Le avventure di una firma

firmare

Dopo l’odissea del TFA e il marasma del concorso a cattedre, sapevamo che questo momento prima o poi sarebbe giunto.

Tutto è iniziato un paio di settimane fa, mentre io e la mia amica eravamo in viaggio per Pompei e ci trovavamo su un Frecciarossa, ferme nei dintorni di Firenze a causa di persone sui binari. Il viaggio stesso era stato organizzato tenendo conto della possibilità di tornare a casa in anticipo, se per caso fossimo state convocate, cosa che, fortunatamente, non è accaduta prima della nostra partenza. È stato allora, durante la nostra interminabile sosta nella campagna toscana, che sono usciti i risultati della mobilità, cosa che ci ha poste di fronte al fatto dell’imminenza concreta delle nostre convocazioni. Abbiamo passato il resto del viaggio nel panico, a fare il conto dei posti che avrebbero potuto rimanere ai vincitori di concorso e a considerare l’eventualità di finire lontanissime da casa, dai nostri ometti e dai nostri gatti, facendoci distrarre da scavi e reperti archeologici di giorno e dormendo malissimo di notte. (Io sono persino arrivata a fare degli incubi orrendi, sognando che il mio gatto tornava a casa pestato a sangue, che mio fratello veniva licenziato e che mia nonna era morta e bisognava organizzarle il funerale. Mi sono tranquillizzata solo dopo che l’uomo di casa mi ha mandato una foto del gatto che faceva la nanna pacifico sul divano. Per incubi e nonne morte si rinvia in ogni caso a questa pregevole scena, che ben rappresenta la situazione.) Ma d’altra parte era certamente meglio essere sorprese dalla notizia durante una vacanza che a casa: almeno finché si è in giro si trova il modo di non pensarci e di non farsi del tutto sopraffare dalla paranoia.

Qualche giorno dopo il nostro ritorno a casa, i vari uffici territoriali hanno iniziato a pubblicare i contingenti per le immissioni in ruolo. In attesa dell’ormai imminente convocazione, ho deciso di fare una cheesecake per il semplice fatto di poter sfogare la tensione prendendo a mazzate con il batticarne i biscotti per la base. (Per la cronaca, li ho polverizzati in modo perfetto.) Mentre il dolce si stava consolidando nel freezer, ecco che escono le convocazioni (per martedì 1° agosto) e parte la paranoia a tutta velocità. Nonostante la presenza di qualche posto vicino a casa, sono assalita dal terrore che qualcuno dalle province confinanti lo prenda prima di me, e mi vedo già tutta sola a centinaia di chilometri da casa, magari tra le nevi del Cadore, senza libri, senza uomo e senza gatto.

Dopo qualche notte insonne o, in alternativa, piena di sogni inquietanti, ecco che finalmente arriva il giorno della convocazione. Pervasa da sentimenti apocalittici preventivi e con delle occhiaie allucinanti, raggiungo l’ufficio scolastico territoriale e parcheggio in una stradina nelle vicinanze. Vado al parchimetro e mi accorgo di non avere moneta. Chiedo di cambiare 5 euro a un passante che a sua volta ha appena parcheggiato, il quale gentilmente mi rifornisce di monetine, mi consiglia un altro posto più economico per parcheggiare la prossima volta, mi indica la strada (stavo già partendo a caso per la tangente) e mi augura buona fortuna per il posto.

Arrivo in loco con larghissimo anticipo. È la settimana più calda dell’anno: ancor prima delle 8 del mattino si suda già come fontane. Vengono convocate per prime le graduatorie di greco e latino, e veniamo fatti salire al piano di sopra. Si procede innanzitutto con i convocati per greco: io sono stata convocata solamente per latino e sto relativamente tranquilla.

A sorpresa, mentre sono nell’anticamera, mi chiamano per greco: c’è un posto che è stato rifiutato da tutti quelli convocati prima di me. Corro trafelata e incredula verso l’ufficio. Entro e il personale del provveditorato me lo illustra. Vedendo che è decisamente lontano da casa mia, e sapendo che ho dei posti di latino vicini a casa, e di fronte alla possibilità di essere riconvocata, ma sempre per quel posto, decido di firmare la rinuncia. Senza rimpianti. Una volta che sono uscita, le colleghe che hanno rinunciato prima di me e che hanno visto in Internet il tipo di posto mi rincuorano sulla scelta fatta.

Mentre iniziano le chiamate per latino, crollo su una sedia in corridoio. Gira un foglio su cui via via vengono spuntati i posti scelti dai candidati. L’ambito vicino a casa mia non viene scelto da nessuno e via via mi rassicuro. Nel frattempo, c’è un’afa pazzesca e la gente si abbevera e si sventaglia. Giunta ormai la tarda mattinata, poco prima del mio turno, mi alzo in piedi e mi metto davanti alla porta dell’ufficio. Un’impiegata del provveditorato mi vede e, notando gli effetti del caldo e della tensione sul mio aspetto, mi invita con gran gentilezza ad attendere in un luogo più fresco.

Tocca a me. Rientro in ufficio. Scelgo l’ambito vicino a casa mia: i posti ci sono ancora tutti. Firmo.

Da quel momento il tempo accelera.

La parte odissiaca è finita. Ora inizia quella iliadica.

Prima di considerarmi ufficialmente arruolata, restano due cose da fare: caricare il curriculum su Istanze on line e contattare le scuole dell’ambito che abbiano prodotto il bando per la chiamata diretta dei docenti. Altra burocrazia, dunque. Dopo un meritato pomeriggio di catalessi totale (e un po’ di festa in serata), il giorno dopo la convocazione mi metto all’opera. Solo che non è chiaro niente, a partire dal formato del curriculum da utilizzare. In qualche modo faccio, seguendo il buonsenso, e nel frattempo mi destreggio tra incombenze varie (ospitalità da dare a un amico pure lui convocato nei giorni successivi, macchina dal carrozziere causa grandine, macchina tornata dal carrozziere con il motorino d’avviamento bruciato, et cetera). Mi sfugge solamente l’aspetto dei bandi per la chiamata diretta, giacché nessuno dei due licei presenti nell’ambito ne ha prodotti. L’unica cosa da fare è chiamare le segreterie: la mattina successiva chiamo per prima la scuola dove ho visto che ci sono effettivamente le cattedre (e che, per inciso, è quella dove ho svolto il tirocinio del TFA). La segretaria me ne dà conferma, e alla mia richiesta di informazioni sull’assegnazione dell’incarico dice di saperne meno di me (nel frattempo la conversazione è passata dall’italiano al dialetto, mi pare di parlare con una vicina di casa) e mi invita a chiamare se ho notizie fresche; comunque mi conferma che il bando non c’è (e quindi non sono io miope che non lo vedo), che la chiamata diretta non avverrà e che quindi c’è da attendere l’assegnazione d’ufficio. Quindi non ho nulla a cui rispondere, anche se ho inviato lo stesso il curriculum alla scuola. La telefonata si chiude con un saluto amichevole e con un “ci sentiamo nei prossimi giorni”. Per sicurezza, chiamo anche l’altra scuola dell’ambito, quella dove ho lavorato quest’anno: cattedre lì non ce ne sono, e non c’è nemmeno il bando. La segretaria, che mi ha visto fare avanti e indietro tutto l’anno, mi augura buona fortuna. Dal tono di voce si capisce che sorride.

