Speranze nascoste

N92-440251 - © - Todd Pierson

Quest’anno mi è toccata in sorte, tra le altre classi, una prima linguistico molto numerosa e molto eterogenea, che è un po’ la “disperazione” dei miei colleghi e anche mia: ogni volta che si entra in classe si perdono minimo 5 minuti per far rientrare tutti in aula (escono anche al cambio dell’ora) e circa altri 5 per avere tutti seduti al loro posto (quando ci si riesce). Gli alunni sono 27, molti di loro sono stranieri e alcuni presentano problemi di lingua; sia tra i maschi sia tra le femmine ve ne sono alcuni di incontenibili che non riescono a stare zitti un secondo; l’atmosfera di classe è spesso talmente rumorosa che i vari insegnanti si arrovellano per trovare stratagemmi, se non per avere l’attenzione di tutti, se non altro per evitare che i decibel siano costantemente sopra la soglia del dolore. (Per quanto mi riguarda, io adotto la tecnica del conto alla rovescia: ogni volta che sforzo la voce, inizio a contare dal 10, e quando arrivo a 0 faccio un asterisco alla lavagna. Ogni asterisco è un esercizio da fare in più per casa. Ormai la mia minaccia tipo è quella di disegnare alla lavagna le sette stelle di Hokuto.) Anche a livello di profitto scolastico ci sono molti alunni particolarmente fragili che rischiano di perdere l’anno: ad alcuni di essi è stato consigliato di valutare un riorientamento.

Messa così, sembra una situazione disperata. In effetti, spesso esco dalla classe con le orecchie che ronzano e una vaga sensazione di bruciore alla laringe. Eppure, al di là delle quotidiane turbolenze che agitano questi scalmanati, più ho a che fare con loro, più mi danno occasione di sorprendermi per il loro entusiasmo e per il loro interesse (che a volte percepisco solo filtrando una consistente dose di marasma). Ogni volta che propongo loro un’attività, sono assolutamente disponibili a collaborare: ad esempio, è proprio con loro che sono riuscita a organizzare una specie di lettura teatralizzata dell’Iliade (di cui ho parlato qui), e l’esperienza è continuata anche per certe letture dell’Odissea; in particolare, quando siamo giunti all’episodio delle Sirene, un’alunna, che non è madrelingua e solitamente è molto poco partecipativa, si è offerta di leggere cantando la parte delle Sirene. Ignorando bellamente le solite risatine che ci sono ogni volta che in classe accade qualcosa di insolito, la ragazzina, mentre leggeva, ha improvvisato una melodia con una voce molto intonata, e alla fine della “canzone” i compagni le hanno fatto un applauso. Il ragazzo che faceva la parte di Ulisse ha commentato: – Ecco, sono stato sedotto.

Altro episodio. In una delle ultime lezioni, a un alunno che continuava a usare il telefono e a fare battutine sceme, ho dato come punizione la traduzione del proemio dell’Odissea in dialetto veneto. Subito la classe, in un tripudio di entusiasmo, si è messa a provare a tradurre il primo verso, valutando possibili varianti e chiedendo lumi su come rendere polytropos. Constatato ciò, ho proposto ai ragazzi di far diventare questa punizione… qualcos’altro (ma ne parlerò a tempo debito, quando il lavoro sarà finito).

Ieri, lezione sulle figure retoriche. Stiamo correggendo alcuni esercizi, basati su alcuni brani dei Promessi Sposi. Tra un chiacchiericcio continuo, rare frasi sensate e molti richiami, ecco che parte il seguente dialogo:
Alunna X: – Prof, quando facciamo i Promessi Sposi?
– L’anno prossimo.
Alunna X: – Sììì che bello, mi piacciono i Promessi Sposi! Non vedo l’ora!
Alunna Y: – A me piace Dante!
Alunna Z: – A me piacciono i Malavoglia, sono interessantissimi!
Alunna W: – Prof, c’è lei l’anno prossimo?
– Ma mi state prendendo in giro?
Alunne varie: – No, no, diciamo sul serio!
– Davvero?
Alunne: – Davvero! Ci piace Manzoni! E Verga! E Dante!
È troppo bello per non essere una presa per i fondelli, soprattutto pensando che in altre classi, anche più disciplinate e dotate di questa, mi tocca continuamente giustificare tutto quello che faccio, perché molti alunni non ne vedono un’utilità immediata.

Ma ogni tanto le gioie capitano. Stiamo a vedere, impegniamoci e incrociamo le dita.

La monaca di Monza in una realtà parallela

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Pacco di compiti sui Promessi Sposi. Tra fogli a quadretti utilizzati in mancanza di quelli a righe, svolgimenti interamente scritti in stampatello maiuscolo (“perché sono capace di scrivere solo così”) e risposte che vanno lette rincorrendole in giro per il foglio protocollo perché sono piene di asterischi e asterischi degli asterischi, è saltata fuori una versione alternativa della storia della monaca di Monza, che mi rende abbastanza sicura del fatto che i fanciulli abbiano letto un libro diverso. In sostanza, accade questo.

