Greco, ragione e sentimento (Andrea Marcolongo, “La lingua geniale”)

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Il caso editoriale dell’autunno-inverno 2016/17 è certamente La lingua geniale di Andrea Marcolongo, edito da Laterza con il sottotitolo 9 ragioni per amare il greco. Esso si inserisce in un filone di pubblicazioni incentrato sulla possibile attualità delle lingue antiche in un mondo in cui sono considerate “inutili”: tra gli ultimi libri che vanno in questo senso, ad esempio, c’è Viva il latino. Storie e bellezza di una lingua inutile di Nicola Gardini. Incuriosita dunque dal fenomeno “lingua geniale”, che ha fatto presa su frotte di studenti e anche su un buon numero di docenti, mi sono procurata il libro (in versione digitale) per potermene fare un’idea.

La prima cosa che ho osservato è che il libro è diviso in sette capitoli, cosa che va a cozzare con le “9 ragioni” annunciate dal sottotitolo e che mi ha fatto dubitare, per un attimo, che il file epub in mio possesso fosse difettoso. Una scemata, magari, ma certamente un po’ disorientante. Subito dall’introduzione si coglie, giustamente come da sottotitolo, il tono della dichiarazione d’amore, fortemente legata all’autobiografia, aspetti che pervadono tutte le pagine, dalla prima all’ultima, di questo libro, che si pone come un “racconto letterario (e non letterale) di alcune particolarità di una lingua magnifica ed elegante come il greco antico”. Tuttavia, più che fare osservazioni sulle connotazioni sentimentali del libro, vorrei concentrarmi su alcuni aspetti tecnici, relativi alle questioni linguistiche (e, marginalmente, didattiche) affrontate dall’autrice, che a volte, per così dire, sembra prendersi qualche “licenza poetica”. (Alcune di tali questioni sono già state ottimamente discusse qui.)

Il primo capitolo è dedicato all’aspetto, categoria certamente fondamentale per capire il verbo greco, e che può presentare qualche difficoltà di comprensione per coloro la cui lingua è invece, come la nostra, basata sui tempi verbali e sulla consecutio temporum. Ma da qui a dire che i Greci non avessero la nozione del tempo, o che noi non possediamo più nozioni di aspetto, ce ne passa, e parecchio anche. Si può cominciare proprio da quest’ultimo punto, considerando che anche in italiano l’opposizione tra indicativo imperfetto e passato remoto è essenzialmente aspettuale: così, andavano esprime un’azione durativa, mentre andarono esprime un’azione momentanea. Si potrà forse osservare che in italiano l’aspetto è espresso in misura molto limitata attraverso mezzi morfologici, pressoché limitati, come si è visto, ai tempi del passato; tuttavia possiamo utilizzare a questo scopo una vasta serie di espressioni fraseologiche: stare per, stare + gerundio, cessare di e via di seguito. Quanto al fatto che nel verbo greco il tempo fosse una nozione del tutto secondaria, che “arrivava poi, con altre categorie linguisticamente in secondo piano”, è necessaria qualche precisazione. È senz’altro vero che i principali temi verbali in greco corrispondono sostanzialmente agli aspetti, ma tra le forme che su di essi si costruiscono è possibile individuare in modo nettissimo una distinzione tra tempi principali e tempi storici, riferiti al passato e caratterizzati (a partire dall’epoca classica) dalla marca morfologica dell’aumento. Ecco, su queste basi io non me la sentirei di definire la nozione di tempo in greco una specie di “accessorio” linguistico. Il tutto è condito, in un modo che mi sembra abbastanza ironico, dalla citazione di due passi del Timeo platonico, in cui il filosofo parla appunto del tempo distinguendo in modo netto il presente, il passato e il futuro, e riservando l’indeterminatezza non tanto alla percezione del tempo stesso, quanto alla sua definizione. Inoltre, contrapporre una pretesa “prigionia” dell’italiano basato sul tempo alla “libertà” del greco basato sull’aspetto risulta del tutto soggettivo dal punto di vista linguistico, giacché si tratta semplicemente di due differenti modi di sistematizzare le categorie verbali. Infine, sostenere, generalizzando, che nei manuali di grammatica greca l’aspetto verbale sia affrontato al massimo in mezza pagina è semplicemente una falsità (ho sottomano il mio Bottin del liceo, che vi dedica almeno sei pagine, più le riprese e i riepiloghi, corredati di esempi, al momento di introdurre i diversi tempi verbali).

Altre osservazioni, sempre su questo capitolo. Considerando l’articolazione dei temi verbali del greco, l’autrice confronta italiano e greco, evidenziando che “anche un bambino di tre anni saprebbe dire che mangio, mangerò, mangiai, ho mangiato non sono che varianti temporali dello stesso verbo, ossia mangiare. Si assomigliano molto, volendo vedere”, mentre “i Greci, invece, non importava nulla che i temi λειπ-, λιπ- e λοιπ- fossero varianti dello stesso verbo λείπω, ‘lasciare’. Tutti questi temi, infatti, racchiudono in sé un significato aspettuale tanto diverso da essere quasi indipendenti l’uno dall’altro. E infatti si assomigliano – visivamente – poco”. Conclusione che non regge per nulla, dal momento che in realtà non si tratta affatto di temi “quasi indipendenti”, ma di gradi apofonici della stessa radice, che stanno in un rapporto del tutto analogo a quello che intercorre tra faccio e feci (che riproducono le forme latine facio e feci). Poi non è sempre detto che i diversi temi del verbo greco debbano essere “visivamente” dissimili: si pensi alle varie forme del verbo λύω (o di qualsiasi altro verbo in vocale), tutte costruite sulla stessa radice combinata con suffissi e raddoppiamenti a seconda del caso. Giunto il momento di parlare in dettaglio dell’aoristo, l’autrice sostiene che al liceo si costringano “gli studenti a tradurre l’aoristo sempre con il passato remoto”. Non so dove, quando o come ella abbia sperimentato ciò; fatto sta che vorrei proprio vedere qualcuno tradurre un congiuntivo o un ottativo aoristo, o, peggio, una forma non finita, con il passato remoto. Che nella traduzione di tali forme sia da evitare una traduzione che esprima anteriorità, privilegiando invece l’aspetto momentaneo, è invece pacifico, anche se in ultima analisi dipende dal contesto. Per l’indicativo, invece, è un’altra storia, dal momento che l’indicativo aoristo esiste solamente come tempo storico, ossia in riferimento al passato, poiché è soltanto osservando il passato che si può descrivere un’azione come puntuale o momentanea, giacché un’azione che si sta svolgendo nel presente è di per sé durativa. Considerando ciò, diviene chiaro che le traduzioni al presente fornite nel libro per le forme di indicativo aoristo sono erronee (ad esempio, si veda ἐπεθύμησα tradotto come ‘amo’). Inoltre, del futuro greco l’autrice dice semplicemente che “non esiste, quindi fine della storia. Il futuro si costruisce sul tema del presente, e non c’è nulla che si possa fare a riguardo”. Quanto questa considerazione sia priva di senso, lo si può capire semplicemente osservando alcune forme di futuro come θήσω da τίθημι o μνήσω da μιμνήσκω. Ultima osservazione sulla trattazione dell’aspetto, l’incoerenza con cui sono menzionati e spiegati alcuni verbi. Illuminante il caso di θνήσκω, del quale si dice prima che ha soltanto il tema dell’aoristo (e fa sorridere vederlo citato al presente) e poi che ammette solo l’aspetto presente (quando invece ha un paradigma completo, che casomai manca soltanto della forma passiva): entrambe le affermazioni, che quindi si contraddicono sono corredate da un tentativo di giustificazione a partire da ragionamenti sull’azione di “morire”.