Pare dunque che io possa andare in vacanza tranquilla (stavolta con l’uomo, poveretto), anche se nel frattempo ho modificato il curriculum 5-6 volte (ho perso il conto) per scrupoli su minuzie.

Intanto, con l’alunno di ripetizioni di ieri (sempre lui anche quest’anno), felice che io non me ne vada in capo al mondo, c’è stata questa conversazione:

Alunno: – Allora insegnerai anche latino?

Io: – Pare proprio di sì.

Alunno: – Già ti vedo in classe a diffondere l’amore per Cicerone!

Caro.

Annunci

Sapienza

nuremberg_chronicles_f_60v_1-1

Ultimo compito in classe di latino: versione su Pittaco, tiranno virtuoso. La frase in numero septem sapientium ab antiquis existimatus est (“fu ritenuto dagli antichi nel numero dei sette sapienti”), nel passaggio in italiano, ha assunto le seguenti forme:

  • fu giudicato nel numero sette della sapienza dagli antichi;
  • è stato stimato dalla classe degli antichi sette sapienti;
  • contava sette [la frase si ferma qui];
  • era stimato nel numero sette dai saggi in rispetto degli antichi;
  • era stimato dal numero sette della sapienza dell’antichità;
  • fu stimato dagli antichi per le sue sette qualità;
  • fu stimato da sette sapienti e antichi;
  • era stimato da sette classi sapienti e antiche;
  • è stato collocato per saggezza nel numero sette del mondo antico;
  • è ricordato dagli antichi nel numero sette;
  • era stimato in numero sette dalla sapienza degli antichi.

Perché faccio questo lavoro

32

Anche quest’anno ecco che sono giunte le vacanze di Natale, e ci sono arrivata decisamente bella carica, non tanto di energie, quanto di pacchi, e non pacchi di regali ma, naturalmente, di compiti. Con questa bella prospettiva, è facile sentirsi stanchi in anticipo, anche prevedendo quello che si può trovare durante la correzione: compiti scritti su fogli a buchi pietosamente pinzati dopo la consegna, titoletti e noticine scritti in rosso (e che dunque vanno a confondersi con le correzioni: ho iniziato a dire ai fanciulli che la penna rossa è simbolo del potere e che quindi posso usarla SOLO IO) o in colori random dell’iride, monosillabi in risposta a domande aperte, gestione dello spazio del foglio tale che non è possibile fare correzioni perché non si capisce dove farle, grafie gallinacee e sgrammaticature varie. In effetti la tentazione di cedere al nervosismo e di sbranare i compiti in un cartaceo sparagmos è sempre dietro l’angolo.

Però mi basta fermarmi un attimo prima, lasciar perdere per qualche minuto la pila di verifiche che ho davanti e ritornare un po’ indietro con la mente, per ricordarmi perché faccio questo lavoro.

Mi viene in mente, per esempio, una classe seconda di un istituto tecnico, che ho avuto con italiano e storia per un paio di mesi durante una supplenza. Al netto delle prevedibili distrazioni quotidiane, era la classe in cui in quel momento lavoravo meglio, e, dato che il programma di storia prevedeva la tarda repubblica romana e le prime dinastie imperiali, non ho visto l’ora di poter fare qualche approfondimento, tirando in ballo anche qualche termine latino indicante, che so, le cariche pubbliche, o i valori fondamentali della società romana. Il mio incarico si chiudeva subito prima di Natale, e durante l’ultima ora di lezione ecco che la rappresentante di classe esce con una scusa e torna con un enorme mazzo di fiori e con un pacchettino contenente la loro foto di classe incorniciata (che tengo ancora in salotto). Nel biglietto, tra le altre cose, c’è scritto: “Grazie per averci insegnato cose che non avremmo mai creduto di imparare, come il latino”.

Mi viene anche in mente una supplenza che ho fatto in una scuola di montagna, un liceo scientifico, arrivando con la neve e andandomene che era già estate. Classe seconda, italiano e latino. C’è un ragazzino che capisce tutto al volo, adora le materie letterarie, e che si è iscritto lì semplicemente perché il liceo classico più vicino era completamente fuori portata. Studiare gli piace, e tanto, e si vede. In classe sua ci sono i soliti compagni casinisti, lui da un lato ci soffre perché vorrebbe seguire in pace le lezioni, dall’altro vorrebbe che lo accettassero. Si fa i risvoltini, ma non credo che gli piacciano. Ha letto Una barca nel bosco della Mastrocola, e ci si è rivisto tutto. Ogni tanto mi dice cosa legge e se gli piace me lo consiglia. Io gli dico che se all’università non va a fare lettere ce lo porto io prendendolo per le orecchie. Ogni volta che entro in classe sorride. Una mattina arrivo e lo vedo serio. “Che c’è, tutto bene? Qualcosa non va?”. “Ah, no, si figuri, è la mia faccia normale”. Allora sorride solo davanti a me. Il cuore mi diventa piccolo così.

Stessa supplenza, classe terza, latino. La classe complessivamente è buona, anche qui dev’esserci qualche classicista mancato. Il parterre maschile è particolarmente vivace e ogni volta mi serve uno sforzo quasi fisico per non rotolare a terra dalle risate. C’è un ragazzo romeno con la media del 3, debito non sanato nel primo quadrimestre. È un po’ isolato rispetto agli altri, non ha sempre il materiale, non capisco subito in che misura mi segua, anche se mi fissa con un paio di occhi scuri che non sorridono quando sorride lui. Faccio una delle solite battute cretine con cui inframmezzo le spiegazioni: lui è il primo che ride. Allora segue. (È sempre stato il primo a ridere, segno che era molto più sveglio di quanto non apparisse.) Compito di traduzione: alla correzione mi trovo di fronte un compito da 8. Cerco di capire se ha copiato e da dove. I compagni che erano intorno a lui hanno fatto errori diversi e preso un voto più basso. La forma non corrisponde a eventuali traduzioni online. L’8 è tutto suo. Chissà cosa gli è scattato. Verifica di grammatica: il ragazzo mi si blocca di fronte a un esercizio sulle interrogative. Me ne accorgo e gli suggerisco di iniziarlo dalla parte in italiano. Trova il manico dell’esercizio e va avanti tranquillo. Alla consegna vedo che ha abbozzato qualcosa anche della parte in latino. Il voto finale è ben oltre la sufficienza. Compito molto buono anche in letteratura. Giuro che non so cosa gli ho fatto.