Il padre di Gertrude è un principe molto ricco della città di Milano, il quale nel convento era il padre guardiano. Ossia, in realtà la nostra Gertrude è figlia illegittima di un frate lussurioso di nobile stirpe. Questo spiega davvero molte cose. Gertrude poi si innamora di un contadino, e i due continuano a scriversi lettere. Il rapporto fu poi troncato perché lui sarebbe stato disonorato nell’essere visto con una nobile. Classismo al contrario, insomma. Ciò apre spaccati interessanti sulla società lombarda del Seicento. Però sull’identità di questo amante non c’è certezza, perché alcuni lo chiamano Paggio (con la P maiuscola): deve trattarsi del famoso Roberto Paggio. Altri invece dicono che fu intercettata una lettera d’amore per un Piaggio: nuove frontiere dell’erotismo motorizzato. Insomma, Gertrude se la faceva con un essere umano o inanimato che non corrispondeva alle aspettative della famiglia, e, dopo essere stata fatta chiudere in una specie di gabbia (tipo Brancaleone da Norcia) venne costretta a dare i voti (sic), a divenire quindi in sostanza una docente. Bella condanna. Però c’è da dire che un personaggio come don Abbondio, dando i voti, aveva una sicurezza economica per tutta la sua vita, quindi si capisce che l’insegnamento di ruolo, dopo tutto, ti sistema per sempre. Comunque non era sempre una libera scelta, perché i frati e le suore o entravano in convento perché costretti dalla loro famiglia oppure preferivano diventare preti. Quindi in sostanza sdoganiamo anche la transessualità: erano avanti nella Lombardia del Seicento, chi l’avrebbe mai detto? Dopo una certa tensione e impazienza nell’aspettare i risultati dei voti (Gertrude alla maturità), la nostra diventa finalmente monaca, e si concede alcune scappatoie amorose. “Scappatoie” alle quali evidentemente si ispirarono grandi seduttori come Casanova e don Giovanni per liberarsi delle amanti di cui si erano stufati. In tutto questo si può capire come a Gertrude avrebbe dispiaciuto lasciare il convento e rinunciare a certi godimenti e privilegi (“godimenti” è termine tutto manzoniano, lo so, ma, date le premesse, come interpretarlo in senso monacale?). Alla fine la nostra monaca si mette con Egidio, che è un ladro. Infatti i due si conoscono perché lui guarda dalla finestra nel cortile del monastero: da quella finestra sarà anche passato con agilità ladresca per combinare furtivamente i suoi convegni d’amore. Al momento dell’incontro con Agnese e Lucia, la descrizione di Gertrude è come una matriosca, e quindi la monaca sarà certamente apparsa con volto rotondo, guance rubiconde, fazzoletto colorato e grembiule a fiori. La conclusione di tutto ciò è che Gertrude ci sta provando con Lucia Mondella (cosa a cui aveva effettivamente pensato Guido da Verona nel suo adattamento parodistico).

In definitiva, sono sicura che gli studenti hanno sbagliato libro e si sono procurati i Promiscui Sposi.

Leggere in classe: teatri e teatrini

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Quando si tratta di leggere in classe, mi piace molto l’idea della lettura teatralizzata, per coinvolgere maggiormente gli studenti dando loro le “parti” dei personaggi proprio come se fossimo a teatro. È una strategia che può funzionare molto bene al biennio, quando si fanno letture antologiche di opere come i poemi epici e i Promessi Sposi. In particolare, per quanto riguarda l’epica, trovo interessante la possibilità di disporre i lettori di fronte ai compagni per mettere in scena più concretamente gli eventi narrati, rispettando anche le indicazioni di prossemica e i gesti. Per capirci, il mio sogno nel cassetto sarebbe avere un Omero quattordicenne in un angolo, magari con un vecchio lenzuolo addosso e una ghirlanda di carta in testa, un’Andromaca che regge il bambolotto Astianatte e un Ettore dall’elmo di cartone che affronta Achille, armato allo stesso modo, brandendo (con criterio) un manico di scopa.

Quest’anno finalmente sono riuscita a mettere in pratica quest’idea, con una prima linguistico molto numerosa e particolarmente vivace, con alcuni alunni che fanno fatica a rimanere seduti al posto. Per far sì che collaborino, mi tocca fare di loro i miei eroi epici.

Primo esperimento: lettura di “Ettore e Andromaca” con un Ettore dinoccolato e magrissimo col berretto al posto dell’elmo e il ragazzino più piccolo che faceva Astianatte col cappuccio della giacca portato tipo cuffietta infantile, alternativamente portato in braccio da un altro ragazzo in veste di nutrice e disteso su due sedie a mo’ di carrozzina, con un giubbotto per copertina. I ragazzi si sono offerti da soli, senza manco che glielo chiedessi, cosa dunque ottima. La cosa è partita bene, con in particolare un’Andromaca (femmina) molto convinta. Peccato che Astianatte frignasse a tutto volume, a Ettore scappasse da ridere e il resto della classe preferisse fare altro. Ho sospeso il tutto per sopraggiunto marasma universale, ma lo spirito c’era.

Nella lezione successiva, Ettore doveva morire e gli è scappato da ridere di nuovo. Achille bello convinto. Bocciata l’idea di usare come lancia una chiave inglese (perché avere una chiave inglese nell’astuccio? Boh). Almeno il resto della classe ha seguito e c’è pure stato l’applausetto finale. Facciamo progressi.

