Gestione dello spazio

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Il cruccio principale dello studente pigro nello scrivere un tema è cercare il modo migliore per riempire il foglio dando mostra di aver scritto un sacco pur non avendo nulla da dire. A tal proposito gli stratagemmi da lui messi in atto possono essere di vario tipo:

  1. la supercazzola, ovvero il rimestare i soliti due-tre concetti con parole diverse oppure direttamente con le stesse parole. Se fatta bene è quasi un esercizio di sofistica: per studenti pigri fino a un certo punto;
  2. il foglio coi margini, normalmente staccato dal centro di un quaderno a righe: esso permette di scrivere su una mezza riga che è circa l’80% di una mezza riga intera, permettendo dunque allo stesso testo di occupare il 20% di spazio in più che in un foglio protocollo d’ordinanza;
  3. ricopiare la traccia, magari saltando qualche riga dall’intestazione; questo metodo tuttavia permette di recuperare massimo 4-5 righe rivelandosi dunque di efficacia relativa;
  4. incollare il foglio con tutte le tracce: con le dovute cautele e centrando il foglio come si deve, tale metodo può far guadagnare fino a mezza facciata;
  5. la spaziatura dopo i paragrafi, possibilmente facendo coincidere i paragrafi stessi con i punti fermi: così si guadagnano dalle 5 alle 12 righe, in funzione del numero dei capoversi;
  6. scrivere una riga sì e una no raddoppiando così di botto lo spazio occupato dal testo. Antisgamo proprio;
  7. scrivere enorme possibilmente con grafia tipo elementari, occupando la mezza riga con due-tre parole;
  8. scrivere piccolissimo e addurre ciò come scusa dissimulatoria della brevità del testo (“non è il tema che è corto, sono io che scrivo piccolo”).

Sapienza

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Ultimo compito in classe di latino: versione su Pittaco, tiranno virtuoso. La frase in numero septem sapientium ab antiquis existimatus est (“fu ritenuto dagli antichi nel numero dei sette sapienti”), nel passaggio in italiano, ha assunto le seguenti forme:

  • fu giudicato nel numero sette della sapienza dagli antichi;
  • è stato stimato dalla classe degli antichi sette sapienti;
  • contava sette [la frase si ferma qui];
  • era stimato nel numero sette dai saggi in rispetto degli antichi;
  • era stimato dal numero sette della sapienza dell’antichità;
  • fu stimato dagli antichi per le sue sette qualità;
  • fu stimato da sette sapienti e antichi;
  • era stimato da sette classi sapienti e antiche;
  • è stato collocato per saggezza nel numero sette del mondo antico;
  • è ricordato dagli antichi nel numero sette;
  • era stimato in numero sette dalla sapienza degli antichi.

Ponte dei sospiri

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L’immagine veneziana a commento del post si fa per me metafora di questo ponte dell’Immacolata, durante il quale sto recuperando ore di sonno ma sto anche sospirando parecchio a causa delle verifiche da correggere, tra cui in particolare ne spicca una di storia assegnata in una delle mie classi prime, sulle civiltà fenicia, ebraica, minoica e micenea. Durante le spiegazioni mi pareva di formulare frasi di senso compiuto e di essere compresa dal mio uditorio, e la lezione precedente alla verifica è stata dedicata al ripasso. Eppure essa è stata un florilegio di perle assortite di cui le più eclatanti sono le seguenti.

