Il sugo di tutta la storia

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Questa conclusione, benché trovata da povera gente, c’è parsa così giusta, che abbiam pensato di metterla qui, come il sugo di tutta la storia.
La quale, se non v’è dispiaciuta affatto, vogliatene bene a chi l’ha scritta, e anche un pochino a chi l’ha raccomodata. Ma se in vece fossimo riusciti ad annoiarvi, credete che non s’è fatto apposta.

Quando si finisce di leggere i Promessi Sposi, scatta un applauso spontaneo anche nelle classi più distratte, immagino dovuto anche a un senso di sollievo. In genere è abbastanza difficile avere l’attenzione degli alunni durante la lettura del romanzo di Manzoni, vuoi per il linguaggio antiquato, vuoi per la vicenda ormai lontana dal nostro tempo, vuoi per i valori che l’autore vuole trasmettere, così estranei alla sensibilità dei giovani.

Però in tutto ciò c’è sempre qualcuno che rimane particolarmente toccato dalle vicende della giovane Gertrude, o che si immedesima nell’impulsività di Renzo, o che si commuove di fronte alla scena tragica della madre di Cecilia. Ciò avviene, più che durante la lettura in classe (che, per quanto svolta con la partecipazione degli studenti, che leggono le parti dei personaggi, richiede un notevole sforzo di attenzione), durante lo studio per verifiche e interrogazioni, che permette agli allievi di analizzare con i propri tempi il testo, aiutandosi anche con riassunti per evidenziare le parti più importanti e commenti per capire quelle più difficili. Ho visto più volte alunni svogliatissimi a lezione ed entusiasti alle interrogazioni, e avviene che la lettura degli ultimi capitoli avvenga con molta più attenzione rispetto a quella dei primi, anche perché ormai si fa viva la voglia di sapere come va a finire. (Beninteso, è chiaro che sanno già che i Promessi si sposeranno; il gusto è sapere come arriveranno a farlo).

Insomma, il sugo della storia qual è? Che per raccogliere bisogna continuare a seminare e a coltivare, senza perdere la fiducia: se il terreno è buono qualcosa cresce, spesso non subito, ma con un po’ di pazienza. Penso che, se per prima credo in quello che faccio, anche gli studenti ne coglieranno l’importanza. Ma se per caso sono riuscita ad annoiarli, non s’è fatto apposta.

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Libri giusti al momento giusto (Cervantes, Bulgakov, Hašek)

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Riflettendo sulla “piega” da dare al blog, e considerando che, date le materie che insegno, la letteratura fa parte integrante del mio lavoro, mi è parsa una buona idea iniziare un nuovo filone di post: vorrei cominciare a parlare in modo regolare (più o meno, a seconda del tempo libero che ho), oltre che di scuola, alunni e metodi didattici, anche di libri, ma in modo abbastanza libero, a cavallo tra lavoro (ossia libri che posso utilizzare in classe o per aggiornarmi) e tempo libero (ossia le letture che faccio per conto mio), campi che, in realtà, spesso sconfinano l’uno nell’altro.

Vorrei partire proprio con i libri “da tempo libero”, anzi con alcuni libri che per me sono legati a ricordi particolari. Qualche tempo fa ho partecipato a un contest indetto su Facebook da Antonella di My books’ Garden, che chiedeva ai followers della sua pagina di segnalare tre libri a cui erano particolarmente legati. Ho partecipato anch’io, e il relativo post si può trovare qui. La foto dei libri è mia, fatta sul tavolo del mio salotto, un po’ sgranata per aver fatto due-tre giri di upload e download, ma vabbè.

Ho scelto questi libri (tra i tanti che ho adorato) non solo perché li trovo stupendi, ma soprattutto perché sono legati a precisi momenti della mia vita.
Miguel de Cervantes, Don Chisciotte: il primo incontro serio con questo libro è capitato in seconda media, quando l’insegnante di italiano ce lo fece leggere in classe: avevamo un’ora a settimana che dedicavamo, appunto, alla lettura completa (ad alta voce, e a turno) di un libro, e ricordo che la attendevo sempre con ansia. Leggemmo il Chisciotte in forma ridotta, ovviamente: per il momento mi accontentavo anche così, ma la curiosità di sapere cosa ci fosse nelle parti tagliate (riassunte qua e là da note esplicative) si faceva sentire, e come. A un certo punto ebbi per mano anche la versione ironica e delicata a fumetti di Gino Gavioli, uscita con Il Giornalino. A fine anno, dopo la conclusione della lettura, facemmo anche una recita scolastica, con la sceneggiatura scritta dalla nostra prof, con Sancho Panza (con basco e panza finta) che parlava in dialetto veneto e un Ronzinante a rotelle, dal muso più tapiresco che cavallino, ricavato da un’asse di compensato: ho ancora la videocassetta da qualche parte (io facevo la parte della governante, sentenziosa e tutta vestita di nero). Solo qualche anno fa, dopo la titanica fatica del dottorato, ho trovato il tempo di leggerlo integralmente. Alla lettura delle prime pagine mi sembrava di risentire la voce del mio compagno di classe che faceva il narratore e introduceva la recita facendo finta di suonare la chitarra; è stato un ritorno all’infanzia, un riappropriarsi di una storia che in qualche modo ho sempre sentito un po’ mia, che mi ha anche aiutata, con l’entusiasmo di Chisciotte e con il realismo di Sancho, a riprendermi dall’enorme stanchezza fisica e mentale che avevo addosso dopo tre anni di tesi. Alla fine della lettura, con il rinsavimento e la morte del protagonista, ho sentito una tristezza simile a quella che si prova dicendo addio a una persona cara. Ne posseggo anche una bella edizione in spagnolo, con le pagine sottilissime, col taglio delle pagine tutto decorato e con una cartina pieghevole per seguire le peregrinazioni di Don Chisciotte e Sancho Panza, che un giorno ho voglia di leggere, con tanta pazienza e con l’aiuto di un buon dizionario.
Michail Bulgakov, Il maestro e Margherita: ho incontrato questo libro durante l’ultimo anno di liceo, in prestito da una compagna di classe senza che glielo chiedessi (anche perché mi guardo bene dal chiedere libri in prestito a qualcun altro: in generale ho un rapporto un po’ conflittuale con l’idea stessa del prestito, biblioteche a parte), con le parole “secondo me ti piace, leggilo”. Aveva ragione. Appena ho iniziato a leggerlo, sono rimasta irresistibilmente catturata dall’atmosfera surreale, dall’alternarsi delle storie, dalla variazione dello stile, ora ironico, ora serio, ora sublime, dal modo di trattare temi come l’amore e il soprannaturale divino e demoniaco. Ci sono rimasta appiccicata, credo di averlo finito in due giorni, nonostante l’ovvia mole di studio della terza liceo, che per me è stata un periodo particolarmente delicato. Ma forse era proprio quello di cui avevo bisogno in quel periodo delicato. Me lo portavo ovunque. Appena l’ho ritrovato (anni dopo, nell’edicola del paese) l’ho acquistato: la traduzione (pur non strepitosa) è la stessa della mia prima lettura e ne sono felice. Curiosamente, però, non riesco a rileggerlo dall’inizio alla fine, ma solo a pezzi, qua e là, come se ci fosse qualcosa nella storia (e, a pensarci un po’ su, so anche cosa, ovvero il rapporto tra il Maestro e Margherita) che mi è entrato troppo nel profondo, forse per qualche corda interiore che risuona allo stesso modo, e che sarebbe troppo delicato da riportare in superficie.
Jaroslav Hašek, Le vicende del bravo soldato Švejk: l’ho acquistato qualche tempo fa, raccogliendo la segnalazione di un amico, per ripescarlo in coincidenza dei cent’anni della grande guerra. Ho scelto un momento tattico per la lettura: la gita a Praga della mia quinta. Non ha prezzo, ad esempio, leggere sul libro il nome di České Budějovice, poi guardare fuori dal finestrino della corriera e vedere proprio le indicazioni per České Budějovice, così come si capiscono meglio certe scene ambientate in piazza Venceslao quando si vede coi propri occhi com’è fatta (stretta e lunga, quasi più un corso che una piazza, e vederla in foto è diverso che essere là e passeggiarci). È anche per questo che, quando faccio qualche viaggio, cerco il più possibile di portare con me letture relative alla destinazione che mi attende. Degne di nota anche le espressioni dei miei alunni nel sentirsene consigliare la lettura, per l’attinenza al programma, e vedere che razza di volumazzo mastodontico fosse. Irresistibile il taglio comico con cui l’autore descrive le disfunzioni dell’esercito austro-ungarico in preparazione alla guerra (talmente tante che alla fine del romanzo, ahimè incompiuto, il fronte non si è ancora visto), così come la caratterizzazione dei personaggi, a partire dal protagonista: all’inizio non si capisce bene se ci sia o ci faccia, ma ben presto diventa chiarissimo che ci fa alla grande. Una menzione particolare va agli ufficiali, uno più incompetente e borioso dell’altro, tanto che pensare a loro mi aiutava a ridere dei disguidi e degli inconvenienti che ogni tanto capitavano in gita. L’estate successiva al viaggio e alla lettura, a ridosso della pubblicazione dei risultati degli scritti del concorso, nel mio paese è stata allestita una versione teatrale della storia di Švejk, e allora, per non rimanere a casa da sola nella paranoia più totale, ho invitato papà e fratello a venire con me a vederla. Due conclusioni: 1. Švejk ha conquistato anche loro (in particolare papà, memore del servizio militare negli alpini e delle relative trovate burlesche dei commilitoni); 2. ancora una volta è la grande letteratura che mi ha aiutata a rimanere sana di mente.

