Speranze nascoste

N92-440251 - © - Todd Pierson

Quest’anno mi è toccata in sorte, tra le altre classi, una prima linguistico molto numerosa e molto eterogenea, che è un po’ la “disperazione” dei miei colleghi e anche mia: ogni volta che si entra in classe si perdono minimo 5 minuti per far rientrare tutti in aula (escono anche al cambio dell’ora) e circa altri 5 per avere tutti seduti al loro posto (quando ci si riesce). Gli alunni sono 27, molti di loro sono stranieri e alcuni presentano problemi di lingua; sia tra i maschi sia tra le femmine ve ne sono alcuni di incontenibili che non riescono a stare zitti un secondo; l’atmosfera di classe è spesso talmente rumorosa che i vari insegnanti si arrovellano per trovare stratagemmi, se non per avere l’attenzione di tutti, se non altro per evitare che i decibel siano costantemente sopra la soglia del dolore. (Per quanto mi riguarda, io adotto la tecnica del conto alla rovescia: ogni volta che sforzo la voce, inizio a contare dal 10, e quando arrivo a 0 faccio un asterisco alla lavagna. Ogni asterisco è un esercizio da fare in più per casa. Ormai la mia minaccia tipo è quella di disegnare alla lavagna le sette stelle di Hokuto.) Anche a livello di profitto scolastico ci sono molti alunni particolarmente fragili che rischiano di perdere l’anno: ad alcuni di essi è stato consigliato di valutare un riorientamento.

Messa così, sembra una situazione disperata. In effetti, spesso esco dalla classe con le orecchie che ronzano e una vaga sensazione di bruciore alla laringe. Eppure, al di là delle quotidiane turbolenze che agitano questi scalmanati, più ho a che fare con loro, più mi danno occasione di sorprendermi per il loro entusiasmo e per il loro interesse (che a volte percepisco solo filtrando una consistente dose di marasma). Ogni volta che propongo loro un’attività, sono assolutamente disponibili a collaborare: ad esempio, è proprio con loro che sono riuscita a organizzare una specie di lettura teatralizzata dell’Iliade (di cui ho parlato qui), e l’esperienza è continuata anche per certe letture dell’Odissea; in particolare, quando siamo giunti all’episodio delle Sirene, un’alunna, che non è madrelingua e solitamente è molto poco partecipativa, si è offerta di leggere cantando la parte delle Sirene. Ignorando bellamente le solite risatine che ci sono ogni volta che in classe accade qualcosa di insolito, la ragazzina, mentre leggeva, ha improvvisato una melodia con una voce molto intonata, e alla fine della “canzone” i compagni le hanno fatto un applauso. Il ragazzo che faceva la parte di Ulisse ha commentato: – Ecco, sono stato sedotto.

Altro episodio. In una delle ultime lezioni, a un alunno che continuava a usare il telefono e a fare battutine sceme, ho dato come punizione la traduzione del proemio dell’Odissea in dialetto veneto. Subito la classe, in un tripudio di entusiasmo, si è messa a provare a tradurre il primo verso, valutando possibili varianti e chiedendo lumi su come rendere polytropos. Constatato ciò, ho proposto ai ragazzi di far diventare questa punizione… qualcos’altro (ma ne parlerò a tempo debito, quando il lavoro sarà finito).

Ieri, lezione sulle figure retoriche. Stiamo correggendo alcuni esercizi, basati su alcuni brani dei Promessi Sposi. Tra un chiacchiericcio continuo, rare frasi sensate e molti richiami, ecco che parte il seguente dialogo:
Alunna X: – Prof, quando facciamo i Promessi Sposi?
– L’anno prossimo.
Alunna X: – Sììì che bello, mi piacciono i Promessi Sposi! Non vedo l’ora!
Alunna Y: – A me piace Dante!
Alunna Z: – A me piacciono i Malavoglia, sono interessantissimi!
Alunna W: – Prof, c’è lei l’anno prossimo?
– Ma mi state prendendo in giro?
Alunne varie: – No, no, diciamo sul serio!
– Davvero?
Alunne: – Davvero! Ci piace Manzoni! E Verga! E Dante!
È troppo bello per non essere una presa per i fondelli, soprattutto pensando che in altre classi, anche più disciplinate e dotate di questa, mi tocca continuamente giustificare tutto quello che faccio, perché molti alunni non ne vedono un’utilità immediata.