  • Esercizio con cartina muta su cui indicare il luogo di origine delle quattro civiltà della verifica (dopo spiegone sul fatto che la parte grigia fosse il mare e quella bianca la terra): gli Ebrei sono stati collocati in mezzo al mare (a sud del Peloponneso, a nord di Creta). Può darsi che sia per questo che non ebbero problemi col mar Rosso.
  • Definizione di “alfabeto fonetico”: “alfabeto con le sillabe; era un alfabeto molto particolare. Bensì all’inizio non si scriveva ma si parlava, è un miscuglio di altri alfabeti preso dopo la conquista dei popoli” (sic).
  • Definizione di “lineare B”: “era una stele dove era scritto un alfabeto scritto”; “la parte della fase neopalaziale quando avviene il secondo crollo”; “tavoletta in cui sono riportate delle scritture in scrittura alfabetica”.
  • Attribuzione della datazione a eventi storici: guerra di Troia -> 66 d. C.; liberazione degli Ebrei dall’Egitto -> 132 d. C.
  • Cosa succede allo Stato ebraico dopo la morte di Salomone? “inizio dell’attesa del Messia”; “toccherà ad Alessandro Magno sconfiggere Tiro e liberare gli Ebrei”.
  • Qual è la condizione degli Ebrei in età ellenistica? “migrano ad Alessandria d’Egitto dove vengono fatti schiavi dalle popolazioni che erano già stanziate su quel territorio. Solo nel 66 d. C. con l’intervento dell’imperatore Agostino gli Ebrei vengono liberati e possono tornare a casa”; “Ebrei che vengono conquistati da Alessandro Magno che li deporta a Babilonia”; “profeti che”univano” l’uomo con dio (sic) e condannavano la fede esteriore”.
  • Quali sono le cause della fine della civiltà minoica? “popolo minoico invaso dai Persiani aiutati dai popoli orientali e dai micenei” (sic. Almeno i Micenei li ha azzeccati, comunque).
  • Descrivi la società micenea. “Il popolo miceneo si riuniva formando le BABECIS” (Che caspita siano non è dato saperlo).
  • Commento del celebre affresco di Cnosso raffigurante la taurocatapsia (qui sotto in foto): a parte che nessuno è stato in grado di scrivere il termine correttamente (con problemi anche a scrivere “tauromachia”, che sarebbe comunque stato accettabile), l’immagine è stata variamente associata al vitello d’oro e (chissà come mai) ai profeti ebrei oppure al toro di Falaride (le macchie bianche sul ventre sono state scambiate per fiamme); altre risposte: “la loro credenza per i tori è nata quando il dio Zeus si trasformò in un toro bianco e fece innamorare di sé una donna che si fece costruire un travestimento da vacca”; “a me sembra una punizione che magari è dovuta alla trasgressione di una legge del popolo cretese”; il toro è stato definito “minotauro”.

Si sente il bisogno impellente di una verifica di recupero.

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Amanuensi

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Il sottotitolo di questo post può ben essere Come sia possibile copiare un tema e credere di farla franca. Com’è noto, infatti, il tema di italiano è l’unico compito in classe in cui non si richiede agli studenti di separare i banchi, dal momento che in questo caso, non essendoci esercizi da svolgere o domande a cui rispondere, ma essendo necessario, al contrario, esprimere e argomentare il PROPRIO punto di vista su un argomento, copiare dal vicino non dà una speranza in più di svolgere quanto richiesto in modo corretto, ma fa fare allo studente la figura del pollastro.

Eppure, nonostante tutti i pronostici, ciò è accaduto proprio in una mia classe. Ma partiamo dall’inizio.

Un paio d’anni fa mi è stata assegnata una supplenza al biennio di un istituto tecnico, in una prima e due seconde dell’indirizzo turistico. La prima era molto turbolenta (come, a dire il vero, la maggior parte delle prime degli ultimi anni, in qualsiasi tipo di istituto), ma si trattava di ragazzi tutto sommato affettuosi con cui sono riuscita a impostare, in qualche modo, un percorso sensato. In una delle seconde mi sono decisamente divertita, e credo anche i ragazzi, che appena prima di Natale, quando ho dovuto cedere il posto al docente titolare, mi hanno regalato un mazzo di fiori e una loro foto di classe, che tengo ancora orgogliosamente in salotto. Nell’altra seconda le cose sono andate decisamente peggio: in sostanza, dal momento che ero supplente e quindi non li avrei portati fino alla fine dell’anno, e nemmeno agli scrutini intermedi, gli studenti tendevano a rifiutarsi di lavorare sia in classe sia a casa, con mia grandissima frustrazione. In una delle ultime lezioni, constatando il palese disinteresse generale, ho persino smesso di spiegare fissando la classe nelle palle degli occhi in silenzio totale fino al suono della campanella.

Ed è proprio qui che è avvenuto il fattaccio.