Autoepistola. Vent’anni dopo

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All’inizio dell’anno scolastico, come di consueto, ho assegnato agli studenti della prima dove faccio italiano alcune tracce di tema che permettessero loro di parlare un po’ di sé e a me di conoscerli un po’ meglio. Una di queste richiedeva di immaginare di scrivere una lettera a sé stessi fra vent’anni, esprimendo desideri, aspettative e speranze per il futuro. Nonostante alcune osservazioni disincantate del tipo “ma tra vent’anni non so nemmeno se sono ancora vivo”, la traccia è stata scelta da diversi alunni, e ne sono uscite anche delle considerazioni interessanti: accanto a coloro che aspiravano a una vita da super manager in America (o comunque a una brillante carriera), c’era chi metteva al primo posto i valori della famiglia, immaginando di averne una tutta sua, e chi semplicemente sperava di continuare a mantenere i rapporti con tutte le persone care che aveva intorno a sé in quel periodo.

Leggendo e correggendo quei temi, ho riflettuto sul fatto che vent’anni fa (in realtà diciannove, ma siamo lì) ero esattamente al loro posto, seduta a un banco della quarta ginnasio, e chissà se allora, timida e insicura com’ero, avrei mai immaginato di stare dall’altra parte della cattedra. Ho dunque pensato a come sarebbe fare l’esercizio contrario, ossia scrivere una lettera alla me stessa di vent’anni fa.

Le scriverei che so benissimo che si sente strana: sovrappeso, senza trucco, vestita di abiti usati e fuori moda, con gli occhiali spessi e lo smalto di colori improbabili, ma anche con pochi amici e con poca voglia di uscire. A quattordici anni si soffre molto per non essere capaci di integrarsi e di avere relazioni con “gli altri”, anche perché “gli altri” pensano che quella anormale sia tu. Le scriverei che vent’anni dopo sarà ancora sovrappeso, senza trucco, coi suoi occhialoni, con gli smalti colorati e vestita abbastanza a caso, e che andrà benissimo così. Nel frattempo succederà, da un lato, che tutti matureranno lasciando da parte il desiderio di omologazione tipico degli adolescenti (e che frustra quelli che hanno una natura poco socievole) e, dall’altro, che lei, via via, incontrerà sempre più persone che condividono i suoi interessi (letteratura, musica… persone “strane come lei”) e le sue tendenze caratteriali, facendola sentire meno sola e meno fragile.

Le scriverei che sta per intraprendere il percorso della sua vita: quello che incontrerà in quei cinque anni di liceo che la attendono la farà innamorare alla follia, e non vorrà mai più separarsene. Troverà anche tanti insegnanti che crederanno in lei e la incoraggeranno, anche nei periodi più difficili. Ci saranno dei momenti in cui penserà che magari andare avanti con gli studi classici non potrà portare a nulla di concreto; ricordi, comunque, che, per chi ci crede davvero e si impegna, i risultati arriveranno, e una strada prima o poi si aprirà. Ci saranno dei momenti in cui le sembrerà di non riuscire più a fare nulla e di non valere nulla; allora ci sarà anche quello che la salverà: i libri, la musica, ma soprattutto tante persone che le staranno vicino. Allora vedrà che non è sola come credeva e che anche le prossime volte che cadrà troverà la forza di rialzarsi.

Le scriverei (forse facendo uno spoiler) che un giorno (non subito, un giorno) capirà che la sua strada è quella della cattedra, perché la cultura classica è meravigliosa, ma è ancora più bello comunicarla, magari agli adolescenti che come lei potranno innamorarsene, e in cui lei (io) inizierà a rivedersi (soprattutto in quelli “strani”, che magari parlano un po’ meno o restano in un angolino), recuperando dalla loro passione (che è anche la sua: si alimenteranno a vicenda) nuove energie e nuovo amore per il mondo antico, per la letteratura, per la storia, e anche una specie di gioia nuova per essere sulla stessa lunghezza d’onda. E forse alcuni vedranno in lei quella che crede in loro. Non sarà facile e non accadrà sempre, ma quando funzionerà darà un senso a tutta la vita che c’è stata prima e una luce alla vita che ci sarà dopo.

E mi rendo conto che forse quello che scriverei alla me stessa di vent’anni fa è lo stesso che scriverei ai miei alunni di adesso.

Le avventure di una firma

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Dopo l’odissea del TFA e il marasma del concorso a cattedre, sapevamo che questo momento prima o poi sarebbe giunto.