Incontro ravvicinato con Plutarco

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Quest’estate mi è capitato di seguire un alunno del secondo anno del liceo classico (la vecchia quinta ginnasio) con il debito in greco: un ragazzetto simpatico, coi capelli lunghi, che è sempre venuto a lezione con il motorino e con magliette di svariati gruppi metal e che ha fatto amicizia anche con l’uomo di casa (dalla gioventù metallara) e perfino con il gatto, che gli si addormentava dentro il casco. Il fanciullo in questione, pur scarso in grammatica, dimostra una notevole passione per il mondo antico, e in particolare per la storia, e questo è stato un ottimo punto di partenza per il lavoro di recupero, considerando anche che alcune versioni assegnate per le vacanze erano di Plutarco.

(A questo punto sento il bisogno di aprire una parentesi: se la traduzione viene assegnata soltanto come esercizio grammaticale, è ovvio che gli studenti la svolgeranno in modo meccanico, pensando banalmente a restituire la forma e senza riflettere sul contenuto, procedendo parola per parola e utilizzando traducenti standard, e ottenendo quindi un risultato magari grammaticalmente corretto ma del tutto incomprensibile. In questo modo i ragazzi perdono anche l’amore per queste discipline, cosa assai triste, perché nella maggior parte dei casi è proprio per l’entusiasmo verso la storia antica che hanno scelto di iscriversi al classico. È esattamente questo che succede quando le versioni vengono date da tradurre senza nessuna informazione sull’autore, sull’opera o sul contesto. È ben più facile capire, ad esempio, un brano delle Catilinarie, e dunque tradurlo in modo efficace dal punto di vista sia lessicale sia grammaticale, se si sa chi è Cicerone, a chi si rivolge in quel momento e perché. Ho visto una quantità di faccine adolescenti illuminarsi al ricevere ragguagli di questo tipo sui testi che avevano di fronte, che cessavano così di essere “carne morta” su cui esercitarsi con una specie di sterile dissezione, e riprendevano vita e senso di esistere di fronte a loro, quasi che l’autore, i personaggi e i luoghi comparissero loro davanti. Magari non proprio così, ma l’effetto a cui mirare dovrebbe essere questo.)

Insomma, eccomi col ginnasiale metallaro di fronte a Plutarco. Diamo un occhio ai brani assegnati: uno è il resoconto della morte di Cicerone, l’altro narra le vicende di Cesare catturato dai pirati. Dopo qualche minuto di confronto, capisco che al puer sta tantissimo sulle scatole Cicerone perché logorroico e pieno di sé, mentre Cesare, che ha conquistato tutto fuori e dentro Roma, gli piace un sacco. Bene, procediamo con la traduzione e vediamo cosa succede.

Iniziamo con la morte di Cicerone. Non faccio mancare un discorsetto introduttivo per ripassare il contesto storico e dare qualche precisazione sulla posizione dell’Arpinate, deluso da Ottaviano, perseguitato da Antonio e tenacemente (e anacronisticamente) fedele agli ideali di una repubblica ormai morente. Traduciamo. Un po’ alla volta si materializza davanti ai nostri occhi l’immagine di un uomo vecchio, stanco di vivere e trascurato, che non si rade né si lava più, e che all’avvicinarsi dei sicari ordina di fermare la lettiga su cui viene trasportato e affronta senza timore (e forse con una specie di sollievo) l’inevitabile, e assistiamo alla teatrale vendetta di Antonio, che fa tagliare ed esporre sui rostri le mani colpevoli di aver scritto le Filippiche. Ecco che noto nel fanciullo un moto di compassione per un personaggio che ha raggiunto il vertice della gloria come politico e oratore e che abbiamo appena visto rappresentato nel momento di massimo avvilimento.

Passiamo poi a Cesare alle prese coi pirati: anche in questo caso do qualche informazione sull’episodio, avvenuto quando il futuro padrone di Roma era all’inizio della carriera. Sulle prime il puer si mostra divertito nell’osservare come Cesare si mostri già tanto sicuro del proprio valore da convincere i pirati ad alzare la somma richiesta per il riscatto e, in seguito, da scherzare con loro con un certo atteggiamento di superiorità, fino a minacciare spiritosamente di tornare dopo la liberazione per crocifiggerli tutti. Il testo da tradurre non dice come va a finire: prendo dunque la Vita di Cesare e leggo il seguito. In effetti Cesare torna e li crocifigge tutti per davvero. Il ragazzino rimane colpito dalla freddezza quasi disumana del suo eroe, la cui affabilità si è rivelata soltanto una piacevole ma insidiosa maschera. Seguono alcune considerazioni finali sulla clementia Caesaris come instrumentum regni.

Dopo un lavoro del genere, sono sicura che il mio ginnasiale ha un po’ imparato a vedere la traduzione come un modo, per così dire, di “resuscitare i morti”, leggendo e interpretando i testi originali che parlano di loro, cosa che gli ha permesso di andare oltre le idee acquisite considerando la storia in modo superficiale e (almeno spero) di trovare un modo per alimentare questa sua passione con una profondità diversa. È proprio questo il fascino della traduzione, che permette agli studenti (e ha permesso a noi, da studenti) di venire a contatto, già durante gli anni del liceo, con i documenti che parlano direttamente del mondo antico, per amore del quale abbiamo scelto di avvicinarci allo studio delle lingue classiche.

(Per la cronaca, il puer ha superato il debito. Con un 6 forse accompagnato da un calcio in quel posto, ma l’ha superato.)