Ricordo bene anche suo padre, un omone robusto con la stessa faccia tonda del figlio, con le mani da contadino e con un italiano un po’ stentato. Al ricevimento mi dava del “voi” (cosa linguisticamente corretta dal suo punto di vista, ma che mi ha intenerita). Nel momento in cui gli ho detto che era importante che suo figlio studiasse latino anche perché la Romania è figlia della provincia di Dacia, ha fatto un sorriso che non dimenticherò mai più, come se per un attimo fosse tornato a casa.

L’anno successivo, quello del TFA. Liceo delle scienze umane, classe terza, latino. Una ragazza di colore vivacissima tiene banco tra le compagne; non ha un rendimento eccelso ma ha una reattività e un interesse più unici che rari. Ho sempre davanti agli occhi il suo entusiasmo nello scoprire il ruolo fondamentale dell’Africa nella storia di Roma dalle guerre puniche in poi, e la gioia nel venire a sapere che Terenzio, il padre dell’humanitas, di cognome faceva Afro, veniva da Cartagine e aveva la pelle scura.

L’anno scorso, seconda scienze umane, italiano. C’è una ragazza con problemi di salute. Quando è a scuola è interessata e appassionata, soprattutto quando si parla di letteratura. Le do qualche consiglio di lettura, e, dopo aver letto I dolori del giovane Werther, libro in cui mi dice di aver trovato riferimenti a temi che la toccano nel profondo, scopre che le piace Goethe e si mette a leggere il Faust. Qualche tempo dopo mi chiede consiglio su Dostoevskij: a casa ha qualche suo libro ma non sa da dove iniziare. Le suggerisco di partire con Le notti bianche, che è breve, per fare una prova. Ne resta folgorata. Più tardi mi ringrazia infinitamente per averle fatto scoprire il suo autore preferito.

Sempre l’anno scorso, quinta scienze umane, storia. Una classe che, seppur con una storia difficile, trovo meravigliosa, con cui riesco a fare molti approfondimenti interessanti incontrando l’entusiasmo degli allievi (ricordo ad esempio certe lezioni sulla rivoluzione russa, durante la quale abbiamo visto tante foto della famiglia Romanov e tanti manifesti di propaganda, e sulla prima guerra mondiale, che seguivamo sulle cartine mentre indicavo le zone di battaglia con una lunga canna di bambù, stile generale ottocentesco). Li accompagno in gita a Praga. Mentre stiamo tornando verso l’autobus intorno a mezzanotte, dopo un giro serale, mi si avvicinano due alunne e, probabilmente incoraggiate dall’atmosfera di festa, mi dicono: “Sa, prof, molti degli insegnanti che abbiamo avuto ci considerano degli sfigati per quello che è successo durante gli anni scorsi, e quindi non credono che possiamo rendere più di tanto”. Non ho mai udito parole tanto dolorose. Ho detto loro quello che pensavo, ossia che non erano affatto una classe di sfigati, e che al contrario potevano fare grandi cose e ne avevano tutte le potenzialità, cosa che vedevamo anche a lezione. Volevo abbracciarle.

L’altra sera a cena. Siamo alla cassa. Una delle cameriere del ristorante mi chiede se insegno italiano e se quest’anno ero agli esami di maturità dello scientifico. Alla mia risposta affermativa, dice: “Mi ricordo di lei, ero a sentire l’esame di mia sorella, e solo a sentire come poneva le domande e come correggeva e integrava le risposte, si sentiva la passione che mette quando insegna”.

Al di là dell’impegno che posso mettere nella preparazione delle lezioni o della precisione con cui posso valutare verifiche e interrogazioni, se il terreno è fertile, il raccolto è abbondante, e torna molto più di quanto si sia seminato.

Ecco perché voglio fare questo lavoro.

E ora riprendo la fida penna rossa e torno alle mie verifiche.

Usi didattici della Nutella

Quest’anno tra le mie classi ho una seconda scientifico dove insegno latino, e che ho avuto anche l’anno scorso per qualche mese, prima che la mannaia dell’avente diritto me ne separasse. Dunque, la sorte ha voluto non solo che io conosca già i ragazzi, ma anche che, da classe prima simpatica ma un po’ confusionaria, si siano trasformati in una classe seconda che crede in quello che fa e che vuole impegnarsi per fare progressi. Peraltro, all’ultimo ricevimento generale, molti genitori hanno affermato con mia grande gioia che il latino è una materia che i loro figli apprezzano molto. Sono dunque felice di fare lezione con loro, e il loro entusiasmo mi fa da sprone per qualche esperimento didattico.

Per le classi seconde e quarte dei licei del Veneto che prevedono l’insegnamento del latino e che aderiscono all’iniziativa, è organizzata una prova di certificazione delle competenze in questa lingua, chiamata PROBAT (qui qualche informazione sull’argomento): vi sono dunque coinvolti anche i miei ragazzi, e spetta a me prepararli nel modo più adeguato possibile, preparazione che ovviamente non è finalizzata soltanto al superamento della prova, ma soprattutto è volta a consolidare le basi per il triennio. Dopo un primo mese di ripasso e recupero delle conoscenze grammaticali del primo anno, ci siamo accorti che l’apprendimento del lessico era stato lasciato in secondo piano, e dunque si presentava la necessità di rinforzarlo.

Ecco allora l’idea: un bel torneo a squadre sul lessico latino con tanto di cartellone segnapunti. Le squadre sono state formate in base ai risultati ottenuti nel test di ripasso, in modo che non ci fossero eccessive disomogeneità, e ai ragazzi è stato fornito un elenco di termini di base (nomi, aggettivi, verbi) da imparare. Nel frattempo ho provveduto a scofanarmi un vasetto di Nutella, a rietichettarlo (ispirandomi ovviamente a questa famosissima cosa qui: alla fine dell’anno svelerò l’arcano alla classe) e a predisporre i bigliettini.