Il capitolo successivo tratta della fonetica della lingua greca e dei diacritici utilizzati nella scrittura. Giunto il momento di parlare dell’aspirazione, l’autrice afferma che “l’aspirazione, indebolitasi nel corso dei secoli, scomparve dalla κοινή ed è del tutto assente in greco moderno. Si conserva invece in latino, ma solo nella trascrizione delle parole greche.” Ora, semplicemente andando a memoria, posso elencare diverse parole del tutto latine che prevedono la presenza di un’aspirazione iniziale (habeo, haurio, haedus, halitus, harena, hebes, humus, herba, heri, hiems, hasta). E quanto ad aspirazioni, come non citare il carme in cui Catullo prende in giro un certo Arrio, di origini etrusche, che le utilizzava anche a sproposito, mostrandosi rozzo? Che la nostra si sia confusa con le lettere Y e Z, utilizzate dai latini solo per trascrivere i prestiti? Il resto del capitolo, comunque, si concentra sull’impossibilità, da parte nostra, di riprodurre aspirazioni, accenti, lunghezze sillabiche, metri poetici, e quindi di capire davvero come poteva suonare il greco, a partire dalle difficoltà dello studente (e dell’autrice stessa ai tempi del liceo) nel capire dove mettere l’accento nelle parole e come usare i diacritici, constatando il sostanziale fallimento degli sforzi degli alessandrini nel concepire questi espedienti grafici per facilitare la lettura. Tanto più che i manuali di grammatica “liquidano la vicenda” scrivendo che l’aspirazione “in italiano non si pronuncia”. Ora, sottomano ho sempre il mio vecchio Bottin, che questa cosa non la scrive affatto, parlando casomai delle consonanti aspirate, che “è difficile, per un italiano, pronunciare correttamente” e fornisce un elenco di prassi scolastiche di pronuncia. E comunque, quanto ai diacritici, come tutte le cose, con un po’ di attenzione ed esercizio non sono per nulla impossibili da gestire, e sono anzi fondamentali per comprendere correttamente un testo greco. Per quanto riguarda le nostre capacità di riprodurre fedelmente il suono della lingua greca, è chiaro che esse sono assai limitate, ma sono stati fatti dei buoni tentativi di ricostruzione, il principale dei quali ad opera di William Sidney Allen in Vox Graeca, testo che manca nella bibliografia della Marcolongo. Mi pare inoltre curioso il riferimento all’irriproducibilità della musica greca, con citazione specifica degli inni delfici, che invece sono stati ricostruiti, suonati e pure registrati. Irriproducibilissimi.

Nel capitolo seguente vengono analizzate due particolarità morfologiche del greco, ossia il genere neutro e il numero duale. Per quanto riguarda la questione dei generi grammaticali, si afferma che l’indoeuropeo non conosceva la tripartizione maschile-femminile-neutro, ma solo animato-inanimato, e che il femminile sarebbe un’innovazione del greco: basta un giretto su Wikipedia per capire che si tratta di una semplificazione eccessiva. È decisamente una semplificazione anche sostenere che “a differenza di alcune lingue germaniche, il neutro scompare da tutte le lingue romanze che dal latino derivano, come la nostra”: la situazione è decisamente più interessante di quanto possa sembrare, dal momento che un relitto del neutro è presente proprio nella lingua italiana nei nomi che al plurale cambiano genere, passando dal maschile al femminile (uovo/uova, che corrisponde al latino ovum/ova), e nei cosiddetti “plurali sovrabbondanti”, ossia quei nomi maschili che hanno due plurali, uno maschile e uno femminile (braccio/bracci-braccia, che corrisponde al latino brachium/brachia). In romeno, per giunta, i generi del sostantivo sono ancora tre, maschile, femminile e neutro; quest’ultimo è ancora produttivo e si comporta esattamente come il relitto del neutro italiano, ossia declinando i sostantivi al maschile quando sono singolari e al femminile quando sono plurali. L’autrice, poi, dopo aver parlato della sostanziale arbitrarietà delle lingue nell’assegnazione dei generi ai sostantivi, anche se in certi casi pare esservi una logica, inserisce un excursus, il cui scopo dichiarato è proprio quello di dimostrare tale arbitrarietà e il fatto conseguente che il genere è “dentro” il parlante, sui fraintendimenti causati dalla discrepanza tra il suo nome, Andrea, e il suo essere donna, con tanto di aneddoti su prese in giro dei compagni di scuola, carte di credito, codici fiscali sbagliati e riappacificazione con la propria natura fuori d’Europa.