Mulini a vento

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Sono sempre più convinta che per fare l’insegnante, amando la propria materia e volendo trasmetterla ai ragazzi nonostante gli ostacoli, le pastoie burocratiche e tutto il resto (riforme della scuola, precariato e selezioni comprese), si debba mantenere una parte di quell’idealismo e di speranza nel futuro che avevamo quando eravamo adolescenti noi. (Io ero già stramba e asociale, però la passione e la motivazione in ciò che facevo non mi mancavano nemmeno al liceo.) Come altrimenti parlare, che so, della bellezza della Divina Commedia, della raffinatezza retorica di Cicerone o di come l’Italia è diventata una democrazia a teenagers distratti e casinisti che, senza questi stimoli culturali, finirebbero per diventare adulti che non comprendono il mondo in cui vivono?

Senza questa sorta di “fuoco sacro”, se dovessimo guardare al fatto che la nostra professione è caratterizzata in gran parte da incombenze burocratiche, griglie di valutazione, riunioni torrenziali, gestione di alunni indisciplinati e incontri con genitori non sempre accomodanti, verremmo risucchiati in un vortice di alienazione kafkiana.

È per questo che credo che ci si debba veramente fare imitatori di Don Chisciotte.

Io per esempio i miei neuroni li ho quasi tutti bruciati: sono sulla buona strada.

Con-correre

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Proprio in questi giorni si stanno svolgendo le ultime prove scritte per il concorso a cattedre. Noi di lettere le abbiamo sostenute il 2 maggio (italiano, storia e geografia), il 9 maggio (latino) e il 13 maggio (greco), quindi coloro che si sono cimentati col triplete hanno terminato un paio di settimane fa. Dato il modo compulsivo in cui siamo stati costretti a prepararci (il bando, a lungo annunciato e più volte rimandato, è infine uscito la sera del 26 febbraio, e peraltro ne ho visto l’annuncio poco dopo aver varcato in autobus il confine italiano, di ritorno dalla gita a Praga con la mia quinta; dunque abbiamo avuto due mesi per prepararci sul TUTTO, lavorando) e a svolgere le prove stesse, ho avuto seriamente bisogno di un periodo di ripiglio, per tornare in pari col lavoro arretrato e per rendermi conto di cos’era successo.

Nel frattempo, sono fiorite sul web e fuori dal web molte considerazioni sul concorso, volte soprattutto a mettere in luce la lampante sproporzione tra il tempo concesso e ciò che veniva richiesto ai candidati: in una media di 15-20 minuti a domanda, eravamo invitati a elaborare verifiche comprensive di griglia di valutazione, lezioni comprendenti anche non meglio specificati interventi rivolti a ipotetici studenti con Bisogni Educativi Speciali (e specificare la tipologia di bisogno è fondamentale per individuare l’intervento più adatto), unità di apprendimento con collegamenti interdisciplinari e persino programmazioni triennali. Da notare, inoltre, che per le prove di latino e greco non era consentito l’uso del dizionario, che comunque nessuno, date le tempistiche strettissime, avrebbe potuto consultare con calma. Non mancavano, per concludere, domande relative al valore formativo delle materie oggetto d’esame in termini di orientamento dello studente allo studio o al lavoro, con specifico riferimento alle normative: in questo caso non so chi abbia fatto davvero riferimento alle normative indicate, o abbia avuto in mente qualcosa di più specifico del contributo delle materie letterarie allo sviluppo dello spirito critico dello studente et similia.

Anche evitando di considerare aspetti strettamente organizzativi quali la nomina delle commissioni al penultimo minuto e l’assenza di griglie di valutazione standardizzate, salta clamorosamente all’occhio la differenza di questo concorso rispetto a quelli passati, e in particolare a quelli che si sono tenuti fino al 1999: in quell’anno, gli scritti di lettere prevedevano, per italiano, il commento di un brano a scelta tra uno di prosa e uno di poesia e un’ipotesi di utilizzazione didattica, mentre per latino e per greco a questo si aggiungeva anche la traduzione (per greco, non in italiano ma in latino), per la quale era previsto l’uso del dizionario. Tempo concesso: 8 ore. Ecco, noi in 150 minuti abbiamo dovuto fare sostanzialmente la stessa cosa per sei volte, e poi rispondere a quesiti di comprensione su due brani in inglese. A questo punto viene spontaneo chiedersi come sia possibile che, in sostanza, ci venga chiesto di fare in 20 minuti quello che alla passata generazione di docenti si chiedeva di fare in 8 ore: viene il sospetto che la qualità discriminante, nel nostro caso, sia la sovrumana velocità sia di organizzazione sia di digitazione, e non tanto l’autentica conoscenza della materia e l’approccio critico ad essa, impossibili da dimostrare senza tempo per riflettere né per rileggere e correggere. Personalmente ho avuto l’impressione che mi si chiedesse di essere una specie di juke-box di unità di apprendimento. La domanda finale che ci si pone è dunque relativa a quale tipo di docente questo concorso intenderebbe selezionare, e a quali obiettivi educativi tale docente si dovrebbe rifare una volta messosi di fronte agli alunni.

Per concludere, mi limito a citare un passo di Nietzsche che a sua volta un collega ci ha girato dopo le prove scritte, giusto per ricordare come la velocità convulsa che ci si chiede vada contro l’approfondimento e lo spirito critico in generale, e contro il metodo filologico, proprio delle nostre materie, in particolare.

