L’Odissea nel mondo

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Chi mi ha seguita finora nelle mie peripezie di quest’anno sa che ho una classe prima linguistico un po’ scalmanata ma che, in condizioni propizie, può riservare inaspettate soddisfazioni. (Ne ho parlato qui per esperimenti di lettura teatralizzata, qui per sorprendenti dichiarazioni d’amore per la letteratura. Gli stessi, poi, sono quelli che di fronte allo sceneggiato dell’Eneide si annoiano a morte fino a coprire l’audio con le chiacchiere, ma va bene lo stesso.)

Come in ogni classe, anche qui ci sono quei tre-quattro elementi perennemente distratti, che vengono continuamente ripresi e che a fine anno si trovano con una collezioncina di note: a forza di richiami, sono i primi nell’arco dell’anno scolastico di cui si impara il nome. Un giorno, durante una spiegazione riguardante un brano dell’Odissea (se la memoria non m’inganna, e potrebbe ingannarmi; ma non è importante), uno di costoro è particolarmente in vena di intrattenere i compagni: dopo un richiamo, due e tre, ecco che gli do la punizione di tradurre il proemio dell’Odissea in dialetto veneto.

La cosa riscuote un entusiasmo focoso e improvviso da parte non solo dello studente interessato, ma anche dal resto della classe, tanto che, nel primo momento morto a disposizione (costituito da un’ora di interrogazione), si forma un gruppetto con detto studente al centro, e i ragazzi iniziano a lavorarci su proponendo soluzioni per i diversi termini chiave del brano. Particolare attenzione, fin da subito, è richiesta da “multiforme”, che a sua volta traduce πολύτροπος (i fanciulli, essendo in prima linguistico, lavorano a partire dall’italiano): bisognerà preferire la sfumatura di significato relativa all’ingegno di Ulisse o piuttosto quella che rimanda ai suoi molti viaggi?

Constatando la serietà con cui gli alunni hanno preso il lavoro, propongo di trasformarlo in un’altra cosa: dato che la classe studia molte lingue (inglese e spagnolo per tutta la classe, più francese e tedesco in ciascuno dei due gruppi in cui si articola), e che sono presenti studenti stranieri (provenienti da Marocco e vari altri Paesi africani) o con un genitore straniero, perché non creare un cartellone con le versioni (eventualmente reperite attraverso Internet) del proemio dell’Odissea in tutte le lingue conosciute dai ragazzi? Io stessa mi sarei occupata del greco (per corredare la nostra antologia di proemi con il testo originale) e del latino, perché lo studiano, certo, ma ne padroneggiano sì e no tre declinazioni.

Manco a dirlo, anche in questo caso entusiasmo immediato: tutta la classe si sente coinvolta, e dopo qualche ora di lavoro collettivo (prevalentemente durante le interrogazioni, coi fogli colorati per trascrivere i testi forniti da me stessa, con tante preghiere di farne buon uso e non sprecarli) finalmente si arriva a produrre il cartellone che si vede nell’immagine all’inizio dell’articolo: ci sono l’italiano (copiato, da bravi scribi, dalla loro antologia di epica, che riporta la traduzione di Rosa Calzecchi Onesti), il greco e il latino (forniti da me; il latino riprende la traduzione di Leonzio Pilato), l’inglese, il francese, il tedesco, lo spagnolo (lingue studiate in classe), l’arabo, il turco (entrambe fornite da un’alunna marocchina), una delle lingue del Senegal (non sono purtroppo riuscita a capire quale), il gaelico (grazie a un’alunna appassionata di cose celtiche), e, finalmente, troneggiante nel bel mezzo del cartellone, il dialetto veneto. Il tutto, come si nota, corredato da bandierine disegnate e colorate a mano: si notino la lupa capitolina coi gemelli per il latino e il leone di san Marco per il veneto.

