Fenomenologia del lavoro di gruppo

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Un modo interessante per proporre una parte del programma scolastico senza ricorrere alla lezione frontale è il lavoro di gruppo, considerato positivamente (nelle sue varie declinazioni di cooperative learning, collaborative learning, jigsaw e chi più ne ha più ne metta) anche da pedagogisti ed esperti di didattica, in quanto favorisce l’autonomia dello studente e lo sviluppo delle competenze sociali. Nel caso la classe non sia sempre attentissima a lezione, far spiegare alcuni argomenti agli alunni può significare anche metterli “dall’altra parte della barricata” e far sì che si rendano conto di come sia difficile farsi ascoltare.

Secondo i piani, ciò dovrebbe teoricamente svolgersi come segue: dapprima (con relativo anticipo, per permettere agli alunni di organizzare efficacemente il lavoro) si formano i gruppi, con attenzione, da parte dell’insegnante, affinché la loro composizione sia equilibrata, ovvero senza che vi siano tutti i secchioni in un gruppo e tutti i più fragili in un altro. In seguito, ogni gruppo sceglie un argomento tra quelli proposti dall’insegnante e riceve una scheda di lavoro ed eventualmente del materiale da cui prendere spunto o da analizzare. Si stende anche un calendario per le esposizioni, in modo tale da dare delle scadenze precise per gli interventi dei vari gruppi. All’interno del gruppo ci si suddividono i ruoli e le singole parti del lavoro da svolgere. Al coordinamento dell’attività, per favorire il confronto, si destinano una o più ore di lezione in classe, in cui ci si aspetta che gli studenti dialoghino in modo produttivo, prendendo appunti, stendendo scalette e quant’altro. Al momento dell’esposizione, i vari gruppi, ponendosi in cattedra e utilizzando a piacimento presentazioni in formato digitale, spiegano il proprio argomento alla classe, che segue, prende appunti (perché alla fine ci sarà una verifica) e pone domande per soddisfare dubbi o curiosità. L’ideale sarebbe che il tutto si chiudesse con un momento di discussione su quanto appena trattato.

E invece.

Al momento della formazione dei gruppi, ecco che scoppiano liti furibonde perché l’insegnante, senza accorgersene, ha messo insieme gente che non si sopporta o ha separato amici in simbiosi. Segue un momento di rivoluzione generale in cui la composizione dei gruppi viene stravolta mandando completamente a quel paese l’equilibrio con cui si credeva di averli formati. Ecco che si formano il gruppo delle ragazzine diligenti, quello dei tempestati ormonali e quello dei maschi casinari (ahia). Scelta degli argomenti: c’è sempre quello che vogliono fare tutti, quindi liti furibonde anche qui. Normalmente nel gruppo dei maschi casinari c’è sempre l’ingestito scassamaroni che o si fa quello che dice lui o si rifiuta di collaborare, quindi, tra mille proteste di popolo, a tale gruppo tocca l’argomento più richiesto. Quello delle ragazzine diligenti mediamente si becca quello che non vuole fare nessuno. Calendario: ovviamente i casinari saranno gli ultimi a esporre e le brave bambine metteranno la testa sul ceppo e usciranno per prime. Divisione dei ruoli: le brave bambine si organizzano abbastanza bene, mentre tra i casinari l’ingestito non farà una mazza. Si osserva comunque la tipica dinamica secondo cui tende a presentarsi la figura dello studente da soma che, investito ufficialmente del ruolo di “coordinatore” del gruppo, si sobbarca il grosso del lavoro mentre gli altri vivacchiano alle sue spalle. Momento di attività in classe: nel primo quarto d’ora la discussione riguarda effettivamente gli argomenti da studiare e c’è qualcuno che prende uno straccio di appunto; in seguito la conversazione si sposta su pettegolezzi vari ed eventuali (tipicamente gli ormonali parleranno di ragazzi o ragazze a seconda dei gusti, mentre i casinari parleranno di calcio; qualcuno dirà di avere finito e con tale scusa si metterà a studiare altre materie o a infastidire il prossimo). Se c’è qualcuno che porta il pc per sistemare il PowerPoint da presentare, tempo dieci minuti e lo si troverà a giuocare a Solitario. In tutto questo, il docente, essendo uno ma non trino, mentre riprende un gruppo perde di vista gli altri, diventando ebete e affogando nel casino. Calda raccomandazione: non si permetta MAI agli alunni di consultare Internet in classe per cercare informazioni, è solo una bieca scusa. Finiranno su Instagram e Tumblr in men che non si dica.