Dopo questa divagazione, viene trattato il tema del numero duale, del quale si mette in evidenza la capacità di trasmettere la relazione tra i due elementi presi in considerazione: “il duale esprimeva invece un’entità duplice, uno più uno uguale uno formato da due cose o persone legate tra loro da un’intima connessione. Il duale è il numero del patto, dell’accordo, dell’intesa. È il numero della coppia, per natura, o del farsi coppia, per scelta.” Ancora una volta si sottolinea la particolarità del greco nel mantenere questa categoria grammaticale, a differenza del latino che “del duale non conserva traccia alcuna, nemmeno nei primissimi testi”. Io non sarei così drastica, pensando a pronomi come duo e ambo (che mantengono esattamente la desinenza arcaica del duale) o anche, ma, se vogliamo, in senso più lato, a pronomi e aggettivi che esprimono opposizioni o rapporti tra due elementi, come alter o uter. Che poi il duale sia effettivamente scomparso nella flessione di sostantivi e verbi, è certamente vero, ma qualche piccola traccia è rimasta. Il capitolo, comunque, prosegue con una serie di considerazioni dal taglio sentimentale sulla pregnanza espressiva dell’uso del duale, deprecando il fatto che sui manuali di grammatica ci sia scritto solo quanto segue: “In greco si distinguono tre numeri. Singolare, duale e plurale. Il duale serve a designare cose o persone, che in natura si trovano accoppiate o che lo scrittore considera come tali”. Considerando l’estrema rarità e la soggettività con cui viene utilizzato tale numero, tale definizione mi pare più che sufficiente, senza perdersi nella mistica della coppia o della relazione. Altrimenti, una volta che si scopre che vi sono lingue austronesiane che hanno anche il triale, è un attimo passare a riflessioni sulla concezione del dogma trinitario presso i popoli del Pacifico. Il capitolo si chiude con una considerazione sulla perdita del duale in greco moderno come una forma di “banalizzazione”, quando il principio di economia, formalizzato da André Martinet, è una delle leggi di base dell’evoluzione delle lingue. Dal perdere il duale a perdere in toto l’uso della parola, come, tra l’ironico e l’apocalittico, prevede l’autrice, il passo è bello lungo.

L’argomento del capitolo seguente sono i casi: parlando dell’evoluzione dall’indoeuropeo, che ne possedeva otto, l’autrice sottolinea come le lingue da esso derivate abbiano semplificato questo sistema, e tra esse il greco è una delle lingue che semplificano di più, mantenendo soltanto cinque casi. Qui, tuttavia, al procedimento non viene associata una perdita di pregnanza espressiva, quanto piuttosto una ricerca di sintesi, vista come un fattore positivo. Sorge a questo punto il sospetto (ma, più che sorgere, viene confermato) che lo scopo del libro sia un’esaltazione della lingua greca in sé, qualsiasi caratteristica essa presenti e al di là delle considerazioni più tecnicamente linguistiche e filologiche. Segue una disamina dei valori dei casi che ricorda molto da vicino i manuali di grammatica, con tanto di accusativo che “esprime propriamente il complemento oggetto, completando il senso della frase e rispondendo alla domanda chi?, che cosa?”. Queste, per inciso, sono le malefiche domandine controproducenti che fanno sì che sia impossibile per lo studente medio riconoscere un soggetto in posizione postverbale o capire i complementi predicativi. Successivamente, come esempio della libertà del greco (ancora maggiore di quella del latino!) nel disporre le parole per esprimere più efficacemente il senso dei discorsi, vengono citati fugacemente i dialoghi di Platone, le tragedie di Sofocle, le odi di Saffo. Ma negli ultimi due casi si tratta di poesia, e bisogna considerare le esigenze metriche e retoriche (si pensi all’uso dell’iperbato) come condizioni per le scelte di dispositio verborum. Un confronto, per il latino, con un’ode di Orazio sarebbe illuminante (ad esempio nell’ode 1, 9 i versi 21-22 sono un piccolo gioiello in questo senso). Quanto alle considerazioni, verso la fine del capitolo, sul fatto che il passaggio dal greco antico al greco moderno è stato talmente graduale che “i Greci non hanno mai avuto coscienza di un passaggio da un greco antico a un greco moderno, se mai c’è stato”, ricordiamo semplicemente, così, en passant, che la “questione della lingua” si è risolta solamente nel 1976.

Il capitolo successivo è dedicato all’ottativo, del quale viene messo in luce principalmente il valore desiderativo (il valore potenziale è lasciato in subordine, quasi in ombra, forse perché il desiderativo è più romantico), e se ne depreca lo scarso spazio riservato dalla scuola, che lo tratterebbe come “una sorta di lato B del congiuntivo greco o una versione alternativa del condizionale italiano”; ne segue sostanzialmente una trattazione del valore dell’ottativo del tutto simile a quella che si trova in qualunque grammatica scolastica. Dopo un intermezzo sulla poesia lirica in cui Archiloco viene definito un “artista freak” e Alceo uno “spiccato alcolista”, e in cui si attribuisce la fama di Pindaro al fatto che “non ci si capiva nulla di quello che scriveva”, l’autrice procede trattando in sintesi la progressiva scomparsa dell’ottativo in greco, dicendo, tra le altre cose, che “questo modo verbale ricorre raramente nella traduzione greca del Nuovo Testamento”. Traduzione greca. Ok.

Gli ultimi due capitoli sono dedicati l’uno alla pratica della traduzione, e contiene consigli improntati fondamentalmente al buonsenso (riguardanti ad esempio l’uso del vocabolario, o la comprensione del testo) non seguendo i quali ci si riduce fondamentalmente come uno dei miei Studenti Pigri, nonché considerazioni basate sull’ormai sentito e risentito principio secondo cui il liceo classico “apre la mente” di chi lo frequenta, proprio in virtù dello studio del greco (e le altre materie? e gli alunni di tutti gli altri licei?). L’altro capitolo, ossia quello conclusivo, è dedicato a una storia sintetica della lingua greca, una specie di bignamino che tra l’altro riprende molte cose già dette in altri capitoli, con un tono molto meno sentimentale e decisamente più didattico, da manualetto proprio, insistendo peraltro sull’evoluzione linguistica come “banalizzazione”. Mi spiace solo un po’ che altre “stranezze” del verbo greco che sarebbero potute riuscire interessanti, come la diatesi media o le desinenze attive per l’aoristo passivo, siano state passate praticamente sotto silenzio, e mi urta un pochino che con “slavo” l’autrice intenda una lingua (quale, poi?) e non una famiglia di lingue. In chiusura di libro, viene descritta in sintesi la “questione della lingua” greca, smentendo dunque la cursoria affermazione sull’impercettibilità del passaggio tra greco antico e greco moderno, e auspicando per il popolo greco un rinnovamento anche linguistico in nome di una liberazione dal passato (e introducendo quindi un’ulteriore contraddizione).

In conclusione e in sintesi, ciò che mi rimane dopo la lettura di tale libro sono fondamentalmente tre cose: 1. concetti di base da manuale del ginnasio, con imprecisioni più o meno gravi quasi in tutti i capitoli; 2. tanta emotività parecchio autobiografica (l’ammore del duale, il desiderio dell’ottativo, il terrore che viene costantemente associato allo studio del greco come se non potesse essere altro che la bestia nera dello studente del classico), la quale, in ultima analisi, sospetto essere la causa principale del successo di questa cosa; 3. un gran mal di testa. Vado a farmi una dose di ibuprofene.