Tema in classe: testo argomentativo. Una delle tracce (quella “incriminata”) riguarda l’importanza dello studio delle lingue straniere nella società globalizzata: dato che all’indirizzo turistico si studiano tre lingue, avevo ritenuto che i ragazzi avessero vari argomenti da portare a favore della propria scelta. Non a torto, dato che proprio questa, alla fine, è risultata la traccia preferita dalla classe. Uno dei ragazzi mi chiede se può consultare il pc di classe per recuperare un articolo da lui letto qualche tempo prima e servirsene come fonte per arricchire le sue argomentazioni. Glielo permetto, a patto che citi la fonte, cosa che avviene correttamente. Nel giorno fissato per il compito ci sono alcuni assenti: poco male, quando tornano riesco a ripescarli e a far loro svolgere regolarmente il tema. Costoro, che recuperano, mi chiedono se possono andare a farlo nella biblioteca della scuola: non ho nulla in contrario, considerando che copiare un tema equivale a un suicidio.

Giunge il momento della correzione. Tra una cosa e l’altra, mi prendo in ritardo, correggo prima altre verifiche (sbagliando completamente a organizzarmi, lo ammetto) e finalmente mi appropinquo a questi temi. Sotto gli occhi me ne trovo uno in cui la studentessa afferma che nel mondo di oggi non è affatto importante conoscere le lingue straniere perché “ci sono dirigenti che siedono in poltrona non sapendone nessuna”. Mi chiedo cos’abbia capito la ragazza di come va il mondo e perché abbia scelto quella scuola, faccio le mie correzioni e passo oltre. Apro un tema, scritto da una delle ragazze che avevo spedito in biblioteca e ricopiato solo parzialmente, e già mi girano le scatole perché devo correggere una bruttacopia in matita. Mi appresto a leggerla, ed ecco che scatta il campanello d’allarme. Una delle frasi infatti dice una cosa come “durante i miei studi universitari, ho molto apprezzato gli esami di linguistica”. Studi universitari COSA, che sei in seconda superiore? La fatalità vuole che mi trovi nella stessa stanza con mia sorella, che sta utilizzando il pc. Con occhi strabuzzanti le chiedo se per piacere mi cerca su Google quella frase, ed ecco uscire tra i risultati un articolo trascritto paro paro nel tema che ho di fronte. Fulmini e saette, porchi e bestemmie. A questo punto, mentre le correzioni procedono, quando vedo una frase che mi sembra avere una sintassi corretta e un lessico adeguato la digito su Google. Ed ecco che scopro che ben tre altri studenti mi hanno fatto lo stesso scherzetto, due addirittura scegliendo lo stesso articolo come archetipo, la terza facendo una fusione di due testi. E’ ormai evidente che mi stanno prendendo per i fondelli. Conseguenza logica: voto 3, e in allegato la stampa degli articoli da cui i temi risultano copiati. Supposta dinamica della copiatura: cellulare (per chi ha svolto il compito in biblioteca) o ricerca su Internet a casa e lavoro di scriba a scuola (per chi è stato regolarmente presente in classe).

Il lunedì successivo è il giorno fatidico della riconsegna. Prima di recarmi in classe da loro, ho la mia ora settimanale di ricevimento genitori: ecco arriva una madre tutta trafelata, senza appuntamento, che chiede di potermi parlare urgentemente perché ha visto il voto ricevuto dalla figlia, e non ci vuole credere perché “la ragazza in italiano è sempre andata bene”. La metto di fronte all’evidenza, mostrandole il tema e l’articolo del quale esso è una copia. La madre ribatte ponendo il problema dell’imminente fine del quadrimestre, con conseguente impossibilità, per la ragazza, di recuperare il votaccio. Mi pare di averle risposto che sarebbe bastato fare un po’ meno i furbi per evitarlo direttamente, e di aver poi attutito i toni, per evitare che si arrivasse allo scontro frontale, ricordando che si trattava solo della prima parte dell’anno, e che c’era ancora tutto il secondo quadrimestre per evitare altre figuracce di questo genere. Tuttavia, mi sono congedata dalla signora con la sensazione che, secondo lei, la colpa del 3 e della sua irreparabilità fosse tutta mia, dato che mi ero presa tardi con la correzione impedendo la pianificazione del necessario recupero.