Tutto è iniziato un paio di settimane fa, mentre io e la mia amica eravamo in viaggio per Pompei e ci trovavamo su un Frecciarossa, ferme nei dintorni di Firenze a causa di persone sui binari. Il viaggio stesso era stato organizzato tenendo conto della possibilità di tornare a casa in anticipo, se per caso fossimo state convocate, cosa che, fortunatamente, non è accaduta prima della nostra partenza. È stato allora, durante la nostra interminabile sosta nella campagna toscana, che sono usciti i risultati della mobilità, cosa che ci ha poste di fronte al fatto dell’imminenza concreta delle nostre convocazioni. Abbiamo passato il resto del viaggio nel panico, a fare il conto dei posti che avrebbero potuto rimanere ai vincitori di concorso e a considerare l’eventualità di finire lontanissime da casa, dai nostri ometti e dai nostri gatti, facendoci distrarre da scavi e reperti archeologici di giorno e dormendo malissimo di notte. (Io sono persino arrivata a fare degli incubi orrendi, sognando che il mio gatto tornava a casa pestato a sangue, che mio fratello veniva licenziato e che mia nonna era morta e bisognava organizzarle il funerale. Mi sono tranquillizzata solo dopo che l’uomo di casa mi ha mandato una foto del gatto che faceva la nanna pacifico sul divano. Per incubi e nonne morte si rinvia in ogni caso a questa pregevole scena, che ben rappresenta la situazione.) Ma d’altra parte era certamente meglio essere sorprese dalla notizia durante una vacanza che a casa: almeno finché si è in giro si trova il modo di non pensarci e di non farsi del tutto sopraffare dalla paranoia.

Qualche giorno dopo il nostro ritorno a casa, i vari uffici territoriali hanno iniziato a pubblicare i contingenti per le immissioni in ruolo. In attesa dell’ormai imminente convocazione, ho deciso di fare una cheesecake per il semplice fatto di poter sfogare la tensione prendendo a mazzate con il batticarne i biscotti per la base. (Per la cronaca, li ho polverizzati in modo perfetto.) Mentre il dolce si stava consolidando nel freezer, ecco che escono le convocazioni (per martedì 1° agosto) e parte la paranoia a tutta velocità. Nonostante la presenza di qualche posto vicino a casa, sono assalita dal terrore che qualcuno dalle province confinanti lo prenda prima di me, e mi vedo già tutta sola a centinaia di chilometri da casa, magari tra le nevi del Cadore, senza libri, senza uomo e senza gatto.

Dopo qualche notte insonne o, in alternativa, piena di sogni inquietanti, ecco che finalmente arriva il giorno della convocazione. Pervasa da sentimenti apocalittici preventivi e con delle occhiaie allucinanti, raggiungo l’ufficio scolastico territoriale e parcheggio in una stradina nelle vicinanze. Vado al parchimetro e mi accorgo di non avere moneta. Chiedo di cambiare 5 euro a un passante che a sua volta ha appena parcheggiato, il quale gentilmente mi rifornisce di monetine, mi consiglia un altro posto più economico per parcheggiare la prossima volta, mi indica la strada (stavo già partendo a caso per la tangente) e mi augura buona fortuna per il posto.

Arrivo in loco con larghissimo anticipo. È la settimana più calda dell’anno: ancor prima delle 8 del mattino si suda già come fontane. Vengono convocate per prime le graduatorie di greco e latino, e veniamo fatti salire al piano di sopra. Si procede innanzitutto con i convocati per greco: io sono stata convocata solamente per latino e sto relativamente tranquilla.

A sorpresa, mentre sono nell’anticamera, mi chiamano per greco: c’è un posto che è stato rifiutato da tutti quelli convocati prima di me. Corro trafelata e incredula verso l’ufficio. Entro e il personale del provveditorato me lo illustra. Vedendo che è decisamente lontano da casa mia, e sapendo che ho dei posti di latino vicini a casa, e di fronte alla possibilità di essere riconvocata, ma sempre per quel posto, decido di firmare la rinuncia. Senza rimpianti. Una volta che sono uscita, le colleghe che hanno rinunciato prima di me e che hanno visto in Internet il tipo di posto mi rincuorano sulla scelta fatta.

Mentre iniziano le chiamate per latino, crollo su una sedia in corridoio. Gira un foglio su cui via via vengono spuntati i posti scelti dai candidati. L’ambito vicino a casa mia non viene scelto da nessuno e via via mi rassicuro. Nel frattempo, c’è un’afa pazzesca e la gente si abbevera e si sventaglia. Giunta ormai la tarda mattinata, poco prima del mio turno, mi alzo in piedi e mi metto davanti alla porta dell’ufficio. Un’impiegata del provveditorato mi vede e, notando gli effetti del caldo e della tensione sul mio aspetto, mi invita con gran gentilezza ad attendere in un luogo più fresco.

Tocca a me. Rientro in ufficio. Scelgo l’ambito vicino a casa mia: i posti ci sono ancora tutti. Firmo.

Da quel momento il tempo accelera.

La parte odissiaca è finita. Ora inizia quella iliadica.

Prima di considerarmi ufficialmente arruolata, restano due cose da fare: caricare il curriculum su Istanze on line e contattare le scuole dell’ambito che abbiano prodotto il bando per la chiamata diretta dei docenti. Altra burocrazia, dunque. Dopo un meritato pomeriggio di catalessi totale (e un po’ di festa in serata), il giorno dopo la convocazione mi metto all’opera. Solo che non è chiaro niente, a partire dal formato del curriculum da utilizzare. In qualche modo faccio, seguendo il buonsenso, e nel frattempo mi destreggio tra incombenze varie (ospitalità da dare a un amico pure lui convocato nei giorni successivi, macchina dal carrozziere causa grandine, macchina tornata dal carrozziere con il motorino d’avviamento bruciato, et cetera). Mi sfugge solamente l’aspetto dei bandi per la chiamata diretta, giacché nessuno dei due licei presenti nell’ambito ne ha prodotti. L’unica cosa da fare è chiamare le segreterie: la mattina successiva chiamo per prima la scuola dove ho visto che ci sono effettivamente le cattedre (e che, per inciso, è quella dove ho svolto il tirocinio del TFA). La segretaria me ne dà conferma, e alla mia richiesta di informazioni sull’assegnazione dell’incarico dice di saperne meno di me (nel frattempo la conversazione è passata dall’italiano al dialetto, mi pare di parlare con una vicina di casa) e mi invita a chiamare se ho notizie fresche; comunque mi conferma che il bando non c’è (e quindi non sono io miope che non lo vedo), che la chiamata diretta non avverrà e che quindi c’è da attendere l’assegnazione d’ufficio. Quindi non ho nulla a cui rispondere, anche se ho inviato lo stesso il curriculum alla scuola. La telefonata si chiude con un saluto amichevole e con un “ci sentiamo nei prossimi giorni”. Per sicurezza, chiamo anche l’altra scuola dell’ambito, quella dove ho lavorato quest’anno: cattedre lì non ce ne sono, e non c’è nemmeno il bando. La segretaria, che mi ha visto fare avanti e indietro tutto l’anno, mi augura buona fortuna. Dal tono di voce si capisce che sorride.

Pare dunque che io possa andare in vacanza tranquilla (stavolta con l’uomo, poveretto), anche se nel frattempo ho modificato il curriculum 5-6 volte (ho perso il conto) per scrupoli su minuzie.

Intanto, con l’alunno di ripetizioni di ieri (sempre lui anche quest’anno), felice che io non me ne vada in capo al mondo, c’è stata questa conversazione:

Alunno: – Allora insegnerai anche latino?

Io: – Pare proprio di sì.

Alunno: – Già ti vedo in classe a diffondere l’amore per Cicerone!

Caro.

Tesine

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Ed eccoci giunti al fatidico periodo dei colloqui orali degli esami di Stato, che, com’è noto, iniziano con l’esposizione della famigerata “tesina”, ovvero di una ricerca condotta intorno a un tema specifico che presenti collegamenti interdisciplinari con diverse materie. Solitamente gli argomenti che trovano spazio nella tesina sono quelli affrontati in classe durante l’anno scolastico, o altri comunque correlati ad essi. Si tratta dunque, tutto sommato, di un ventaglio di possibilità non proprio infinito, ma, a pensarci bene, nemmeno limitatissimo, che può costituire una base utile su cui lavorare. I risultati, mediamente, sono di due tipi.