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Mulini a vento

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Sono sempre più convinta che per fare l’insegnante, amando la propria materia e volendo trasmetterla ai ragazzi nonostante gli ostacoli, le pastoie burocratiche e tutto il resto (riforme della scuola, precariato e selezioni comprese), si debba mantenere una parte di quell’idealismo e di speranza nel futuro che avevamo quando eravamo adolescenti noi. (Io ero già stramba e asociale, però la passione e la motivazione in ciò che facevo non mi mancavano nemmeno al liceo.) Come altrimenti parlare, che so, della bellezza della Divina Commedia, della raffinatezza retorica di Cicerone o di come l’Italia è diventata una democrazia a teenagers distratti e casinisti che, senza questi stimoli culturali, finirebbero per diventare adulti che non comprendono il mondo in cui vivono?

Senza questa sorta di “fuoco sacro”, se dovessimo guardare al fatto che la nostra professione è caratterizzata in gran parte da incombenze burocratiche, griglie di valutazione, riunioni torrenziali, gestione di alunni indisciplinati e incontri con genitori non sempre accomodanti, verremmo risucchiati in un vortice di alienazione kafkiana.

È per questo che credo che ci si debba veramente fare imitatori di Don Chisciotte.

Io per esempio i miei neuroni li ho quasi tutti bruciati: sono sulla buona strada.

Pensieri tra le pagine

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Ho accennato già in altri post alla necessità di far leggere questi benedetti ragazzi, che da soli spesso (ma per fortuna non sempre) hanno difficoltà a prendere spontaneamente in mano un libro. A volte, par di capire che l’abbondanza di stimoli di altro genere, soprattutto visivi, abbia causato in loro una certa pigrizia mentale nei confronti della parola scritta.

Ecco dunque che ho assegnato alle quattro classi del biennio che ho in sorte una lista di 100 titoli di libri, suddivisi per generi e con una breve presentazione, invitando i ragazzi a sceglierne ciascuno uno diverso da leggere e analizzare, per poi esporre le proprie considerazioni di fronte alla classe. Ogni alunno, poi, avrebbe scelto la frase del libro che gli sembrava più bella o più significativa, per trascriverla su un post-it da attaccare su un cartellone, che alla fine dell’anno formerebbe una specie di piccola antologia di citazioni. L’iniziativa è stata recepita in vario modo: alcune classi sono state subito entusiaste, altre decisamente meno, soprattutto per quanto riguarda la prospettiva di scegliere i titoli all’interno di un elenco da me proposto: in particolare, un’alunna si è dimostrata altamente seccata dal fatto che tale elenco non conteneva la saga di After. (E ci mancherebbe altro.) Ho ovviato con un compromesso: chi avesse voluto leggere qualcosa al di fuori della lista mi avrebbe sottoposto il titolo scelto per farmelo approvare.

Insomma, con queste regole, più o meno rispettate, è iniziato il giro delle esposizioni. Ciò che in molti casi mi ha colpito, ascoltando i miei ragazzi commentare le proprie letture, è il senso di entusiasmo, di scoperta e di curiosità che hanno manifestato nel momento in cui si sono posti spontaneamente di fronte a un autore o a un genere letterario che magari neppure conoscevano, e dal quale semplicemente si sono lasciati prendere. Ecco qui, trascritte nella sostanza, alcune delle considerazioni più belle che mi è capitato di ascoltare:

  • Mi sono immedesimata molto nelle tematiche di questo libro, che sono importantissime anche per me, e mi sono rivista in molte delle considerazioni del protagonista. Poi, dato che mi piace tantissimo anche lo stile di quest’autore, ho iniziato a leggere anche il Faust. (su Wolfgang Goethe, I dolori del giovane Werther)
  • Anche se il linguaggio non è quello che usiamo tutti i giorni, ho trovato questo libro molto affascinante, soprattutto nella descrizione dei sentimenti e degli stati d’animo, che, anche se è una storia scritta molti anni fa, sono gli stessi che qualsiasi adolescente può provare, quindi sono riuscita a immedesimarmi nella vicenda e nei pensieri del protagonista. Ho scoperto un autore che non conoscevo e mi è piaciuto tantissimo. (su Fedor Dostoevskij, Le notti bianche)
  • Mia madre mi ha parlato molto di questo libro, che a lei piace molto, ma non mi sono mai decisa a leggerlo. Quando l’ho visto nella lista l’ho preso in mano e l’ho letto tutto d’un fiato fino alla fine. Sono rimasta un po’ delusa dal finale aperto, ma ho visto che l’autrice ha pubblicato il seguito e leggerò di sicuro anche quello. (su Harper Lee, Il buio oltre la siepe)
  • I miei genitori mi hanno regalato questo libro quand’ero piccola, l’ho iniziato ma, dopo le prime pagine, non riuscivo ad andare avanti. Poi ho visto il titolo nella lista, ho capito che era il momento giusto per riprenderlo in mano e ho scoperto un libro meraviglioso. (su Frances H. Burnett, Il giardino segreto)
  • È la prima volta che leggo qualcosa di Buzzati, e sono rimasta folgorata. Mi sono piaciuti in particolare i racconti Il mantello e Sette piani, in particolare il primo: fino alla fine non si capisce che cosa sta accadendo al protagonista, ma quando il narratore dice che la madre sa che non lo vedrà più ho sentito i brividi e ho pianto. (su Dino Buzzati, Sessanta racconti)
  • Sono rimasta colpita dalla personalità di Sherlock Holmes: non solo dalla sua abilità nel trovare gli indizi e nel risolvere il caso, ma anche dal suo carattere particolare e dal suo rapporto con Watson. Molto bello anche il flashback sulla vicenda del colpevole: alla fine ci si riesce quasi a immedesimare in lui e si capiscono le motivazioni che l’hanno spinto al delitto. Sono già in cerca degli altri libri che lo hanno come protagonista. (su Arthur Conan Doyle, Uno studio in rosso)
  • Devo ammettere che non amo leggere, ma questo libro mi è piaciuto davvero moltissimo, per la capacità dell’autore di raccontare la storia dal punto di vista del protagonista con un linguaggio colloquiale e realistico. Mi è piaciuto il suo modo di parlare dei problemi dell’adolescenza e delle incertezze vissute dal protagonista, in modo tale che anche i lettori giovani possano immedesimarsi. (su J. D. Salinger, Il giovane Holden)
  • Di questo libro ho apprezzato il modo in cui è rappresentato il protagonista, un uomo semplice e legato alla natura, che è costretto alla vita in città ma non riesce a rassegnarsi e cerca dappertutto il mondo naturale che ha perso: guardando la luna, cercando i funghi in città, ammirando la neve caduta dappertutto… mi sembra che l’autore, in questo modo, dia anche un messaggio alle giovani generazioni, che sono nate in un mondo in cui la natura è in secondo piano. (su Italo Calvino, Marcovaldo)

Morale della favola: a volte, per avvicinare i ragazzi alla lettura, basta semplicemente lasciarli da soli con un libro ben scelto e aspettare che avvenga il miracolo. Come quando ci si prende cura di una piantina e si attende che fiorisca.