Arrivo in classe con la sensazione che stia per scoppiare la bomba atomica. Appena apro la porta, la LIM è accesa e porta a tutto schermo, ed evidenziata col mouse, la parte del regolamento d’istituto secondo cui il docente è tenuto a restituire i compiti corretti dopo massimo 15 giorni dal loro svolgimento. Si tratta di terrorismo psicologico in piena regola. Immediatamente mi vengono contestati i 3, che giustifico mostrando ai ragazzi stessi gli articoli che hanno copiato. La figlia della signora che mi ha visitato rimane muta in un angolo e arrossisce. Un’altra nega recisamente di aver mai visto l’articolo da me reperito. Un’altra ancora si giustifica affermando di aver cercato degli “spunti” a casa, e che non capisce come mai al suo compagno l’ho permesso e a lei no. Ricordarle che lui in primo luogo me l’aveva chiesto, e in secondo luogo aveva integrato gli argomenti nel testo in modo appropriato e soprattutto aveva citato la fonte, non porta a nessun risultato. L’alunna insiste per andare a chiamare la preside e denunciarle il mio supposto abuso. Non posso fare altro che lasciarla correre in presidenza. Nel frattempo inizio ad avere un tremore alle mani.

La preside arriva dopo un paio di minuti. La ragazza le rifà il resoconto, me presente, di quanto accaduto, insistendo sul tasto delle tempistiche di correzione non rispettate. La dirigente dà un colpo al cerchio e uno alla botte, ricordando a me che non sarebbe fuori luogo dare agli studenti una documentazione a corredo della traccia, affinché funga da spunto di riflessione, e agli studenti che la correzione di elaborati voluminosi come i temi può essere particolarmente laboriosa. Dura e definitiva la condanna della copiatura. Alla fine, tutto sommato, non ne esco sconfitta. Mi permetto di fare un’osservazione finale a lungo termine alla ragazza sul piede di guerra: “Quando farai la tesi di laurea, se non citerai le fonti su cui basi quello che dici, l’autore del documento originale potrà denunciarti per plagio.” Risposta: “Ma la tesi dovrò farla tra dieci anni!”. Ammetto che non ho ancora ben capito il senso di questa frase sibillina: forse, per quando sarà il momento, le copiature saranno talmente tante e sovrapposte (conturbatae come i basia di Catullo) che sarà impossibile risalire all’originale?

Creatività morfologica reloaded

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Pure stavolta, col balletto delle graduatorie e degli aventi diritto, ho iniziato l’anno scolastico con delle classi e lo sto continuando con classi diverse, con tutti i vari microtraumi emotivi annessi e connessi (sia da parte degli studenti, che un po’ si erano affezionati, sia da parte di noi docenti che andiamo e veniamo. E mica siamo fatti di sasso noi, oh). Morale della favola, ho ricevuto in dotazione due prime nuove di zecca, e ciò significa un’altra tornata di verifiche sui verbi. Quella che sto correggendo ora mi sta riservando grandi soddisfazioni (sarcasm mode: ON), che l’uomo di casa condivide a suon di grasse risate. Almeno lui si diverte.

Ecco qui un’antologia delle perle più sfavillanti:

  • ANDARE: che essi abbiano (così senza porsi domande), che essi vanno, che egli vadano, che essi andarono
  • DARE : che io dassi (ormai è un classico), che io davo, che io andavo
  • FARE: che egli fece
  • STARE: che noi avessimo (perché leggere la consegna?), noi stetti, che noi stammo, noi stassimo, che noi stavamo, che noi facessimo (!)
  • TRARRE: che egli trasse, egli ho tratto, che egli traa, che egli trae, traé, che egli trarre, che egli traia
  • TACERE: che tu tacia, che tu taci, che tu tacci, tacqua
  • VALERE: egli valerebbe, egli valrebbe
  • SCIOGLIERE: noi sciolsi, sciolsmo (sic), essi scioglierono
  • RIMANERE: tu rimanerai
  • PORRE: egli porrerà/porrerrà, egli porra, egli vorra, egli porrerai
  • NUOCERE: che egli nuocerebbe, che egli nuoca
  • PIACERE: essi piacerono, essi è piaciuto, piacei, essi ebbero pianto, piaquero, egli piaccue
  • BERE: (questo verbo era all’inizio del secondo foglio della verifica. Dato che i due fogli non erano pinzati, ho pregato gli alunni di mettere il nome su entrambi. Alcuni, più illuminati di altri, hanno scritto il loro nome al posto di coniugare debitamente il verbo. Ma a parte questi:) noi bevremo, noi beremo, noi beremmo, noi beveremmo
  • APRIRE: ha aprito
  • PROFERIRE: ha proferto, hai preferito
  • APPARIRE: era apparita (che domande)
  • INGHIOTTIRE: inghiozzi
  • UDIRE: udisco, udisci, udi
  • DIRE: dii, dì
  • RIVEDERE: rivisi, rivedei, rivedetti

(Precisazione: non ci sono ancora diagnosi DSA o casi individuati come BES. Vedremo come evolve la situazione. Nel frattempo, tutti al lavoro.)