La prima tipologia di elaborati è quella delle “tesine mainstream“, ossia di quelle che, solitamente, ruotano intorno a macro-temi legati a vario titolo alla storia e alla cultura del Novecento, come ad esempio i totalitarismi, l’inconscio, il rapporto uomo-natura. Esse mediamente si presentano in almeno due-tre esemplari molto simili per ogni classe, ma non è necessariamente detto che la loro esposizione sia ripetitiva o noiosa, perché l’originalità può stare nei collegamenti o nella scelta degli argomenti delle singole materie. Ciò può anche essere utile allo studente stesso nella prosecuzione del colloquio, in quanto il commissario di turno, se nella tesina è presente uno spunto inusuale, può fare al candidato una domanda a partire da un collegamento più ovvio. Esempio proprio di pochi giorni fa: tesina sul sogno (di per sé argomento abbastanza battuto in un liceo delle scienze umane) con collegamento a italiano per mezzo della novella Tu ridi di Pirandello, non presente nella programmazione svolta in classe. Lì ho potuto scegliere se ampliare il discorso su Pirandello o, attraverso Freud (menzionato dalla studentessa), andare a parare su Svevo.

L’altro tipo è quello delle tesine “originali a tutti i costi”, le quali partono da uno spunto apparentemente irrelato alla programmazione del quinto anno, ma che, con voli più o meno pindarici, riescono (forse) a costruire un percorso più o meno coerente. Esempi dagli ultimi anni: ricordo di aver sentito l’esposizione di una tesina che una studentessa aveva dedicato al nonno, parlando della seconda guerra mondiale da lui vissuta, di una poesia a cui era legato, di un argomento scientifico connesso al suo mestiere; era un omaggio molto affettuoso, certo, e non nego di essermi intenerita, ma di fatto il filo conduttore era un po’ deboluccio e non sostanziale. Un altro studente portò un approfondimento sulla tela di ragno, corredato di excursus sulle possibili ricadute nell’ingegneria dei materiali e sulle formule matematiche utilizzate per misurarne le caratteristiche: molto coerente in sé, forse un po’ troppo sbilanciata sulle materie scientifiche, ma un lavoro decisamente valido, e in questo caso sono felice di aver fatto io i voli pindarici per chiedere italiano e latino. Tra le tesine “originali a tutti i costi” annovererei anche quelle monodisciplinari (si osservi che non c’è la precisa indicazione che l’elaborato debba per forza comprendere più discipline): proprio stamattina ne ho sentita una incentrata solamente su storia dell’arte e riguardante Banksy e il linguaggio dei graffiti.

Quanto a me, quella volta, nell’ormai mitologico 2003, scelsi di fare una tesina sul concetto di nulla, un po’ per spirito di contraddizione (dovendo comunque scegliere “qualcosa”): riuscii a inserire Agostino, Nietzsche, Leopardi e non mi ricordo più quale artista contemporaneo (su indicazione della mia insegnante. Tre anni più tardi fu la volta di mia sorella, la quale scelse di portare un percorso su Peter Pan: partenza originale e collegamento con letteratura inglese (l’opera di Barrie in sé), italiano (Pascoli e il fanciullino), psicologia (la sindrome di Peter Pan). In particolare (e qui padelletta di specifici e particolarissimi cavoli miei, ma è un episodio che mi fa piacere ricordare e che mi fa un po’ sorridere a ripensarci), per il materiale di psicologia mi resi personalmente utile, dato che le serviva un libro che si trovava a Padova nella biblioteca dell’Istituto Teologico S. Antonio dottore, e in quel momento ero là per gli ultimi esami della triennale. Avuta la collocazione, mi recai in loco: erano giornate caldissime, coi raggi del sole tipo ferro da stiro, qualche giorno prima mi ero scottata praticamente da capo a piedi in seguito a una giornata in piscina con le coinquiline e giravo in canottiera e gonnellina per permettere alle ustioni di prendere aria. Solo una volta giunta al front office mi accorsi che il personale era di frati appartenenti all’istituto teologico. Imbarazzo unilaterale e momentaneo da parte mia, fraticello gentilissimo e solerte nel procurarmi il libro. Mi misi in sala di consultazione, lo sfogliai, feci le fotocopie che servivano e salutai il fraticello. Papà venne a prendersele quella sera stessa, fuggendo dopo neanche dieci minuti per la grande urgenza. Parentesi cavoli miei chiusa.

Oltre agli argomenti, anche la modalità di esposizione della tesina può essere assolutamente varia: un discorso a braccio senza supporto di alcun genere, consultazione di appunti, distribuzione alla commissione di materiale iconografico (finora mi sono portata a casa due stampe di Dalì), distribuzione dell’intero elaborato, uso di mappe concettuali, visione di filmati, presentazione in PowerPoint e, ultima ma da me temutissima, presentazione in Prezi: dopo averne viste due o tre nell’arco di una mattinata, anche il più sano dei commissari inizia ad avere problemi di labirintite pure da seduto. Ciò che conta in qualsiasi caso sono essenzialmente due cose: non sforare con i tempi (che mediamente si aggirano intorno ai 10 minuti) e prevedere già un minimo di possibili collegamenti per le domande disciplinari, in modo tale da non farsi prendere di sorpresa dai commissari. Se ad esempio la tesina è sulla schizofrenia e Dino Campana è in programma di italiano ma non è stato inserito nell’approfondimento, è estremamente consigliato ripassarlo con cura. Si badi anche a creare un effettivo collegamento tra le parti della tesina, evitando passaggi come “di italiano ho finito, adesso parlo di filosofia e porto Nietzsche”.

In ogni caso, pur con tutte le difficoltà che la preparazione della tesina comporta, si tratta, per lo studente, di un momento in cui gli è possibile parlare di una tematica che, per un motivo o per l’altro, gli è cara, dandogli l’opportunità di crearsi un percorso tutto suo. In diversi casi si tratta effettivamente di qualcosa di originale e di interessante anche per la commissione, specialmente per quanto riguarda eventuali collegamenti che escono dal programma scolastico e che per diversi insegnanti possono rappresentare un momento per imparare qualcosa di nuovo: penso, ad esempio, al lavoro su Banksy a cui accennavo prima. Mi spiace un pochino, dunque, che, con la riforma dell’esame di Stato prossima ventura, l’approfondimento personale sia sostituito da una relazione sul percorso di alternanza scuola-lavoro: oltre al fatto che tale relazione verosimilmente sarà riciclabile da tutti gli studenti che avranno svolto una determinata attività, mi sembra proprio che venga tolta agli esaminandi un’occasione per proporre sé stessi, i propri interessi e la propria visione, più o meno critica, di quanto visto in classe durante l’anno.

Uomo, natura e progresso

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Anche quest’anno è giunto il momento degli esami di Stato, e anche stavolta il giorno della prima prova è stato preceduto da una serie di pronostici riguardanti i contenuti delle tracce; sull’onda degli anniversari e dei temi di attualità, si è ipotizzato che nel fatidico plico fossero presenti Pirandello, Gramsci, la rivoluzione russa, l’Unione Europea, il problema del clima, ma anche, perché no, Dario Fo. Alcuni, dopo aver visto il video, diramato dal Miur, in cui Alessandro Borghese invitava gli studenti a consumare molte proteine e carboidrati, a dormire bene la notte e a “ripassare” (e, data la profondità dei concetti, poteva anche consigliare a noi tutti di bere molta acqua e non uscire nelle ore più calde), si sono rafforzati nella convinzione che fra le tracce ci fossero senz’altro argomenti presenti nel programma svolto durante l’anno.

