Nativi digitali

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Ovvero: LO STUDENTE MEDIO E L’INTERNET

Per consultare il materiale su Edmodo (fondamentale per le attività pianificate e per la preparazione in vista delle verifiche):

  • la password non funziona;
  • non c’è la connessione;
  • i files non si aprono;
  • ma io vado male, non ce lo può portare in cartaceo?;
  • ah ma ha postato qualcosa?;
  • non mi arrivano le notifiche;
  • mi hanno sequestrato il cellulare.

Per sbirciare le tue foto su Instagram (che per la maggior parte ritraggono libri, il tuo gatto o il tuo gatto coi libri):

  • connessione 4G;
  • wi-fi di casa con tariffa flat acceso 24/7;
  • ultimo modello di telefono e ultima versione dell’app;
  • trovano anche le foto di 7 anni fa che avevi dimenticato di aver postato;
  • mettono like a qualsiasi cosa tu posti e a qualsiasi ora (apri il telefono alle 6.40 del mattino e trovi 38 notifiche);
  • perché non ci facciamo un selfie così lo posta e fa i big like?

Mulini a vento

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Sono sempre più convinta che per fare l’insegnante, amando la propria materia e volendo trasmetterla ai ragazzi nonostante gli ostacoli, le pastoie burocratiche e tutto il resto (riforme della scuola, precariato e selezioni comprese), si debba mantenere una parte di quell’idealismo e di speranza nel futuro che avevamo quando eravamo adolescenti noi. (Io ero già stramba e asociale, però la passione e la motivazione in ciò che facevo non mi mancavano nemmeno al liceo.) Come altrimenti parlare, che so, della bellezza della Divina Commedia, della raffinatezza retorica di Cicerone o di come l’Italia è diventata una democrazia a teenagers distratti e casinisti che, senza questi stimoli culturali, finirebbero per diventare adulti che non comprendono il mondo in cui vivono?

Senza questa sorta di “fuoco sacro”, se dovessimo guardare al fatto che la nostra professione è caratterizzata in gran parte da incombenze burocratiche, griglie di valutazione, riunioni torrenziali, gestione di alunni indisciplinati e incontri con genitori non sempre accomodanti, verremmo risucchiati in un vortice di alienazione kafkiana.

È per questo che credo che ci si debba veramente fare imitatori di Don Chisciotte.

Io per esempio i miei neuroni li ho quasi tutti bruciati: sono sulla buona strada.

Pensieri tra le pagine

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Ho accennato già in altri post alla necessità di far leggere questi benedetti ragazzi, che da soli spesso (ma per fortuna non sempre) hanno difficoltà a prendere spontaneamente in mano un libro. A volte, par di capire che l’abbondanza di stimoli di altro genere, soprattutto visivi, abbia causato in loro una certa pigrizia mentale nei confronti della parola scritta.

Ecco dunque che ho assegnato alle quattro classi del biennio che ho in sorte una lista di 100 titoli di libri, suddivisi per generi e con una breve presentazione, invitando i ragazzi a sceglierne ciascuno uno diverso da leggere e analizzare, per poi esporre le proprie considerazioni di fronte alla classe. Ogni alunno, poi, avrebbe scelto la frase del libro che gli sembrava più bella o più significativa, per trascriverla su un post-it da attaccare su un cartellone, che alla fine dell’anno formerebbe una specie di piccola antologia di citazioni. L’iniziativa è stata recepita in vario modo: alcune classi sono state subito entusiaste, altre decisamente meno, soprattutto per quanto riguarda la prospettiva di scegliere i titoli all’interno di un elenco da me proposto: in particolare, un’alunna si è dimostrata altamente seccata dal fatto che tale elenco non conteneva la saga di After. (E ci mancherebbe altro.) Ho ovviato con un compromesso: chi avesse voluto leggere qualcosa al di fuori della lista mi avrebbe sottoposto il titolo scelto per farmelo approvare.