Filologia… è quella onorevole arte che esige dal suo cultore soprattutto una cosa, trarsi da parte, lasciarsi tempo, divenire silenzioso, divenire lento, essendo un’arte e una perizia di orafi della parola, che deve compiere un finissimo attento lavoro e non raggiunge nulla se non lo raggiunge lento. Ma proprio per questo fatto è oggi più necessaria che mai; è proprio per questo mezzo che essa ci attira e ci incanta quanto mai fortemente, nel cuore di un’epoca del ‘lavoro’, intendo dire della fretta, della precipitazione indecorosa e sudaticcia, che vuol ‘sbrigare’ immediatamente ogni cosa, anche ogni libro antico e nuovo; per una tale arte non è tanto facile sbrigare una qualsiasi cosa, essa insegna a leggere bene, cioè a leggere lentamente, in profondità, guardandosi avanti e indietro, non senza secondi fini lasciando porte aperte, con dita ed occhi delicati… (F. Nietzsche, Aurora. Pensieri su pregiudizi morali, trad. it. di F. Masini, in B. Gentili, Poesia e pubblico nella Grecia antica. Da Omero al V secolo, Milano 2006 (4^ edizione), 329)

Elio e le storie (letterarie) tese

San Remo - Festival della Canzone Italiana Day 6

Ho un legame particolare con Elio e le storie tese, che in periodi particolarmente difficili (per motivi di studio, lavorativi, incazzature varie ed eventuali) sono essenziali per la mia salute mentale. Ricordo solo, in particolare, la fase finale della stesura della mia tesi di dottorato, cioè una serie di nottate passate a scrivere sproloqui su Cicerone divorziato da Terenzia e ad ascoltare praticamente in loop la Canzone mononota, che era appena uscita (litigando, per ironia della sorte, con le numerosissime note della tesi).

Ora che io e quelli come me dovremmo ipoteticamente ripassare IL TUTTO in vista del concorso, ecco che si rende necessaria un’altra botta di Elio. Tra la stanchezza del lavoro e il rimbambimento dato da legislazione e normative, subentra un certo delirio che mescola esaurimento nervoso e necessità di sfruttare per il ripasso ogni genere di occasione, al limite dell’eterodossia. Ecco dunque un esempio di come sia possibile (a partire, è vero, da spunti di un certo livello) ripassare i grandi della letteratura, ai quali i brani degli Elii rimandano più o meno velatamente (e ai quali li ho collegati più o meno forzatamente).

  • DanteDannati forever. Qui il collegamento non ha bisogno di commento alcuno. Unica osservazione: a differenza della cantica dantesca, che trae spunto dall’Etica Nicomachea aristotelica, l’ordinamento morale del brano è basato sui Dieci Comandamenti.
  • PetrarcaServi della gleba. A parte il tema fondamentale, che può essere fatto risalire alla topica del servitium amoris dell’elegia latina, la descrizione dell’amante attraverso l’ossimoro “cuore in fiamme e maschera di ghiaccio” ricorda da vicino il petrarchesco “negli atti d’alegrezza spenti / di fuor si legge com’io dentro avampi”.
  • BoccaccioEl pube. Il piazzista volante che arringa la folla ha qualcosa del frate Cipolla boccacciano, così come la trattazione gioiosa e vitale della tematica erotica, comportante anche la violazione della fedeltà coniugale, può ben accostarsi alle novelle del Decameron.
  • Lorenzo VallaIl vitello dai piedi di balsa. La storia del vitello dai piedi di balsa come la donazione di Costantino: falsa.
  • Lorenzo il MagnificoPagàno. Come nella Canzona di Bacco, un ritorno alla mitologia antica in nome di una recuperata vitalità.
  • GuicciardiniEffetto memoria. “Mi ricordo di un ricordo: spero che non me lo scordo”. E ho detto tutto.
  • TassoIl quinto ripensamento. In nome della complessa gestazione della Gerusalemme liberata, fatta di continue revisioni e correzioni, tagli e modifiche.
  • PariniParco Sempione. Avvicinabile all’ode La salubrità dell’aria per la comune attenzione ai problemi ecologici che affliggono la città di Milano. Al netto dei bonghisti privi di senso del tempo, chiaro.
  • AlfieriAlfieri. Accostamento nato da semplice omonimia.
  • FoscoloUrna. Il brano riprende la visione foscoliana della sepoltura come legame tra mondo dei vivi e mondo dei morti, citando esplicitamente alcuni celebri versi dei Sepolcri: “Sol chi non lascia eredità d’affetti / poca gioia ha dell’urna”.
  • LeopardiFossi figo. In collegamento, da un lato, con la prima fase del pessimismo leopardiano, il cosiddetto “pessimismo individuale”, caratterizzata dalla coscienza, da parte del poeta, dell’infelicità della propria vita, senza che però ciò impedisca che gli altri possano essere felici. Dall’altro, si può ravvisare un accenno al concetto di “illusione”, uno dei cardini della poetica leopardiana.
  • ManzoniLa terra dei cachi. L’ironia del brano accompagna una sfumatura di critica alla società italiana, tratto che tutto sommato è in comune con la “storia sociale” indagata da Manzoni, la quale non è fine a sé stessa ma pone idealmente le basi per una riflessione sui problemi del presente.
  • CollodiBurattino senza fichi. L’ispirazione collodiana non ha bisogno di commenti.
  • BaudelairePsichedelia. Gli effetti dei paradis artificiels.
  • MarinettiSupergiovane. Guerra ai matusa, zang tumb tumb.
  • D’AnnunzioJohn Holmes. Doti amatorie, cinema e motori.
  • SvevoStoria di un bellimbusto. Il protagonista del brano si può ben accostare al tipico “inetto” sveviano, segnato dal desiderio di inserirsi pienamente nella società attraverso l’amore, il matrimonio, il lavoro e i rapporti sociali, ma inevitabilmente frustrato e destinato a rimanere un outsider.
  • SenecaIl tutor di Nerone. Per concludere, una chicca classicista: il tema del brano è la vita frenetica dell’uomo moderno, un antidoto alla quale è offerto dalla riflessione espressa da Seneca (menzionato espressamente) riguardo la gestione del tempo, in particolare nel De brevitate vitae, che esorta a una corretta gestione degli officia (abbandonandoli, se necessario) per conservare un margine di otium da dedicare alla filosofia.

