Le avventure di una firma

firmare

Dopo l’odissea del TFA e il marasma del concorso a cattedre, sapevamo che questo momento prima o poi sarebbe giunto.

Tutto è iniziato un paio di settimane fa, mentre io e la mia amica eravamo in viaggio per Pompei e ci trovavamo su un Frecciarossa, ferme nei dintorni di Firenze a causa di persone sui binari. Il viaggio stesso era stato organizzato tenendo conto della possibilità di tornare a casa in anticipo, se per caso fossimo state convocate, cosa che, fortunatamente, non è accaduta prima della nostra partenza. È stato allora, durante la nostra interminabile sosta nella campagna toscana, che sono usciti i risultati della mobilità, cosa che ci ha poste di fronte al fatto dell’imminenza concreta delle nostre convocazioni. Abbiamo passato il resto del viaggio nel panico, a fare il conto dei posti che avrebbero potuto rimanere ai vincitori di concorso e a considerare l’eventualità di finire lontanissime da casa, dai nostri ometti e dai nostri gatti, facendoci distrarre da scavi e reperti archeologici di giorno e dormendo malissimo di notte. (Io sono persino arrivata a fare degli incubi orrendi, sognando che il mio gatto tornava a casa pestato a sangue, che mio fratello veniva licenziato e che mia nonna era morta e bisognava organizzarle il funerale. Mi sono tranquillizzata solo dopo che l’uomo di casa mi ha mandato una foto del gatto che faceva la nanna pacifico sul divano. Per incubi e nonne morte si rinvia in ogni caso a questa pregevole scena, che ben rappresenta la situazione.) Ma d’altra parte era certamente meglio essere sorprese dalla notizia durante una vacanza che a casa: almeno finché si è in giro si trova il modo di non pensarci e di non farsi del tutto sopraffare dalla paranoia.

Qualche giorno dopo il nostro ritorno a casa, i vari uffici territoriali hanno iniziato a pubblicare i contingenti per le immissioni in ruolo. In attesa dell’ormai imminente convocazione, ho deciso di fare una cheesecake per il semplice fatto di poter sfogare la tensione prendendo a mazzate con il batticarne i biscotti per la base. (Per la cronaca, li ho polverizzati in modo perfetto.) Mentre il dolce si stava consolidando nel freezer, ecco che escono le convocazioni (per martedì 1° agosto) e parte la paranoia a tutta velocità. Nonostante la presenza di qualche posto vicino a casa, sono assalita dal terrore che qualcuno dalle province confinanti lo prenda prima di me, e mi vedo già tutta sola a centinaia di chilometri da casa, magari tra le nevi del Cadore, senza libri, senza uomo e senza gatto.

Dopo qualche notte insonne o, in alternativa, piena di sogni inquietanti, ecco che finalmente arriva il giorno della convocazione. Pervasa da sentimenti apocalittici preventivi e con delle occhiaie allucinanti, raggiungo l’ufficio scolastico territoriale e parcheggio in una stradina nelle vicinanze. Vado al parchimetro e mi accorgo di non avere moneta. Chiedo di cambiare 5 euro a un passante che a sua volta ha appena parcheggiato, il quale gentilmente mi rifornisce di monetine, mi consiglia un altro posto più economico per parcheggiare la prossima volta, mi indica la strada (stavo già partendo a caso per la tangente) e mi augura buona fortuna per il posto.

Arrivo in loco con larghissimo anticipo. È la settimana più calda dell’anno: ancor prima delle 8 del mattino si suda già come fontane. Vengono convocate per prime le graduatorie di greco e latino, e veniamo fatti salire al piano di sopra. Si procede innanzitutto con i convocati per greco: io sono stata convocata solamente per latino e sto relativamente tranquilla.

A sorpresa, mentre sono nell’anticamera, mi chiamano per greco: c’è un posto che è stato rifiutato da tutti quelli convocati prima di me. Corro trafelata e incredula verso l’ufficio. Entro e il personale del provveditorato me lo illustra. Vedendo che è decisamente lontano da casa mia, e sapendo che ho dei posti di latino vicini a casa, e di fronte alla possibilità di essere riconvocata, ma sempre per quel posto, decido di firmare la rinuncia. Senza rimpianti. Una volta che sono uscita, le colleghe che hanno rinunciato prima di me e che hanno visto in Internet il tipo di posto mi rincuorano sulla scelta fatta.

