Elio e le storie (letterarie) tese

San Remo - Festival della Canzone Italiana Day 6

Ho un legame particolare con Elio e le storie tese, che in periodi particolarmente difficili (per motivi di studio, lavorativi, incazzature varie ed eventuali) sono essenziali per la mia salute mentale. Ricordo solo, in particolare, la fase finale della stesura della mia tesi di dottorato, cioè una serie di nottate passate a scrivere sproloqui su Cicerone divorziato da Terenzia e ad ascoltare praticamente in loop la Canzone mononota, che era appena uscita (litigando, per ironia della sorte, con le numerosissime note della tesi).

Ora che io e quelli come me dovremmo ipoteticamente ripassare IL TUTTO in vista del concorso, ecco che si rende necessaria un’altra botta di Elio. Tra la stanchezza del lavoro e il rimbambimento dato da legislazione e normative, subentra un certo delirio che mescola esaurimento nervoso e necessità di sfruttare per il ripasso ogni genere di occasione, al limite dell’eterodossia. Ecco dunque un esempio di come sia possibile (a partire, è vero, da spunti di un certo livello) ripassare i grandi della letteratura, ai quali i brani degli Elii rimandano più o meno velatamente (e ai quali li ho collegati più o meno forzatamente).

  • DanteDannati forever. Qui il collegamento non ha bisogno di commento alcuno. Unica osservazione: a differenza della cantica dantesca, che trae spunto dall’Etica Nicomachea aristotelica, l’ordinamento morale del brano è basato sui Dieci Comandamenti.
  • PetrarcaServi della gleba. A parte il tema fondamentale, che può essere fatto risalire alla topica del servitium amoris dell’elegia latina, la descrizione dell’amante attraverso l’ossimoro “cuore in fiamme e maschera di ghiaccio” ricorda da vicino il petrarchesco “negli atti d’alegrezza spenti / di fuor si legge com’io dentro avampi”.
  • BoccaccioEl pube. Il piazzista volante che arringa la folla ha qualcosa del frate Cipolla boccacciano, così come la trattazione gioiosa e vitale della tematica erotica, comportante anche la violazione della fedeltà coniugale, può ben accostarsi alle novelle del Decameron.
  • Lorenzo VallaIl vitello dai piedi di balsa. La storia del vitello dai piedi di balsa come la donazione di Costantino: falsa.
  • Lorenzo il MagnificoPagàno. Come nella Canzona di Bacco, un ritorno alla mitologia antica in nome di una recuperata vitalità.
  • GuicciardiniEffetto memoria. “Mi ricordo di un ricordo: spero che non me lo scordo”. E ho detto tutto.
  • TassoIl quinto ripensamento. In nome della complessa gestazione della Gerusalemme liberata, fatta di continue revisioni e correzioni, tagli e modifiche.
  • PariniParco Sempione. Avvicinabile all’ode La salubrità dell’aria per la comune attenzione ai problemi ecologici che affliggono la città di Milano. Al netto dei bonghisti privi di senso del tempo, chiaro.
  • AlfieriAlfieri. Accostamento nato da semplice omonimia.
  • FoscoloUrna. Il brano riprende la visione foscoliana della sepoltura come legame tra mondo dei vivi e mondo dei morti, citando esplicitamente alcuni celebri versi dei Sepolcri: “Sol chi non lascia eredità d’affetti / poca gioia ha dell’urna”.
  • LeopardiFossi figo. In collegamento, da un lato, con la prima fase del pessimismo leopardiano, il cosiddetto “pessimismo individuale”, caratterizzata dalla coscienza, da parte del poeta, dell’infelicità della propria vita, senza che però ciò impedisca che gli altri possano essere felici. Dall’altro, si può ravvisare un accenno al concetto di “illusione”, uno dei cardini della poetica leopardiana.
  • ManzoniLa terra dei cachi. L’ironia del brano accompagna una sfumatura di critica alla società italiana, tratto che tutto sommato è in comune con la “storia sociale” indagata da Manzoni, la quale non è fine a sé stessa ma pone idealmente le basi per una riflessione sui problemi del presente.
  • CollodiBurattino senza fichi. L’ispirazione collodiana non ha bisogno di commenti.
  • BaudelairePsichedelia. Gli effetti dei paradis artificiels.
  • MarinettiSupergiovane. Guerra ai matusa, zang tumb tumb.
  • D’AnnunzioJohn Holmes. Doti amatorie, cinema e motori.
  • SvevoStoria di un bellimbusto. Il protagonista del brano si può ben accostare al tipico “inetto” sveviano, segnato dal desiderio di inserirsi pienamente nella società attraverso l’amore, il matrimonio, il lavoro e i rapporti sociali, ma inevitabilmente frustrato e destinato a rimanere un outsider.
  • SenecaIl tutor di Nerone. Per concludere, una chicca classicista: il tema del brano è la vita frenetica dell’uomo moderno, un antidoto alla quale è offerto dalla riflessione espressa da Seneca (menzionato espressamente) riguardo la gestione del tempo, in particolare nel De brevitate vitae, che esorta a una corretta gestione degli officia (abbandonandoli, se necessario) per conservare un margine di otium da dedicare alla filosofia.
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Briciole

