza, per una verifica di comprensione del testo e vengono a farla senza aver studiato.

Ma andiamo per gradi, iniziando dalla fase di progettazione e strutturazione di tale tipologia di verifica. La prima fase è la scelta di un testo, di prosa o di poesia a seconda della classe, che sia della lunghezza giusta (non troppo breve: mancherebbe il materiale da analizzare; non troppo lungo: i ragazzi non riuscirebbero a finire la verifica) e che contenga gli elementi caratteristici visti in classe (mutamenti della fabula, gerarchia dei personaggi, particolarità metriche, figure retoriche e così via). Una volta trovato un testo adatto, giunge il turno della formulazione dei quesiti, tipicamente suddivisi in tre sezioni: comprensione (riassunto per la prosa e parafrasi per la poesia, più eventualmente domande di lessico), analisi (individuazione delle caratteristiche narratologiche, stilistiche, retoriche, metriche), interpretazione (contestualizzazione e commento). Spesso le domande sono organizzate in modo tale che lo studente, rispondendo in modo discorsivo e in ordine, possa produrre un testo unico e organico di commento al testo.

Ma ciò accade solo in rari casi di studente baciato in fronte dalla dea Minerva, che è già addentro ai meccanismi dell’analisi del testo. Spesso gli studenti che vi sono meno avvezzi, e per i quali un’analisi del testo non è propriamente un compito di italiano, combinano tutt’altro, come si vedrà.

Giunge il momento della somministrazione della prova. Ogni singolo minuto concesso per la verifica è speso dagli studenti, più che nell’attenta lettura del brano e nella concentrazione necessaria alla formulazione delle risposte, a una smitragliata di domande al docente (il quale, alla fine delle due ore, sviene e annaspa a terra causa sopraggiunta labirintite) su che cosa di preciso richieda ogni singolo quesito (cosa che stimola nel docente una quantità industriale di dubbi sulla chiarezza del proprio modo di esprimersi). Tali domande sono ripetute da ogni singolo alunno, nonostante il docente, nel rispondere al primo degli studenti che pone la domanda, richiami l’attenzione dell’intera classe in modo tale da fugare la perplessità in questione in tutti quanti: nonostante gli sforzi, c’è sempre qualcuno (più d’uno) che non stava ascoltando e che porrà nuovamente la domanda, obbligando il docente a dare la stessa risposta cinque o sei volte nell’arco di cinque minuti rimbambendosi da solo. Inoltre ci sono sempre alcuni alunni che, afflitti da insicurezza perenne, chiamano al banco il docente (o vanno alla cattedra) per chiedergli se va bene quello che hanno scritto. Dopo la prima mezz’ora vengono solitamente mandati a quel paese con fare garbato. Altra domanda ricorrente è la seguente: “La risposta alla 6 non la so; se scrivo qualcos’altro che c’entra con la poesia va bene lo stesso?”, alla quale la risposta tendenzialmente è: “Se sei al ristorante e ordini le lasagne, va bene lo stesso se ti portano un’insalatina?”. Altra questione riguarda l’interpretazione e il commento, che di solito vengono affrontati con l’idea che sono cose soggettive e quindi va bene tutto.

Alla consegna delle verifiche, la condizione degli elaborati, nonostante i debiti avvertimenti preliminari (rigorosamente ignorati perché tanto non è un tema) risulta la seguente:

  • essendo giunti in classe senza la debita fornitura di fogli protocollo a righe, gli studenti spennano il centro di un quaderno qualsiasi, a righe o a quadretti non importa, tanto mica è un tema;
  • dal momento che non si tratta di un tema, spesso e volentieri gli alunni scrivono in stampatello maiuscolo senza peritarsi di utilizzare la punteggiatura, e men che meno di mettere i punti alla fine delle frasi; talora anche scrivere dritti sulla riga è un optional;
  • l’indicazione di lasciare lo spazio necessario per le correzioni (a un lato del foglio o tra una risposta e l’altra) è spesso disattesa, costringendo il docente ad annotazioni interlineari con scrittura microscopica;
  • le risposte alle domande avvengono con parole singole e non con frasi dotate di soggetto e predicato (esempio: a domanda “quale figura retorica è presente nel verso 15?” la risposta, ben lungi dall’essere l’irraggiungibile ideale “la figura retorica presente al verso 15 è una sinestesia, poiché l’espressione combina percezioni provenienti da due sfere sensoriali diverse”, è “sinestesia” e basta, ovviamente scritto tutto in maiuscolo e senza manco il punto finale);
  • l’ordine delle risposte tende a discostarsi visibilmente da quello delle domande, cosa, grazie al cielo, segnalata dai doverosi numerini;
  • è frequente l’uso di asterischi per integrazioni alle risposte (che vengono in mente dopo o, più spesso, sono colte nell’atmosfera attraverso la vista o l’udito), i quali rendono la lettura del compito simile alla consultazione di una caccia al tesoro con annessa legenda per la decifrazione di simboli (asterisco, asterisco doppio, quadratino, pallina, crocetta cerchiata e tutto ciò che la fantasia suggerisce);
  • sono spesso presenti anche vistose cancellature scarabocchiate e relative scritture sopralineari, o cancellature con bianchetto senza riscrittura, che fanno sì che la risposta risulti monca;
  • le domande che richiedono risposte discorsive di commento o contestualizzazione possono ricevere risposta sotto forma di elenchi puntati o schemini con tanto di frecce.