Mentre iniziano le chiamate per latino, crollo su una sedia in corridoio. Gira un foglio su cui via via vengono spuntati i posti scelti dai candidati. L’ambito vicino a casa mia non viene scelto da nessuno e via via mi rassicuro. Nel frattempo, c’è un’afa pazzesca e la gente si abbevera e si sventaglia. Giunta ormai la tarda mattinata, poco prima del mio turno, mi alzo in piedi e mi metto davanti alla porta dell’ufficio. Un’impiegata del provveditorato mi vede e, notando gli effetti del caldo e della tensione sul mio aspetto, mi invita con gran gentilezza ad attendere in un luogo più fresco.

Tocca a me. Rientro in ufficio. Scelgo l’ambito vicino a casa mia: i posti ci sono ancora tutti. Firmo.

Da quel momento il tempo accelera.

La parte odissiaca è finita. Ora inizia quella iliadica.

Prima di considerarmi ufficialmente arruolata, restano due cose da fare: caricare il curriculum su Istanze on line e contattare le scuole dell’ambito che abbiano prodotto il bando per la chiamata diretta dei docenti. Altra burocrazia, dunque. Dopo un meritato pomeriggio di catalessi totale (e un po’ di festa in serata), il giorno dopo la convocazione mi metto all’opera. Solo che non è chiaro niente, a partire dal formato del curriculum da utilizzare. In qualche modo faccio, seguendo il buonsenso, e nel frattempo mi destreggio tra incombenze varie (ospitalità da dare a un amico pure lui convocato nei giorni successivi, macchina dal carrozziere causa grandine, macchina tornata dal carrozziere con il motorino d’avviamento bruciato, et cetera). Mi sfugge solamente l’aspetto dei bandi per la chiamata diretta, giacché nessuno dei due licei presenti nell’ambito ne ha prodotti. L’unica cosa da fare è chiamare le segreterie: la mattina successiva chiamo per prima la scuola dove ho visto che ci sono effettivamente le cattedre (e che, per inciso, è quella dove ho svolto il tirocinio del TFA). La segretaria me ne dà conferma, e alla mia richiesta di informazioni sull’assegnazione dell’incarico dice di saperne meno di me (nel frattempo la conversazione è passata dall’italiano al dialetto, mi pare di parlare con una vicina di casa) e mi invita a chiamare se ho notizie fresche; comunque mi conferma che il bando non c’è (e quindi non sono io miope che non lo vedo), che la chiamata diretta non avverrà e che quindi c’è da attendere l’assegnazione d’ufficio. Quindi non ho nulla a cui rispondere, anche se ho inviato lo stesso il curriculum alla scuola. La telefonata si chiude con un saluto amichevole e con un “ci sentiamo nei prossimi giorni”. Per sicurezza, chiamo anche l’altra scuola dell’ambito, quella dove ho lavorato quest’anno: cattedre lì non ce ne sono, e non c’è nemmeno il bando. La segretaria, che mi ha visto fare avanti e indietro tutto l’anno, mi augura buona fortuna. Dal tono di voce si capisce che sorride.

Pare dunque che io possa andare in vacanza tranquilla (stavolta con l’uomo, poveretto), anche se nel frattempo ho modificato il curriculum 5-6 volte (ho perso il conto) per scrupoli su minuzie.

Intanto, con l’alunno di ripetizioni di ieri (sempre lui anche quest’anno), felice che io non me ne vada in capo al mondo, c’è stata questa conversazione:

Alunno: – Allora insegnerai anche latino?

Io: – Pare proprio di sì.

Alunno: – Già ti vedo in classe a diffondere l’amore per Cicerone!

Caro.

Annunci

Commissioni

escher__s___drawing_hands___by_femmefatale06

(Sottotitolo: Gli esaminatori esaminati)

Dopo la delirante conclusione degli scritti, ormai un mese fa, la macchina del concorso procede lenta ma inesorabile. Le commissioni, pubblicate praticamente in zona Cesarini, hanno iniziato la correzione delle nostre prove, e tra qualche tempo ne conosceremo gli esiti e avremo il calendario degli orali. Date le condizioni tecniche e mentali nelle quali io stessa e i miei colleghi abbiamo svolto gli esami, ovvero praticamente senza rendercene conto, non ho ancora un presentimento chiaro di quale potrà essere la mia valutazione, e per ora gli orali, almeno per me, restano un’entità astratta che prenderò consapevolmente in considerazione solo in caso di necessità.