La traduzione, tutto sommato, è venuta anche bene, eccola qui:

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Eccone una trascrizione, per chi non è aduso a decifrare giovenili grafie:

Contame o Musa de l’eroe de pì forme, che tanto viajò, dopo che el ga distruto la rocca sagra de Troia: de molti omini, i paesi el ga conosesto, anca i pensieri, molte pene el ga patio sul mare del so animo, par comprarse la so vita e i compari che i ga da tornare indrio. Ma i compari gnanca così li ga salvà, anca volendo: con le so paure i se ga persi, insemenii, che i ga magnà le vacche del Sole Iperione: a sti qua el ga tolto el dì per tornare indrio. Conta qualcosa anca a noi altri, o dea fiola de Zeus.

Breve commento: alcune scelte lessicali sono molto efficaci, come l’espressione “de pì forme” a traduzione del suddetto πολύτροπος (furba abbastanza da riuscire a mantenere qualcosa della sua polisemia), “sagra” (bell’arcaismo), “paesi” per “città” (se un veneto pensa a una “città”, gli viene in mente una cosa tipo Padova, immagine ben lontana dai paesaggi omerici), “compari” per “compagni” e “insemenii” per “stolti” (termini entrambi assolutamente perfetti per rendere l’idea); “el dì per tornare indrio” traduce bene “il dì del ritorno” tenendo conto della tendenza veneta a utilizzare espressioni con l’infinito al posto di sostantivi astratti che rimandano a un’azione. Ci sono, tuttavia, alcune imprecisioni, a partire dall’inesistente “viajò” al passato remoto, tempo verbale inesistente in veneto, che direbbe piuttosto “el ga viajà” con il passato prossimo (che viene regolarmente e correttamente utilizzato nel resto del testo); “molti” al posto del più regolarmente utilizzato “tanti”; altre sono invece riconducibili a una parafrasi errata, ma direi che, essendo questo il lavoro di uno studente scalmanato di prima linguistico, possiamo approvare questa traduzione nel modo più totale.

Come considerazione conclusiva, al di là della soddisfazione estrema da me provata nel constatare il brillante lavoro svolto, posso osservare che in generale (almeno per la mia esperienza con le classi di quest’anno, in cui ho potuto fare quest’esperimento) gli studenti, se posti a contatto con lingue straniere o sconosciute, tendono a manifestare una certa curiosità. Nelle mie prime, al momento di introdurre i poemi omerici e individuare alcuni concetti chiave, ho trascritto il primo verso di Iliade e Odissea e alcuni termini notevoli (tipo ἀρετή, τιμή, ὕβρις) direttamente in greco, e ho visto che copiavano incuriositi (con domandine del tipo “ma cosa sono quelle cosine sopra le lettere? come si leggono?” e altre). Nella seconda dove faccio italiano, invece, nel contesto dell’introduzione al testo poetico, ho chiesto agli alunni stranieri, una ragazza cinese, un ragazzo albanese e un ragazzo indiano, di portare in classe delle poesie nella loro lingua, per poi leggerle ai compagni. I primi due hanno risposto all’appello: la studentessa cinese ha portato un libro di poesie appartenente ai suoi genitori e ha letto due brevi liriche riguardanti un poeta che si congeda da un amico che gli ha fatto visita, mentre lo studente albanese ci ha letto una poesia che raccontava di un vecchio pastore che parlava di Dio al nipote e un’altra in cui la storia viene paragonata a una sorta di bar, dove le persone si servono in vario modo. (Entrambe le poesie sono di un autore contemporaneo del quale, ahimé, non ricordo più il nome.) Abbiamo parlato anche di metrica e di rime. I compagni hanno ascoltato e applaudito. È stato tanto bello.

Leggere in classe: teatri e teatrini

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Quando si tratta di leggere in classe, mi piace molto l’idea della lettura teatralizzata, per coinvolgere maggiormente gli studenti dando loro le “parti” dei personaggi proprio come se fossimo a teatro. È una strategia che può funzionare molto bene al biennio, quando si fanno letture antologiche di opere come i poemi epici e i Promessi Sposi. In particolare, per quanto riguarda l’epica, trovo interessante la possibilità di disporre i lettori di fronte ai compagni per mettere in scena più concretamente gli eventi narrati, rispettando anche le indicazioni di prossemica e i gesti. Per capirci, il mio sogno nel cassetto sarebbe avere un Omero quattordicenne in un angolo, magari con un vecchio lenzuolo addosso e una ghirlanda di carta in testa, un’Andromaca che regge il bambolotto Astianatte e un Ettore dall’elmo di cartone che affronta Achille, armato allo stesso modo, brandendo (con criterio) un manico di scopa.