P. S.: il titolo del post è anche quello che le ragazze di una delle mie classi hanno scelto per il cartellone dove attaccare i post-it con le citazioni preferite dei libri da loro letti.

Distillati

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Qualche giorno fa, da un post sulla pagina FB dell’amica lettrice Antonella (ecco qui il link al suo blog, che merita: fateci un giro) sono venuta a conoscenza della nascita dei “Distillati”, ossia di un’iniziativa editoriale della casa editrice Centauria, pensata essenzialmente per le edicole, che consiste in una collana di best seller in edizione abbreviata, con tagli di scene, archi di trama e personaggi secondari, nonché di sequenze descrittive, attraverso i quali il libro, pur conservando, nell’intento, la struttura essenziale e i passaggi fondamentali, perde metà della propria lunghezza potendo così essere letto, come lo stesso slogan pubblicitario suggerisce, “nel tempo di un film”. Qui i dettagli del progetto. Già prima di me altri validi blogger si sono occupati di analizzare l’iniziativa, con contributi che mi vedono assolutamente d’accordo (ecco qui, su tutti, quelli di Dusty Pages in Wonderland e de I dolori della giovane libraia), e quindi, se dovessi esporre la mia opinione sul fenomeno, risulterei necessariamente ripetitiva; a me interessa piuttosto considerarne le possibili implicazioni nell’ambito scolastico, che, quanto alla lettura, offre un panorama a tratti decisamente triste.

Anche quest’anno, dato che ho ricevuto in sorte l’insegnamento dell’italiano in quattro classi del biennio (due prime e due seconde) ho modo di tastare direttamente il polso della situazione: oltre a carenze grammaticali ed espressive, molto molto spesso si assiste anche a problemi di comprensione del testo. Ciò avviene in primo luogo per la povertà lessicale, che potrebbe essere risolvibile attraverso un uso intelligente del dizionario (cosa che di solito non avviene per pura purissima pigrizia); il fatto assume talora proporzioni sconcertanti, non essendo infrequente che lo studente, invitato a commentare il testo letto, dica o scriva “l’ho trovato facile da leggere perché non c’erano parole difficili”, come se soltanto questo parametro contasse per l’interpretazione. In secondo luogo, ciò è dovuto anche a un’incapacità generalizzata di cogliere i contenuti, tanto che spesso, dopo la lettura in classe di un racconto breve compreso nella loro antologia, una parte degli alunni non è nemmeno in grado di riassumerne correttamente la trama. In queste condizioni, dunque, si rende necessario un avvicinamento serio dei ragazzi alla lettura, dal momento che la comprensione di un testo scritto è una delle competenze di base da raggiungere, e non solo perché ce lo dicono dall’alto, ma anche per sopravvivere nella vita quotidiana.

Ecco dunque che, esortata anche dai genitori, mi sono decisa a proporre ai ragazzi, per la seconda parte dell’anno scolastico, la scelta di un libro da leggere ed esporre al resto della classe in una data stabilita. L’accoglienza di tale proposta non è ovviamente stata uniforme, e le reazioni di protesta sono state sintomatiche delle consuetudini di lettura degli studenti: per alcuni la preoccupazione maggiore è data dal numero delle pagine, o meglio dallo spessore del volume (che, come ogni bibliofilo ben sa, non è dato soltanto dalla lunghezza del testo; ma prova a spiegarglielo), per altri il cruccio fondamentale era dato dalla prospettiva di essere obbligati a leggere roba “vecchia e monotona”, ossia tutto ciò che non rientri nella letteratura pensata per il loro target e uscita negli ultimi anni. Il riferimento più immediato è alla saga di After, che la fa da padrona tra le ragazze; un’alunna, allo scorrere la lista da me proposta (contenente ben 100 titoli tra classici e moderni, suddivisi per genere e con un accenno di trama in modo da guidare la scelta) si è risentita non vedendovi nessuno dei (pochi) libri a cui è abituata. Alcuni alunni, su 100 libri proposti (e vi assicuro che l’assortimento era bello vasto), non ne hanno trovato assolutamente nessuno che stuzzicasse la loro curiosità.

In una situazione del genere risulta dunque molto difficile fare affidamento sulla nascita, nei ragazzi, di un desiderio spontaneo di esplorare le infinite possibilità loro offerte dal mondo della letteratura. Il fatto è stato recepito anche dalle stesse case editrici delle saghe adolescenziali, che per motivi di marketing hanno pensato di ripubblicare i classici amati dai protagonisti di dette saghe con vesti grafiche che rendessero evidente questo collegamento. Se qualcuno sa se l’iniziativa ha avuto successo, e se quindi le lettrici di Twilight o After si sono accostate con lo stesso entusiasmo alla lettura di Cime tempestose o Anna Karenina, me lo dica. D’altra parte, è vero anche che ogni volta che esce un film ispirato a un libro, quest’ultimo viene regolarmente riedito con una nuova copertina, con una sovraccoperta o con una fascetta che dice una cosa come “il libro da cui è stato tratto il film dell’anno”. (Esempio che ho sotto il naso: la mia copia del Pentamerone di Basile, da me acquistata dopo l’uscita del film di Garrone, è una normalissima edizione Garzanti che è stata avvolta da una sovraccoperta disegnata per l’occasione. Appena me ne sono accorta ho riso da sola come una folle. Ma vabbè.)