Nel frattempo, tra scrutini e adempimenti finali, mi è capitata tra le e-mail la nomina come commissario esterno agli esami di Stato: anche il mio nome, dunque, si trova tra quelli affannosamente ricercati sul web dai maturandi disperati, bisognosi di informazioni e in preda al panico. Una parte di me si chiede con quale criterio vengano scelti i commissari d’esame, se sulla base della τύχη o del clinamen; poi concludo tra me e me che, oltre all’aspetto aleatorio, in realtà si tiene conto anche di fattori molto concreti come la vicinanza della scuola al luogo di residenza o alla sede di servizio. Mi risulta in ogni caso un po’ spiazzante trovarmi nella lista degli esseri più temuti dagli studenti (I COMMISSARI ESTERNI), proprio io che in tutti questi anni ho continuato a dare esami senza una vera soluzione di continuità e combattendo quotidianamente con ansia e sensazione di inadeguatezza.

Quest’anno, tra l’altro, agli esami vanno tre classi che mi hanno avuta come insegnante: una dove sono stata nei primi mesi della prima, una che ho avuto nei mesi conclusivi della terza e la mia quinta di quest’anno. Ognuna di queste classi mi è rimasta nel cuore, quindi, considerando anche che io stessa sono sotto esame per il concorso, e condivido dunque il loro stato d’animo, sto vivendo la maturità 2016 con una particolare dose di empatia. Ciò include anche l’istinto, tra il cameratesco e il materno, di abbracciare stretti a uno a uno i miei alunni ora maturandi (e di non poter trattare male quelli che dovrò esaminare).

In tutto questo tourbillon di sentimenti che si mescolano, fa strano prender parte al totocommissari attivo e passivo, ossia porre la domanda “qualcuno sa com’è il tal professore agli esami?” ed esserne al tempo istesso, per qualcun altro, l’argomento. È di fatto una sensazione che sta tra il surrealismo escheriano e il trenino di Capodanno. Intanto, per non sbagliarmi, riprendo in mano il Paradiso di Dante e la letteratura del ‘900, che chiederò e che mi saranno chiesti probabilmente a pochi giorni di distanza.

Con-correre

scrivere-a-tempo

Proprio in questi giorni si stanno svolgendo le ultime prove scritte per il concorso a cattedre. Noi di lettere le abbiamo sostenute il 2 maggio (italiano, storia e geografia), il 9 maggio (latino) e il 13 maggio (greco), quindi coloro che si sono cimentati col triplete hanno terminato un paio di settimane fa. Dato il modo compulsivo in cui siamo stati costretti a prepararci (il bando, a lungo annunciato e più volte rimandato, è infine uscito la sera del 26 febbraio, e peraltro ne ho visto l’annuncio poco dopo aver varcato in autobus il confine italiano, di ritorno dalla gita a Praga con la mia quinta; dunque abbiamo avuto due mesi per prepararci sul TUTTO, lavorando) e a svolgere le prove stesse, ho avuto seriamente bisogno di un periodo di ripiglio, per tornare in pari col lavoro arretrato e per rendermi conto di cos’era successo.

Nel frattempo, sono fiorite sul web e fuori dal web molte considerazioni sul concorso, volte soprattutto a mettere in luce la lampante sproporzione tra il tempo concesso e ciò che veniva richiesto ai candidati: in una media di 15-20 minuti a domanda, eravamo invitati a elaborare verifiche comprensive di griglia di valutazione, lezioni comprendenti anche non meglio specificati interventi rivolti a ipotetici studenti con Bisogni Educativi Speciali (e specificare la tipologia di bisogno è fondamentale per individuare l’intervento più adatto), unità di apprendimento con collegamenti interdisciplinari e persino programmazioni triennali. Da notare, inoltre, che per le prove di latino e greco non era consentito l’uso del dizionario, che comunque nessuno, date le tempistiche strettissime, avrebbe potuto consultare con calma. Non mancavano, per concludere, domande relative al valore formativo delle materie oggetto d’esame in termini di orientamento dello studente allo studio o al lavoro, con specifico riferimento alle normative: in questo caso non so chi abbia fatto davvero riferimento alle normative indicate, o abbia avuto in mente qualcosa di più specifico del contributo delle materie letterarie allo sviluppo dello spirito critico dello studente et similia.