Fase dell’esposizione: matematicamente ci sono sempre uno o più gruppi che si accorgono di avere l’acqua alla gola uno o due giorni prima che tocchi a loro (nonostante il calendario fosse stato fissato con settimane di anticipo; nel frattempo hanno avuto una quantità industriale di altre verifiche e interrogazioni e hanno studiato per quelle, procrastinando all’inverosimile) e chiedono di cambiare data. L’insegnante, dopo la consueta predica, per evitare di dare 4 a tutti cede e sposta la data (minacciando di mettere anche 3 qualora gli studenti in questione non fossero pronti nel giorno stabilito). Esposizione: nonostante il docente lasci la cattedra agli studenti, questi parleranno a lui e non ai compagni, che, ben lungi dal seguire e prendere appunti, faranno beatamente i cavoli loro (all’occasione, scattando foto da caricare su Instagram). In molti casi il contenuto rappresenta quanto è stato reperito dagli studenti su Google, con modificazioni minime e talora inesistenti. Talora il caos del resto della classe, qualora essa sia numerosa e poco disciplinata, giunge a un tale livello di decibel da far sì che l’insegnante, per seguire l’esposizione, legga il labiale dell’alunno che sta parlando. Quelli del gruppo che non stanno esponendo chiacchierano tra di loro, organizzano tornei di tris alla lavagna o conversano coi compagni. Quando hanno finito di esporre la loro parte, vagano per la classe e si siedono anche in posti che non sono il loro. L’ultimo del gruppo espone in pietosa solitudine e ignorato da tutti. Spesso, se il caos è stato tanto da richiedere richiami frequenti, costui si trattiene a parlare a ricreazione, rinunciando a far merenda ma finalmente ascoltato senza disturbi.

(Precisazione: la descrizione dell’effettivo svolgimento del lavoro di gruppo qui fornita risulta dall’assemblaggio di episodi e tendenze osservati in diverse classi, con una punta -ma non troppa – di esagerazione iperbolica. A volte, in realtà, le cose funzionano e danno pure soddisfazione.)

Le ultime ore del sabato

L’orario disgraziatissimo che mi è toccato in sorte quest’anno (pur con i dovuti ringraziamenti a tutti gli dèi superi e inferi per avermi fatto lavorare) prevede che, in una delle mie terze, le due ore unite di italiano siano le ultime due del sabato. Ciò, come si può comprendere, dà adito ai più selvaggi sfoghi di stanchezza da fine settimana, con conseguenti sforzi da parte mia per mantenere in classe un clima vagamente umano. Inoltre parliamo di quarta e quinta ora, cioè immediatamente dopo ricreazione: questo significa che già ricondurre il gregge in aula può non essere così semplice e veloce.

Sabato scorso, in particolare, ho dedicato la prima di queste due ore alla consegna e correzione (individuale, alla cattedra, modello confessione) dei saggi brevi che ho fatto svolgere alla classe per casa in preparazione al compito scritto (così sanno bene come fare e si tranquillizzano un pochino; non so perché ma il saggio breve li terrorizza a morte. E poi c’è la questione del voto, che i fanciulli vivono come se fosse il marchio che definisce infamia e rispetto: ci vorrà uno sforzo a parte per convincerli che non è quello che determina il loro valore). Già è difficile limitare il caos facendo lezione normalmente; in un caso del genere è un attimo arrivare all’apocalisse. Cosa che puntualmente avviene: il gruppo dei maschi si dedica al libero sghignazzo, originato perlopiù da doppi sensi osceni su cose a cui un comune mortale non penserebbe mai. Ogni cinque minuti circa, dunque, interrompo la correzione, alzo la testa e provvedo a zittirli. All’ennesima interruzione mi scoccio e dico: “Insomma, vogliamo smetterla? Non posso mica passare tutto il tempo a farvi la predica. Ho solo due corde vocali e mi servono per lavoro!”.