Quest’anno finalmente sono riuscita a mettere in pratica quest’idea, con una prima linguistico molto numerosa e particolarmente vivace, con alcuni alunni che fanno fatica a rimanere seduti al posto. Per far sì che collaborino, mi tocca fare di loro i miei eroi epici.

Primo esperimento: lettura di “Ettore e Andromaca” con un Ettore dinoccolato e magrissimo col berretto al posto dell’elmo e il ragazzino più piccolo che faceva Astianatte col cappuccio della giacca portato tipo cuffietta infantile, alternativamente portato in braccio da un altro ragazzo in veste di nutrice e disteso su due sedie a mo’ di carrozzina, con un giubbotto per copertina. I ragazzi si sono offerti da soli, senza manco che glielo chiedessi, cosa dunque ottima. La cosa è partita bene, con in particolare un’Andromaca (femmina) molto convinta. Peccato che Astianatte frignasse a tutto volume, a Ettore scappasse da ridere e il resto della classe preferisse fare altro. Ho sospeso il tutto per sopraggiunto marasma universale, ma lo spirito c’era.

Nella lezione successiva, Ettore doveva morire e gli è scappato da ridere di nuovo. Achille bello convinto. Bocciata l’idea di usare come lancia una chiave inglese (perché avere una chiave inglese nell’astuccio? Boh). Almeno il resto della classe ha seguito e c’è pure stato l’applausetto finale. Facciamo progressi.

Mulini a vento

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Sono sempre più convinta che per fare l’insegnante, amando la propria materia e volendo trasmetterla ai ragazzi nonostante gli ostacoli, le pastoie burocratiche e tutto il resto (riforme della scuola, precariato e selezioni comprese), si debba mantenere una parte di quell’idealismo e di speranza nel futuro che avevamo quando eravamo adolescenti noi. (Io ero già stramba e asociale, però la passione e la motivazione in ciò che facevo non mi mancavano nemmeno al liceo.) Come altrimenti parlare, che so, della bellezza della Divina Commedia, della raffinatezza retorica di Cicerone o di come l’Italia è diventata una democrazia a teenagers distratti e casinisti che, senza questi stimoli culturali, finirebbero per diventare adulti che non comprendono il mondo in cui vivono?

Senza questa sorta di “fuoco sacro”, se dovessimo guardare al fatto che la nostra professione è caratterizzata in gran parte da incombenze burocratiche, griglie di valutazione, riunioni torrenziali, gestione di alunni indisciplinati e incontri con genitori non sempre accomodanti, verremmo risucchiati in un vortice di alienazione kafkiana.

È per questo che credo che ci si debba veramente fare imitatori di Don Chisciotte.

Io per esempio i miei neuroni li ho quasi tutti bruciati: sono sulla buona strada.

Teoria e pratica

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Lezione sul brano iliadico della lite tra Achille e Agamennone (Il. 1, 53-246), pensata per un’ora curricolare di 55 minuti. Programmazione teorica:

  • sintetico riepilogo, anche attraverso domande-stimolo, dei principali concetti delle lezioni precedenti, richiamando in particolare la caratterizzazione di Agamennone come personaggio che si contraddistingue per la sua ὕβρις (5 minuti);
  • assegnazione dei ruoli (Omero, Calcante, Achille, Agamennone, Atena) e lettura teatralizzata del brano (10 minuti);
  • commento dell’insegnante che metta in luce i temi fondamentali del brano, tra cui la presenza di elementi caratteristici della shame culture e il ruolo della divinità come oggettivazione dei processi psicologici dell’individuo (15 minuti);
  • presentazione, attraverso la LIM, degli affreschi dipinti da Giovan Battista Tiepolo nella Sala dell’Iliade in Villa Valmarana ai Nani (5 minuti);
  • attraverso una discussione guidata, collegamento e confronto tra le risorse iconografiche proposte e il testo al quale esse si ispirano (15 minuti);
  • riepilogo dei principali concetti emersi durante la lezione e assegnazione di esercizi per casa (5 minuti).