Tema di Italiano – FAQ

(Spin off di questo post, nel quale la questione del tema è affrontata in modo più generale.)

Lo svolgimento del tema di italiano, che dovrebbe svolgersi in raccoglimento, religioso silenzio, e soprattutto solitudine, è regolarmente funestato da domande di ogni genere, più o meno sensate, che gli studenti rivolgono al docente. Eccone qui un campionario:

  • Q.: Se non ho il foglio protocollo, posso usare un foglio a buchi? A.: (da pronunciarsi con occhio che scaglia lingue di fuoco) NO. Se non siete provvisti di fogli protocollo, fate una colletta e mandate uno di voi in cartoleria.
  • Q.: Devo piegare il foglio a metà? A.: Dopo otto anni di temi, non sono domande da farsi. CERTO che devi.
  • Q.: Cosa devo scrivere come intestazione? A.: Come hai intestato i compiti finora? Nome cognome classe data, tema di italiano!
  • Q.: Devo copiare la traccia? A.: Mi basta il numero per capire quale hai scelto! (Di solito, comunque, la traccia viene copiata integralmente, per occupare più righe nel foglio. Beata ingenuità.)
  • Q.: Lo spazio più largo (del foglio protocollo a righe, n.d.a.) va in alto o in basso? A.: Spazio alto in alto, spazio basso in basso. E comunque, hai mai osservato come sono orientati i fogli nei quaderni a righe che hai utilizzato finora? (Domanda inutile: non sono mica quelle le cose che osservano.)
  • Q.: Devo proprio scrivere in corsivo? A.: Innanzitutto, perché non ve lo insegnano più? Comunque, a me interessa che il testo sia in qualche modo leggibile e comprensibile. Unica condizione: evitare lo stampato maiuscolo a tappeto, che mi impedisce di vedere dove usate le maiuscole. (Manco a dirlo, pure questa condizione viene spesso negletta.)
  • Q.: Posso usare un foglio a quadretti? A.: Al limite solo per la malacopia. (E possibilmente bianco. Ho visto malacopie fatte su fogli di ogni colore dell’iride e corredate da disegnini più o meno artistici. Tra l’altro, a copiatura non conclusa, diventando dunque il vero Tema a tutti gli effetti.)
  • Q.: Posso scrivere la malacopia in matita? A.: ASSOLUTAMENTE NO, perché nel caso in cui tu non finisca di copiare in bella non potrei correggerla. (E puntualmente mi trovo cose da correggere in matita. Non mi resta che ovviare fotocopiando il testo e correggendo sulla fotocopia. Ascoltatemi quando vi parlo, piccoli cialtroni.)
  • Q.: Posso usare la cancellina? A.: Basta che non sia necessario stenderla col rullo come l’asfalto.
  • Q.: Quanto lungo dev’essere il tema? A.: Dalle due colonne e mezza alle quattro colonne. (E ogni volta vi sono temi stitici di una colonna e mezza, scritti larghi, e colossali produzioni che occupano tre fogli protocollo.)
  • Q.: Se non ci bastano le tre ore, possiamo usarne un’altra? A.: DOVRETE PRIMA PASSARE SUL MIO CADAVERE.
  • Q.: E allora, se non riusciamo a finire di copiare, come facciamo? A.: Mettete un dannatissimo asterisco sulla malacopia, e continuerò a correggere da quel punto.
  • Q.: (Verso la fine delle prime due ore) Ma io ho già finito il tema. Posso iniziare a copiare anche se non siamo ancora alla terza ora? / Ma io non ho ancora finito. Posso continuare la stesura nella terza ora? A.: La suddivisione di stesura nelle prime due ore e copiatura nella terza è DEL TUTTO INDICATIVA. AUTOGESTITEVI. (E tutte le volte c’è qualcuno che poltrisce per due ore e poi corre come un dannato nella terza, producendo una cosa al limite dell’umano.)
  • Q.: Se nel tema metto un concetto che c’è anche nel dossier e però sapevo già di mio, devo citare lo stesso il documento dov’è contenuto? A.: (Fumano i neuroni) Qui siamo al limite della filosofia teoretica, caro. Vedi tu.
  • Q.: Mi dice un sinonimo di *insert random word here*? A.: Ce l’hai un vocabolario, sì? (Risposta di rimando: non l’ho portato perché pesava.)
  • Q.: Come si scrive *insert random word here*? A.: Vedi sopra.
  • Q.: (Consegnando il compito) Capisce la mia scrittura? A.: Se ti mostro il codice di Tucidide con scolii che ho dovuto portare all’esame di paleografia greca, capirai che non avevi motivo di farmi questa domanda.