Ma come funziona il torneo? Una volta a settimana, ogni squadra manda un membro alla cattedra; costui (o costei) deve estrarre un bigliettino, leggere la parola ivi scritta e dire il significato entro un tempo massimo di 10 secondi (da me medesma misurati col cronometro del cellulare); se il significato è corretto, viene assegnato il punto. Ogni 15 giorni vengono inserite nel vasetto nuove parole. Dal momento in cui ho iniziato a introdurre i verbi, le regole hanno subito una leggera variazione: se si pesca un verbo si devono dire sia il significato sia il paradigma, e allora vengono assegnati 2 punti; se la prima parola pescata è un sostantivo o un aggettivo, ne deve essere pescata anche un’altra, e nel caso esca un verbo basterà dirne il significato; il tempo concesso viene elevato a 15 secondi. I punti vengono segnati su un cartellone: alla fine dell’anno verranno sommati e si decreterà la squadra vincitrice, la quale verrà verosimilmente premiata con un vasetto di vera Nutella.

I miei ragazzi l’hanno presa con grande entusiasmo: appena entro in classe, nell’ora designata per la gara (denominata ormai “gara della Nutella” o direttamente “Nutella” tout court; esempio concreto: “Prof, la prossima volta c’è la Nutella?”), li vedo tutti intenti a ripassare le parole e a interrogarsi a vicenda. Durante la gara noto una certa tensione serpeggiante, anche per la presenza del cronometro che ticchetta, e un ardente spirito di squadra che si concretizza in tifo, esultanze, e battutine per sdrammatizzare in caso di non assegnazione del punto. Insomma, finora l’esperimento pare riuscire bene, ma i veri risultati si vedranno nelle prossime verifiche. I presupposti però ci sono tutti.

whatsapp-image-2016-12-06-at-10-38-26

Questo è il vero barattolo originale di Nutella utilizzato per l’attività didattica e ufficialmente approvato da Cecco gatto latinista.

Andiamo a fare cosa, di preciso?

andiamoacomandare1-600x300

Ormai la notizia della traduzione di Andiamo a comandare in latino, fornita a una classe liceale come esercizio scolastico, è arcinota, essendo partita, come ben sappiamo, da Twitter e quindi rimbalzata nel web in modo rapidissimo da un sito all’altro. Le reazioni generali sono state entusiaste (esempi: qui, qui e qui, con anche un servizio su La vita in diretta dedicato all’argomento), e i punti messi in evidenza sono stati soprattutto, dal punto di vista relazionale, l’abilità del docente di suscitare l’entusiasmo della classe e, dal punto di vista didattico, la capacità di utilizzare un testo ben noto agli studenti per far riflettere sulle strutture grammaticali del latino, utilizzando anche in modo sapiente termini della lingua d’uso.

Ora, a suo tempo, appena mi hanno segnalato ciò, dopo un’iniziale titubanza dovuta al mio scarso gradimento verso questo tormentone estivo, mi sono decisa a dare un occhio al testo latino per vedere com’era la resa, notando diverse cose che mi convincevano poco, che non riuscivo a comprendere, o che secondo me erano palesemente errate. Tuttavia, nei vari commenti agli articoli che ne parlavano risuonava un collettivo osanna, che mi ha instillato il fugace dubbio di essere io a non capire un accidente. Ho quindi sottoposto il testo ad amici latinisti e colleghi per un riscontro, e siamo stati tutti d’accordo sul fatto che questa versione presenta criticità diffuse. Dal momento che nessuno sembrava averle notate, mi/ci è venuto spontaneo pensare che nessuno si fosse effettivamente preso la briga di leggere il testo, e che ci si concentrasse piuttosto sulla simpatia che la scelta di Andiamo a comandare ha suscitato presso gli studenti (e non solo). Ero dunque sul punto di intervenire per proporre una sorta di disamina della versione, ma sono stata egregiamente preceduta dai giovani di GrecoLatinoVivo, che l’hanno fatto in modo molto puntuale, aggiungendo anche alcune considerazioni pedagogiche che condivido in toto.

Tuttavia l’osanna collettivo rimane, in nome della capacità di appassionare i giovani al latino. Il punto è che il compito del docente è sì quello di coinvolgere gli studenti, ma per insegnare effettivamente la lingua latina in modo corretto ed efficace, utilizzando, dunque, testi costruiti secondo le regole della grammatica e contenenti forme lessicali plausibili: l’obiettivo finale rimane questo, al di là delle trovate simpatiche. Vi è chi sostiene, alla luce di ciò, e dopo che ne sono state evidenziate le debolezze linguistiche, che la traduzione di Rovazzi in latino non vada presa sul serio, ma sia piuttosto da intendere come una sorta di parodia, fornita agli studenti come una specie di scherzo, per farli sorridere e metterli a proprio agio, sulla falsariga dell’ormai celeberrimo e maccheronico Nutella nutellae. Il punto è che in quest’ultimo caso l’intento spiritoso e parodico è evidente, mentre a Imperatum adeamus viene attribuito insistentemente, come si è visto, un ruolo didattico ben preciso, che il testo in questione non può tuttavia ricoprire in modo adeguato.

Comunque, non è detto che, per essere didatticamente efficaci, si debba essere seriosi e noiosi a tutti i costi, proponendo attività completamente svincolate dagli interessi degli studenti: soltanto, il criterio principale deve appunto essere quello della correttezza linguistica. Un bell’esempio è offerto dalla traduzione latina del Diario di una schiappa (serie che ha riscosso un successone tra i preadolescenti) con il titolo di Commentarii de inepto puero, che presenta un latino piacevole ma anche assolutamente corretto. (Ne posseggo una copia e penso che, appena ne avrò l’occasione, ne utilizzerò qualche stralcio in classe. Avendo a disposizione l’originale inglese e la collaborazione della collega, potrebbe uscirne anche un modulo interdisciplinare.)

In conclusione, mi pare proprio che Imperatum adeamus (che continua a suscitare in me innumerevoli perplessità, a partire dal titolo stesso, per l’analisi del quale rimando all’articolo di GrecoLatinoVivo sopra linkato), con tutto il polverone mediatico da essa sollevato, sia più che altro una mossa piaciona, che mira, più che a ripassare davvero la grammatica o a riprendere la pratica della traduzione, a far sì che gli studenti pensino di avere un professore originale e fico tipo Attimo fuggente: tanto, che importa se l’ablativo di canis è cane e non cani, di fronte al coinvolgimento dei ragazzi?

Come ammonimento finale sulla simpatia da suscitare con le prossime scelte didattiche, non vi è nulla di meglio delle parole di Alberto Sordi, il quale sosteneva che “quanno se scherza bisogna esse seri”.