Ciò che realmente accade:

  • entrata in classe del docente, che si trova di fronte a una delle seguenti opzioni: 1. prima o quarta ora: mezza classe non è ancora rientrata in aula; 2. classe di rientro da palestra o laboratorio: aula totalmente vuota; 3. cambio dell’ora normale: tumulto generale, mezza classe è in giro lo stesso (ufficialmente in bagno, in realtà a sfondarsi di schifezze alle macchinette). Si devono tuttavia attendere almeno 5 minuti acciocché gli studenti siano tutti rientrati, e solo allora, se si è alla prima ora, si può procedere con l’appello. Sperare che non vi siano problemi di rete; se dovessero esservene, munirsi di carta e penna e fare l’appello così (totale 5 minuti MINIMO);
  • riepilogo della lezione precedente, dopo un debito richiamo all’attenzione (già scarsa) dell’uditorio; le domande-stimolo cadono nel vuoto, giacché nessuno di quelli che sono attenti si ricorda un accidente, e il docente si risponde da solo (5 minuti);
  • richiesta agli studenti di tirar fuori i libri, con annesso predicozzo dato che una buona metà della classe non li ha portati e adduce a propria difesa variopinte motivazioni (“il libro pesa”, “credevo ci fosse grammatica”, “doveva portarlo il mio compagno di banco che è assente”, “non ho mai avuto il libro”); quando la situazione si stabilizza e le proteste cessano, litigio tra gli alunni per l’assegnazione delle parti: l’intenzione di non leggere è manifestata, anche in questo caso, in modo creativo (“mi sono dimenticato come si legge”, “sono senza voce”, “ho già letto l’altra volta”, “non capisco niente di quello che leggo”). Il tutto si risolve tra mille proteste, tuttavia prontamente sedate con minacce di pesanti ritorsioni, assegnando le parti d’ufficio attraverso l’estrazione dei numerini della tombola (5 minuti);
  • lettura teatralizzata (finalmente) da parte degli alunni, i quali, lungi dal leggere espressivamente (sarebbe troppa grazia), seguono a malapena il testo: quando c’è un cambio di personaggio, ci vogliono 5-10 secondi tecnici affinché il nuovo lettore trovi il segno. Nel frattempo il resto della classe è pervaso dal marasma generale: chiacchiericci e risate varie coprono la voce dei lettori, rendendo necessari ripetuti interventi del docente per portare il rumore di fondo a un volume accettabile; con la scusa della necessità di condividere i libri di testo, nel frattempo, molti alunni hanno spostato la sedia vicino a un compagno fornito di testo o si sono girati di 180° per leggere dal compagno del banco dietro (10 minuti);
  • una volta conclusa la lettura, nell’ordine: tentativi dell’insegnante di arginare l’atmosfera da tè coi pasticcini creatasi con i detti spostamenti di popolo, inviti (spesso precipitanti nel vuoto) a tornare al posto e tirar fuori carta e penna per prendere appunti, abbozzo di commento nel disinteresse più totale e nella continuazione del chiacchiericcio. Eventuale necessità di sequestrare diari, quaderni e libri di altre materie, materiale tecnologico-ludico come ad esempio telefonini, specchietti per il trucco, animali di pezza (15 minuti);
  • avvio della LIM per la condivisione con gli studenti del materiale iconografico proposto: lo schermo prima non si accende, poi si accende ma ha una colorazione dominante che vira sul rosa, normalizzata attraverso una sapiente manipolazione dello spinotto attaccato al pc di classe; inserimento della chiavetta contenente il materiale: il pc non la legge; riavvio del pc, che stavolta la legge, ma la chiavetta si infetta col virus da cui il dispositivo è cronicamente affetto e tutti i file vengono cancellati; senza motivo alcuno si spengono nell’ordine lo schermo della LIM e il pc, e viene chiamato il tecnico a risolvere il problema; appena il tecnico giunge in aula tutto riprende miracolosamente a funzionare; il docente a questo punto rinviene il materiale iconografico sul web (10 minuti);
  • a questo punto (ultimi 5 minuti) il docente si dedica finalmente al commento del materiale iconografico, ma, giunto egli a metà di una frase significativa, suona la campanella: a tale suono gli studenti, rispondenti a un riflesso condizionato stile cani di Pavlov, si alzano dal banco tutti insieme e si fiondano alle macchinette.