Ma ogni tanto le gioie capitano. Stiamo a vedere, impegniamoci e incrociamo le dita.

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Elio e le storie (letterarie) tese

San Remo - Festival della Canzone Italiana Day 6

Ho un legame particolare con Elio e le storie tese, che in periodi particolarmente difficili (per motivi di studio, lavorativi, incazzature varie ed eventuali) sono essenziali per la mia salute mentale. Ricordo solo, in particolare, la fase finale della stesura della mia tesi di dottorato, cioè una serie di nottate passate a scrivere sproloqui su Cicerone divorziato da Terenzia e ad ascoltare praticamente in loop la Canzone mononota, che era appena uscita (litigando, per ironia della sorte, con le numerosissime note della tesi).

Ora che io e quelli come me dovremmo ipoteticamente ripassare IL TUTTO in vista del concorso, ecco che si rende necessaria un’altra botta di Elio. Tra la stanchezza del lavoro e il rimbambimento dato da legislazione e normative, subentra un certo delirio che mescola esaurimento nervoso e necessità di sfruttare per il ripasso ogni genere di occasione, al limite dell’eterodossia. Ecco dunque un esempio di come sia possibile (a partire, è vero, da spunti di un certo livello) ripassare i grandi della letteratura, ai quali i brani degli Elii rimandano più o meno velatamente (e ai quali li ho collegati più o meno forzatamente).

  • DanteDannati forever. Qui il collegamento non ha bisogno di commento alcuno. Unica osservazione: a differenza della cantica dantesca, che trae spunto dall’Etica Nicomachea aristotelica, l’ordinamento morale del brano è basato sui Dieci Comandamenti.
  • PetrarcaServi della gleba. A parte il tema fondamentale, che può essere fatto risalire alla topica del servitium amoris dell’elegia latina, la descrizione dell’amante attraverso l’ossimoro “cuore in fiamme e maschera di ghiaccio” ricorda da vicino il petrarchesco “negli atti d’alegrezza spenti / di fuor si legge com’io dentro avampi”.
  • BoccaccioEl pube. Il piazzista volante che arringa la folla ha qualcosa del frate Cipolla boccacciano, così come la trattazione gioiosa e vitale della tematica erotica, comportante anche la violazione della fedeltà coniugale, può ben accostarsi alle novelle del Decameron.
  • Lorenzo VallaIl vitello dai piedi di balsa. La storia del vitello dai piedi di balsa come la donazione di Costantino: falsa.
  • Lorenzo il MagnificoPagàno. Come nella Canzona di Bacco, un ritorno alla mitologia antica in nome di una recuperata vitalità.
  • GuicciardiniEffetto memoria. “Mi ricordo di un ricordo: spero che non me lo scordo”. E ho detto tutto.
  • TassoIl quinto ripensamento. In nome della complessa gestazione della Gerusalemme liberata, fatta di continue revisioni e correzioni, tagli e modifiche.
  • PariniParco Sempione. Avvicinabile all’ode La salubrità dell’aria per la comune attenzione ai problemi ecologici che affliggono la città di Milano. Al netto dei bonghisti privi di senso del tempo, chiaro.
  • AlfieriAlfieri. Accostamento nato da semplice omonimia.
  • FoscoloUrna. Il brano riprende la visione foscoliana della sepoltura come legame tra mondo dei vivi e mondo dei morti, citando esplicitamente alcuni celebri versi dei Sepolcri: “Sol chi non lascia eredità d’affetti / poca gioia ha dell’urna”.
  • LeopardiFossi figo. In collegamento, da un lato, con la prima fase del pessimismo leopardiano, il cosiddetto “pessimismo individuale”, caratterizzata dalla coscienza, da parte del poeta, dell’infelicità della propria vita, senza che però ciò impedisca che gli altri possano essere felici. Dall’altro, si può ravvisare un accenno al concetto di “illusione”, uno dei cardini della poetica leopardiana.
  • ManzoniLa terra dei cachi. L’ironia del brano accompagna una sfumatura di critica alla società italiana, tratto che tutto sommato è in comune con la “storia sociale” indagata da Manzoni, la quale non è fine a sé stessa ma pone idealmente le basi per una riflessione sui problemi del presente.
  • CollodiBurattino senza fichi. L’ispirazione collodiana non ha bisogno di commenti.
  • BaudelairePsichedelia. Gli effetti dei paradis artificiels.
  • MarinettiSupergiovane. Guerra ai matusa, zang tumb tumb.
  • D’AnnunzioJohn Holmes. Doti amatorie, cinema e motori.
  • SvevoStoria di un bellimbusto. Il protagonista del brano si può ben accostare al tipico “inetto” sveviano, segnato dal desiderio di inserirsi pienamente nella società attraverso l’amore, il matrimonio, il lavoro e i rapporti sociali, ma inevitabilmente frustrato e destinato a rimanere un outsider.
  • SenecaIl tutor di Nerone. Per concludere, una chicca classicista: il tema del brano è la vita frenetica dell’uomo moderno, un antidoto alla quale è offerto dalla riflessione espressa da Seneca (menzionato espressamente) riguardo la gestione del tempo, in particolare nel De brevitate vitae, che esorta a una corretta gestione degli officia (abbandonandoli, se necessario) per conservare un margine di otium da dedicare alla filosofia.