Cicero docet

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Se Cicerone fosse un docente, ecco quali sarebbero gli argomenti delle sue opere.

  • De amicitia: scil. bidellorum. Trattato sull’utilità di intrattenere buoni rapporti con il personale ATA, affinché l’organizzazione del lavoro quotidiano sia più rapida ed efficace.
  • De senectute: riflessione accorata sugli anni di insegnamento che restano prima di andare in pensione, e sulle condizioni psicofisiche in cui ci si arriverà. (In caso di docente giovane, riflessione sulla precoce usura dello spirito e del corpo dovuta a levatacce per spostamenti odissiaci e classi ingestibili.)
  • De inventione: sull’onnipresente necessità di improvvisare in caso di imprevisti (ore di supplenza, attività programmate che saltano, scarso tempo per preparare le lezioni causa miriadi di impegni pomeridiani).
  • Philippicae: invettive esternate un giorno sì e l’altro pure, solitamente dirette al Ministero.
  • De temporibus suis: confronto impietoso tra la situazione della scuola di una volta (quando si era studenti) e quella di adesso (quando si è dall’altra parte della trincea).
  • De officiis: sulle segreterie didattiche e amministrative e sul tourbillon burocratico e psicopatico che invariabilmente le accompagna.
  • Paradoxa Stoicorum: trattato che descrive e analizza le dinamiche paradossali di collegi docenti e soprattutto riunioni di dipartimento, le quali richiedono che gli insegnanti di una stessa materia mantengano una linea comune nell’organizzazione delle loro attività. Cosa che, puntualmente, non avviene. MAI.
  • De legibus: disamina critica sulle riforme della scuola. Accompagnata da improperi che conferiscono vivacità alla trattazione.
  • De finibus bonorum et malorum: sulle mille variabili che fanno sì che le insufficienze, in sede di scrutinio, diventino sufficienze.

E per finire non potrebbe certamente mancare il Commentariolum petitionis, opera del fratello Quinto volta ad illustrare al neolaureato le traversie da affrontare nell’arduo percorso dell’inserimento nel mondo della scuola. A una prima vista sembra sconfinare nel terrorismo psicologico, invece descrive esattamente la realtà così com’è.

Al limite delle possibilità umane

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Dopo il TFA, la prossima tappa sulla via della definitiva entrata a pieno titolo nel mondo della scuola è il concorso a cattedra: il bando, secondo i programmi del Ministero, doveva uscire entro il 1° dicembre 2015, scadenza poi prorogata a fine anno, ai primi di gennaio, al 1° febbraio e ora, vagamente, “entro la prima settimana di febbraio”. Stavolta pare che l’indicazione, finalmente, sia in qualche modo corretta, dal momento che abbiamo a disposizione, grazie a Orizzonte Scuola, la bozza dell’allegato contenente i programmi da seguire. Pare inoltre che la prima prova sarà fissata dopo due mesi dall’uscita del bando.

Ecco dunque che all’inizio di questa settimana ho preso visione di quello che dovrò sapere se voglio sperare di passare il concorso. Di fatto, gli argomenti dettagliati delle varie materie sono presi pari pari dalle Indicazioni Nazionali, ed è dunque compreso tutto ciò che si dovrebbe fare a scuola nei cinque anni di superiori. (Il condizionale è ovviamente d’obbligo, dal momento che, ad esempio, di rado in letteratura italiana si arrivano a trattare Gadda, Calvino, Fenoglio, Moravia, Sciascia, Caproni e Pasolini.) E’ un sacco di roba, d’accordo; una mole di studio che va da tutta la storia universale, alla letteratura italiana dalle origini all’altro giorno, a tutta quanta la letteratura greca e latina. Tuttavia, dato che è di fatto lo stesso programma delle prove d’ingresso al TFA, e che gli argomenti coincidono in buona parte con lezioni che ho preparato (di recente o in passato) o devo preparare, in teoria dovrei riuscire a cavarmela.