A parte le succitate mosse di marketing, che, considerate le possibili ricadute positive, possono comunque essere ricondotte a un tentativo di avvicinamento ai classici di un pubblico che non vi è avvezzo, l’operazione della Centauria mi lascia perplessa soprattutto perché “vittime” delle operazioni di taglio non sono ponderosi tomi come Delitto e castigo, a cui il grande pubblico generalmente non si accosta, ma quegli stessi best seller, come La solitudine dei numeri primi o Uomini che odiano le donne, che già di per sé e in versione originale hanno avuto lettori numerosissimi. Sono dunque prodotti già pensati per essere largamente accessibili a un pubblico molto vasto, venendo incontro ai suoi gusti. A che pro, dunque, tagliarli e ridurli? Per ridurne, a sua volta, il tempo di fruizione, rendendolo, negli intenti, simile a quello di un film, assecondando le esigenze di chi dice di non avere tempo per leggere. Tuttavia, per chi non è avvezzo alla lettura, 240 pagine in un paio d’ore sono utopia allo stato puro. Inoltre, chi non è abituato a leggere, una volta visti i film, difficilmente andrà in cerca del libro da cui sono tratti, proprio perché si tratta di un’attività che non fa parte delle sue consuetudini e che richiede, com’è noto, un impegno mentale del tutto diverso.

Resta la questione fondamentale relativa alla tendenza alla semplificazione eccessiva. Come ho evidenziato sopra, le ultime generazioni di adolescenti appaiono avere ben pochi strumenti per accostarsi alla lettura e alla comprensione dei testi, e mi pare che le operazioni di cui sopra non facciano che seguire questa tendenza, rendendo dunque sempre più difficile per la scuola tentare di porvi riparo. In generale, è come se, invece di cercare di educare la sensibilità e le capacità di potenziali lettori, si puntasse ad abbassare il livello generale dei prodotti per venir loro incontro evitando qualsiasi sforzo eccessivo. L’educazione dei lettori, certo, è un compito che spetta alla scuola, ma è chiaro che la scuola stessa opera all’interno di una società caratterizzata da meccanismi ben precisi, dei quali va necessariamente tenuto conto.

Ora, prima di gridare allo scandalo o allarmarsi per un’imminente Apocalisse, bisogna vedere come evolverà lo scenario, e se tale tendenza alla semplificazione continuerà sempre più negli anni, col proliferare di iniziative come quella dei “Distillati”, o se invece progetti come questo sono destinati al fallimento. Nel frattempo, tuttavia, già scorrendo i testi contenuti nelle antologie scolastiche, che iniziano a includere anche brani di Twilight, gli unici “distillati” in cui trovo conforto sono quelli ritratti qui in foto.

“Catilina daghe un tajo”: Dino Durante traduce Marziale

Qualche tempo fa, cercando su eBay, mi è capitato sotto il naso Catilina daghe un tajo, antologia di epigrammi di Marziale tradotti in dialetto veneto dal padovano Dino Durante. La cosa mi ha riempita di gioia e, data l’introvabilità del libro (fuori stampa da anni) e il prezzo contenuto, ho immediatamente provveduto all’acquisto, e finalmente anche questo volume è entrato a far parte della mia biblioteca (della quale posso oramai parlare in senso praticamente letterale, dato che da poco dispongo di uno studio mio quasi completamente foderato di scaffali). La mia soddisfazione, oltre che dall’acquisto in sé, deriva anche e soprattutto dal fatto che avevo già incontrato questo libro nei primi anni di liceo, quando, incuriosita, l’avevo preso in prestito in biblioteca; da allora l’avevo lungamente cercato, senza esito, fino a poco tempo fa. Già da allora, comunque, ero rimasta colpita dalla possibilità di rendere in modo efficace la mordacità di Marziale attraverso l’uso del dialetto veneto, che, rispetto a una lingua standardizzata come l’italiano, gode di maggior freschezza e immediatezza. L’autore stesso, nell’introduzione, spiegando l’origine del titolo della raccolta, dichiara che proprio quest’osservazione, nata da una curiosa interazione con il figlio, era stata per lui la molla che l’aveva spinto a cimentarsi con le traduzioni in veneto. Eccone qui un estratto:

Qualche tempo fa, uno dei miei figli mi chiese il significato della famosa frase di Cicerone: “Quo usque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?”

Usando, come sempre, il dialetto, risposi che Cicerone voleva dire: “Catilina, daghe un taio”.

Per nulla soddisfatto della risposta, egli mi invitò ad essere un tantino più serio; “almeno – soggiunse – quel minimo indispensabile che si richiede ad uomo di quarantaquattro anni”.

Cercai allora di migliorare la forma, sforzandomi di mantenere inalterato il pensiero di Cicerone, e presentai al suo severo giudizio queste altre due versioni:

  • Catilina, moleghe che ormai la se fa Gegia.
  • Quando la finireto, Catilina, de romparne le suste?

Il mio sforzo di aiutarlo a “comprendere quanto meglio possibile il mondo romano per il tramite della lingua” (come indicano i programmi scolastici per lo studio del latino) approdò solo a confermarlo vieppiù nella radicata convinzione che suo padre non è per nulla un uomo serio. Così la sua dose, già massiccia di disistima, è notevolmente aumentata.

Da quel giorno, però, quanto più leggevo alcuni poeti latini tanto più mi convincevo che molte loro espressioni erano più belle ed efficaci se espresse in dialetto, anzi che in lingua italiana. Decisi allora di dare forma dialettale al pensiero di un poeta latino. Idea piuttosto matta, devo ammetterlo, ma eccitante. Tentai con Petronio, Giovenale, Orazio, Ovidio, ma ben presto dovetti abbandonarli. Non trovavo in loro lo spirito veneto. Finalmente mi venne incontro, sghignazzando, Marziale.

Sulle prime, leggendo il Marziale veneto di Durante, mi sono limitata a osservare la vivacità della traduzione, non rendendomi pienamente conto, dati i pochi anni di studio del latino che avevo alle spalle, delle caratteristiche di lingua e stile del poeta; procedendo poi con gli studi, ampliando le conoscenze linguistiche e affinando con l’esercizio la pratica della traduzione, ho iniziato a vedere con maggior chiarezza le idee e i concetti veicolati dalla lingua latina e a “sentire” il modo in cui i vari autori li trasmettevano. Diventando, tra l’altro, molto più esigente con le versioni italiane che trovavo nelle edizioni bilingui dei classici a mia disposizione. Con gli anni, dunque, mi sono progressivamente avvicinata alle considerazioni di Dino Durante, fino a farle sostanzialmente mie (tanto che, superbamente ma a puro scopo ludico, medito di produrre prossimamente la versione veneta di qualche carme di Orazio o di Catullo, se non sarò troppo oberata di lavoro). Ora, dunque, posso anche approcciarmi al Marziale veneto con un occhio diverso, divertendomi a gustare il modo in cui lo spirito latino è stato reso da Durante nella lingua del popolo, liberamente nella forma ma fedelmente nella sostanza. Eccone di seguito alcuni esempi.