Creatività morfologica

Nella prima che ho avuto in sorte quest’anno ho iniziato con un test d’ingresso di grammatica, per individuare, al solito, eventuali lacune da colmare. Pare proprio che una di queste sia la coniugazione dei verbi irregolari, giacché, negli esercizi che richiedevano, appunto, di coniugare alcuni verbi secondo le indicazioni date (di modo, tempo, persona e diatesi), i pueri hanno dato prova di una creatività morfologica che io posso dimostrare solamente dopo un litro di grappa. Ecco un pot pourri di ciò che le mie fosche pupille hanno visto.

  • RAMMARICARSI: tu hai rammaricato; tu hai ramarricato (sic); tu sei rammaricato.
  • REDIGERE: essere stati redigerati; essere stato redigito; aver redetto; essere stato reditto; essere stato rediretto; essere redetto.
  • NASCERE: egli naque; egli nacue; nascebbe.
  • SCONVOLGERE: che tu fui stato sconvolto.
  • ESPELLERE: che io espelli; espellino; espelgano.
  • COGLIERE: tu ebbi colto.
  • ACCINGERSI: che voi aveste accingiuto; voi vi accingiavate; voi aveste accinto; che voi vi foste accinsi; che voi aveste accingito; fossi stato accinto; che tu fossi accinso; che voi vi avreste accinto; voi aveste accinso.
  • APPARIRE: essere apparito.
  • TRARRE: che noi traggammo; trarreremmo; io traerei; se noi traemmo; noi traerimo; noi trassimo; traggate; trarriate.
  • CRESCERE: essi crescerono; crescierono; cressero.
  • OPPRIMERE: che io ero oppresso.
  • DIVENIRE: egli divenirà; divenirò; divenì.
  • SCORGERE: essendo scorgiuto; essendo scorso; essendo scosso.
  • PROPORRE: proporressero.
  • ARRIVARE: arriverano (sic).
  • SCONFIGGERE: avrebbero sconfisso.

L’effetto finale era pressappoco questo. Su le maniche e via col ripasso.

L’onore delle armi

Per un insegnante, il primo incarico ha sempre qualcosa di speciale. Quanto a me, devo ammettere che sono stata fortunata, perché, un paio di mesi dopo la laurea, armata soltanto di messe a disposizione inviate a tappeto in tutto il territorio provinciale, sono stata chiamata per tenere alcuni corsi di recupero di Italiano in un liceo artistico e delle scienze sociali. Ma questo ancora non conta come esperienza scolastica vera e propria, perché si tratta comunque di un incarico che rimane al di fuori dell’attività didattica ordinaria. Successivamente, l’abbondanza di curricula di cui ho tempestato anche le scuole private mi ha fatto guadagnare un incarico annuale in un centro studi, che è stato sufficientemente traumatico da guadagnarsi un post a sé, presto venturo. (Ho una quantità incredibile di cose che ho promesso di scrivere qui, e che prima o poi scriverò, non si tema.) Nel maggio di quell’anno scolastico campale, tuttavia, ho ricevuto la prima chiamata come supplente vera e propria: due settimane di italiano e storia nel triennio di un istituto tecnico per geometri, per sostituire una collega in infortunio. Ero talmente su di giri che per calmarmi ho irrazionalmente messo sul fuoco una moka di caffè.

Il giorno successivo arrivo a scuola e passo in segreteria; mi vengono rapidamente date alcune indicazioni sullo svolgimento dei programmi nelle varie classi e vengo catapultata in aula, dove improvviso qualcosina in base agli ultimi argomenti affrontati dalla docente titolare. Un po’ alla volta, anche grazie alle indicazioni dell’insegnante, inizio a ingranare e prendo le misure delle classi che ho davanti.