Meraviglie natalizie

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Com’è giusto che sia, ho trascorso praticamente tutto il tempo libero a mia disposizione durante le vacanze natalizie correggendo le verifiche che ho fatto svolgere durante il mese di dicembre nelle mie classi. Le mie festività, come ben sa chi mi segue via FB e non solo (e.g. quel disgraziato del mio uomo, che sarà ingrassato una decina di chili dal gran ridere), non hanno mancato di essere allietate da numerose perle una meglio dell’altra, ed eccole qui raccolte tutte insieme.

COMPITO SU DANTE

  • “Dante si rende conto di star peccando siccome continua a PERSEGUIRE Beatrice”. Stalking ante litteram?
  • “Caddi come corpo morto cade: con questa allitterazione Dante sviene”. Potere turbativo delle figure di suono.
  • “Nel canto IV c’è il castello dove VIVONO gli spiriti magni”. VIVONO.

COMPITO DI LETTERATURA LATINA

  • Domanda sulle forme preletterarie latine: “c’era LA CARMINA”.
  • Gli ANALES.
  • I Fasti Pontificales definiti “liste dei PAPI”.
  • BELLUM PENICUM. Ecco. Ho visto pure questo.
  • “Nevio scrive commedie basate sulla comicità”. CHI L’AVREBBE MAI DETTO.
  • “La fabula atellana è la tipica storia ambientata ad Atene”. Ve lo giuro, non me le sto inventando: non ho tutta questa fantasia.
  • “Il suo [di Livio Andronico] primo spettacolo teatrale è a carattere tragico, quindi una tragedia”. Non so se ce la posso fare. Penso sia il momento di una pausa e di spararmi una flebo di brulè in vena.
  • “Didone era una donna che con un imperatore ebbe due figlie. Una fu Julia e la seconda fu la mamma di Romolo e Remolo, i fondatori di Roma.” ZIO BECCO CHE CASIN.
  • PROELIUM BELLUM per BELLUM POENICUM.
  • Gli attori dell’atellana seguivano un CANOVACCHIO.

COMPITO DI EPICA

  • “Il poema epico è un racconto che descrive le gesta eroiche degli eroi.”
  • UN ACQUILA.
  • “Un poema epico è […] l’espressione letterale di un opera (sic) teatrale”. EH?
  • Esempio di epiteto: “Atena dagli SCURI occhi”. ZEUS PERDONALI PERCHÉ NON SANNO QUELLO CHE FANNO.
  • Domanda: Qual è il significato dell’invocazione alla Musa? Risposta: Le muse sono 9. = “Cosa c’è per cena?” “Le otto meno venti.”
  • “Prometeo aveva provato a trarre in inganno Zeus SPENNELLANDO del grasso sulle ossa.” Come il rosso d’uovo sulla torta salata?
  • “Quali sono le caratteristiche dell’età dell’oro?” “Il giardino dell’EDEN” (sic, tutto maiuscolo). Non si ha mai finito di imparare.

COMPITO DI GRAMMATICA LATINA

  • Solo una puella su 23 ha interiorizzato che il plurale di VISIO è VISIONES. Le altre oscillano tra VISES, VISIES e spazio bianco.
  • Plurale di GENUS? GENI, che domande.
  • In quale universo parallelo il genitivo di PAUPER è PAUPI?