Anche evitando di considerare aspetti strettamente organizzativi quali la nomina delle commissioni al penultimo minuto e l’assenza di griglie di valutazione standardizzate, salta clamorosamente all’occhio la differenza di questo concorso rispetto a quelli passati, e in particolare a quelli che si sono tenuti fino al 1999: in quell’anno, gli scritti di lettere prevedevano, per italiano, il commento di un brano a scelta tra uno di prosa e uno di poesia e un’ipotesi di utilizzazione didattica, mentre per latino e per greco a questo si aggiungeva anche la traduzione (per greco, non in italiano ma in latino), per la quale era previsto l’uso del dizionario. Tempo concesso: 8 ore. Ecco, noi in 150 minuti abbiamo dovuto fare sostanzialmente la stessa cosa per sei volte, e poi rispondere a quesiti di comprensione su due brani in inglese. A questo punto viene spontaneo chiedersi come sia possibile che, in sostanza, ci venga chiesto di fare in 20 minuti quello che alla passata generazione di docenti si chiedeva di fare in 8 ore: viene il sospetto che la qualità discriminante, nel nostro caso, sia la sovrumana velocità sia di organizzazione sia di digitazione, e non tanto l’autentica conoscenza della materia e l’approccio critico ad essa, impossibili da dimostrare senza tempo per riflettere né per rileggere e correggere. Personalmente ho avuto l’impressione che mi si chiedesse di essere una specie di juke-box di unità di apprendimento. La domanda finale che ci si pone è dunque relativa a quale tipo di docente questo concorso intenderebbe selezionare, e a quali obiettivi educativi tale docente si dovrebbe rifare una volta messosi di fronte agli alunni.

Per concludere, mi limito a citare un passo di Nietzsche che a sua volta un collega ci ha girato dopo le prove scritte, giusto per ricordare come la velocità convulsa che ci si chiede vada contro l’approfondimento e lo spirito critico in generale, e contro il metodo filologico, proprio delle nostre materie, in particolare.

Filologia… è quella onorevole arte che esige dal suo cultore soprattutto una cosa, trarsi da parte, lasciarsi tempo, divenire silenzioso, divenire lento, essendo un’arte e una perizia di orafi della parola, che deve compiere un finissimo attento lavoro e non raggiunge nulla se non lo raggiunge lento. Ma proprio per questo fatto è oggi più necessaria che mai; è proprio per questo mezzo che essa ci attira e ci incanta quanto mai fortemente, nel cuore di un’epoca del ‘lavoro’, intendo dire della fretta, della precipitazione indecorosa e sudaticcia, che vuol ‘sbrigare’ immediatamente ogni cosa, anche ogni libro antico e nuovo; per una tale arte non è tanto facile sbrigare una qualsiasi cosa, essa insegna a leggere bene, cioè a leggere lentamente, in profondità, guardandosi avanti e indietro, non senza secondi fini lasciando porte aperte, con dita ed occhi delicati… (F. Nietzsche, Aurora. Pensieri su pregiudizi morali, trad. it. di F. Masini, in B. Gentili, Poesia e pubblico nella Grecia antica. Da Omero al V secolo, Milano 2006 (4^ edizione), 329)

L’UDA mononota

note_do

Conclusa la triade di scritti del concorso, ecco che una parte dei miei neuroni può finalmente respirare un pochino. In attesa di considerazioni più sistematiche sulle prove e sulla loro organizzazione, faccio semplicemente notare che la maggior parte dei quesiti richiedeva di produrre unità di apprendimento, elaborare verifiche (comprensive di griglia) o indicare percorsi didattici (di durata anche triennale) in un tempo che andava mediamente dai 15 ai 20 minuti. Di qui, da un lato, la mia convinzione che per fare le cose come si deve bisognasse possedere una velocità mentale e di digitazione al limite delle possibilità umane (il riferimento è ovviamente questo), dall’altro, la necessità di avere chiarissimo in testa uno schema ricorrente con cui strutturare le risposte. E lo schema non poteva che essere quello dell’UDA, ossia Unità Di Apprendimento, sul quale ci siamo esercitati in modo ossessivo-compulsivo durante il TFA. Ecco dunque che mi viene spontanea un’ode all’UDA, della quale celebrare la regolarità e l’onnipresenza, attraverso una variazione sulla Canzone mononota di Elio e le Storie Tese, della cui nota essa condivide le caratteristiche.