Briciole

In questo periodo delirante di esami tieffini, una delle poche cose che mi consolano è la possibilità di affrontare in classe alcune delle più belle cose mai prodotte nella storia della letteratura. Nella fattispecie, nella terza scientifico dove faccio italiano stiamo concludendo la trattazione di Dante, e ogni lezione è un balsamo sulle mie piaghe spirituali. Mi esalto proprio durante le spiegazioni, complice anche lo stato mentale alterato dalla mancanza di sonno, e ho la vaga sensazione di non apparire normale ai miei alunni (che, ricordiamo, tra le altre cose sono stipati in una classetta microscopica con le crepe sulle pareti: se succede un terremoto siamo tutti morti).

La settimana scorsa, dunque, ho introdotto il Convivio, poi son passata a leggere coi miei pueri il proemio (portandoglielo in fotocopia, perché nel libro di testo non c’era, essendo compreso tra i materiali digitali. E figurati se gli alunni prendono l’iniziativa di scaricarseli). Segue debito commento, e mi soffermo in particolare sulla metafora del banchetto per indicare la trasmissione del sapere.

E io adunque, che non seggio a la beata mensa, ma, fuggito de la pastura del vulgo, a’ piedi di coloro che seggiono ricolgo di quello che da loro cade, e conosco la misera vita di quelli che dietro m’ho lasciati, per la dolcezza ch’io sento in quello che a poco a poco ricolgo, misericordievolmente mosso, non me dimenticando, per li miseri alcuna cosa ho riservata, la quale a li occhi loro, già è più tempo, ho dimostrata; e in ciò li ho fatti maggiormente vogliosi.

Per che ora volendo loro apparecchiare, intendo fare un generale convivio di ciò ch’i’ ho loro mostrato, e di quello pane ch’è mestiere a così fatta vivanda, sanza lo quale da loro non potrebbe esser mangiata.

Dante non pone sé stesso tra i sapienti che si pascono alla mensa ove vengono servite le vivande degli angeli, ma umilmente raccoglie ciò che da tale mensa cade, per offrirlo a chi non vi ha accesso, accompagnandolo con un pane che ne faciliti per loro l’assimilazione. La motivazione di tutto questo non è altro che la dolcezza provata da Dante stesso nel venire a contatto con questo cibo soprannaturale, dalla quale discende la volontà di condividerlo con gli altri. Cose bellissime.

Sarà il lunedì mattina, sarà l’italiano arcaico, saranno i concetti particolarmente peregrini, ma vedo la classe persa nell’apatia (e in un discreto chiacchiericcio). Non so come mi venga, ma mi parte una catilinaria.