Versione Pigra #1 (Latino) – Cicerone, l’incipit della Prima Catilinaria (Cic. Cat. 1, 1-2)

cicerone-denuncia-catilina-maccari-1889-palazzo-madama-roma

Con questo post viene inaugurata la serie delle Versioni Pigre, ossia versioni tradotte alla maniera dello studente pigro e trascurato. Il meccanismo tipico che costui adotta per tradurre è procedere quanto più possibile parola per parola, utilizzando nel testo di arrivo il primo traducente trovato nel dizionario. L’analisi grammaticale di nomi e aggettivi grosso modo c’è, anche se per i sostantivi persistono alcuni problemi con la terza declinazione, data la difficoltà di ricostruire il nominativo. Per quanto riguarda i verbi la forma passiva non è riconosciuta sempre con sicurezza; qualche problema anche con il sistema del perfetto. La ricerca nel dizionario avviene spesso per somiglianza fonetica, quando non è possibile riconoscere i termini al primo colpo, e, qualora ci siano omografi, si sceglie il primo che si trova. Questo procedimento meccanico produce traduzioni che spesso con Google Translate verrebbero meglio, ma che talora si trovano, se non in tutto, almeno in parte, nei compiti in classe che ci tocca correggere.

Come primo testo da sottoporre a questo trattamento barbaro e controintuitivo, ecco l’incipit della prima Catilinaria di Cicerone, che stanotte di sicuro verrà a tirarmi i piedi. Il dizionario che utilizzo è il mio del liceo, un Castiglioni-Mariotti del 1996 un po’ cadente e scarabocchiato ma fedelissimo anche in queste imprese di dubbia utilità.

Quo usque tandem abutere, Catilina, patientia nostra? Quam diu etiam furor iste tuus nos eludet? Quem ad finem sese effrenata iactabit audacia? Nihilne te nocturnum praesidium Palati, nihil urbis vigiliae, nihil timor populi, nihil concursus bonorum omnium, nihil hic munitissimus habendi senatus locus, nihil horum ora voltusque moverunt? Patere tua consilia non sentis, constrictam iam horum omnium scientia teneri coniurationem tuam non vides? Quid proxima, quid superiore nocte egeris, ubi fueris, quos convocaveris, quid consilii ceperis, quem nostrum ignorare arbitraris? O tempora, o mores! Senatus haec intellegit. Consul videt; hic tamen vivit. Vivit? immo vero etiam in senatum venit, fit publici consilii particeps, notat et designat oculis ad caedem unum quemque nostrum. Nos autem fortes viri satisfacere rei publicae videmur, si istius furorem ac tela vitemus. Ad mortem te, Catilina, duci iussu consulis iam pridem oportebat, in te conferri pestem, quam tu in nos omnes iam diu machinaris.

Fino a quando, Catilina, abuserai della nostra pazienza? Per quanto tempo ancora cotesta tua condotta temeraria riuscirà a sfuggirci? A quali estremi oserà spingersi il tuo sfrenato ardire? Né il presidio notturno sul Palatino né le ronde per la città né il panico del popolo né l’opposizione unanime di tutti i cittadini onesti né il fatto che la seduta si tenga in questo edificio, il più sicuro, ti hanno sgomentato e neppure i volti, il contegno dei presenti? Le tue trame sono scoperte, non te ne accorgi?  Non vedi che il tuo complotto è noto a tutti e ormai sotto controllo? Ciò che facesti la notte scorsa e la precedente, dove ti recasti, quali complici convocasti, quali decisioni prendesti, credi tu ci sia uno solo tra noi che non ne sia informato? Oh tempi, oh costumi! Di tutto questo, il Senato è a conoscenza, al console non sfugge, e tuttavia costui vive. Vive?! che dico! si presenta in Senato, partecipa alle sedute, prende nota di ciascuno di noi, lo designa con lo sguardo all’assassinio; e noi, i potenti!, riteniamo di aver fatto abbastanza per la patria se riusciamo a sottrarci all’odio, ai pugnali di costui. A morte te, Catilina, da tempo si doveva condannare per ordine del console; su te doveva ricadere tutto il male che da tempo vai tramando a nostro danno. (Traduzione di Lidia Storoni Mazzolani)

Fin dove finalmente userai interamente, Catilina, la nostra pazienza? Quanto a lungo ancora codesto tuo rubare(1) ci scherzerà? Chi al limite sui(2) lancerà l’audacia senza freno? Niente certamente(3) l’aiuto notturno del Palato(4), niente del vegliare della città, niente l’accorrere in massa di tutti i buoni, niente questo fortificatissimo luogo il senato di avere, niente l’estremità(5) di questi e la facoltà di avvolgersi in spire(6) mossero? Essere aperto i tuoi consigli non senti, ristretta ormai di tutti questi la scienza teneri(7) la tua lega non vedi? Che cosa la molto vicina, che cosa nella notte posta più in alto sei mancato(8), dove sarai stato, i quali(9) avrai convocato, che cosa di consiglio avrai preso, il quale nostro non conoscere arbitrale(10)? O tempi, o indugi(11)! Il senato questa(12) capisce. Il console vede, questo tuttavia vive. Vive? anzi in verità ancora viene in senato, diviene partecipe del consiglio pubblico, nota e delimita con gli occhi al taglio ciascuno nostro. Noi poi forti uomini soddisfare la cosa pubblica siamo visti, se di questo il rubare e la tela rendiamo difettoso(13). Alla morte te, Catilina, a chi conduce per comando del console ormai da tempo occorreva, in te essere portata insieme la pestilenza, la quale tu in noi ormai di giorno di macchina(14).

NOTE

  1. La prima cosa che si vede cercando furor sul dizionario è effettivamente un verbo.
  2. Il dizionario riporta “acc. e abl. rafforzato di sui“. Lo studente pigro esegue.
  3. Il primo traducente del primo ne che si trova nel dizionario.
  4. Palati sta bene come genitivo di palatum (quello di Palatium sarebbe Palatii, la contrazione vocalica non esiste). Nella traduzione lo studente pigro mette la maiuscola come in latino.
  5. Ora è ovviamente femminile di prima declinazione.
  6. Lo studente pigro non comprende che voltus sta per vultus e traduce con la prima cosa somigliante che trova (volutus, –us, ovviamente nominativo singolare).
  7. Aggettivo, da tener, –a, –um.
  8. Ovviamente si tratta di una voce di egeo.
  9. Questo e i successivi sono da intendersi come pronomi relativi.
  10. Arbitrarius somiglia molto più di arbitror a quello che c’è nel testo.
  11. Ricondurre mores a mos richiede più sforzo che cercare il significato di mora.
  12. Chiaramente nominativo femminile singolare.
  13. Da vitio.
  14. Machinarius.