In questo periodo delirante di esami tieffini, una delle poche cose che mi consolano è la possibilità di affrontare in classe alcune delle più belle cose mai prodotte nella storia della letteratura. Nella fattispecie, nella terza scientifico dove faccio italiano stiamo concludendo la trattazione di Dante, e ogni lezione è un balsamo sulle mie piaghe spirituali. Mi esalto proprio durante le spiegazioni, complice anche lo stato mentale alterato dalla mancanza di sonno, e ho la vaga sensazione di non apparire normale ai miei alunni (che, ricordiamo, tra le altre cose sono stipati in una classetta microscopica con le crepe sulle pareti: se succede un terremoto siamo tutti morti).

La settimana scorsa, dunque, ho introdotto il Convivio, poi son passata a leggere coi miei pueri il proemio (portandoglielo in fotocopia, perché nel libro di testo non c’era, essendo compreso tra i materiali digitali. E figurati se gli alunni prendono l’iniziativa di scaricarseli). Segue debito commento, e mi soffermo in particolare sulla metafora del banchetto per indicare la trasmissione del sapere.

E io adunque, che non seggio a la beata mensa, ma, fuggito de la pastura del vulgo, a’ piedi di coloro che seggiono ricolgo di quello che da loro cade, e conosco la misera vita di quelli che dietro m’ho lasciati, per la dolcezza ch’io sento in quello che a poco a poco ricolgo, misericordievolmente mosso, non me dimenticando, per li miseri alcuna cosa ho riservata, la quale a li occhi loro, già è più tempo, ho dimostrata; e in ciò li ho fatti maggiormente vogliosi.

Per che ora volendo loro apparecchiare, intendo fare un generale convivio di ciò ch’i’ ho loro mostrato, e di quello pane ch’è mestiere a così fatta vivanda, sanza lo quale da loro non potrebbe esser mangiata.

Dante non pone sé stesso tra i sapienti che si pascono alla mensa ove vengono servite le vivande degli angeli, ma umilmente raccoglie ciò che da tale mensa cade, per offrirlo a chi non vi ha accesso, accompagnandolo con un pane che ne faciliti per loro l’assimilazione. La motivazione di tutto questo non è altro che la dolcezza provata da Dante stesso nel venire a contatto con questo cibo soprannaturale, dalla quale discende la volontà di condividerlo con gli altri. Cose bellissime.

Le considerazioni che ne seguono sono più o meno queste:

“Ragazzi, adesso capisco tutto, sarete anche rimbambiti dall’ora mattutina, ma cerchiamo di capire perché studiamo letteratura. Non certo per tormentarci. Studiamo letteratura per provare a metterci di fronte a dei grandi come Dante, Guinizzelli, Cavalcanti, Cecco, e prima San Francesco e Iacopone, e sentire cos’hanno da dirci. Sono rimasti nei secoli dei secoli perché quello che hanno da dirci fa parte della nostra cultura e della nostra vita. Prendiamo ad esempio questo brano che stiamo leggendo. Dante, eccolo qua, scrive un libro per divulgare la filosofia, ma non lo fa con lo spirito del professore che parla dalla cattedra, ma dice di essersi posto con umiltà di fronte, anzi direi proprio sotto, a quelli che sono e sono stati più grandi di lui, di averne raccolto tutto ciò che gli era possibile raccogliere e di averne provato dolcezza. Gli è piaciuto così tanto che ha pensato di volerlo comunicare anche a chi, per un motivo o per l’altro, non ha potuto accostarsi a questi studi. E come lo fa? allestendo un banchetto dei sapienti in piccolo, con quello che è riuscito a raccattare, riproponendolo come vivanda, ma accompagnato al pane, altrimenti i commensali non lo digeriscono. E la vivanda sono i concetti filosofici che lui riarrangia in poesia, per mezzo dell’allegoria, e il pane è il commento, senza il quale non si capisce il messaggio che Dante vuole dare. Badate bene, è la stessa cosa che succede in classe. Io, in tutta la mia umiltà, faccio qui la parte di Dante: mi sono inginocchiata di fronte a questi grandi, ne ho carpito quello che ho potuto carpirne e mi è piaciuto tanto. Così tanto da volerlo comunicare anche a qualcun altro. E il banchetto che vi preparo sono queste lezioni, e il pane sono le spiegazioni, che dovrebbero rendervi un po’ più chiare le cose. E’ proprio così che dovrebbe funzionare l’insegnamento”.