Si capisce, in sostanza, come gli indicatori della griglia di valutazione riguardanti la forma suonino decisamente beffardi all’atto della correzione, la quale in ultima analisi si rivela spesso molto più complicata e frustrante in questo caso che per un tema. Tuttavia, dal momento che nessuno nasce imparato, si rendono necessari un continuo esercizio e raccomandazioni assidue per giungere all’esame di maturità essendo in grado di fare un’analisi in modo decente (se l’analisi del testo non sarà eliminata), e la prima regola per ottenere questo è partire il prima possibile per poi insistere fino allo sfinimento e oltre.

Ultima considerazione: se davvero l’analisi del testo non sarà più presente in sede di esami di Stato, a mio avviso i ragazzi perderanno un’importante occasione per dimostrare le proprie competenze di comprensione e di interpretazione di un testo, che rientrano tra gli obiettivi di base del percorso di istruzione superiore.

Speranze nascoste

N92-440251 - © - Todd Pierson

Quest’anno mi è toccata in sorte, tra le altre classi, una prima linguistico molto numerosa e molto eterogenea, che è un po’ la “disperazione” dei miei colleghi e anche mia: ogni volta che si entra in classe si perdono minimo 5 minuti per far rientrare tutti in aula (escono anche al cambio dell’ora) e circa altri 5 per avere tutti seduti al loro posto (quando ci si riesce). Gli alunni sono 27, molti di loro sono stranieri e alcuni presentano problemi di lingua; sia tra i maschi sia tra le femmine ve ne sono alcuni di incontenibili che non riescono a stare zitti un secondo; l’atmosfera di classe è spesso talmente rumorosa che i vari insegnanti si arrovellano per trovare stratagemmi, se non per avere l’attenzione di tutti, se non altro per evitare che i decibel siano costantemente sopra la soglia del dolore. (Per quanto mi riguarda, io adotto la tecnica del conto alla rovescia: ogni volta che sforzo la voce, inizio a contare dal 10, e quando arrivo a 0 faccio un asterisco alla lavagna. Ogni asterisco è un esercizio da fare in più per casa. Ormai la mia minaccia tipo è quella di disegnare alla lavagna le sette stelle di Hokuto.) Anche a livello di profitto scolastico ci sono molti alunni particolarmente fragili che rischiano di perdere l’anno: ad alcuni di essi è stato consigliato di valutare un riorientamento.

Messa così, sembra una situazione disperata. In effetti, spesso esco dalla classe con le orecchie che ronzano e una vaga sensazione di bruciore alla laringe. Eppure, al di là delle quotidiane turbolenze che agitano questi scalmanati, più ho a che fare con loro, più mi danno occasione di sorprendermi per il loro entusiasmo e per il loro interesse (che a volte percepisco solo filtrando una consistente dose di marasma). Ogni volta che propongo loro un’attività, sono assolutamente disponibili a collaborare: ad esempio, è proprio con loro che sono riuscita a organizzare una specie di lettura teatralizzata dell’Iliade (di cui ho parlato qui), e l’esperienza è continuata anche per certe letture dell’Odissea; in particolare, quando siamo giunti all’episodio delle Sirene, un’alunna, che non è madrelingua e solitamente è molto poco partecipativa, si è offerta di leggere cantando la parte delle Sirene. Ignorando bellamente le solite risatine che ci sono ogni volta che in classe accade qualcosa di insolito, la ragazzina, mentre leggeva, ha improvvisato una melodia con una voce molto intonata, e alla fine della “canzone” i compagni le hanno fatto un applauso. Il ragazzo che faceva la parte di Ulisse ha commentato: – Ecco, sono stato sedotto.

Altro episodio. In una delle ultime lezioni, a un alunno che continuava a usare il telefono e a fare battutine sceme, ho dato come punizione la traduzione del proemio dell’Odissea in dialetto veneto. Subito la classe, in un tripudio di entusiasmo, si è messa a provare a tradurre il primo verso, valutando possibili varianti e chiedendo lumi su come rendere polytropos. Constatato ciò, ho proposto ai ragazzi di far diventare questa punizione… qualcos’altro (ma ne parlerò a tempo debito, quando il lavoro sarà finito).