Classe quinta: finisco Svevo e inizio Pirandello in italiano; introduco il fascismo in storia. Dato anche che si avvicinano gli esami di maturità, gli studenti sono attentissimi e zittissimi, tanto da farmi quasi soggezione.

Classe quarta: Romanticismo e introduzione a Manzoni in italiano; Rivoluzione industriale in storia. Gli studenti sono una manica di allegri cialtroni, coi quali è un piacere lavorare, anche nel segno delle battute di spirito e della presa per i fondelli reciproca. (Esempio: sorveglianza durante lo svolgimento di un saggio breve sulla diffusione dell’alcolismo tra i giovani. Soddisfo la curiosità di alcuni alunni, i quali fanno mostra di essere ometti vissuti, raccontando loro come è nato lo spritz, che ammetto di aver abbondantemente consumato durante gli anni patavini. Conclusa la breve spiegazione, un alunno mi fa: “Beh, dato che ne sa così tanto, il tema potrebbe farcelo lei!”. Risposta: “Stando a quello che mi avete detto, più che un tema voi potreste scrivere un trattato!”.) Con alcuni alunni ho mantenuto ottimi rapporti anche ben dopo la fine della supplenza.

Classe terza: concludo Boccaccio e passo a Petrarca. Una classe decisamente ostica, che mal sopporta il fatto di dover obbedire a una supplente. Spesso il caos è tale che fatico a sentire la mia stessa voce mentre spiego. Alla fine del ciclo di lezioni su Boccaccio, è in programma un compito, il testo del quale mi viene fornito dall’insegnante titolare. Un paio di lezioni prima della verifica, vengono alla cattedra le rappresentanti di classe, una delle quali, anche a lezione, è particolarmente sul piede di guerra e mi dà contro qualsiasi cosa io dica. Sic stantibus rebus, l’ostilità è graziosamente ricambiata. La fanciulla in questione, tra l’altro, si è resa protagonista di un memorabile intervento in cui, dopo la lettura della novella boccacciana di Federigo degli Alberighi, ha affermato di non aver capito se la donna, alla fine, mangia l’uccello. (A fatica mi son trattenuta dal risponderle che sì, è successo, e probabilmente in entrambi i sensi, tipo la matrona di Efeso.) In sostanza, vogliono evitare il compito con la scusa di aspettare la fine della supplenza per svolgerlo “con la loro docente”. Diplomaticamente, e sapendo che giammai l’avrebbero avuta vinta, rispondo che sentirò l’insegnante. Com’è ovvio, alla fine la classe, pur riluttantissima, fa il compito lo stesso. Prima di concludere la mia esperienza lì, faccio a tempo a fare un paio di interrogazioni, in una delle quali il malcapitato studente, richiesto di riassumere la trama della novella di Federigo degli Alberighi, risponde che “alla fine muore il falcone, quello che combatteva i mafiosi”. (Queste e altre maccheronate boccacciane compaiono anche qui.) In conclusione, passo gli ultimi dieci minuti di lezione in quella classe declamando un’improvvisata e roboante catilinaria in cui chiedo agli alunni di immaginarsi, dopo qualche anno, impegnati nella presentazione di un progetto di fronte a un uditorio che li ignorasse completamente. In tal modo ottengo dalla classe gli unici dieci minuti di attenzione nel giro di due settimane. Alla fine la classe (e in particolare quell’alunna) mi ha stremata talmente che ancora qualche mese dopo, quando, girando per il centro, ne incrocio qualche studente (e lei in particolare), evito il contatto visivo e sono tentata di cambiare marciapiede.