Fenomenologia dell’analisi grammaticale

analisi-grammaticale-verbi

Quando ci si accosta allo studio delle lingue classiche, uno degli esercizi più noiosi ma allo stesso tempo più necessari per un buon apprendimento è senz’altro l’analisi grammaticale, molto croce e poco delizia di generazioni di studenti. I sistemi nominali e verbali del greco e del latino spesso non sono facili da comprendere e da assimilare, soprattutto quando si ha a che fare con categorie, quali i casi o gli aspetti verbali, che in italiano sono di secondaria importanza. Queste difficoltà, unite a particolarità e irregolarità da ricordare a memoria, fanno sì che negli studenti si sviluppi una serie di tic ricorrenti che si palesano al momento di svolgere nella pratica tali esercizi. Ecco i principali:

LATINO

  • La quarta e la quinta declinazione non esistono. Exercitus è indubbiamente di seconda declinazione, così come dies è senz’altro di terza.
  • Tutte le voci di quidam sono accusativi femminili singolari (e lo è anche utinam). La desinenza non mente.
  • Igitur è una terza singolare di forma passiva. Evidentemente dal verbo deponente igor.

GRECO

  • L’aoristo ha l’aumento. Punto.
  • Tutto ciò che contiene un sigma è aoristo primo.
  • Ciò che non contiene il dittongo -οι- non può essere un ottativo.

ENTRAMBI

  • Confusione tra modi e tempi e conseguente creazione di ircocervi come l’aoristo presente. (Per far capire il concetto ormai uso la metafora delle mutande: il modo è come il modello, il tempo è come il colore. O viceversa. Quindi dire “aoristo presente” è come dire “boxer perizoma”.)
  • La concordanza nome-aggettivo avviene solamente quando la desinenza dell’uno e dell’altro è uguale. Con conseguente sfoggio di creatività quando l’esercizio richiede di declinare i termini, e produzione di monstra come matronam nobilam.
  • La prima declinazione è sempre femminile. Checché se ne dica. Agricola e στρατιώτης devono essere casi di transessualità. Pure la seconda declinazione è solo maschile o neutra.
  • Il futuro e l’imperativo non esistono. In latino il futuro in realtà è un imperfetto o un congiuntivo, a seconda della declinazione, mentre in greco è una forma di aoristo primo non meglio definita. L’imperativo è semplicemente fonte di turbamento, e in latino è spesso preso per un ablativo.
  • I sostantivi tipo genus/γένος sono senza ombra di dubbio maschili di seconda declinazione. Ovvio.
  • I neutri plurali sono in realtà femminili singolari di prima declinazione.

La playlist del docente rock and roll

new-movie-school-rock

Poiché ho ricevuto la grande notizia che per me Miss Ita… ehm, il concorso continua, eccomi qua di nuovo con libri e dispense in mano a cercare di ripassare qualcosa. Tuttavia, avendo i neuroni ormai fusi da almeno due anni consecutivi di studio ossessivo delle stesse identiche cose, non entra praticamente più nulla, e quindi ecco che, per tirarmi su il morale e recuperare almeno una parte delle mie facoltà mentali, mi do all’ascolto di qualcosa che mi ridoni energia. Però, considerando attentamente ciascuno di questi brani, ecco che si ottengono vari spunti di riflessione su singoli aspetti della vita del docente. Iniziamo dunque con
  • AC/DC, It’s A Long Way To The Top (If You Wanna Rock And Roll): rispecchia il momento della presa di coscienza della strada lunga e impervia che tu, aspirante docente, dovrai percorrere per giungere all’agognato ruolo (Gettin’ old / Gettin’ grey / Gettin’ ripped off / Under-paid e tutto quello che ci va dietro).
  • AC/DC, Highway To Hell: quando inizi concretamente il percorso (selezioni, abilitazione TFA e quant’altro) e capisci davvero cosa vuol dire. Talora, oltre al macroscopico e indiscutibile hell, c’è anche tanta highway. Che, dati i prevedibili colpi di sonno, può in effetti condurre verso l’hell propriamente detto.
  • Black Sabbath, Paranoid: come ti riduci avendo a che fare 24/7 con teorie psico-pedagogiche dalla dubbia utilità e con la legislazione della scuola italiana dalla legge Casati alla Buona Scuola.
  • The Darkness, Friday Night: la tipica associazione del venerdì sera con la festa salta dunque completamente, specialmente quando il venerdì pomeriggio hai avuto lezione fino all’ora di cena, dopo cena (che salti per il nervoso) hai le serali e sabato mattina sei a scuola di nuovo.
  • The Darkness, Seemed Like a Good Idea at the Time: eh già, quando hai deciso di insegnare sembrava proprio una buona idea.
  • Scorpions, Send Me An Angel: perfino la zia che va sempre in chiesa si è accorta che sei dimagrito, sciupato e insonne, e inizia a sgranare rosari e accendere ceri mobilitando anche un plotone di suore vegliarde per farsi dare manforte. Ecco per te un mazzo di santini da tenere nel portafoglio.
  • Europe, Halfway To Heaven: finalmente, dopo aver donato al MIUR tasse, benzina, parcheggio, la carretta che alla fine hai buttato via, ore di sonno e tanti neuroni, ti sei abilitato. Festeggia pure ma con stoica moderazione perché presto sentirai il bisogno di
  • AC/DC, T.N.T.: è uscito il bando del concorso e il tuo primo impulso è di composta indignazione.
  • Iron Maiden, Run To The Hills: il dannatissimo bando è uscito due mesi prima degli scritti, a pelo con le tempistiche burocratiche; è primavera, una gitarella sui colli vorresti anche fartela, ma le Avvertenze Generali te lo impediscono. E nel frattempo stai lavorando.
  • The Who, Substitute: un supplente, ecco quello che sei.
  • Ozzy Osbourne, Crazy Train: per andare a scuola non hai trovato di meglio che metterti nelle sapienti mani di Trenitalia, con le note conseguenze del caso (treni soppressi, ritardi, guasti tecnici, riscaldamento regolato in modo da temprare il fisico).
  • Red Hot Chili Peppers, Under The Bridge: sistemazioni alternative per quando la sede di servizio è ancora più lontana.
  • AC/DC, Hells Bells: eccola, è lei, la malefica campanella che segna l’inizio della giornata di scuola. Entri in aula, trovi praticamente due studenti, aspetti i cinque minuti tecnico-tattici per fare un appello decente senza dover segnare assente la maggior parte della classe.
  • Led Zeppelin, Immigrant Song: occhiatina ai nomi scritti sul registro.
  • Iron Maiden, Alexander the Great Ides of March: possono verosimilmente essere gli argomenti della tua lezione (e con la classe giusta potresti anche usare i brani come supporto didattico. Nel campo della mitologia potresti farlo anche con Flight of Icarus che vien bene. Ci vien fuori anche una bella UDA con inglese.)
  • The Who, I Can’t Explain: spesso la classe è disattenta e casinista e la lezione non viene fuori esattamente come vorresti.
  • Van Halen, Why Can’t This Be Love: quando non ti capaciti del fatto che argomenti per te fichissimi non suscitino interesse alcuno nell’uditorio.
  • Ronnie James Dio, Rainbow In The Dark: è l’alunno bravino che segue e fa interventi a proposito, facendoti percepire la tua utilità.
  • David Bowie, Rebel Rebel: è invece l’alunno che non ascolta mai, disturba gli altri e non segue neanche se proietti uno spezzone di Troy.
  • Steppenwolf, Born To Be Wild: ecco come risulta l’atmosfera complessiva della classe.
  • AC/DC, If You Want Blood (You Got It): la classe non accenna a smettere di fare casino: l’unico modo per tenerli buoni è una caterva di verbi irregolari da coniugare. Se la sono cercata.
  • Scorpions, Wind of Change: sembra che ora abbiano imparato la lezione e stiano buoni. Sembra. Vedrai la prossima volta.
  • Iron Maiden, Two Minutes To Midnight: gli ultimi due terrificanti minuti della giornata, quando tutto diventa ingestibile, compreso l’arredo scolastico.
  • Led Zeppelin, Dazed And Confused: è il tuo stato mentale quando torni a casa.
  • Metallica, Seek And Destroy: correzione pomeridiana dei compiti.
  • AC/DC, You Shook Me All Night Long: a volte la correzione dei compiti diventa anche serale e notturna.
  • AC/DC, For Those About To Rock (We Salute You): per cui, cari amici che andate ai concerti rock, ci fa piacere che ci invitiate a venire con voi, ma vi mandiamo tanti saluti.
  • Scorpions, Loving You Sunday Morning: cara domenica mattina, ti amiamo tanto anche perché spesso sei l’unico giorno in cui possiamo evitare di mettere la sveglia alle 6.
  • Iron Maiden, Bring Your Daughter To The Slaughter: scuola aperta e orientamento.
  • AC/DC, What Do You Do For Money Honey: l’attribuzione del bonus per merito.
  • AC/DC, Back In Black: quando il titolare riprende servizio prima della data prevista (e magari subito prima che ti scattino i 16 giorni per avere i 2 punti in più).
  • Europe, The Final Countdown: quello che tutti, insegnanti, alunni e personale ATA, fanno in attesa della fine dell’anno scolastico.
  • AC/DC, Thunderstruck: come effettivamente rimani dopo la fine dell’anno scolastico, sapendo inoltre che devi fare il commissario di maturità e che comunque non puoi mollare i libri (le Avvertenze Generali!) perché il concorso terminerà probabilmente alle calende greche.