E invece, dopo lo scaricamento e la stampa delle tracce (operazioni svoltesi con particolare difficoltà e molto sudore freddo, giacché Commissione Web, almeno nella scuola dove faccio gli esami, è completamente in palla; qui comunque gli interessati troveranno una riproduzione del plico), costoro hanno dovuto mettersi di fronte al fatto che Borghese invitava a “ripassare” solo per fare un giochetto di parole, dal momento che, mentre lo diceva, saltava qualcosa in padella. Fatto sta che il testo scelto per la tipologia A è una lirica di Giorgio Caproni sul rapporto uomo-natura. Ciò ha gettato tutti gli esaminandi nello sconforto, giacché praticamente nessuno di loro aveva trattato questo autore durante l’anno. Di fatto, non è nemmeno la prima volta che il Ministero propone un autore inconsueto nella traccia dell’analisi del testo: si vedano Magris nel 2013 ed Eco l’anno scorso. Tuttavia Caproni non è affatto “fuori canone”: se si vanno a vedere, ad esempio, le Indicazioni Nazionali dei licei, ci si accorge che, per il programma del quinto anno, egli è espressamente menzionato tra i poeti novecenteschi che è opportuno conoscere (qui il pdf; provate voi stessi a cercare Caproni con ctrl+F); che poi le cose in classe stiano quasi sempre diversamente, è un altro paio di maniche, considerando la possibilità di ritardi vari nello svolgimento della programmazione che si ripercuotono invariabilmente sulla letteratura contemporanea. (Per cercare di porre rimedio a ciò, diventa assolutamente fondamentale, come le Indicazioni stesse raccomandano, anticipare tutta la letteratura anteriore allo Stil Novo al secondo anno.) Il Ministero, comunque, forse prevedendo la scarsa presenza di Caproni tra gli argomenti svolti nelle classi quinte, ha corredato la lirica di alcune informazioni basilari su di lui.

Ad ogni modo, fatte salve queste considerazioni sull’opportunità della scelta dell’autore, osservando la strutturazione della traccia si comprende come in realtà sia possibile svolgerla anche sapendo ben poco dell’autore stesso, della sua opera e del contesto storico-culturale, in quanto gli stessi quesiti di analisi erano in realtà più mirati alla comprensione del testo che all’individuazione delle sue caratteristiche; l’impianto stesso di tali domande mi è parso alquanto banale, dato che partivano con un’affermazione relativa a una tematica della poesia e chiedevano allo studente di individuare in quali versi del testo essa è presente. Considerando anche che la lirica stessa è perfettamente comprensibile nel linguaggio e nel contenuto (e anzi mi chiedo perché, dato che gli studenti hanno a disposizione un dizionario, sia stato ritenuto opportuno inserire in nota le definizioni di “lamantino” e “galagone”), mi è quasi sembrato che il nostro Ministero sottovaluti pesantemente le capacità critiche e analitiche dei nostri maturandi. Una prova di questo tipo mi sembrerebbe quasi troppo facile anche per una verifica di analisi del testo poetico rivolta al secondo anno. Anzi, la prossima volta che mi capita, provo a far fare questa traccia e vedo che succede.

Per quanto riguarda la domanda di interpretazione, essa richiedeva di costruire un percorso sul rapporto uomo-natura a partire dalla lirica analizzata e anche sulla base di altri testi letterari: nel programma di italiano del quinto anno i riferimenti sono abbondantissimi, e in realtà molti studenti scelgono di costruire la loro tesina proprio su questo tema. Poi, se proprio uno avesse voluto farsi un po’ furbo, avrebbe potuto tranquillamente fare uso dei documenti proposti per il saggio breve di ambito artistico-letterario, dal tema “La natura tra minaccia e idillio nell’arte e nella letteratura”, e lì, oltre a sfruttare le conoscenze acquisite con il programma del quinto anno, trovava Leopardi, Pascoli, Montale e Foscolo belli pronti su un piatto d’argento.

Ma la fantasia ministeriale non finisce qui, dal momento che il saggio breve di ambito socio-economico (“Nuove tecnologie e lavoro”) e quello di ambito tecnico-scientifico (“Robotica e futuro tra istruzione, ricerca e mondo del lavoro”) sono praticamente lo stesso tema con un taglio leggermente diverso e una documentazione praticamente intercambiabile, in quanto nel primo un documento presenta riferimenti all’istruzione, e nel secondo un documento fa cenno al rapporto tra tecnologia e posti di lavoro. Il tema del progresso tecnologico è al centro anche della tipologia D, in cui un brano di un articolo di Boncinelli lo mette in rapporto (per non dire in contrapposizione) con il progresso morale; in questo caso la traccia è molto strutturata e richiede al candidato di seguire una scaletta precisa definendo concetti specifici sulla base sia del testo fornito sia delle proprie conoscenze; un’insidia, qui, è data dal fatto che è necessario avere un’idea precisa non solo dei concetti da affrontare, ma anche di dove la traccia stessa vuole condurre (pur facendo precedere un “se vuoi” alla struttura già proposta). Sempre afferente alla tematica del progresso è il tema di carattere storico, incentrato sul boom economico nell’Italia del dopoguerra, corredato di documenti che invitano il candidato a spaziare sia in ambito sociale (con il fenomeno delle migrazioni) sia su argomenti che ricordano quelli già toccati nelle altre tracce (sviluppo economico e mutamento del tenore di vita degli italiani).

Il saggio breve di ambito storico-politico, dal titolo “Disastri e ricostruzione”, si distacca dagli altri per quanto riguarda l’argomento, ma mi pare che la documentazione sia una specie di pot pourri di accenni a fatti nei quali il maturando è invitato a trovare un fil rouge: la distruzione e ricostruzione di Montecassino accostata al terremoto sugli Appennini, l’alluvione di Firenze, un passo del Principe di Machiavelli in cui l’inondazione e la successiva ricostruzione sono prese come metafora del rapporto tra fortuna e virtù. Gli accenni in sé sono validi; è che, per costruire un saggio breve sulla ricostruzione in seguito a danni di vario genere, servono competenze specifiche e un legame con l’attualità che un maturando non sempre ha.

Infatti, da quello che ho osservato stamattina, mi pare che nessuno abbia scelto quest’ultima traccia: la maggior parte dei miei esaminandi si sono rivolti ai due saggi brevi sulla tecnologia, e sarà interessante vedere se hanno colto il taglio corretto da dare all’uno e all’altro. Io intanto li ho pregati di indicare chiaramente l’ambito che hanno scelto, perché io stessa temo di confondermi. Un paio di temerari hanno optato per Caproni, altri per il saggio breve artistico-letterario: vedremo se hanno capito che possono utilizzarli uno come spunto per l’altro. Per quanto mi riguarda, se fossi stata al loro posto, credo che avrei scelto proprio quest’ultima traccia, se non altro perché mi sarebbe parso di andare sul sicuro.

Pedro (testo di Thomas Z.)