Ciò che mi turba è la quantità di testi latini e greci da sapere per l’orale:

  • LATINO: Catullo: 35 carmi a scelta, con lettura metrica – Lucrezio: un libro a scelta dal De rerum natura, con lettura metrica – Cicerone: un’orazione e un’opera filosofica – Cesare: un libro a scelta dai Commentarii De bello gallico o De bello civili – Sallustio: una monografia a scelta tra De Catilinae coniuratione o Bellum Iugurthinum – Virgilio: Bucoliche, un libro delle Georgiche, 6 libri di Eneide, con lettura metrica – Orazio: un libro dei Sermones, uno dei Carmina, uno delle Epistulae, con lettura metrica – Livio: un libro a scelta dalla prima o dalla terza decade Ab urbe condita – Seneca: uno dei Dialogi e un libro a scelta delle Epistulae morales ad Lucilium – Tacito: Agricola o Germania e un libro a scelta delle Historiae o degli Annales;
  • GRECO: Omero: 4 libri a scelta dall’Iliade e 4 libri a scelta dall’Odissea – La poesia lirica: 25 frammenti a scelta che comprendano tutti i seguenti autori: Archiloco, Tirteo, Mimnermo, Saffo, Alceo, Anacreonte, con lettura metrica – Una tragedia o una commedia a scelta, con la lettura metrica del trimetro giambico – Erodoto: un libro a scelta – Tucidide: un libro a scelta – Senofonte: un libro a scelta dell’Anabasi o delle Elleniche – Platone: due dialoghi a scelta – Lisia o Isocrate o Demostene: un’orazione a scelta – Plutarco: una coppia di biografie dal corpus delle Vite parallele.

Tutto ciò da apprendere alla perfezione presumibilmente per giugno, lavorando intanto a tempo pieno (e prima di giugno conosciamo tutti bene il marasma della raccolta spasmodica di valutazioni, dei recuperi, degli scrutini, senza contare che poi ci sono anche gli esami di Stato). Col rischio, magari, di sentirsi chiedere, come già successo, che piazzamento ottenne l’Edipo Re alle Grandi Dionisie, o quali erano i metodi divinatori utilizzati da Tiresia. Ma qui, chiaramente, si sconfina nell’imponderabilità della Tyche, e la strategia migliore potrebbe essere anche questa volta l’improvvisazione e l’adattamento alle circostanze. Dato anche che, in tempi così ristretti, anche essendo completamente disoccupati non si riuscirebbe mai a ripassare decentemente tutto quanto. In definitiva, la condizione esistenziale dell’aspirante concorsista è più o meno questa.

Per quanto riguarda la modalità concreta con cui si svolgeranno le prove, e in particolare lo scritto, bisognerà attendere le precisazioni del bando: per ora si sa che la prova scritta sarà composta di 8 quesiti, due dei quali saranno volti a testare la conoscenza di una lingua straniera. Non è affatto chiaro se si tratterà di domande disciplinari, di didattica o di legislazione: fatto sta che, per parlare, ad esempio, della valutazione delle competenze o delle leggi sulla scuola in inglese, o anche, butto lì, di storia medievale, serve un lessico specifico che è difficile acquisire in breve tempo.

Insomma, siamo ancora una volta “tra color che son sospesi”, in attesa di informazioni certe. Tuttavia, anche superando il concorso, come tutti ci auguriamo, il nostro destino è ben lungi dall’essere certo, dato che si verrà assunti non dalle scuole, ma dagli ambiti territoriali, ossia da reti di scuole, e l’impiego concreto negli istituti dipenderà in sostanza dal fabbisogno previsto nel PTOF (Piano Triennale dell’Offerta Formativa) elaborato da ciascuno. Non è nemmeno detto che si ottenga un incarico in una classe, dal momento che si potrà essere assunti nel cosiddetto “potenziamento”, ossia per effettuare progetti, sportelli, corsi di recupero e sostituzioni. Ma, dal momento che queste sono novità assolute, gli aspetti relativi all’organizzazione concreta sono in gran parte da definire.

In pratica, dunque, le cose che saltano all’occhio (almeno, al mio miopissimo occhio) sono due:

  1. riguardo il concorso in sé, l’evidente sproporzione tra i contenuti richiesti nel concorso e le tempistiche per la preparazione (oltre che, per ora, la mancanza di informazioni certe sullo svolgimento);
  2. riguardo il dopo-concorso, in caso di assunzione, nulla di certo si sa del destino dei neoimmessi in ruolo.

C’è la percezione di stare come d’autunno sugli alberi le foglie. Almeno da parte mia, comunque. Se c’è qualcuno che ha notizie sicure di qualsiasi tipo che possano integrare, correggere o smentire quello che ho capito, si faccia pure avanti, che cerchiamo di vederci chiaro insieme.

L’onore delle armi

Per un insegnante, il primo incarico ha sempre qualcosa di speciale. Quanto a me, devo ammettere che sono stata fortunata, perché, un paio di mesi dopo la laurea, armata soltanto di messe a disposizione inviate a tappeto in tutto il territorio provinciale, sono stata chiamata per tenere alcuni corsi di recupero di Italiano in un liceo artistico e delle scienze sociali. Ma questo ancora non conta come esperienza scolastica vera e propria, perché si tratta comunque di un incarico che rimane al di fuori dell’attività didattica ordinaria. Successivamente, l’abbondanza di curricula di cui ho tempestato anche le scuole private mi ha fatto guadagnare un incarico annuale in un centro studi, che è stato sufficientemente traumatico da guadagnarsi un post a sé, presto venturo. (Ho una quantità incredibile di cose che ho promesso di scrivere qui, e che prima o poi scriverò, non si tema.) Nel maggio di quell’anno scolastico campale, tuttavia, ho ricevuto la prima chiamata come supplente vera e propria: due settimane di italiano e storia nel triennio di un istituto tecnico per geometri, per sostituire una collega in infortunio. Ero talmente su di giri che per calmarmi ho irrazionalmente messo sul fuoco una moka di caffè.