Canis a non canendo

singingdogcrop8

Già in epoca antica, e poi nel Medioevo, quando si iniziarono a fare i primi studi intorno alla lingua latina, uno degli argomenti più interessanti per i filologi fu l’etimologia delle parole e i meccanismi che la regolavano. I principali trattati sull’argomento furono il De lingua latina di Varrone (qui il testo completo in traduzione italiana) e le Etymologiae di Isidoro di Siviglia (qui il testo latino). In particolare, Varrone individuò ad esempio i procedimenti della derivazione fonetica e analogica, anche se credette che esistesse anche l’etimologia a contrariis, secondo la quale un termine derivava dal suo opposto. Celebri esempi a questo proposito sono canis a non canendo (“si chiama cane perché non canta”, anche se in effetti Varrone afferma piuttosto canis quia signa canit, ossia “si chiama cane perché ‘canta’ i segnali”) e lucus a non lucendo (“si chiama bosco perché non c’è luce”. A dire il vero, in questo caso il legame tra lucus e lux è stato effettivamente individuato nell’originario significato di lucus come “radura”, e quindi punto illuminato all’interno del bosco, nella quale si svolgevano riti sacri). Altri esempi di etimologie abbastanza fantasiose (ma non varroniane) sono cadaver a carne data vermibus (“si chiama cadavere dalla carne data in pasto ai vermi”) e calvitium a calvae vitio (“si chiama calvizie dal difetto della testa”). In epoca moderna i progressi degli studi linguistici, che sono divenuti scientifici a tutti gli effetti, hanno fatto sì che l’etimologia dei vocaboli venisse considerata come un fenomeno da studiare, appunto, attraverso il metodo scientifico, cercando di ricostruire nel modo più oggettivo e razionale possibile la storia delle diverse lingue e i rapporti tra di esse, e limitando il più possibile il ricorso a creativi voli pindarici.

Nonostante ciò, la tentazione, da parte dei “non iniziati”, di colorare le etimologie di tinte poetiche rimane sempre viva, e talora porta a esiti improbabili al limite dell’ilarità. Un esempio di “poeticizzazione” di un’etimologia riguarda il verbo desiderare, che deriva dalla preposizione de e da sidus, ossia “stella”, significando dunque, letteralmente, “sentire la mancanza delle stelle”: è facile, senza preoccuparsi di fare uno studio approfondito, attribuire sensi metafisici ed esistenziali a questo verbo, che in realtà nasce prosaicamente come termine del gergo marinaresco utilizzato per indicare l’impossibilità di vedere le stelle, soprattutto a causa del brutto tempo, e la conseguente difficoltà di orientamento. Ma fin qui è semplicemente una questione interpretativa, costruita su un’etimologia di fatto corretta. Tuttavia la fantasia si spinge talora nel campo dell’assurdo, producendo spiegazioni di questo genere: “ribellarsi”, che palesemente deriva da bellum, glossato come “ritornare al bello”; “immaginare” fatto risalire a un pastrocchio maccheronico come in me mago agere, tradotto come “lascio agire il mago che c’è in me”; e infine “amore”, che (poveretto) proviene da una radice indoeuropea, fatto diventare un ircocervo bilingue derivante da alfa privativo + mors e spiegato come “senza morte” perché è un sentimento immortale. (Sono ancora attonita dal fatto che quest’ultima paretimologia mi sia stata riferita da un’alunna di ripetizioni come spiegazione data da una sua insegnante, e che sia stata inserita addirittura in un libro di testo di latino.)