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Come annunciato, continua la serie dei testi descrittivi e narrativi prodotti dagli studenti. Anche stavolta (come la volta scorsa) è il turno di un inquietante personaggio horror, che tuttavia fa parte del racconto scritto da un’altra classe. A parte un certo schematismo, che può rendere il testo poco scorrevole, ho molto apprezzato la capacità, da parte dello studente, di rendere vivide le caratteristiche fisiche e caratteriali del personaggio, tanto da delinearne un ritratto efficace e molto “visivo”. È un peccato che, alla fine, il personaggio abbia avuto un ruolo decisamente marginale nel racconto. Trascrivo il testo così com’è, emendandolo soltanto di alcuni errori ortografici.

PEDRO (di Thomas Z.)

Pedro è un essere di circa quarant’anni che abita in una casa abbandonata ai margini della città. Lui ha fattezze umane, anche se definirlo uomo non è del tutto corretto, si vede poco in giro, nessuno ha ancora capito quale sia la sua professione. Le rare volte che lo si vede, porta sempre uno zaino di pelle consumata su una spalla. Di lui si hanno poche notizie, non si sa se sia fidanzato o sposato e se abbia ancora qualche familiare che vive con lui o parenti in altre parti del mondo.

È un uomo alto e molto magro, tanto che i pantaloni che indossa sembrano non avere nulla sotto, tanto sono larghi. Il suo viso scarno e allungato è ricoperto da una lunga barba incolta e sulla fronte spuntano profonde rughe che mostrano la sua rabbia e il suo carattere ombroso. I suoi occhi sfuggenti si nascondono spesso dietro a due rotonde lenti scure che non permettono di vedere il suo sguardo o il colore dei suoi occhi. Sopra agli occhi si inarcano due sopracciglia lunghe e scomposte, come due cespugli in un giardino incurato. I lunghi capelli brizzolati escono da un cappellino nero e si appoggiano sulle sue oscure spalle. Essi sono ondulati e crespi come la paglia di una scopa. Sopra ai suoi baffi, che fanno tutt’uno con la barba, si vede un lungo naso aquilino dal quale escono dei lunghi peli. La carnosa bocca screpolata è quasi totalmente coperta dai baffi e dalla barba, e i suoi denti non sono mai visibili perché non apre mai la bocca né per parlare né per sorridere. Le guance, che rimangono scoperte, sono di un colore olivastro, ricoperte di escoriazioni dalle quali fuoriesce un liquido simile al sangue. Le sue curve spalle larghe lo fanno assomigliare a un omaccione orte, ma il suo corpo nella parte inferiore pare sparire perché le lunghe braccia sono magre e le gambe sono stecchini coperti da lunghi pantaloni blu in velluto rigato, tappezzati e sporchi. Indossa una giacca di lana lunga e una camicia a quadrettoni, talvolta senza bottoni. Il suo aspetto appare molto sporco e trasandato e i suoi abiti non cambiano mai, sono sempre gli stessi. Due scarponi neri di cuoio, bucati sulla punta, rendono il suo portamento e i suoi movimenti molto scoordinati e lenti.

È molto difficile definire la sua personalità perché il suo sguardo ostile e scontroso tiene tutti alla larga, ma non è difficile capire che è un tipo solitario e irascibile. Non risponde mai al saluto di un passante e tantomeno ai negozianti nelle piccole botteghe nelle quali entra per acquistare una bottiglia di vino rosso o qualche pezzo di pane o formaggio. (Da questo dettaglio della dieta ho capito che il fanciullo stava descrivendo la versione horror di Mauro Corona.) Il suo passaggio lascia tutti pietrificati, non solo per lo spiacevole aspetto che ha, ma anche per la freddezza che ti trasmette quando ti cammina vicino. Incute paura, timore e la sua visione agghiacciante allontana tutti coloro che lo incrociano per strada, un tremore lungo la schiena fa rabbrividire anche il più coraggioso. Alcune persone quando appare in città sussurrano: “Il mostro”, perché è considerato una terribile creatura e addirittura una bestia mangia uomini. Qualche maldicenza paesana dice che non acquista molto cibo perché si nutre di carne umana, dopo essersi impossessato dell’anima delle persone che riesce ad avvicinare. Si dice inoltre che dalla sua abitazione provengano, ogni notte di luna piena, ululati inquietanti che fanno tremare le finestre di tutta la città.

Henry Lewis King (testo di Gaia B.)

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Nelle mie classi prime, quest’anno, sto facendo svolgere un lavoro di gruppo (che in realtà ho testato già l’anno scorso con un certo successo) volto alla produzione di testi descrittivi e narrativi: gli studenti si sono divisi in gruppi e hanno scelto un genere letterario; ognuno di loro, poi, ha “adottato” un personaggio e ha scritto un testo per descriverlo. Lo scopo finale del lavoro è ovviamente ottenere un racconto in cui questi personaggi vengono inseriti: gli elaborati finali verranno poi prossimamente letti e votati dai compagni. Per ora sto raccogliendo i testi descrittivi (avrei dovuto riceverli tutti dopo le vacanze di Pasqua, ma ben conosciamo la propensione dei nostri alunni al rispetto delle scadenze): alcuni di questi sono veramente ben scritti, e secondo me meritano di essere letti non solo da me o dai compagni di classe degli autori. Ho provveduto dunque a chiedere agli studenti interessati il permesso di pubblicare i loro testi, e me l’hanno accordato con entusiasmo, lusingati ed esaltati dalla prospettiva di finire su un blog. Li ho già avvertiti che la stessa fine potrebbe toccare anche ai racconti finiti, qualora riescano particolarmente bene.

La prima descrizione della serie riguarda un personaggio del racconto scritto dal gruppo che si occupa di horror: l’ho trovata davvero intrigante e, in qualche modo, anche autonoma rispetto a un testo più ampio, e allo stesso tempo caratterizzata dalla suspense necessaria a incuriosire un potenziale lettore e interessarlo a saperne di più sul personaggio. Ma bando alle ciance ed ecco a voi il testo.

Henry Lewis King (di Gaia B.)

I miei occhi ricambiano lo sguardo dallo specchio a figura intera. Il mio corpo, un tempo slanciato e atletico, appare sciupato, troppo magro, malato. Le clavicole, come le costole e la spina dorsale, sporgono un po’ troppo e tendono la pelle, giallastra e malaticcia. Il mio viso sembra un teschio, le guance, un tempo floride e rosee, sono scavate, coperte da un leggero velo di barba ispida e scura, i baffi, una volta curati e morbidi, sono di un colore spento, selvaggi, non curati, gli zigomi sono sporgenti e gli occhi infossati. Gli occhi. Dove sono i miei occhi? Non li riconosco più. Una volta erano verdi, gentili, e ogni donzella si innamorava di quegli occhi che parevano due smeraldi. Ora sono due pozzi senza fondo, neri, vuoti, malvagi. I capelli color castano ramato circondano selvaggiamente il mio volto. Non c’è più traccia delle onde eleganti di un tempo.

I pantaloni a pieghe, tenuti in vita da una cintura di cuoio nero, non riescono a coprire le caviglie, blu per il freddo dell’inverno, come dovrebbero. Avrebbero dovuto ricadere elegantemente sopra le scarpe raffinate, di magnifica fattura, oramai consumate e rovinate. L’orlo della camicia sporge dai pantaloni, il gilet in seta blu notte, ricamato a figure orientali ed arabeschi dorati e chiuso da eleganti bottoni in una pietra celeste, è usurato e macchiato qua e là. Il taschino non vede rose profumate e fazzoletti elegantemente ricamati da tempo immemore. L’elegante ascot di damasco blu, che usavo portare annodato al collo, è sparito da lungo tempo, sostituito da un severo farfallino nero. La giacca in lana blu, lunga fino a metà polpaccio e chiusa sul petto da due file di bottoni dorati, pende floscia dalle mie spalle. I guanti in pelle di capretto sono consumati fino al punto di riuscir a vedere la pelle della mano sottostante.