La pasticceria dei classicisti

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In tempi di magra (soprattutto per i letterati) come questi, bisogna avere sempre un piano di riserva, nel caso le prospettive lavorative diventino ancor meno rosee di così. Allora, col TFA alle porte, e considerando le ultime deliranti proposte di riforma della scuola, ripenso alla mia passione per torte e dolci e a come poterla monetizzare, senza appendere al chiodo (e non solo dentro una cornice) la mia carriera di classicista. Ecco allora che nasce l’idea della pasticceria dei classicisti, dal nome “Miscere utile dulci”, dove pastine e dessert si chiamano come gli autori classici e sono a essi ispirati. Ecco il listino:

  • CATULLO -> pastina al miele e cannella (molto aromatica e vagamente afrodisiaca)
  • OVIDIO -> bavarese di fragole con un tocco di peperoncino (dolce e piccante al tempo stesso)
  • LUCREZIO -> torta di nocciole (alterna il dolce a un gusto un po’ più ruvido)
  • PLAUTO -> cioccolatino al peperoncino (gustoso e piuttosto forte)
  • VIRGILIO -> sbrisolona (Mantua me genuit)
  • CICERONE -> moretta alla nutella (ottima ma poco digeribile)
  • ORAZIO -> meringa con una spolveratina di cacao (semplice semplice, ma sempre gradita)
  • APULEIO -> petali di rosa canditi (il manierismo e le rose di Iside)
  • PETRONIO -> una fragola coperta di cioccolato finissimo e foglia d’oro (come godersi al massimo la vita)
  • TITO LIVIO -> un bignè alla crema di latte (in ricordo della “lactea ubertas”)
  • AGOSTINO -> torta di pere (colte direttamente da lui)
  • TACITO -> torcetti al burro (secchi e contorti)
  • SOCRATE -> profiteroles (il buono sta all’interno, bisogna avere la pazienza di cercarlo)
  • PLATONE -> pan di stelle (bisogna sempre guardare verso il cielo)
  • ARISTOTELE -> una caprese bassa bassa (meglio stare con i piedi per terra)
  • CESARE -> torta margherita senza zucchero (semplice e pure dietetica: altro che l’asianesimo!)
  • ALCEO -> biscotti al vino cotto (ottimi per i vostri simposi)
  • DEMOSTENE -> diplomatico (e chi può esserlo piu di lui?)
  • OMERO -> torta di pan di spagna ripieno di panna con pezzi di cioccolato e frutta a pezzi sopra (perchè in Omero i Greci trovavano tutto)
  • SAFFO -> cestino alla crema chantilly con violette candite (in tono coi capelli)
  • ESCHILO -> torta della nonna (la tradizione innanzitutto)
  • SENECA -> ciambella (non tutte riescono con il buco, vedi Nerone)
  • SALLUSTIO -> Sachertorte (il cioccolato allontana il pessimismo)
  • MIMNERMO -> millefoglie (fragile come la vita degli uomini)
  • PINDARO -> torta nuziale a sette piani (alta ed elaboratissima)
  • CATONE -> crostata ai fichi (freschi freschi da Cartagine)

Lavori sporchi

(E QUESTO adattamento? Vogliamo parlarne?)

(E QUESTO adattamento? Vogliamo parlarne?)

Quest’anno scolastico è iniziato in modo a dir poco rocambolesco, dato che poco dopo la metà di settembre sono stata chiamata da una scuola a più o meno mezz’ora d’auto (e diversi tornanti) da casa mia, per lezioni sia diurne sia serali. Le sveglie alle 5.30 e la guida notturna intorno a mezzanotte, il tutto innestato sull’attesa degli scritti del TFA, evidentemente non sono abbastanza per il mio masochismo, dato che la settimana scorsa il liceo scientifico della mia città mi ha chiamata per qualche ora di italiano di completamento. E quando la scuola chiama, la Marta risponde.