Ieri, lezione sulle figure retoriche. Stiamo correggendo alcuni esercizi, basati su alcuni brani dei Promessi Sposi. Tra un chiacchiericcio continuo, rare frasi sensate e molti richiami, ecco che parte il seguente dialogo:
Alunna X: – Prof, quando facciamo i Promessi Sposi?
– L’anno prossimo.
Alunna X: – Sììì che bello, mi piacciono i Promessi Sposi! Non vedo l’ora!
Alunna Y: – A me piace Dante!
Alunna Z: – A me piacciono i Malavoglia, sono interessantissimi!
Alunna W: – Prof, c’è lei l’anno prossimo?
– Ma mi state prendendo in giro?
Alunne varie: – No, no, diciamo sul serio!
– Davvero?
Alunne: – Davvero! Ci piace Manzoni! E Verga! E Dante!
È troppo bello per non essere una presa per i fondelli, soprattutto pensando che in altre classi, anche più disciplinate e dotate di questa, mi tocca continuamente giustificare tutto quello che faccio, perché molti alunni non ne vedono un’utilità immediata.

Ma ogni tanto le gioie capitano. Stiamo a vedere, impegniamoci e incrociamo le dita.

Gestione dello spazio

apro-la-finestra-e-vedo-bambini-che-dicono-620x420

Il cruccio principale dello studente pigro nello scrivere un tema è cercare il modo migliore per riempire il foglio dando mostra di aver scritto un sacco pur non avendo nulla da dire. A tal proposito gli stratagemmi da lui messi in atto possono essere di vario tipo:

  1. la supercazzola, ovvero il rimestare i soliti due-tre concetti con parole diverse oppure direttamente con le stesse parole. Se fatta bene è quasi un esercizio di sofistica: per studenti pigri fino a un certo punto;
  2. il foglio coi margini, normalmente staccato dal centro di un quaderno a righe: esso permette di scrivere su una mezza riga che è circa l’80% di una mezza riga intera, permettendo dunque allo stesso testo di occupare il 20% di spazio in più che in un foglio protocollo d’ordinanza;
  3. ricopiare la traccia, magari saltando qualche riga dall’intestazione; questo metodo tuttavia permette di recuperare massimo 4-5 righe rivelandosi dunque di efficacia relativa;
  4. incollare il foglio con tutte le tracce: con le dovute cautele e centrando il foglio come si deve, tale metodo può far guadagnare fino a mezza facciata;
  5. la spaziatura dopo i paragrafi, possibilmente facendo coincidere i paragrafi stessi con i punti fermi: così si guadagnano dalle 5 alle 12 righe, in funzione del numero dei capoversi;
  6. scrivere una riga sì e una no raddoppiando così di botto lo spazio occupato dal testo. Antisgamo proprio;
  7. scrivere enorme possibilmente con grafia tipo elementari, occupando la mezza riga con due-tre parole;
  8. scrivere piccolissimo e addurre ciò come scusa dissimulatoria della brevità del testo (“non è il tema che è corto, sono io che scrivo piccolo”).

Fenomenologia del lavoro di gruppo

974667247-incarico-letteratura-libro-di-scuola-scaffale-per-i-libri

Un modo interessante per proporre una parte del programma scolastico senza ricorrere alla lezione frontale è il lavoro di gruppo, considerato positivamente (nelle sue varie declinazioni di cooperative learning, collaborative learning, jigsaw e chi più ne ha più ne metta) anche da pedagogisti ed esperti di didattica, in quanto favorisce l’autonomia dello studente e lo sviluppo delle competenze sociali. Nel caso la classe non sia sempre attentissima a lezione, far spiegare alcuni argomenti agli alunni può significare anche metterli “dall’altra parte della barricata” e far sì che si rendano conto di come sia difficile farsi ascoltare.

Secondo i piani, ciò dovrebbe teoricamente svolgersi come segue: dapprima (con relativo anticipo, per permettere agli alunni di organizzare efficacemente il lavoro) si formano i gruppi, con attenzione, da parte dell’insegnante, affinché la loro composizione sia equilibrata, ovvero senza che vi siano tutti i secchioni in un gruppo e tutti i più fragili in un altro. In seguito, ogni gruppo sceglie un argomento tra quelli proposti dall’insegnante e riceve una scheda di lavoro ed eventualmente del materiale da cui prendere spunto o da analizzare. Si stende anche un calendario per le esposizioni, in modo tale da dare delle scadenze precise per gli interventi dei vari gruppi. All’interno del gruppo ci si suddividono i ruoli e le singole parti del lavoro da svolgere. Al coordinamento dell’attività, per favorire il confronto, si destinano una o più ore di lezione in classe, in cui ci si aspetta che gli studenti dialoghino in modo produttivo, prendendo appunti, stendendo scalette e quant’altro. Al momento dell’esposizione, i vari gruppi, ponendosi in cattedra e utilizzando a piacimento presentazioni in formato digitale, spiegano il proprio argomento alla classe, che segue, prende appunti (perché alla fine ci sarà una verifica) e pone domande per soddisfare dubbi o curiosità. L’ideale sarebbe che il tutto si chiudesse con un momento di discussione su quanto appena trattato.