Ma il cambio che mi ha sconvolto non è quello esteriore, ma quello interiore: la calma, la giovialità, la generosità sono mutate, velate da un costante senso di terrore che mi appanna la vista e mi inibisce i sensi. Non trovo più diletto nelle attività che un tempo svolgevo così gioiosamente: la sola vista del corpo forte di un cavallo e dei suoi occhi profondi, che sembrano scandagliare i recessi della mia anima, mi dà la nausea.

Dov’è il vero Henry Lewis King? Dov’è il vero me?

Errori (non tanto) fantastici e come correggerli

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Tutti coloro che hanno mai insegnato italiano nella loro vita si sono sicuramente resi conto di una cosa: nei compiti scritti, al di là degli errori ortografici, che sono comunque agevoli da individuare e correggere, gli alunni tendono a “scrivere come parlano”, formulando frasi dalla sintassi incerta e contorta. Questo genere di errori è molto più difficile da scardinare, in quanto gli studenti non li percepiscono nemmeno come tali, poiché per loro è (più o meno) perfettamente chiaro che cosa vogliono dire.

Dopo alcuni anni di correzione di elaborati, ho osservato che le caratteristiche della scrittura degli allievi con più difficoltà erano più o meno sempre le stesse, e un po’ alla volta le ho annotate, producendo un elenco di errori con relativo consiglio di correzione, corredati da un esempio: la lista che ne è risultata è stata poi distribuita agli alunni, invitandoli a tenerla presente (beata speranza). Dato che questo genere di lavori è potenzialmente infinito, condivido qui il risultato finale dei miei sforzi, sperando che possa essere di utilità anche a qualcun altro, ma ancor più di poter ricevere consigli per eventuali correzioni, miglioramenti o integrazioni.

Ecco qui dunque il prodotto. Si tenga conto del fatto che tutti i consigli elencati qui sotto hanno la funzione di illustrare il registro formale, utile per la produzione di testi espositivi e argomentativi, i quali devono essere privi di colloquialismi e forme eccessivamente espressive (che a loro volta sono ammesse in testi di tipo narrativo). I consigli non sono affatto disposti in ordine di importanza, ma secondo l’ordine con cui mi sono venuti in mente.

CONSIGLI PER SCRIVERE BENE

Evitare l’abuso di parole troppo generiche come “persona”, “cosa”, “fare”; in particolare, al posto di “persona” e “cosa” si possono usare dei pronomi.

  • Esempio: Secondo me, le persone che seguono la moda non sono per forza superficiali.Secondo me, chi segue la moda non è per forza superficiale.

Evitare l’abuso dell’articolo partitivo: se, togliendolo, la frase funziona lo stesso, allora non era necessario.

  • Esempio: Manzoni scrisse delle odi, degli inni e delle tragedie. → Manzoni scrisse odi, inni, tragedie.

Evitare il “tu” e l’ “essi” generico; al loro posto, preferire forme impersonali.

  • Esempio: Se non ti vesti alla moda, ti escludono. → Se non ci si veste alla moda, si viene esclusi.

Evitare diciture come “e/o”, “ragazzo/a”, che appartengono al linguaggio burocratico.

  • Esempio: Un/a ragazzo/a, durante l’adolescenza, può spesso sentirsi escluso/a dai compagni. → Ragazzi e ragazze, durante l’adolescenza, possono spesso sentirsi esclusi dai compagni.

L’antecedente non deve mai essere separato dal pronome relativo.

  • Esempio: Bisogna tenere in considerazione molti fattori per spiegare il riscaldamento globale, tra i quali uno dei più importanti è l’attività umana. → Per spiegare il riscaldamento globale bisogna tenere in considerazione molti fattori, tra i quali uno dei più importanti è l’attività umana.

Non ci vuole nessun segno di punteggiatura tra nome e verbo e tra verbo e complemento oggetto.

  • Esempio: Manzoni scrisse: inni, odi e tragedie. → Manzoni scrisse inni, odi e tragedie.

Evitare l’uso dei puntini di sospensione (che in ogni caso non sono più di tre) e dei punti esclamativi in un testo di carattere espositivo-argomentativo.

  • Esempio: Se non si prenderanno presto provvedimenti, la situazione diverrà irreparabile → Se non si prenderanno presto provvedimenti, la situazione diverrà irreparabile. (Un semplice punto fermo è più che sufficiente.)

Per sospendere un elenco, evitare l’uso di “ecc.” e preferire espressioni come “e così via”, “e via dicendo”.

  • Esempio: Manzoni scrisse molte opere: inni, odi, tragedie ecc.Manzoni scrisse molte opere: inni, odi, tragedie e così via.

Per introdurre un elenco, o si usa “come” o si usano i due punti, non entrambi.

  • Esempio: Manzoni scrisse molte opere come: inni, odi e tragedie.Manzoni scrisse molte opere: inni, odi e tragedie. / Manzoni scrisse molte opere, come inni, odi e tragedie.

Evitare le dislocazioni a destra e a sinistra.

  • Esempio: La moda non l’ho mai ritenuta un aspetto fondamentale.Non ho mai ritenuto la moda un aspetto fondamentale.

Verificare che il soggetto sia sempre concordato con il verbo.

  • Esempio: La maggior parte degli studenti vedono la lettura come un obbligo. → La maggior parte degli studenti vede la lettura come un obbligo. (Il soggetto è “maggior parte”, non “studenti”.)

Attenzione ai verbi nelle proposizioni subordinate: in caso di dubbio, verificare nel vocabolario se il verbo reggente vuole l’indicativo o il congiuntivo.

  • Esempio: Credo che la società moderna presenta molti problemi → Credo che la società moderna presenti molti problemi.

Non abusare di “che” (controllarne il valore) e di “dove” (indica solamente luoghi materiali).

  • Esempio: L’adolescenza è un’età dove possono esserci molti problemi. → L’adolescenza è un’età in cui possono esserci molti problemi.

Se il soggetto cambia da una frase all’altra, non si può sottintenderlo: ne va della chiarezza del discorso.

  • Esempio: Il riscaldamento globale è accelerato in conseguenza delle attività industriali. Vanno tenute sotto controllo. → Il riscaldamento globale è accelerato in conseguenza delle attività industriali. Queste vanno tenute sotto controllo.

Il gerundio ha (se non esplicitato) lo stesso soggetto della frase in cui si trova.

  • Esempio: I genitori dovranno concedere ai figli più libertà essendosi comportati bene. → I genitori dovranno concedere ai figli più libertà se questi si comporteranno bene.

Evitare espressioni come “tipo”: appartengono al linguaggio colloquiale.

  • Esempio: Ormai molti oggetti tecnologici, tipo gli smartphone e i tablet, sono entrati a far parte della nostra vita quotidiana. → Ormai molti oggetti tecnologici, come ad esempio gli smartphone e i tablet, sono entrati a far parte della nostra vita quotidiana.

Evitare la coordinazione per asindeto tra soli due elementi.