 

BOCALI E BICERI (1, 37)

Ventris onus misero, nec te pudet, excipis auro,

Basse, bibis vitro: carius ergo cacas.

Basso, no te te vergogni

de farla

in un bocale d’oro?

(che rassa de scarognà sto oro)

e par bevare invesse

te dopari un semplice

biciere de vero?

Val forse de più la m…?

 

SCEVOLA! TE DENUNCIO! (1, 103)

Si dederint superi decies mihi milia centum”

dicebas nondum, Scaevola, iustus eques,

qualiter o vivam, quam large quamque beate!”

Riserunt facile et tribuere dei.

Sordidior multo post hoc toga, paenula peior,

calceus est sarta terque quaterque cute:

deque decem plures semper servantur olivae,

explicat et cenas unica mensa duas,

et Veientani bibitur faex crassa rubelli,

asse cicer tepidum constat et asse Venus.

In ius, o fallax atque infitiator, eamus:

aut vive aut decies, Scaevola, redde deis.

Scevola, quando che te geri

poareto te disevi:

“Se Dio me mandasse un bel milion.

Quanto beato che sarìa,

come che ben vivarìa!”

Ga riso Dio,

e te ga contentà.

Ma dopo ciapà i schei

el to paltò xe più onto,

el to vestito smarìo.

I te mete davanti diese olive

e oto te le meti via,

e co un piato solo te magni do volte.

Te bevi i fondi del vin grinto

e co sento franchi

te compri la minestra,

e co altri sento

te te paghi na tosa

da campo Marte.

Bruto onto! Te denuncio!

O te te diverti

o te ghe dé indrio

el milion a Dio.

 

ZOILO PIEN DE ARIE (2, 58)

Pexatus pulchre rides mea, Zoile, trita.

Sunt haec trita quidem, Zoile, sed mea sunt.

Co te passi col to bel vestito

te ridi

dele me quatro strasse.

Par la verità

le xe proprio strasse.

Però le go pagà.

 

CINNA EL BECO (6, 39)

Pater ex Marulla, Cinna, factus es septem

non liberorum: namque nec tuus quisquam

nec est amici filiusve vicini,

sed in grabatis tegetibusque concepti

materna produnt capitibus suis furta.

Hic, qui retorto crine Maurus incedit,

subolem fatetur esse se coci Santrae.

At ille sima nare, turgidis labris

ipsa est imago Pannychi palaestritae.

Pistoris esse tertium quis ignorat,

quicumque lippum novit et videt Damam?

Quartus cinaeda fronte, candido voltu

ex concubino natus est tibi Lygdo:

percide, si vis, filium: nefas non est.

Hunc vero acuto capite et auribus longis,

quae sic moventur, ut solent asellorum,

quis morionis filium negat Cyrtae?

Duae sorores, illa nigra et haec rufa,

Croti choraulae vilicique sunt Carpi.

Iam Niobidarum grex tibi foret plenus,

si spado Coresus Dindymusque non esset.

To moiere Marulla

ga vu sete fioi,

e ti te si beco, Cinna.

No i xe fioi de un to vissin de casa

e gnanca de un to amigo.

I xe sta stampà

sora brande e paioni

e vardandoli in facia se vede

chi che xe el pare.

Questo coi cavei crespi come un negro

xe fiolo del cogo,

e quelo co la facia incagnìa

xe identico a Pamico dal muscolo forte.

E chi vede Dama, coi oci sgarbelà

sa de chi che ze fiolo el terzo.

El quarto,

co chela siera da mal de pansa

xe fiolo del to recion.

L’altro co la testa a pero

e le rece da musso,

xe par sicuro fiolo

de Cirta, el paiasso.

Le tose, una mora e l’altra rossa,

xe fiole de Croto el sonadore

e de chel rufaldo de Carpo.

Par fortuna i to do ultimi servi,

Dindimo e Coreso,

i ga el mal de la limèga:

te gavaressi senò

almanco trenta fioi.

 

A EROTION, BOCETA MORTA (5, 34)

Hanc tibi, Fronto pater, genetrix Flaccilla, puellam

oscula commendo deliciasque meas,

paruola ne nigras horrescat Erotion umbras

oraque Tartarei prodigiosa canis.

Inpletura fuit sextae modo frigora brumae,

uixisset totidem ni minus illa dies.

Inter tam ueteres ludat lasciua patronos

et nomen blaeso garriat ore meum.

Mollia non rigidus caespes tegat ossa nec illi,

terra, grauis fueris: non fuit illa tibi.

Papà e mama,

tegnìla streta sta boceta tanto cara,

parché no la gabia paura

del scuro de l’aldelà.

La gavaria vu sie ani

solo se la fusse vissua

ancora sie giorni.

Spero che la rida e la salta

anca co vialtri,

paroni de l’aldelà,

e la so bocheta

diga, ridendo, ancora el me nome.

Te prego, tera,

no strucarla sta bocia,

e no essar pesante su de ela.

La gera tanto lesiera

quando che la te pestava!

Ars amatoria moderna

Ieri mattina, prima ora, consueto brusio nei minuti immediatamente precedenti l’appello. Carpisco alcune frasi riguardanti le uscite al cinema fatte dalle mie fanciulle durante il ponte di Carnevale.

– Ma siete andate a vedere “Cinquanta sfumature di grigio”?

– Sì prof, è bellissssssssimo!

– Invece di spendere i soldi in quelle cose lì, piuttosto compratevi l’Ars Amatoria di Ovidio. Se proprio volete le porcellate, almeno sceglietele con stile; e avrete anche qualche consiglio su come acchiappare i maschietti.

(Lo so, è già pronta per me una bella tazza di cicuta appena spremuta per aver corrotto la gioventù.)

Il concetto di classico

Questo pomeriggio, dopo una mattinata di scuola con il suo perché, mi è toccato correre a Verona per i soliti corsi del TFA, che oggi si svolgevano in una sede diversa dalla solita, il che mi ha dato modo di fare due passi e guardarmi un po’ intorno. Io, che nonostante la miopia alla Filini per queste cose ho un occhio di falco, ho immediatamente notato una fantastica libreria dell’usato, con in vetrina un allettante cartello “LIBRI A 1€”. Al che ho sentito la letizia inondarmi i precordi e, nonostante la giornata penitenziale di digiuno e astinenza, ho deciso tra me e me che, se ne avessi avuto il tempo, dopo la lezione sarei andata a ficcare un po’ il naso per lenire la mortificatio pomeridiana.