E invece.

Al momento della formazione dei gruppi, ecco che scoppiano liti furibonde perché l’insegnante, senza accorgersene, ha messo insieme gente che non si sopporta o ha separato amici in simbiosi. Segue un momento di rivoluzione generale in cui la composizione dei gruppi viene stravolta mandando completamente a quel paese l’equilibrio con cui si credeva di averli formati. Ecco che si formano il gruppo delle ragazzine diligenti, quello dei tempestati ormonali e quello dei maschi casinari (ahia). Scelta degli argomenti: c’è sempre quello che vogliono fare tutti, quindi liti furibonde anche qui. Normalmente nel gruppo dei maschi casinari c’è sempre l’ingestito scassamaroni che o si fa quello che dice lui o si rifiuta di collaborare, quindi, tra mille proteste di popolo, a tale gruppo tocca l’argomento più richiesto. Quello delle ragazzine diligenti mediamente si becca quello che non vuole fare nessuno. Calendario: ovviamente i casinari saranno gli ultimi a esporre e le brave bambine metteranno la testa sul ceppo e usciranno per prime. Divisione dei ruoli: le brave bambine si organizzano abbastanza bene, mentre tra i casinari l’ingestito non farà una mazza. Si osserva comunque la tipica dinamica secondo cui tende a presentarsi la figura dello studente da soma che, investito ufficialmente del ruolo di “coordinatore” del gruppo, si sobbarca il grosso del lavoro mentre gli altri vivacchiano alle sue spalle. Momento di attività in classe: nel primo quarto d’ora la discussione riguarda effettivamente gli argomenti da studiare e c’è qualcuno che prende uno straccio di appunto; in seguito la conversazione si sposta su pettegolezzi vari ed eventuali (tipicamente gli ormonali parleranno di ragazzi o ragazze a seconda dei gusti, mentre i casinari parleranno di calcio; qualcuno dirà di avere finito e con tale scusa si metterà a studiare altre materie o a infastidire il prossimo). Se c’è qualcuno che porta il pc per sistemare il PowerPoint da presentare, tempo dieci minuti e lo si troverà a giuocare a Solitario. In tutto questo, il docente, essendo uno ma non trino, mentre riprende un gruppo perde di vista gli altri, diventando ebete e affogando nel casino. Calda raccomandazione: non si permetta MAI agli alunni di consultare Internet in classe per cercare informazioni, è solo una bieca scusa. Finiranno su Instagram e Tumblr in men che non si dica.

Fase dell’esposizione: matematicamente ci sono sempre uno o più gruppi che si accorgono di avere l’acqua alla gola uno o due giorni prima che tocchi a loro (nonostante il calendario fosse stato fissato con settimane di anticipo; nel frattempo hanno avuto una quantità industriale di altre verifiche e interrogazioni e hanno studiato per quelle, procrastinando all’inverosimile) e chiedono di cambiare data. L’insegnante, dopo la consueta predica, per evitare di dare 4 a tutti cede e sposta la data (minacciando di mettere anche 3 qualora gli studenti in questione non fossero pronti nel giorno stabilito). Esposizione: nonostante il docente lasci la cattedra agli studenti, questi parleranno a lui e non ai compagni, che, ben lungi dal seguire e prendere appunti, faranno beatamente i cavoli loro (all’occasione, scattando foto da caricare su Instagram). In molti casi il contenuto rappresenta quanto è stato reperito dagli studenti su Google, con modificazioni minime e talora inesistenti. Talora il caos del resto della classe, qualora essa sia numerosa e poco disciplinata, giunge a un tale livello di decibel da far sì che l’insegnante, per seguire l’esposizione, legga il labiale dell’alunno che sta parlando. Quelli del gruppo che non stanno esponendo chiacchierano tra di loro, organizzano tornei di tris alla lavagna o conversano coi compagni. Quando hanno finito di esporre la loro parte, vagano per la classe e si siedono anche in posti che non sono il loro. L’ultimo del gruppo espone in pietosa solitudine e ignorato da tutti. Spesso, se il caos è stato tanto da richiedere richiami frequenti, costui si trattiene a parlare a ricreazione, rinunciando a far merenda ma finalmente ascoltato senza disturbi.

(Precisazione: la descrizione dell’effettivo svolgimento del lavoro di gruppo qui fornita risulta dall’assemblaggio di episodi e tendenze osservati in diverse classi, con una punta -ma non troppa – di esagerazione iperbolica. A volte, in realtà, le cose funzionano e danno pure soddisfazione.)

La monaca di Monza in una realtà parallela

37b59dd5357e91b7e20c3d365806f50d

Pacco di compiti sui Promessi Sposi. Tra fogli a quadretti utilizzati in mancanza di quelli a righe, svolgimenti interamente scritti in stampatello maiuscolo (“perché sono capace di scrivere solo così”) e risposte che vanno lette rincorrendole in giro per il foglio protocollo perché sono piene di asterischi e asterischi degli asterischi, è saltata fuori una versione alternativa della storia della monaca di Monza, che mi rende abbastanza sicura del fatto che i fanciulli abbiano letto un libro diverso. In sostanza, accade questo.