  • Esempio: Ormai tutti comunicano attraverso mezzi tecnologici, utilizzando smartphone, tablet. → Ormai tutti comunicano attraverso mezzi tecnologici, utilizzando smartphone o tablet.

Evitare la ripetizione di un termine seguito immediatamente da una relativa (scriverlo una volta sola è sufficiente).

  • Esempio: Molti seguono la moda per conformismo, conformismo che è segno di pigrizia mentale. → Molti seguono la moda per conformismo, che è segno di pigrizia mentale.

Evitare, per quanto possibile, le frasi nominali e le subordinate pendenti (verificare che in ogni periodo ci sia un verbo principale).

  • Esempio: Non credo che chi segue la moda sia necessariamente superficiale. Perché questo comportamento è segno di attenzione verso sé stessi. → Non credo che chi segue la moda sia necessariamente superficiale. Infatti questo comportamento è segno di attenzione verso sé stessi. / Non credo che chi segue la moda sia necessariamente superficiale, perché questo comportamento è segno di attenzione verso sé stessi.

I numeri vanno espressi in lettera e non in cifra (se non sono numeri alti, date, orari).

  • Esempio: Gli aspetti fondamentali della questione sono 3. → Gli aspetti fondamentali della questione sono tre.

Attenzione all’uso corretto dei pronomi di terza persona singolare (per il femminile ci vuole “le”) e plurale (che è “loro”).

  • Esempio: I liberti guadagnarono una posizione di primo piano a corte, e gli imperatori gli affidarono incarichi ufficiali. → I liberti guadagnarono una posizione di primo piano a corte, e gli imperatori affidarono loro incarichi ufficiali.

Evitare l’uso di “lui”, “lei”, “loro” come soggetto: preferire “egli”, “ella”, “essi” (regola, questa, su cui, considerando le tendenze dell’italiano, si può tranquillamente chiudere un occhio).

  • Esempio: I Greci consideravano i Persiani inferiori: loro infatti erano sudditi di un re e non cittadini. → I Greci consideravano i Persiani inferiori: essi infatti erano sudditi di un re e non cittadini.

Evitare l’infinito sostantivato; sostituirlo con sostantivi veri.

  • Esempio: I rischi dell’utilizzare troppo lo smartphone sono evidenti.I rischi dell’uso eccessivo dello smartphone sono evidenti.

Evitare l’abuso delle litoti.

  • Esempio: La non educazione dei giovani può compromettere i loro rapporti sociali. → La mancanza di educazione dei giovani può compromettere i loro rapporti sociali.

Le virgolette si usano solo per citazioni o termini utilizzati in senso figurato o improprio; non servono a mettere in evidenza una parola.

  • Esempio: L’uso dello smartphone in pubblico non è “appropriato” (NO); L’uso dello smartphone in pubblico costruisce un “muro” intorno a noi (SÌ, termine usato in senso figurato).

Le ripetizioni non si evitano soltanto coi sinonimi, ma anche con iperonimi, pronomi, perifrasi.

  • Esempio: Nel sonetto il poeta inserisce alcuni riferimenti alle sue esperienze personali. Queste vicende infatti sono importantissime per capire il suo pensiero.Nel sonetto il poeta inserisce alcuni riferimenti alle sue esperienze personali. Esse infatti sono importantissime per capire il suo pensiero. / Nel sonetto il poeta inserisce alcuni riferimenti alle sue esperienze personali, che infatti sono importantissime per capire il suo pensiero.

La paragrafazione deve avvenire rispettando la successione degli argomenti.

  • Si va dunque a capo quando cambia l’argomento, e non a ogni punto fermo o, peggio, nemmeno una volta in tutto il testo.

Usi didattici della Nutella

Quest’anno tra le mie classi ho una seconda scientifico dove insegno latino, e che ho avuto anche l’anno scorso per qualche mese, prima che la mannaia dell’avente diritto me ne separasse. Dunque, la sorte ha voluto non solo che io conosca già i ragazzi, ma anche che, da classe prima simpatica ma un po’ confusionaria, si siano trasformati in una classe seconda che crede in quello che fa e che vuole impegnarsi per fare progressi. Peraltro, all’ultimo ricevimento generale, molti genitori hanno affermato con mia grande gioia che il latino è una materia che i loro figli apprezzano molto. Sono dunque felice di fare lezione con loro, e il loro entusiasmo mi fa da sprone per qualche esperimento didattico.

Per le classi seconde e quarte dei licei del Veneto che prevedono l’insegnamento del latino e che aderiscono all’iniziativa, è organizzata una prova di certificazione delle competenze in questa lingua, chiamata PROBAT (qui qualche informazione sull’argomento): vi sono dunque coinvolti anche i miei ragazzi, e spetta a me prepararli nel modo più adeguato possibile, preparazione che ovviamente non è finalizzata soltanto al superamento della prova, ma soprattutto è volta a consolidare le basi per il triennio. Dopo un primo mese di ripasso e recupero delle conoscenze grammaticali del primo anno, ci siamo accorti che l’apprendimento del lessico era stato lasciato in secondo piano, e dunque si presentava la necessità di rinforzarlo.

Ecco allora l’idea: un bel torneo a squadre sul lessico latino con tanto di cartellone segnapunti. Le squadre sono state formate in base ai risultati ottenuti nel test di ripasso, in modo che non ci fossero eccessive disomogeneità, e ai ragazzi è stato fornito un elenco di termini di base (nomi, aggettivi, verbi) da imparare. Nel frattempo ho provveduto a scofanarmi un vasetto di Nutella, a rietichettarlo (ispirandomi ovviamente a questa famosissima cosa qui: alla fine dell’anno svelerò l’arcano alla classe) e a predisporre i bigliettini.

Ma come funziona il torneo? Una volta a settimana, ogni squadra manda un membro alla cattedra; costui (o costei) deve estrarre un bigliettino, leggere la parola ivi scritta e dire il significato entro un tempo massimo di 10 secondi (da me medesma misurati col cronometro del cellulare); se il significato è corretto, viene assegnato il punto. Ogni 15 giorni vengono inserite nel vasetto nuove parole. Dal momento in cui ho iniziato a introdurre i verbi, le regole hanno subito una leggera variazione: se si pesca un verbo si devono dire sia il significato sia il paradigma, e allora vengono assegnati 2 punti; se la prima parola pescata è un sostantivo o un aggettivo, ne deve essere pescata anche un’altra, e nel caso esca un verbo basterà dirne il significato; il tempo concesso viene elevato a 15 secondi. I punti vengono segnati su un cartellone: alla fine dell’anno verranno sommati e si decreterà la squadra vincitrice, la quale verrà verosimilmente premiata con un vasetto di vera Nutella.

I miei ragazzi l’hanno presa con grande entusiasmo: appena entro in classe, nell’ora designata per la gara (denominata ormai “gara della Nutella” o direttamente “Nutella” tout court; esempio concreto: “Prof, la prossima volta c’è la Nutella?”), li vedo tutti intenti a ripassare le parole e a interrogarsi a vicenda. Durante la gara noto una certa tensione serpeggiante, anche per la presenza del cronometro che ticchetta, e un ardente spirito di squadra che si concretizza in tifo, esultanze, e battutine per sdrammatizzare in caso di non assegnazione del punto. Insomma, finora l’esperimento pare riuscire bene, ma i veri risultati si vedranno nelle prossime verifiche. I presupposti però ci sono tutti.

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Questo è il vero barattolo originale di Nutella utilizzato per l’attività didattica e ufficialmente approvato da Cecco gatto latinista.