Una sera del settembre successivo, tuttavia, accade l’inaspettato. Sono seduta al tavolino esterno di un bar a sorseggiare un prosecchino in compagnia, quando un fioraio ambulante indiano mi porge una delle sue rose rosse. Sto per mandarlo via, credendo che voglia vendermela, ma l’ambulante mi indica alcune ragazze a un tavolo un po’ più in là, dicendomi che me la mandano loro. Mi giro a guardare e non credo ai miei occhi: è un gruppetto di alunne di quella terza, comprendente anche la rappresentante bellicosa. Le fanciulle mi salutano con un sorriso e mi ringraziano per il breve periodo che ho passato con loro. Lì per lì sorrido come una scema, ricambio il ringraziamento e non so che altro dire. Abituata come sono a diffidare delle manifestazioni di affetto degli studenti (la malfidata captatio benevolentiae è sempre dietro l’angolo), mi serve qualche minuto per capire che effettivamente il dono della rosa è nato da autentica stima, e probabilmente da quella forma di stima che si ha per un avversario che ha opposto fiera resistenza. Giro per tutta la sera con la rosa in mano, e quando torno a casa la infilo in un vaso e la metto in bella mostra in studio.

Forse è proprio in quel momento che mi sono convinta che la scuola è il posto che fa per me.

Traduzioni a fortuna

(Da leggersi preferibilmente con questo sottofondo.)

La settimana scorsa, versione di latino nella mia seconda di linguistico. Ci eravamo preparate allo scoglio della prova con numerosi esercizi di analisi e traduzione in classe e a casa, quindi speravo che le mie bimbe non sarebbero annaspate nel testo latino come un pulcino nella stoppa. E invece.

Ecco come nelle loro traduzioni è stata variamente resa la frase omnibus hominibus volubilis fortuna est:

  • Ogni uomo volubile è fortunato
  • Per ciascun uomo la fortuna è veritiera
  • A ogni essere umano la sorte è voluta
  • E’ fortuna girevole di ogni uomo
  • La fortuna è dei grandi uomini volubili
  • La fortuna gira da tutti gli uomini
  • La fortuna onnipotente agli uomini è girevole
  • La fortuna è ad ogni uomo rotante
  • Ogni uomo è volubile alla sorte

Mi sa che c’è ancora un bel po’ di lavoro da fare.

Maccheronate manzoniane

In classe. Predicozzo della prof sulla disciplina, che si conclude con: “Mi raccomando, d’ora in poi cercate di fare i bravi!”
Risposta di uno studente: “Sì, quelli di Don Abbondio!!!”

Interrogazione di letteratura italiana.
Studente: – Manzoni nacque a Milano e morì a Ivi.
Il libro di testo diceva quanto segue: “Manzoni nacque a Milano e ivi morì”…

“La bibliografia su Manzoni non esiste, perché è STERMINATA.”

“Renzo portò in dono all’Azzeccagarbugli quattro CAPANNONI.”

“Lucia nella notte nel castello dell’Innominato imprecava Dio!”

“I monatti caricavano gli appestati sulle camionette.”

“Dopo una notte di riflessioni Don Abbondio decide di PICCHIARE Renzo”.
Il testo recita: “Quello che, per ogni verso, gli parve il meglio o il men male, fu di guadagnar tempo, MENANDO Renzo per le lunghe”.

Oggi in classe, leggendo i Promessi Sposi ci troviamo di fronte ad una frase: “Il Padre Cristoforo da ***”.
Domanda: “Qualcuno mi sa dire perché ci sono gli asterischi?”
Fanciulla: “Prof, c’era scritta una parolaccia?”
Istinti omicidi repressi.

Nel IX cap. dei Promessi Sposi, Manzoni scrive: ‘In tali angustie, si risolvette d’aprirsi con una delle sue compagne, la più franca, e pronta sempre a dar consigli risoluti.’ Ebbene, in un compito d’Italiano, qualche anno fa, un’alunna scrisse che Gertrude si confidava con la sua migliore amica, Franca…

Consegna dei compiti sui Promessi Sposi. La prof commenta: – A., è stato comodo copiare da Noemi?
– Si, prof!
– Ti ha detto di cambiare qualcosa, vero?
– Si, prof.!
– Va bene cambiare qualcosa… Ma no che Renzo e Lucia sono diventati Renato e Maria!!!!”

Ora di Italiano, l’insegnante legge dal cap. XXXVI dei “Promessi Sposi” il passo in cui fra Cristoforo scioglie Lucia dal voto di verginità: – “Pensi il lettore che suono facessero all’orecchio di Renzo tali parole.”
Alunno, sottovoce, a un compagno: – Si trombaaaa!!!
(In effetti…)

Compito sui Promessi Sposi: “Manzoni descrive la monaca di Monza come una vecchia”. Correzione: “Ma aveva venticinque anni! Seguendo questo ragionamento io ho un piede nella fossa”.