Condurre un’esistenza di sforzi
Tallonando la chimera di una lezione creativa
Che tenga gli studenti attentissimi
Che poi alla fine scopri
Che ti bastava quello schema solo 
Tritissimo 
Che sciocco non aver pensato prima
All’UDA mononota
Una struttura molto nota
Che si fa con uno schema 
E quello schema è questo
È l’UDA mononota
Puoi cambiare i prerequisiti
Puoi cambiare gli obiettivi 
Puoi cambiare le competenze
Puoi cambiare le metodologie 
La puoi fare frontale, cooperativa, in compresenza, capovolta
Puoi cambiare il docente
Puoi cambiare l’argomento
Puoi farla da solo
Puoi farla tutti insieme coi colleghi 
Puoi farla fare agli studenti 
Mentre ti prendi una pausetta (aspetta che firmo il registro)
Puoi cambiare la lingua
For example you can do it in English
Auf Deutsch, en français, en español,
In cinese: “Unci, dunci, trinci…”
Quante cose che puoi fare
Utilizzando l’UDA!
Puoi farla per la prima elementare
Puoi farla per la quinta superiore
Puoi far finta che sia finita
Ma se non sei in grado neanche
Di fare l’UDA mononota
Ti consigliamo di abbandonare il tuo sogno di docente
Se sei un docente spiritoso
Stai attento
Che qui basta che racconti una barzelletta su Pierino 
E sei fuori
L’UDA mononota
Che non scende a compromessi
E se lo fa il compromesso è piccolo
Tipo una gita
L’UDA mononota
Ha avuto i suoi antesignani
Uno su tutti: il modulo, l’unità didattica, il ciclo di lezioni 
È anche facile da strutturare
Burocratica, favorita dal Ministero
Fateci caso: il concorso a cattedre è pieno di UDA
C’è poi il concorso di una UDA sola
Ma, a forza di riforme, dopo un po’ cambia:
il MIUR ha avuto le palle di perseguire un obiettivo
Ci ha creduto fino in fondo
Invece noi
Forse

(…anche se l’ultima UDA al concorso mi è venuta monca perché è scaduto il tempo)

Dall’altra parte della cattedra

blog-featured-11

Ho saputo che questa settimana, dal 2 all’8 maggio, è la Settimana dell’insegnante, in cui si è invitati a ricordare e ringraziare i docenti che sono stati importanti nella nostra vita. Procedo dunque anch’io con il mio contributo, anche se, a voler scendere nel dettaglio, la lista di ringraziamenti durerebbe da qui a Natale.
Grazie di cuore ai miei vecchi insegnanti di scuola, e soprattutto a quelli di lettere, perché è per seguire il loro esempio, ricordando tutto quello che mi hanno dato, che ho scelto questo lavoro. A partire dal maestro di italiano delle elementari, che leggeva insieme a noi I ragazzi della via Pal, proseguendo con la professoressa di lettere delle medie, che, tra le altre cose, organizzò per la nostra classe l’ormai mitica recita scolastica ispirata al Don Chisciotte (libro che da allora non ho mai smesso di amare), e grazie alla quale ebbi l’idea di iscrivermi al liceo classico. Qui dovrei ringraziare collettivamente tutti i docenti di lettere del ginnasio e del liceo, per i quali nutro una stima profondissima e una reverenza che faccio un po’ fatica a celare quando, peregrinando da una scuola all’altra, me li ritrovo come colleghi. Ancora una volta, è a loro che devo la decisione di fare della letteratura e della classicità una ragione di vita.
Grazie ai miei docenti dell’università, e in particolare al mio relatore che ha sempre creduto in me.
Grazie davvero ai miei colleghi di scuola e a quelli che ho incontrato durante il tirocinio del TFA, che, oltre ad accompagnarmi nell’ingresso nel mondo della scuola “dall’altra parte”, mi hanno sostenuta (e mi sostengono tuttora) con tutte le loro forze quando credevo di non farcela più.
Grazie ai colleghi con cui mi trovo a condividere il cammino per diventare docenti di ruolo, perché in questo percorso complicato e assurdo è facile perdere la ragione, e si rimane sani solamente se si ha accanto qualcuno con cui affrontare le difficoltà, farsi coraggio e pure sdrammatizzare ogni tanto.
Grazie, infine, ai miei alunni (di scuola ma anche di ripetizioni), che, nonostante le difficoltà, mi danno la prova di aver fatto, tutto sommato, la scelta giusta: spero di poter dare a loro anche solo una parte di tutto quello che è stato dato a me.