“Ragazzi, adesso capisco tutto, sarete anche rimbambiti dall’ora mattutina, ma cerchiamo di capire perché studiamo letteratura. Non certo per tormentarci. Studiamo letteratura per provare a metterci di fronte a dei grandi come Dante, Guinizzelli, Cavalcanti, Cecco, e prima San Francesco e Iacopone, e sentire cos’hanno da dirci. Sono rimasti nei secoli dei secoli perché quello che hanno da dirci fa parte della nostra cultura e della nostra vita. Prendiamo ad esempio questo brano che stiamo leggendo. Dante, eccolo qua, scrive un libro per divulgare la filosofia, ma non lo fa con lo spirito del professore che parla dalla cattedra, ma dice di essersi posto con umiltà di fronte, anzi direi proprio sotto, a quelli che sono e sono stati più grandi di lui, di averne raccolto tutto ciò che gli era possibile raccogliere e di averne provato dolcezza. Gli è piaciuto così tanto che ha pensato di volerlo comunicare anche a chi, per un motivo o per l’altro, non ha potuto accostarsi a questi studi. E come lo fa? allestendo un banchetto dei sapienti in piccolo, con quello che è riuscito a raccattare, riproponendolo come vivanda, ma accompagnato al pane, altrimenti i commensali non lo digeriscono. E la vivanda sono i concetti filosofici che lui riarrangia in poesia, per mezzo dell’allegoria, e il pane è il commento, senza il quale non si capisce il messaggio che Dante vuole dare. Badate bene, è la stessa cosa che succede in classe. Io, in tutta la mia umiltà, faccio qui la parte di Dante: mi sono inginocchiata di fronte a questi grandi, ne ho carpito quello che ho potuto carpirne e mi è piaciuto tanto. Così tanto da volerlo comunicare anche a qualcun altro. E il banchetto che vi preparo sono queste lezioni, e il pane sono le spiegazioni, che dovrebbero rendervi un po’ più chiare le cose. E’ proprio così che dovrebbe funzionare l’insegnamento”.

Silenzio. Quindici paia di occhi che mi guardano, alcune faccine sono quasi commosse. Sollevo la fotocopia: “Volete appenderla alla parete?”

“Diamola alla prof. S., che capisca anche lei!”.

Ora non so se gliel’hanno data, e certamente non è appesa in classe, ma quelle faccine.

Maccheronate dantesche

Ripetizioni di italiano. Commento al primo verso della Divina Commedia:
Io: “Che significa ‘nel mezzo del cammin di nostra vita’?”
Alunna: “…”
Io: “Bene, prendiamola da lontano. In che anno si svolge il viaggio agli Inferi di Dante?”
Alunna: “…”
Io: “Nel 1300!!! E quanti anni aveva Dante in quel momento?”
Alunna: “…”
Io: “Quando è nato Dante?”
Alunna: “…”
Io (sudando): “Nel 1265! Fai la sottrazione…”
Alunna: “1300-1265 fa… fa…”
Io (con gli occhi fuori dalle orbite): “Te lo dico io: 35! Ai tempi di Dante, l’età di 35 anni cosa significava?”
Alunna (candida): “Gli anni che aveva Gesù quando è morto?”
Io (sconvolta): “NO!!!!! A quanti anni è morto Gesù?”
Alunna (poco convinta): “30?”
(Mani nei capelli)

Prof: – Cosa intende Dante con “dannazione”?
Alunno: – …
Prof: – Cos’è un’anima dannata??
Alunno: – Beh, un’anima… vecchia… come il vino, d’annata…

I Liceo, compito in classe di Italiano: “Nel I canto dell’Inferno, Dante si perde in una intricatissima foresta di mangrovie…”

Frase tratta da un compito su Dante: “I quattro poeti che vanno incontro a Dante e Virgilio nel Limbo sono Omero, Orazio, Cesare e Ucano.”
L’Ucano?

Interrogazione sulla Divina Commedia: “Nell’Inferno, Dante applica la legge del contrabbasso”.

Interrogazione di Letteratura Italiana.
Prof: che cosa rappresenta il numero 3 nella “Commedia”?
Alunna: La Trinità!
Prof (speranzoso): E cioè…?
Alunna: Ehm… Maria, Gesù e Dio!

Interrogazione d’ Italiano sulla Divina Commedia.
Prof.: – Chi è il “Sommo Duce” di cui si parla nel passo? (ovvia risposta: Dio)
Alunno: – Benito Mussolini!

Verifica sul “Paradiso” di Dante: “San Francesco e San Tommaso, in cielo, erano sposi”.
Probabilmente una rilettura del canto in cui si parla di Francesco e Madonna Povertà.

Interrogazione di letteratura italiana: “E quindi Dante, per non mostrare il suo amore per Beatrice, si servì delle donne dello spettro…”
L’alunna corregge il malcapitato con “donne dello specchio”.
Tra schermi, spettri e specchi ce n’è per un trattato di ottica.

Interrogazione di italiano sul Canto VI dell’Inferno di Dante.
Prof.: ‘Che cosa getta Virgilio a Cerbero?’
Alunna: ‘Una bistecca!’
Già, di LONZA magari.