Il padre di Gertrude è un principe molto ricco della città di Milano, il quale nel convento era il padre guardiano. Ossia, in realtà la nostra Gertrude è figlia illegittima di un frate lussurioso di nobile stirpe. Questo spiega davvero molte cose. Gertrude poi si innamora di un contadino, e i due continuano a scriversi lettere. Il rapporto fu poi troncato perché lui sarebbe stato disonorato nell’essere visto con una nobile. Classismo al contrario, insomma. Ciò apre spaccati interessanti sulla società lombarda del Seicento. Però sull’identità di questo amante non c’è certezza, perché alcuni lo chiamano Paggio (con la P maiuscola): deve trattarsi del famoso Roberto Paggio. Altri invece dicono che fu intercettata una lettera d’amore per un Piaggio: nuove frontiere dell’erotismo motorizzato. Insomma, Gertrude se la faceva con un essere umano o inanimato che non corrispondeva alle aspettative della famiglia, e, dopo essere stata fatta chiudere in una specie di gabbia (tipo Brancaleone da Norcia) venne costretta a dare i voti (sic), a divenire quindi in sostanza una docente. Bella condanna. Però c’è da dire che un personaggio come don Abbondio, dando i voti, aveva una sicurezza economica per tutta la sua vita, quindi si capisce che l’insegnamento di ruolo, dopo tutto, ti sistema per sempre. Comunque non era sempre una libera scelta, perché i frati e le suore o entravano in convento perché costretti dalla loro famiglia oppure preferivano diventare preti. Quindi in sostanza sdoganiamo anche la transessualità: erano avanti nella Lombardia del Seicento, chi l’avrebbe mai detto? Dopo una certa tensione e impazienza nell’aspettare i risultati dei voti (Gertrude alla maturità), la nostra diventa finalmente monaca, e si concede alcune scappatoie amorose. “Scappatoie” alle quali evidentemente si ispirarono grandi seduttori come Casanova e don Giovanni per liberarsi delle amanti di cui si erano stufati. In tutto questo si può capire come a Gertrude avrebbe dispiaciuto lasciare il convento e rinunciare a certi godimenti e privilegi (“godimenti” è termine tutto manzoniano, lo so, ma, date le premesse, come interpretarlo in senso monacale?). Alla fine la nostra monaca si mette con Egidio, che è un ladro. Infatti i due si conoscono perché lui guarda dalla finestra nel cortile del monastero: da quella finestra sarà anche passato con agilità ladresca per combinare furtivamente i suoi convegni d’amore. Al momento dell’incontro con Agnese e Lucia, la descrizione di Gertrude è come una matriosca, e quindi la monaca sarà certamente apparsa con volto rotondo, guance rubiconde, fazzoletto colorato e grembiule a fiori. La conclusione di tutto ciò è che Gertrude ci sta provando con Lucia Mondella (cosa a cui aveva effettivamente pensato Guido da Verona nel suo adattamento parodistico).

In definitiva, sono sicura che gli studenti hanno sbagliato libro e si sono procurati i Promiscui Sposi.

Perché faccio questo lavoro

32

Anche quest’anno ecco che sono giunte le vacanze di Natale, e ci sono arrivata decisamente bella carica, non tanto di energie, quanto di pacchi, e non pacchi di regali ma, naturalmente, di compiti. Con questa bella prospettiva, è facile sentirsi stanchi in anticipo, anche prevedendo quello che si può trovare durante la correzione: compiti scritti su fogli a buchi pietosamente pinzati dopo la consegna, titoletti e noticine scritti in rosso (e che dunque vanno a confondersi con le correzioni: ho iniziato a dire ai fanciulli che la penna rossa è simbolo del potere e che quindi posso usarla SOLO IO) o in colori random dell’iride, monosillabi in risposta a domande aperte, gestione dello spazio del foglio tale che non è possibile fare correzioni perché non si capisce dove farle, grafie gallinacee e sgrammaticature varie. In effetti la tentazione di cedere al nervosismo e di sbranare i compiti in un cartaceo sparagmos è sempre dietro l’angolo.

Però mi basta fermarmi un attimo prima, lasciar perdere per qualche minuto la pila di verifiche che ho davanti e ritornare un po’ indietro con la mente, per ricordarmi perché faccio questo lavoro.