Elio e le storie (letterarie) tese

San Remo - Festival della Canzone Italiana Day 6

Ho un legame particolare con Elio e le storie tese, che in periodi particolarmente difficili (per motivi di studio, lavorativi, incazzature varie ed eventuali) sono essenziali per la mia salute mentale. Ricordo solo, in particolare, la fase finale della stesura della mia tesi di dottorato, cioè una serie di nottate passate a scrivere sproloqui su Cicerone divorziato da Terenzia e ad ascoltare praticamente in loop la Canzone mononota, che era appena uscita (litigando, per ironia della sorte, con le numerosissime note della tesi).

Ora che io e quelli come me dovremmo ipoteticamente ripassare IL TUTTO in vista del concorso, ecco che si rende necessaria un’altra botta di Elio. Tra la stanchezza del lavoro e il rimbambimento dato da legislazione e normative, subentra un certo delirio che mescola esaurimento nervoso e necessità di sfruttare per il ripasso ogni genere di occasione, al limite dell’eterodossia. Ecco dunque un esempio di come sia possibile (a partire, è vero, da spunti di un certo livello) ripassare i grandi della letteratura, ai quali i brani degli Elii rimandano più o meno velatamente (e ai quali li ho collegati più o meno forzatamente).

  • DanteDannati forever. Qui il collegamento non ha bisogno di commento alcuno. Unica osservazione: a differenza della cantica dantesca, che trae spunto dall’Etica Nicomachea aristotelica, l’ordinamento morale del brano è basato sui Dieci Comandamenti.
  • PetrarcaServi della gleba. A parte il tema fondamentale, che può essere fatto risalire alla topica del servitium amoris dell’elegia latina, la descrizione dell’amante attraverso l’ossimoro “cuore in fiamme e maschera di ghiaccio” ricorda da vicino il petrarchesco “negli atti d’alegrezza spenti / di fuor si legge com’io dentro avampi”.
  • BoccaccioEl pube. Il piazzista volante che arringa la folla ha qualcosa del frate Cipolla boccacciano, così come la trattazione gioiosa e vitale della tematica erotica, comportante anche la violazione della fedeltà coniugale, può ben accostarsi alle novelle del Decameron.
  • Lorenzo VallaIl vitello dai piedi di balsa. La storia del vitello dai piedi di balsa come la donazione di Costantino: falsa.
  • Lorenzo il MagnificoPagàno. Come nella Canzona di Bacco, un ritorno alla mitologia antica in nome di una recuperata vitalità.
  • GuicciardiniEffetto memoria. “Mi ricordo di un ricordo: spero che non me lo scordo”. E ho detto tutto.
  • TassoIl quinto ripensamento. In nome della complessa gestazione della Gerusalemme liberata, fatta di continue revisioni e correzioni, tagli e modifiche.
  • PariniParco Sempione. Avvicinabile all’ode La salubrità dell’aria per la comune attenzione ai problemi ecologici che affliggono la città di Milano. Al netto dei bonghisti privi di senso del tempo, chiaro.
  • AlfieriAlfieri. Accostamento nato da semplice omonimia.
  • FoscoloUrna. Il brano riprende la visione foscoliana della sepoltura come legame tra mondo dei vivi e mondo dei morti, citando esplicitamente alcuni celebri versi dei Sepolcri: “Sol chi non lascia eredità d’affetti / poca gioia ha dell’urna”.
  • LeopardiFossi figo. In collegamento, da un lato, con la prima fase del pessimismo leopardiano, il cosiddetto “pessimismo individuale”, caratterizzata dalla coscienza, da parte del poeta, dell’infelicità della propria vita, senza che però ciò impedisca che gli altri possano essere felici. Dall’altro, si può ravvisare un accenno al concetto di “illusione”, uno dei cardini della poetica leopardiana.
  • ManzoniLa terra dei cachi. L’ironia del brano accompagna una sfumatura di critica alla società italiana, tratto che tutto sommato è in comune con la “storia sociale” indagata da Manzoni, la quale non è fine a sé stessa ma pone idealmente le basi per una riflessione sui problemi del presente.
  • CollodiBurattino senza fichi. L’ispirazione collodiana non ha bisogno di commenti.
  • BaudelairePsichedelia. Gli effetti dei paradis artificiels.
  • MarinettiSupergiovane. Guerra ai matusa, zang tumb tumb.
  • D’AnnunzioJohn Holmes. Doti amatorie, cinema e motori.
  • SvevoStoria di un bellimbusto. Il protagonista del brano si può ben accostare al tipico “inetto” sveviano, segnato dal desiderio di inserirsi pienamente nella società attraverso l’amore, il matrimonio, il lavoro e i rapporti sociali, ma inevitabilmente frustrato e destinato a rimanere un outsider.
  • SenecaIl tutor di Nerone. Per concludere, una chicca classicista: il tema del brano è la vita frenetica dell’uomo moderno, un antidoto alla quale è offerto dalla riflessione espressa da Seneca (menzionato espressamente) riguardo la gestione del tempo, in particolare nel De brevitate vitae, che esorta a una corretta gestione degli officia (abbandonandoli, se necessario) per conservare un margine di otium da dedicare alla filosofia.