Ora, di fronte a ciò, chi abbia una minima cognizione di linguistica ha plausibilmente una reazione che va dal disappunto all’isteria, e sente l’impulso di correggere chi sostiene tali balorde derivazioni; la questione, però, è che, quando ciò avviene, il destinatario della correzione risponde a sua volta accusando il correttore di scarsa empatia e sensibilità e di non cogliere la poesia che sta dietro le parole che usiamo ogni giorno, e dichiarando di rimanere comunque convinto di ciò che afferma. Di fronte a tale ostinazione è dunque impossibile sostenere una discussione. L’impressione che se ne ha è che le discipline umanistiche, e in particolare linguistiche, non siano percepite come scienze vere e proprie, ma come nulla più che correnti di pensiero del tutto soggettive e opinabili (che peraltro sono gli stessi aggettivi con cui molti genitori definiscono le correzioni dei temi). Poi, però, basta guardare un po’ oltre l’orizzonte delle “nostre” discipline, e si vedono persone che mettono in dubbio anche le scienze intese nel senso più comune del termine, come la medicina (basti pensare a tutti coloro che ricorrono alla cosiddetta “medicina alternativa”) e l’astronomia (ebbene sì, c’è gente che crede davvero che la terra sia piatta: questo link non è uno scherzo). Allora si giunge alla conclusione che il problema non stia (soltanto) nella percezione comune delle discipline umanistiche, ma sia tristemente ben più vasto.

Con-correre

scrivere-a-tempo

Proprio in questi giorni si stanno svolgendo le ultime prove scritte per il concorso a cattedre. Noi di lettere le abbiamo sostenute il 2 maggio (italiano, storia e geografia), il 9 maggio (latino) e il 13 maggio (greco), quindi coloro che si sono cimentati col triplete hanno terminato un paio di settimane fa. Dato il modo compulsivo in cui siamo stati costretti a prepararci (il bando, a lungo annunciato e più volte rimandato, è infine uscito la sera del 26 febbraio, e peraltro ne ho visto l’annuncio poco dopo aver varcato in autobus il confine italiano, di ritorno dalla gita a Praga con la mia quinta; dunque abbiamo avuto due mesi per prepararci sul TUTTO, lavorando) e a svolgere le prove stesse, ho avuto seriamente bisogno di un periodo di ripiglio, per tornare in pari col lavoro arretrato e per rendermi conto di cos’era successo.

Nel frattempo, sono fiorite sul web e fuori dal web molte considerazioni sul concorso, volte soprattutto a mettere in luce la lampante sproporzione tra il tempo concesso e ciò che veniva richiesto ai candidati: in una media di 15-20 minuti a domanda, eravamo invitati a elaborare verifiche comprensive di griglia di valutazione, lezioni comprendenti anche non meglio specificati interventi rivolti a ipotetici studenti con Bisogni Educativi Speciali (e specificare la tipologia di bisogno è fondamentale per individuare l’intervento più adatto), unità di apprendimento con collegamenti interdisciplinari e persino programmazioni triennali. Da notare, inoltre, che per le prove di latino e greco non era consentito l’uso del dizionario, che comunque nessuno, date le tempistiche strettissime, avrebbe potuto consultare con calma. Non mancavano, per concludere, domande relative al valore formativo delle materie oggetto d’esame in termini di orientamento dello studente allo studio o al lavoro, con specifico riferimento alle normative: in questo caso non so chi abbia fatto davvero riferimento alle normative indicate, o abbia avuto in mente qualcosa di più specifico del contributo delle materie letterarie allo sviluppo dello spirito critico dello studente et similia.

Anche evitando di considerare aspetti strettamente organizzativi quali la nomina delle commissioni al penultimo minuto e l’assenza di griglie di valutazione standardizzate, salta clamorosamente all’occhio la differenza di questo concorso rispetto a quelli passati, e in particolare a quelli che si sono tenuti fino al 1999: in quell’anno, gli scritti di lettere prevedevano, per italiano, il commento di un brano a scelta tra uno di prosa e uno di poesia e un’ipotesi di utilizzazione didattica, mentre per latino e per greco a questo si aggiungeva anche la traduzione (per greco, non in italiano ma in latino), per la quale era previsto l’uso del dizionario. Tempo concesso: 8 ore. Ecco, noi in 150 minuti abbiamo dovuto fare sostanzialmente la stessa cosa per sei volte, e poi rispondere a quesiti di comprensione su due brani in inglese. A questo punto viene spontaneo chiedersi come sia possibile che, in sostanza, ci venga chiesto di fare in 20 minuti quello che alla passata generazione di docenti si chiedeva di fare in 8 ore: viene il sospetto che la qualità discriminante, nel nostro caso, sia la sovrumana velocità sia di organizzazione sia di digitazione, e non tanto l’autentica conoscenza della materia e l’approccio critico ad essa, impossibili da dimostrare senza tempo per riflettere né per rileggere e correggere. Personalmente ho avuto l’impressione che mi si chiedesse di essere una specie di juke-box di unità di apprendimento. La domanda finale che ci si pone è dunque relativa a quale tipo di docente questo concorso intenderebbe selezionare, e a quali obiettivi educativi tale docente si dovrebbe rifare una volta messosi di fronte agli alunni.

Per concludere, mi limito a citare un passo di Nietzsche che a sua volta un collega ci ha girato dopo le prove scritte, giusto per ricordare come la velocità convulsa che ci si chiede vada contro l’approfondimento e lo spirito critico in generale, e contro il metodo filologico, proprio delle nostre materie, in particolare.

Filologia… è quella onorevole arte che esige dal suo cultore soprattutto una cosa, trarsi da parte, lasciarsi tempo, divenire silenzioso, divenire lento, essendo un’arte e una perizia di orafi della parola, che deve compiere un finissimo attento lavoro e non raggiunge nulla se non lo raggiunge lento. Ma proprio per questo fatto è oggi più necessaria che mai; è proprio per questo mezzo che essa ci attira e ci incanta quanto mai fortemente, nel cuore di un’epoca del ‘lavoro’, intendo dire della fretta, della precipitazione indecorosa e sudaticcia, che vuol ‘sbrigare’ immediatamente ogni cosa, anche ogni libro antico e nuovo; per una tale arte non è tanto facile sbrigare una qualsiasi cosa, essa insegna a leggere bene, cioè a leggere lentamente, in profondità, guardandosi avanti e indietro, non senza secondi fini lasciando porte aperte, con dita ed occhi delicati… (F. Nietzsche, Aurora. Pensieri su pregiudizi morali, trad. it. di F. Masini, in B. Gentili, Poesia e pubblico nella Grecia antica. Da Omero al V secolo, Milano 2006 (4^ edizione), 329)