Mi viene in mente, per esempio, una classe seconda di un istituto tecnico, che ho avuto con italiano e storia per un paio di mesi durante una supplenza. Al netto delle prevedibili distrazioni quotidiane, era la classe in cui in quel momento lavoravo meglio, e, dato che il programma di storia prevedeva la tarda repubblica romana e le prime dinastie imperiali, non ho visto l’ora di poter fare qualche approfondimento, tirando in ballo anche qualche termine latino indicante, che so, le cariche pubbliche, o i valori fondamentali della società romana. Il mio incarico si chiudeva subito prima di Natale, e durante l’ultima ora di lezione ecco che la rappresentante di classe esce con una scusa e torna con un enorme mazzo di fiori e con un pacchettino contenente la loro foto di classe incorniciata (che tengo ancora in salotto). Nel biglietto, tra le altre cose, c’è scritto: “Grazie per averci insegnato cose che non avremmo mai creduto di imparare, come il latino”.

Mi viene anche in mente una supplenza che ho fatto in una scuola di montagna, un liceo scientifico, arrivando con la neve e andandomene che era già estate. Classe seconda, italiano e latino. C’è un ragazzino che capisce tutto al volo, adora le materie letterarie, e che si è iscritto lì semplicemente perché il liceo classico più vicino era completamente fuori portata. Studiare gli piace, e tanto, e si vede. In classe sua ci sono i soliti compagni casinisti, lui da un lato ci soffre perché vorrebbe seguire in pace le lezioni, dall’altro vorrebbe che lo accettassero. Si fa i risvoltini, ma non credo che gli piacciano. Ha letto Una barca nel bosco della Mastrocola, e ci si è rivisto tutto. Ogni tanto mi dice cosa legge e se gli piace me lo consiglia. Io gli dico che se all’università non va a fare lettere ce lo porto io prendendolo per le orecchie. Ogni volta che entro in classe sorride. Una mattina arrivo e lo vedo serio. “Che c’è, tutto bene? Qualcosa non va?”. “Ah, no, si figuri, è la mia faccia normale”. Allora sorride solo davanti a me. Il cuore mi diventa piccolo così.

Stessa supplenza, classe terza, latino. La classe complessivamente è buona, anche qui dev’esserci qualche classicista mancato. Il parterre maschile è particolarmente vivace e ogni volta mi serve uno sforzo quasi fisico per non rotolare a terra dalle risate. C’è un ragazzo romeno con la media del 3, debito non sanato nel primo quadrimestre. È un po’ isolato rispetto agli altri, non ha sempre il materiale, non capisco subito in che misura mi segua, anche se mi fissa con un paio di occhi scuri che non sorridono quando sorride lui. Faccio una delle solite battute cretine con cui inframmezzo le spiegazioni: lui è il primo che ride. Allora segue. (È sempre stato il primo a ridere, segno che era molto più sveglio di quanto non apparisse.) Compito di traduzione: alla correzione mi trovo di fronte un compito da 8. Cerco di capire se ha copiato e da dove. I compagni che erano intorno a lui hanno fatto errori diversi e preso un voto più basso. La forma non corrisponde a eventuali traduzioni online. L’8 è tutto suo. Chissà cosa gli è scattato. Verifica di grammatica: il ragazzo mi si blocca di fronte a un esercizio sulle interrogative. Me ne accorgo e gli suggerisco di iniziarlo dalla parte in italiano. Trova il manico dell’esercizio e va avanti tranquillo. Alla consegna vedo che ha abbozzato qualcosa anche della parte in latino. Il voto finale è ben oltre la sufficienza. Compito molto buono anche in letteratura. Giuro che non so cosa gli ho fatto.

Ricordo bene anche suo padre, un omone robusto con la stessa faccia tonda del figlio, con le mani da contadino e con un italiano un po’ stentato. Al ricevimento mi dava del “voi” (cosa linguisticamente corretta dal suo punto di vista, ma che mi ha intenerita). Nel momento in cui gli ho detto che era importante che suo figlio studiasse latino anche perché la Romania è figlia della provincia di Dacia, ha fatto un sorriso che non dimenticherò mai più, come se per un attimo fosse tornato a casa.

L’anno successivo, quello del TFA. Liceo delle scienze umane, classe terza, latino. Una ragazza di colore vivacissima tiene banco tra le compagne; non ha un rendimento eccelso ma ha una reattività e un interesse più unici che rari. Ho sempre davanti agli occhi il suo entusiasmo nello scoprire il ruolo fondamentale dell’Africa nella storia di Roma dalle guerre puniche in poi, e la gioia nel venire a sapere che Terenzio, il padre dell’humanitas, di cognome faceva Afro, veniva da Cartagine e aveva la pelle scura.

L’anno scorso, seconda scienze umane, italiano. C’è una ragazza con problemi di salute. Quando è a scuola è interessata e appassionata, soprattutto quando si parla di letteratura. Le do qualche consiglio di lettura, e, dopo aver letto I dolori del giovane Werther, libro in cui mi dice di aver trovato riferimenti a temi che la toccano nel profondo, scopre che le piace Goethe e si mette a leggere il Faust. Qualche tempo dopo mi chiede consiglio su Dostoevskij: a casa ha qualche suo libro ma non sa da dove iniziare. Le suggerisco di partire con Le notti bianche, che è breve, per fare una prova. Ne resta folgorata. Più tardi mi ringrazia infinitamente per averle fatto scoprire il suo autore preferito.