Manoscritti seicenteschi

004

«Il Conchorso si può veramente deffinire una guerra disperata contro il Tempo, perché togliendoli di mano i Precari suoi prigionieri, anzi già fatti cadaueri, li richiama in vita, li passa in rassegna, e li schiera di nuovo in battaglia. Ma gl’illustri Candidati che in tal Arringo intendono far messe di Cattedre e di Ruoli, rapiscono solo che le sole spoglie più sfarzose e brillanti, imbalsamando co’ loro inchiostri le Imprese de Pedagoghi e Professori, e inqualificati Ministri, e trapontando coll’ago finissimo dell’ingegno i fili d’oro e di seta, che formano un perpetuo ricamo di Attioni didattiche gloriose. Però alla mia debolezza non è lecito solleuarsi a tal’argomenti, e sublimità pericolose, con aggirarsi tra Labirinti de’ Politici maneggj, et il rimbombo de’ Termini tecnici inhutilissimi: solo che hauendo hauuto l’anno passato l’Habilitatione, se ben capitar puote anche a gente meccaniche, e di piccol affare, mi accingo di scender io medesma nell’Arena, con sottopormi alle Forche Caudine degl’Esami scritti e orali. Nei quali si vedrà in angusto Teatro luttuose Traggedie d’horrori, e Scene di Histeria grandiosa, con intermezi d’Insonnie studiose e Preci angeliche, opposte alle Sodomie diaboliche. E veramente, considerando che questa nostra Schuola sij sotto l’amparo del Renzi Cattolico nostro Signore, che è quel Sole che mai tramonta, e che sopra di essa, con riflesso Lume, qual Luna giamai calante, risplenda la Ministra di nobil Prosapia che pro tempore ne tiene le sue parti, e gl’Amplissimi Senatori quali Stelle fisse, e gl’altri Spettabili Magistrati qual’erranti Pianeti spandino la luce per ogni doue, venendo così a formare un nobilissimo Cielo, altra causale trouar non si può del vederla tramutata in inferno d’atti tenebrosi, malvaggità e sevitie che dai Burocrati temerarij si vanno moltiplicando, se non se arte e fattura diabolica, attesoché l’humana incompetentia per sé sola bastar non dourebbe a resistere a tanti Heroi, che con occhij d’Argo e braccj di Briareo, si vanno trafficando per li pubblici emolumenti. Per locché compiendo questa Impresa, hauendoui consumato i tempi di mia verde staggione, abbenché la più parte del Tempo che doveria servire al nobile Uffizio dello Studio, sij in loco di esso devota al Servitio nella Schuola medesma, con rendersi tributarij di Colleghi, Alunni e Genitori loro, pure per degni rispetti, si scorreranno le Avertenzie Generali, cioè le Leggi della Schuola e le Metodologie didattiche, et il medesmo si farà de’ contenuti, solo observando li Argomenti generaliter. Né alcuno dirà questa sij debolezza del Corpo, e pigritia di questa mia esausta Mente, a meno questo tale Critico non sij persona affatto diggiuna della Schuola: che quanto agl’huomini in essa versati, ben vederanno le hore del giorno esser sempre ventiquattro e a ciascuno, oltre che la mattina domar feroci Turbe di Alunni e il meriggio compulsare orride Verifiche, esser necessario ogni qual tratto manducare, dormire, e andar di Corpo. Imperciocché, essendo cosa evidente, e da verun negata non essere i Quesiti d’Esame se non puri purissimi accidenti…»

[Credits: Alessandro Manzoni]