Ragazzina in primo banco: “Ma le corde vocali sono solo due?”.

“Beh, certo! Non avete mai visto una sezione dell’apparato fonatorio?!”.

“No!”.

“Beh, allora ve lo spiego io. Le corde vocali sono due lembi di tessuto che, più o meno accostati e più o meno tesi, producono il suono con il passaggio dell’aria. (La classe sgrana gli occhi.) Perché, quante credevate che fossero?”.

Sempre alunna in primo banco: “Dieci!”. Laringe umana come un sitar.

Altra alunna: “Ma non sono i gatti che ne hanno dieci?”.

Allibisco, tronco lì il discorso e con le mani nei capelli riprendo a correggere. Dopo un po’, ovviamente, riprende l’atmosfera da mercato, e intervengo di nuovo: “E’ in momenti come questo che auspicherei il ritorno della naia”.

Un fanciullo (beata ignoranza) chiede: “E che cos’è?”.

“La leva obbligatoria, il servizio militare! Non sarebbe male un annetto negli alpini, a portar fusti di obici su per i monti innevati insieme ai muli, che tra l’altro a volte si incacchiano”.

Altra puella in primo banco: “Ma io ho sentito che i muli non sono cattivi!”.

“Possono anche esserlo, e se un mulo scalcia ti fracassa le costole. E comunque bisogna stare attenti a non confondere mulo e asino, ché in dialetto si chiamano ‘musso’ tutti e due ma sono bestie diverse”.

Puella: “Ah, è vero! Il mulo è quello che va indietro, vero?”.

“No, quello è il gambero”.

Terza liceo scientifico. Che sia il caso di riferire al collega di scienze?

(A parte questi svarioni isolati, che tra l’altro mi hanno fatto sorridere per tutto il weekend, e il clima da caserma senza caserma, si tratta di una bella classetta che nonostante tutto è curiosa e interessata; se mi fanno lavorare decentemente e stanno attenti potrei anche avere delle belle soddisfazioni. Si tratta solo di essere l’avente diritto, a questo punto. Speriamo.)

Rose rosse

La Santa Quaresima è ormai iniziata da un paio di settimane, ma, tra scuola in ogni dove e a tutti gli orari e TFA che mi insegue dovunque come le Erinni, sono riuscita solamente ora a trovare un po’ di tempo per sistemare per bene qualche pensiero sparso emerso qualche tempo fa, in concomitanza con la ricorrenza (da me, vecchiaccia malvagia, guardata con un certo sdegno) di San Valentino. (Riesco a concedermi qualche tempo proprio ora, all’una di notte, anche per la necessità di scaricare un po’ di tensione e di concedermi un po’ di relax dopo la tormentata correzione di un pacco di temi.) Ma veniamo al punto.

La mattina del giorno di San Valentino, dunque, si era in sala insegnanti a farsi un caffettino rivedendo il materiale per le lezioni successive o brandendo l’amica penna rossa per correggere qualche compito, quand’ecco che giunge la bidella, sorridendo complice e marciando a passo di bersagliere, con un mazzo di rose rosse da recapitare in classe a una studentessa del primo anno. (Per chi se lo stesse chiedendo, la nostra sala insegnanti è sostanzialmente a metà del corridoio che unisce le due ali della scuola, e quindi, avendo due porte una di fronte all’altra, è una stanza di passaggio. Per lavorare ancora più serenamente, chiaro.)

Ora, il gesto in sé è carino e molto tenero, pensando soprattutto che si tratta di adolescenti alle prese con le prime storie d’amore e con i conseguenti coinvolgimenti emotivi, ma l’episodio si presta a un paio di osservazioni.

