Le ultime ore del sabato

L’orario disgraziatissimo che mi è toccato in sorte quest’anno (pur con i dovuti ringraziamenti a tutti gli dèi superi e inferi per avermi fatto lavorare) prevede che, in una delle mie terze, le due ore unite di italiano siano le ultime due del sabato. Ciò, come si può comprendere, dà adito ai più selvaggi sfoghi di stanchezza da fine settimana, con conseguenti sforzi da parte mia per mantenere in classe un clima vagamente umano. Inoltre parliamo di quarta e quinta ora, cioè immediatamente dopo ricreazione: questo significa che già ricondurre il gregge in aula può non essere così semplice e veloce.

Sabato scorso, in particolare, ho dedicato la prima di queste due ore alla consegna e correzione (individuale, alla cattedra, modello confessione) dei saggi brevi che ho fatto svolgere alla classe per casa in preparazione al compito scritto (così sanno bene come fare e si tranquillizzano un pochino; non so perché ma il saggio breve li terrorizza a morte. E poi c’è la questione del voto, che i fanciulli vivono come se fosse il marchio che definisce infamia e rispetto: ci vorrà uno sforzo a parte per convincerli che non è quello che determina il loro valore). Già è difficile limitare il caos facendo lezione normalmente; in un caso del genere è un attimo arrivare all’apocalisse. Cosa che puntualmente avviene: il gruppo dei maschi si dedica al libero sghignazzo, originato perlopiù da doppi sensi osceni su cose a cui un comune mortale non penserebbe mai. Ogni cinque minuti circa, dunque, interrompo la correzione, alzo la testa e provvedo a zittirli. All’ennesima interruzione mi scoccio e dico: “Insomma, vogliamo smetterla? Non posso mica passare tutto il tempo a farvi la predica. Ho solo due corde vocali e mi servono per lavoro!”.

Ragazzina in primo banco: “Ma le corde vocali sono solo due?”.

“Beh, certo! Non avete mai visto una sezione dell’apparato fonatorio?!”.

“No!”.

“Beh, allora ve lo spiego io. Le corde vocali sono due lembi di tessuto che, più o meno accostati e più o meno tesi, producono il suono con il passaggio dell’aria. (La classe sgrana gli occhi.) Perché, quante credevate che fossero?”.

Sempre alunna in primo banco: “Dieci!”. Laringe umana come un sitar.

Altra alunna: “Ma non sono i gatti che ne hanno dieci?”.

Allibisco, tronco lì il discorso e con le mani nei capelli riprendo a correggere. Dopo un po’, ovviamente, riprende l’atmosfera da mercato, e intervengo di nuovo: “E’ in momenti come questo che auspicherei il ritorno della naia”.

Un fanciullo (beata ignoranza) chiede: “E che cos’è?”.

“La leva obbligatoria, il servizio militare! Non sarebbe male un annetto negli alpini, a portar fusti di obici su per i monti innevati insieme ai muli, che tra l’altro a volte si incacchiano”.

Altra puella in primo banco: “Ma io ho sentito che i muli non sono cattivi!”.

“Possono anche esserlo, e se un mulo scalcia ti fracassa le costole. E comunque bisogna stare attenti a non confondere mulo e asino, ché in dialetto si chiamano ‘musso’ tutti e due ma sono bestie diverse”.

Puella: “Ah, è vero! Il mulo è quello che va indietro, vero?”.

“No, quello è il gambero”.

Terza liceo scientifico. Che sia il caso di riferire al collega di scienze?

(A parte questi svarioni isolati, che tra l’altro mi hanno fatto sorridere per tutto il weekend, e il clima da caserma senza caserma, si tratta di una bella classetta che nonostante tutto è curiosa e interessata; se mi fanno lavorare decentemente e stanno attenti potrei anche avere delle belle soddisfazioni. Si tratta solo di essere l’avente diritto, a questo punto. Speriamo.)

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