Il corso, grazie a Dio, termina con una mezz’oretta di anticipo, e quindi ecco che me ne vado gongolante verso la libreria. Raggiuntala, controllo gli orari di apertura: il negozio chiude alle 19, che sono passate da qualcosa come un minuto; tentenno un po’, sbircio attraverso la vetrina, vedo una cliente che sfoglia un libro, mi faccio coraggio e spingo la porta, che è ancora aperta.

Gli scaffali sono zeppi di libri bellissimi a un euro: vengo subito attratta da una serie di libri con !a copertina in similpelle e il titolo stampigliato in oro, tra i quali noto un meraviglioso Lope de Vega che ho già mentalmente prenotato. Conscia che il tempo è poco, continuo il mio sopralluogo e noto nell’ordine un banco pieno di libri di storia e uno scaffale di classici, comprendente Dante, Petrarca e alcune BUR di classici greci e latini, quelle vecchiotte con la copertina grigia che mi piacciono tanto.

Sono immersa in tali contemplazioni, quand’ecco che vengo sorpresa da quello che evidentemente è un commesso, il quale mi chiede se mi serve una mano. Declino gentilmente l’offerta, dato che il tempo è appunto poco (e anche perché il bello di andar per libri sta proprio nell’andarseli a scovare come se fossero una sorta di reperto archeologico). Il tipo non demorde, e ne segue questo dialogo:

– Posso chiederle che libri legge di solito?

Tentennando (perché ho già un po’ colto la situazione): – Mah, di solito prediligo i classici.

– Allora posso consigliarle Andrea De Carlo? Ha letto qualcosa di suo?

– Beh, in realtà no…

– Allora la Fallaci?

(Arretrando) – A dire il vero non ho mai letto nemmeno lei…

– Che ne dice allora di Erri De Luca? (Sfodera una copia di “Il contrario di uno”) Le consiglio questo: può rimanere piacevolmente sorpresa, e in più costa solo due euro.

Ancor più bloccata dal fare mellifluo del tipo, tento di troncarla lì: – Guardi, oggi sono venuta solamente per dare un occhio: sabato, che ho più tempo, torno, guardo meglio e ci penso. Poi state chiudendo, no? Quando si chiude si chiude! (Cit. “Quando si spara si spara, non si parla”.)

Insomma: io sabato tornerò davvero, e uscirò di lì, molto probabilmente, carica come un mulo, a patto di non avere intorno nessuno che mi consiglia nulla, altrimenti gli lascio là pure il Lope De Vega per non dargli soddisfazioni (ma quando mai, non è vero).

E comunque, come spiegare al tizio della libreria che con “classico” intendevo tipo Kafka, Euripide, Leopardi e/o gente così?

Son soddisfazioni

cienanos

Quando, in prima, si fa narratologia, uno dei primi concetti che si affrontano è la differenza tra fabula e intreccio, e di conseguenza si parla di flashback e anticipazione. Mentre per il primo abbondano gli esempi letterari e cinematografici, i casi di uso della seconda sono ben meno frequenti, e così finisco sempre per citare il primo che mi viene in mente, ovvero l’incipit di Cent’anni di solitudine, in cui si dice che, molti anni dopo, il colonnello Aureliano Buendia, trovandosi di fronte al plotone di esecuzione, si sarebbe ricordato di quel giorno in cui suo padre l’aveva portato a vedere il ghiaccio. L’ho fatto anche l’altra mattina. E una ragazzina, incuriosita, mi ha chiesto: “Prof, ma è anche un libro per noi? Lo possiamo leggere?”.

A questo punto mi è venuta in mente un’altra prima, di qualche anno fa: anche in quel caso si è riproposta la medesima situazione, con me che cito Garcia Marquez e alcuni alunni che si incuriosiscono e chiedono. Quella volta, presa dall’amore incondizionato per l’opera e desiderosa di trasmetterlo anche ai miei pueri, ho deciso, sulla scorta di quanto aveva fatto la mia stessa insegnante di italiano al ginnasio, di organizzare il “libro-mese”, ossia di scegliere un libro al mese da far leggere ai ragazzi in modo tale da commentarlo in classe tutti insieme in una data ben precisa; e ovviamente non potevo che iniziare da Cent’anni di solitudine.

Reazioni: alcune tra le fanciulle, avvezze piuttosto a leggere libri d’amore, mi hanno chiesto un titolo diverso, al che ho loro proposto Cime tempestose (non fosse mai che si avventurassero in un genere diverso; ma per il momento l’importante era che leggessero), mentre altri, soprattutto maschi, intimoriti dalla mole di Garcia Marquez (pigrizia, ecco cos’era), hanno voluto qualcosa di più snello, e abbiamo raggiunto il compromesso del Visconte dimezzato (che io personalmente ho letto per la prima volta alle elementari; ma tant’è). I più arditi e curiosi si sono effettivamente avventurati nella lettura dei Cent’anni, per mollare presto il colpo a causa dell’intricatissimo albero genealogico e dei nomi che si ripetono di generazione in generazione. Dopotutto era comprensibile: probabilmente avevo preteso troppo.

Però, a un certo punto, qualche giorno prima che si concludesse il mio incarico (senza peraltro che riuscissi a discutere con la classe i libri letti), mi è successa una sorpresa. In quella classe c’era un alunno molto sensibile, amante della letteratura e con qualche predisposizione artistica, con un atteggiamento dolce e ingenuo. Tanto per dire, quando ho annunciato che nella verifica di analisi del testo narrativo avrebbero trovato un racconto da leggere e analizzare, il fanciullo mi ha chiesto: “Prof, ma sarà un racconto scritto da lei?”. Mi ricordo, di lui, il modo particolarmente espressivo di leggere ad alta voce, tanto che la madre, al ricevimento genitori, mi diceva che il ragazzo stesso se n’era reso conto e quasi se ne vergognava, ritenendolo eccessivo: io, al contrario, ho tranquillizzato la signora consigliandole piuttosto di iscrivere il figlio a un corso di teatro.

Insomma, quest’alunno, al termine di una lezione, mentre sto uscendo mi avvicina e mi dice: “Professoressa, io alla fine l’ho letto, Cent’anni di solitudine, e la prima volta non ci ho capito niente; però poi ho riletto le ultime pagine e mi sono messo a piangere”.

Gli ho sorriso. Volevo abbracciarlo.

Ai ragazzi che ho adesso, invece, ho risposto che magari possono attendere qualche anno prima di leggerlo, non spaventandosi troppo per tutti quei nomi che si ripetono, ma che, se alla fine lo faranno, non se ne pentiranno. E ho ricordato il mio fanciullo di qualche anno fa, e ho sorriso di nuovo.