Sempre l’anno scorso, quinta scienze umane, storia. Una classe che, seppur con una storia difficile, trovo meravigliosa, con cui riesco a fare molti approfondimenti interessanti incontrando l’entusiasmo degli allievi (ricordo ad esempio certe lezioni sulla rivoluzione russa, durante la quale abbiamo visto tante foto della famiglia Romanov e tanti manifesti di propaganda, e sulla prima guerra mondiale, che seguivamo sulle cartine mentre indicavo le zone di battaglia con una lunga canna di bambù, stile generale ottocentesco). Li accompagno in gita a Praga. Mentre stiamo tornando verso l’autobus intorno a mezzanotte, dopo un giro serale, mi si avvicinano due alunne e, probabilmente incoraggiate dall’atmosfera di festa, mi dicono: “Sa, prof, molti degli insegnanti che abbiamo avuto ci considerano degli sfigati per quello che è successo durante gli anni scorsi, e quindi non credono che possiamo rendere più di tanto”. Non ho mai udito parole tanto dolorose. Ho detto loro quello che pensavo, ossia che non erano affatto una classe di sfigati, e che al contrario potevano fare grandi cose e ne avevano tutte le potenzialità, cosa che vedevamo anche a lezione. Volevo abbracciarle.

L’altra sera a cena. Siamo alla cassa. Una delle cameriere del ristorante mi chiede se insegno italiano e se quest’anno ero agli esami di maturità dello scientifico. Alla mia risposta affermativa, dice: “Mi ricordo di lei, ero a sentire l’esame di mia sorella, e solo a sentire come poneva le domande e come correggeva e integrava le risposte, si sentiva la passione che mette quando insegna”.

Al di là dell’impegno che posso mettere nella preparazione delle lezioni o della precisione con cui posso valutare verifiche e interrogazioni, se il terreno è fertile, il raccolto è abbondante, e torna molto più di quanto si sia seminato.

Ecco perché voglio fare questo lavoro.

E ora riprendo la fida penna rossa e torno alle mie verifiche.

Ponte dei sospiri

e-dx-111-ponte-sospiri-2

L’immagine veneziana a commento del post si fa per me metafora di questo ponte dell’Immacolata, durante il quale sto recuperando ore di sonno ma sto anche sospirando parecchio a causa delle verifiche da correggere, tra cui in particolare ne spicca una di storia assegnata in una delle mie classi prime, sulle civiltà fenicia, ebraica, minoica e micenea. Durante le spiegazioni mi pareva di formulare frasi di senso compiuto e di essere compresa dal mio uditorio, e la lezione precedente alla verifica è stata dedicata al ripasso. Eppure essa è stata un florilegio di perle assortite di cui le più eclatanti sono le seguenti.

  • Esercizio con cartina muta su cui indicare il luogo di origine delle quattro civiltà della verifica (dopo spiegone sul fatto che la parte grigia fosse il mare e quella bianca la terra): gli Ebrei sono stati collocati in mezzo al mare (a sud del Peloponneso, a nord di Creta). Può darsi che sia per questo che non ebbero problemi col mar Rosso.
  • Definizione di “alfabeto fonetico”: “alfabeto con le sillabe; era un alfabeto molto particolare. Bensì all’inizio non si scriveva ma si parlava, è un miscuglio di altri alfabeti preso dopo la conquista dei popoli” (sic).
  • Definizione di “lineare B”: “era una stele dove era scritto un alfabeto scritto”; “la parte della fase neopalaziale quando avviene il secondo crollo”; “tavoletta in cui sono riportate delle scritture in scrittura alfabetica”.
  • Attribuzione della datazione a eventi storici: guerra di Troia -> 66 d. C.; liberazione degli Ebrei dall’Egitto -> 132 d. C.
  • Cosa succede allo Stato ebraico dopo la morte di Salomone? “inizio dell’attesa del Messia”; “toccherà ad Alessandro Magno sconfiggere Tiro e liberare gli Ebrei”.
  • Qual è la condizione degli Ebrei in età ellenistica? “migrano ad Alessandria d’Egitto dove vengono fatti schiavi dalle popolazioni che erano già stanziate su quel territorio. Solo nel 66 d. C. con l’intervento dell’imperatore Agostino gli Ebrei vengono liberati e possono tornare a casa”; “Ebrei che vengono conquistati da Alessandro Magno che li deporta a Babilonia”; “profeti che”univano” l’uomo con dio (sic) e condannavano la fede esteriore”.
  • Quali sono le cause della fine della civiltà minoica? “popolo minoico invaso dai Persiani aiutati dai popoli orientali e dai micenei” (sic. Almeno i Micenei li ha azzeccati, comunque).
  • Descrivi la società micenea. “Il popolo miceneo si riuniva formando le BABECIS” (Che caspita siano non è dato saperlo).
  • Commento del celebre affresco di Cnosso raffigurante la taurocatapsia (qui sotto in foto): a parte che nessuno è stato in grado di scrivere il termine correttamente (con problemi anche a scrivere “tauromachia”, che sarebbe comunque stato accettabile), l’immagine è stata variamente associata al vitello d’oro e (chissà come mai) ai profeti ebrei oppure al toro di Falaride (le macchie bianche sul ventre sono state scambiate per fiamme); altre risposte: “la loro credenza per i tori è nata quando il dio Zeus si trasformò in un toro bianco e fece innamorare di sé una donna che si fece costruire un travestimento da vacca”; “a me sembra una punizione che magari è dovuta alla trasgressione di una legge del popolo cretese”; il toro è stato definito “minotauro”.