Ieri dunque ho avuto la mia prima lezione: una quinta ora, raggiunta con fuga repentina dalla scuola delle prime tre ore e rally sotto la pioggia. Entro in classe: è una prima, e i pueri, che mi chiedono anche quale quaderno voglio che usino e se devono scrivere proprio per forza in corsivo, mi fanno una tenerezza infinita. Alla lezione inaugurale, dato che il programma me lo permette, sguinzaglio la classicista che c’è in me e che non vede l’ora di uscire dalla repressione e intavolo una bella introduzione al poema epico, con riferimenti alla composizione orale, alla questione omerica, allo stile formulare e via discorrendo. Vedo i ragazzi molto interessati, in particolare i maschi, che a quell’età, quando si parla di spargimenti di sangue, battaglie, armi e via dicendo, non si tirano certo indietro. Giungendo a trattare le vicende mitologiche alla base dell’Iliade, faccio la domanda che ormai da qualche anno è di rito: “Chi di voi ha visto Troy?” Come previsto, vedo numerose zampette alzarsi, accompagnate da commenti tipo “Che figata!”, “Brad Pitt è un figo!”, “Come si fa a non averlo visto?” et similia.

Al che il rigore filologico scorre potente in me, e non posso fare a meno di dir loro: “Guardate, ragazzi, quello è un film che va bene per passare una serata, ma se dobbiamo prenderlo come un adattamento dell’Iliade siamo fuori strada; durante le lezioni di epica farete meglio a far tabula rasa. I punti diversi dall’Iliade sono una caterva; ad esempio, vi ha mai detto nessuno che Achille e Patroclo in realtà non erano cugini?”

“E allora cos’erano? Fratelli?”

“Assolutamente no.”

“Parenti?”

“Ma no! Erano ‘amici’!” (Sottolineo la parola “amici” facendo le virgolettine con le dita)

“Ma in quel senso lì?”

“Proprio in quel senso lì, insomma erano amanti.”

Eh già; è un lavoro sporco, ma qualcuno deve pur farlo. Orrore e raccapriccio si diffondono tra gli studenti (soprattutto maschi, con chiari segni di trauma); mi ci vogliono almeno un paio di minuti per riportare l’ordine e ridurre il brusio. L’effetto è più o meno lo stesso di quando noi, da piccole, abbiamo scoperto che Sailor Uranus e Sailor Neptune intrattenevano una relazione omoerotica (e comunque già ne avevamo il sospetto, su).

Ora, comprendo che certi argomenti siano particolarmente scabrosi se trattati di fronte a un uditorio giovane o se esposti a un pubblico vastissimo di cui non si può prevedere la sensibilità, ma anche agli adattamenti c’è un limite, a mio avviso. Non vedo perché mettere in primo piano una relazione di parentela attestata, se proprio vogliamo, da fonti antiche del tutto secondarie (e qui rimando la ricerca di dette fonti a quando avrò un po’ più di tempo libero; diciamo che deve avanzarmene dopo una doccia, ecco) quando già nella mia tenera infanzia Achille e Patroclo mi erano stati tranquillamente presentati come amici, e ciò mi bastava; avrei avuto un sacco di tempo per comprendere la natura di quell’amicizia. Andando avanti di questo passo (ecco la vecchietta alla carica: o tempora o mores) si può finire per snaturare le storie stesse, e per doverle poi rispiegare a scuola “traumatizzando” gli studenti. Un po’ come è capitato con l’Hercules della Disney, che del mito antico fa tutt’altro: il motore delle dodici fatiche, infatti, è proprio la nascita illegittima dell’eroe, che nel film viene accuratamente nascosta, probabilmente per non urtare la sensibilità delle famiglie bene americane. Ma sono convinta che verrà presto il momento in cui, magari al liceo classico, mi toccherà mettere gli alunni di fronte alla sconcertante notizia che Zeus metteva le corna alla moglie, la quale a sua volta tendeva ad architettare atroci patimenti per amanti e prole spuria del divin consorte. Insomma, svelare le basi stesse della mitologia a fanciulli che vorrebbero fare della classicità la loro ragione di vita.

Dopo queste considerazioni mi sento un pelo fatalista e vecchia dentro, ma in compenso, vedendovi un lato (perversamente) positivo, non mi saranno certo negate occasioni per suscitare sguardi sconcertati nella classe che avrò in sorte…