Innanzitutto, considerando la cosa da un punto di vista strettamente didattico, la consegna di un mazzo di rose rosse direttamente in classe è certamente fonte di turbamento, in quanto interrompe la lezione e crea un comprensibile scompiglio, con conseguenti minuti tecnici per ristabilire l’ordine e riprendere l’attività. Sarò anche una vecchia bacchettona, ma in teoria la classe è un luogo di studio e di lavoro, e questo genere di manifestazioni può tranquillamente avvenire al di fuori dell’orario scolastico, o, al limite, a ricreazione (sulla falsariga di quello che succede quando un alunno compie gli anni e porta luculliane merende per tutti i compagni). Probabilmente, in questo caso la portineria, invece di fare da servizio recapiti, avrebbe piuttosto dovuto prendere in consegna mazzi di fiori et similia e farli avere alle fanciulle al primo momento utile senza disturbare le lezioni. Oppure (e molto più romanticamente ai miei occhi di cinica vegliarda) il giovanotto di turno avrebbe potuto prelevare la sua bella all’uscita da scuola consegnandole direttamente i fiori e, perché no, dandole pure un bacetto.

La questione, però, ha anche dei risvolti, per così dire, sociali: ricordando la mia adolescenza da secchiona reietta e solitaria, se una cosa del genere fosse avvenuta in classe mia avrei avuto una crisi di autostima fino alla Pasqua successiva; ma al di là di me che sono un caso umano, all’interno della classe si possono creare invidie e maldicenze, o quantomeno malesseri (più o meno evidenti), che in certi casi possono compromettere anche l’unità del gruppo classe stesso. Par quasi che esageri, ma avendo qualche idea di come ragiona l’adolescente medio (soprattutto di sesso femminile) mi pare che non sia un’idea del tutto peregrina. L’animo dei ragazzi e delle ragazze può essere molto più fragile e delicato di quello che ci aspettiamo, e il confronto coi coetanei è una costante quotidiana nella costruzione della loro identità.

Ho detto un paio di osservazioni, ma in realtà sono tre. La vecchiaia avanza imperterrita. L’ultima mia considerazione va, se vogliamo, al di là dell’ambiente scolastico e giovanile. La consegna di un mazzo di fiori direttamente in classe è un gesto talmente plateale da arrivare quasi a perdere di significato, diventando soltanto pura apparenza, che mette dunque in secondo piano il sentimento autentico, che per essere coltivato come si deve ha bisogno di una certa intimità. (Questo è il mio pensiero nudo e crudo, eh. Io son quella che si sposerebbe di notte solo con prete e testimoni e si ritirerebbe a vita privata forever and ever. Sono asociale, e misantropa, lo so.) Poi, in correlazione a questo, nel pomeriggio di San Valentino ci sarà stata di sicuro una scarica di foto e post melensi su tutti i social network possibili e immaginabili per dare l’appropriata rilevanza al gesto. (Se succede nella mia bacheca, conoscendo la mia allergia a certe cose, getto il telefono fuori dalla finestra seguito dal tablet, non mio ma della scuola, lanciato a mo’ di Discobolo. Lo so, sono fastidiosa.)

In definitiva, e a parte i miei personali attacchi di misantropia, il mazzo di rose, secondo me, è bello riceverlo al momento giusto, e condividendo la propria gioia e il proprio affetto innanzitutto con la persona che ha pensato a noi, e che sicuramente sarà felice di vivere con noi questo momento, senza la preoccupazione di farsi belli agli occhi degli altri, che con la storia tra noi e quella persona non c’entrano proprio nulla. Alla fine della fiera, ecco la vecchia brontolona che chiude il tutto con un colpo di coda: probabilmente, in un momento come questo, in cui, in sostanza, tutti gli eventi della vita quotidiana finiscono sul web, sarebbe bene coltivare un po’ di riservatezza e cercare di scegliere il momento e la sede opportuni per esprimerci. “Quando si spara si spara, non si parla”, per chiudere con una citazione colta (che c’entra relativamente, ma rende l’idea).