Si sente il bisogno impellente di una verifica di recupero.

knossos_bull

Usi didattici della Nutella

Quest’anno tra le mie classi ho una seconda scientifico dove insegno latino, e che ho avuto anche l’anno scorso per qualche mese, prima che la mannaia dell’avente diritto me ne separasse. Dunque, la sorte ha voluto non solo che io conosca già i ragazzi, ma anche che, da classe prima simpatica ma un po’ confusionaria, si siano trasformati in una classe seconda che crede in quello che fa e che vuole impegnarsi per fare progressi. Peraltro, all’ultimo ricevimento generale, molti genitori hanno affermato con mia grande gioia che il latino è una materia che i loro figli apprezzano molto. Sono dunque felice di fare lezione con loro, e il loro entusiasmo mi fa da sprone per qualche esperimento didattico.

Per le classi seconde e quarte dei licei del Veneto che prevedono l’insegnamento del latino e che aderiscono all’iniziativa, è organizzata una prova di certificazione delle competenze in questa lingua, chiamata PROBAT (qui qualche informazione sull’argomento): vi sono dunque coinvolti anche i miei ragazzi, e spetta a me prepararli nel modo più adeguato possibile, preparazione che ovviamente non è finalizzata soltanto al superamento della prova, ma soprattutto è volta a consolidare le basi per il triennio. Dopo un primo mese di ripasso e recupero delle conoscenze grammaticali del primo anno, ci siamo accorti che l’apprendimento del lessico era stato lasciato in secondo piano, e dunque si presentava la necessità di rinforzarlo.

Ecco allora l’idea: un bel torneo a squadre sul lessico latino con tanto di cartellone segnapunti. Le squadre sono state formate in base ai risultati ottenuti nel test di ripasso, in modo che non ci fossero eccessive disomogeneità, e ai ragazzi è stato fornito un elenco di termini di base (nomi, aggettivi, verbi) da imparare. Nel frattempo ho provveduto a scofanarmi un vasetto di Nutella, a rietichettarlo (ispirandomi ovviamente a questa famosissima cosa qui: alla fine dell’anno svelerò l’arcano alla classe) e a predisporre i bigliettini.

Ma come funziona il torneo? Una volta a settimana, ogni squadra manda un membro alla cattedra; costui (o costei) deve estrarre un bigliettino, leggere la parola ivi scritta e dire il significato entro un tempo massimo di 10 secondi (da me medesma misurati col cronometro del cellulare); se il significato è corretto, viene assegnato il punto. Ogni 15 giorni vengono inserite nel vasetto nuove parole. Dal momento in cui ho iniziato a introdurre i verbi, le regole hanno subito una leggera variazione: se si pesca un verbo si devono dire sia il significato sia il paradigma, e allora vengono assegnati 2 punti; se la prima parola pescata è un sostantivo o un aggettivo, ne deve essere pescata anche un’altra, e nel caso esca un verbo basterà dirne il significato; il tempo concesso viene elevato a 15 secondi. I punti vengono segnati su un cartellone: alla fine dell’anno verranno sommati e si decreterà la squadra vincitrice, la quale verrà verosimilmente premiata con un vasetto di vera Nutella.

I miei ragazzi l’hanno presa con grande entusiasmo: appena entro in classe, nell’ora designata per la gara (denominata ormai “gara della Nutella” o direttamente “Nutella” tout court; esempio concreto: “Prof, la prossima volta c’è la Nutella?”), li vedo tutti intenti a ripassare le parole e a interrogarsi a vicenda. Durante la gara noto una certa tensione serpeggiante, anche per la presenza del cronometro che ticchetta, e un ardente spirito di squadra che si concretizza in tifo, esultanze, e battutine per sdrammatizzare in caso di non assegnazione del punto. Insomma, finora l’esperimento pare riuscire bene, ma i veri risultati si vedranno nelle prossime verifiche. I presupposti però ci sono tutti.

whatsapp-image-2016-12-06-at-10-38-26

Questo è il vero barattolo originale di Nutella utilizzato per l’attività didattica e ufficialmente approvato da Cecco gatto latinista.