Interrogazione di letteratura italiana: la puella se ne esce con “Dante era un intellettuale comunista”.
Risate generali e insegnante che commenta con “mah, credo che ci sia uno scarto cronologico non indifferente…” mentre la ragazza si scusa per il lapsus e corregge con “comunale”.

Lezione sulla Divina Commedia.
– Ragazzi, chi sono i fraudolenti?
– Quelli che puzzano!
– ?
– Sì prof., quelli che fanno tante…
– No, caro, quelli soffrono di flatulenza…

Ieri, in classe, introduzione alla Divina Commedia. Spiego:
– Dante, dunque, vede nella crisi dei valori tradizionali il prevalere delle forze del male, e pone sé stesso come colui che, scelto da Dio, può portare il mondo alla salvezza.
Alunno in prima fila: – Come Ken Shiro!
Da quel momento Dante è stato ribattezzato “il Ken Shiro del Trecento con meno sopracciglia e più naso”.

Interrogazione sul canto III della Divina Commedia; la studentessa espone: “Si sentivano parole di dolore e di ira, voci alte e basse e suon di man con elle”.
Il prof.: “Suon di man con elle?”.
Lei: “Sì, credo uno strumento musicale!”.

Meraviglie natalizie

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Com’è giusto che sia, ho trascorso praticamente tutto il tempo libero a mia disposizione durante le vacanze natalizie correggendo le verifiche che ho fatto svolgere durante il mese di dicembre nelle mie classi. Le mie festività, come ben sa chi mi segue via FB e non solo (e.g. quel disgraziato del mio uomo, che sarà ingrassato una decina di chili dal gran ridere), non hanno mancato di essere allietate da numerose perle una meglio dell’altra, ed eccole qui raccolte tutte insieme.

COMPITO SU DANTE

  • “Dante si rende conto di star peccando siccome continua a PERSEGUIRE Beatrice”. Stalking ante litteram?
  • “Caddi come corpo morto cade: con questa allitterazione Dante sviene”. Potere turbativo delle figure di suono.
  • “Nel canto IV c’è il castello dove VIVONO gli spiriti magni”. VIVONO.

COMPITO DI LETTERATURA LATINA

  • Domanda sulle forme preletterarie latine: “c’era LA CARMINA”.
  • Gli ANALES.
  • I Fasti Pontificales definiti “liste dei PAPI”.
  • BELLUM PENICUM. Ecco. Ho visto pure questo.
  • “Nevio scrive commedie basate sulla comicità”. CHI L’AVREBBE MAI DETTO.
  • “La fabula atellana è la tipica storia ambientata ad Atene”. Ve lo giuro, non me le sto inventando: non ho tutta questa fantasia.
  • “Il suo [di Livio Andronico] primo spettacolo teatrale è a carattere tragico, quindi una tragedia”. Non so se ce la posso fare. Penso sia il momento di una pausa e di spararmi una flebo di brulè in vena.
  • “Didone era una donna che con un imperatore ebbe due figlie. Una fu Julia e la seconda fu la mamma di Romolo e Remolo, i fondatori di Roma.” ZIO BECCO CHE CASIN.
  • PROELIUM BELLUM per BELLUM POENICUM.
  • Gli attori dell’atellana seguivano un CANOVACCHIO.

COMPITO DI EPICA

  • “Il poema epico è un racconto che descrive le gesta eroiche degli eroi.”
  • UN ACQUILA.
  • “Un poema epico è […] l’espressione letterale di un opera (sic) teatrale”. EH?
  • Esempio di epiteto: “Atena dagli SCURI occhi”. ZEUS PERDONALI PERCHÉ NON SANNO QUELLO CHE FANNO.
  • Domanda: Qual è il significato dell’invocazione alla Musa? Risposta: Le muse sono 9. = “Cosa c’è per cena?” “Le otto meno venti.”
  • “Prometeo aveva provato a trarre in inganno Zeus SPENNELLANDO del grasso sulle ossa.” Come il rosso d’uovo sulla torta salata?
  • “Quali sono le caratteristiche dell’età dell’oro?” “Il giardino dell’EDEN” (sic, tutto maiuscolo). Non si ha mai finito di imparare.

COMPITO DI GRAMMATICA LATINA

  • Solo una puella su 23 ha interiorizzato che il plurale di VISIO è VISIONES. Le altre oscillano tra VISES, VISIES e spazio bianco.
  • Plurale di GENUS? GENI, che domande.
  • In quale universo parallelo il genitivo di PAUPER è PAUPI?