Il giorno successivo arrivo a scuola e passo in segreteria; mi vengono rapidamente date alcune indicazioni sullo svolgimento dei programmi nelle varie classi e vengo catapultata in aula, dove improvviso qualcosina in base agli ultimi argomenti affrontati dalla docente titolare. Un po’ alla volta, anche grazie alle indicazioni dell’insegnante, inizio a ingranare e prendo le misure delle classi che ho davanti.

Classe quinta: finisco Svevo e inizio Pirandello in italiano; introduco il fascismo in storia. Dato anche che si avvicinano gli esami di maturità, gli studenti sono attentissimi e zittissimi, tanto da farmi quasi soggezione.

Classe quarta: Romanticismo e introduzione a Manzoni in italiano; Rivoluzione industriale in storia. Gli studenti sono una manica di allegri cialtroni, coi quali è un piacere lavorare, anche nel segno delle battute di spirito e della presa per i fondelli reciproca. (Esempio: sorveglianza durante lo svolgimento di un saggio breve sulla diffusione dell’alcolismo tra i giovani. Soddisfo la curiosità di alcuni alunni, i quali fanno mostra di essere ometti vissuti, raccontando loro come è nato lo spritz, che ammetto di aver abbondantemente consumato durante gli anni patavini. Conclusa la breve spiegazione, un alunno mi fa: “Beh, dato che ne sa così tanto, il tema potrebbe farcelo lei!”. Risposta: “Stando a quello che mi avete detto, più che un tema voi potreste scrivere un trattato!”.) Con alcuni alunni ho mantenuto ottimi rapporti anche ben dopo la fine della supplenza.

Classe terza: concludo Boccaccio e passo a Petrarca. Una classe decisamente ostica, che mal sopporta il fatto di dover obbedire a una supplente. Spesso il caos è tale che fatico a sentire la mia stessa voce mentre spiego. Alla fine del ciclo di lezioni su Boccaccio, è in programma un compito, il testo del quale mi viene fornito dall’insegnante titolare. Un paio di lezioni prima della verifica, vengono alla cattedra le rappresentanti di classe, una delle quali, anche a lezione, è particolarmente sul piede di guerra e mi dà contro qualsiasi cosa io dica. Sic stantibus rebus, l’ostilità è graziosamente ricambiata. La fanciulla in questione, tra l’altro, si è resa protagonista di un memorabile intervento in cui, dopo la lettura della novella boccacciana di Federigo degli Alberighi, ha affermato di non aver capito se la donna, alla fine, mangia l’uccello. (A fatica mi son trattenuta dal risponderle che sì, è successo, e probabilmente in entrambi i sensi, tipo la matrona di Efeso.) In sostanza, vogliono evitare il compito con la scusa di aspettare la fine della supplenza per svolgerlo “con la loro docente”. Diplomaticamente, e sapendo che giammai l’avrebbero avuta vinta, rispondo che sentirò l’insegnante. Com’è ovvio, alla fine la classe, pur riluttantissima, fa il compito lo stesso. Prima di concludere la mia esperienza lì, faccio a tempo a fare un paio di interrogazioni, in una delle quali il malcapitato studente, richiesto di riassumere la trama della novella di Federigo degli Alberighi, risponde che “alla fine muore il falcone, quello che combatteva i mafiosi”. (Queste e altre maccheronate boccacciane compaiono anche qui.) In conclusione, passo gli ultimi dieci minuti di lezione in quella classe declamando un’improvvisata e roboante catilinaria in cui chiedo agli alunni di immaginarsi, dopo qualche anno, impegnati nella presentazione di un progetto di fronte a un uditorio che li ignorasse completamente. In tal modo ottengo dalla classe gli unici dieci minuti di attenzione nel giro di due settimane. Alla fine la classe (e in particolare quell’alunna) mi ha stremata talmente che ancora qualche mese dopo, quando, girando per il centro, ne incrocio qualche studente (e lei in particolare), evito il contatto visivo e sono tentata di cambiare marciapiede.

Una sera del settembre successivo, tuttavia, accade l’inaspettato. Sono seduta al tavolino esterno di un bar a sorseggiare un prosecchino in compagnia, quando un fioraio ambulante indiano mi porge una delle sue rose rosse. Sto per mandarlo via, credendo che voglia vendermela, ma l’ambulante mi indica alcune ragazze a un tavolo un po’ più in là, dicendomi che me la mandano loro. Mi giro a guardare e non credo ai miei occhi: è un gruppetto di alunne di quella terza, comprendente anche la rappresentante bellicosa. Le fanciulle mi salutano con un sorriso e mi ringraziano per il breve periodo che ho passato con loro. Lì per lì sorrido come una scema, ricambio il ringraziamento e non so che altro dire. Abituata come sono a diffidare delle manifestazioni di affetto degli studenti (la malfidata captatio benevolentiae è sempre dietro l’angolo), mi serve qualche minuto per capire che effettivamente il dono della rosa è nato da autentica stima, e probabilmente da quella forma di stima che si ha per un avversario che ha opposto fiera resistenza. Giro per tutta la sera con la rosa in mano, e quando torno a casa la infilo in un vaso e la metto in bella mostra in studio.

Forse è proprio in quel momento che mi sono convinta che la scuola è il posto che fa per me.