Insomma, con queste regole, più o meno rispettate, è iniziato il giro delle esposizioni. Ciò che in molti casi mi ha colpito, ascoltando i miei ragazzi commentare le proprie letture, è il senso di entusiasmo, di scoperta e di curiosità che hanno manifestato nel momento in cui si sono posti spontaneamente di fronte a un autore o a un genere letterario che magari neppure conoscevano, e dal quale semplicemente si sono lasciati prendere. Ecco qui, trascritte nella sostanza, alcune delle considerazioni più belle che mi è capitato di ascoltare:

  • Mi sono immedesimata molto nelle tematiche di questo libro, che sono importantissime anche per me, e mi sono rivista in molte delle considerazioni del protagonista. Poi, dato che mi piace tantissimo anche lo stile di quest’autore, ho iniziato a leggere anche il Faust. (su Wolfgang Goethe, I dolori del giovane Werther)
  • Anche se il linguaggio non è quello che usiamo tutti i giorni, ho trovato questo libro molto affascinante, soprattutto nella descrizione dei sentimenti e degli stati d’animo, che, anche se è una storia scritta molti anni fa, sono gli stessi che qualsiasi adolescente può provare, quindi sono riuscita a immedesimarmi nella vicenda e nei pensieri del protagonista. Ho scoperto un autore che non conoscevo e mi è piaciuto tantissimo. (su Fedor Dostoevskij, Le notti bianche)
  • Mia madre mi ha parlato molto di questo libro, che a lei piace molto, ma non mi sono mai decisa a leggerlo. Quando l’ho visto nella lista l’ho preso in mano e l’ho letto tutto d’un fiato fino alla fine. Sono rimasta un po’ delusa dal finale aperto, ma ho visto che l’autrice ha pubblicato il seguito e leggerò di sicuro anche quello. (su Harper Lee, Il buio oltre la siepe)
  • I miei genitori mi hanno regalato questo libro quand’ero piccola, l’ho iniziato ma, dopo le prime pagine, non riuscivo ad andare avanti. Poi ho visto il titolo nella lista, ho capito che era il momento giusto per riprenderlo in mano e ho scoperto un libro meraviglioso. (su Frances H. Burnett, Il giardino segreto)
  • È la prima volta che leggo qualcosa di Buzzati, e sono rimasta folgorata. Mi sono piaciuti in particolare i racconti Il mantello e Sette piani, in particolare il primo: fino alla fine non si capisce che cosa sta accadendo al protagonista, ma quando il narratore dice che la madre sa che non lo vedrà più ho sentito i brividi e ho pianto. (su Dino Buzzati, Sessanta racconti)
  • Sono rimasta colpita dalla personalità di Sherlock Holmes: non solo dalla sua abilità nel trovare gli indizi e nel risolvere il caso, ma anche dal suo carattere particolare e dal suo rapporto con Watson. Molto bello anche il flashback sulla vicenda del colpevole: alla fine ci si riesce quasi a immedesimare in lui e si capiscono le motivazioni che l’hanno spinto al delitto. Sono già in cerca degli altri libri che lo hanno come protagonista. (su Arthur Conan Doyle, Uno studio in rosso)
  • Devo ammettere che non amo leggere, ma questo libro mi è piaciuto davvero moltissimo, per la capacità dell’autore di raccontare la storia dal punto di vista del protagonista con un linguaggio colloquiale e realistico. Mi è piaciuto il suo modo di parlare dei problemi dell’adolescenza e delle incertezze vissute dal protagonista, in modo tale che anche i lettori giovani possano immedesimarsi. (su J. D. Salinger, Il giovane Holden)
  • Di questo libro ho apprezzato il modo in cui è rappresentato il protagonista, un uomo semplice e legato alla natura, che è costretto alla vita in città ma non riesce a rassegnarsi e cerca dappertutto il mondo naturale che ha perso: guardando la luna, cercando i funghi in città, ammirando la neve caduta dappertutto… mi sembra che l’autore, in questo modo, dia anche un messaggio alle giovani generazioni, che sono nate in un mondo in cui la natura è in secondo piano. (su Italo Calvino, Marcovaldo)

Morale della favola: a volte, per avvicinare i ragazzi alla lettura, basta semplicemente lasciarli da soli con un libro ben scelto e aspettare che avvenga il miracolo. Come quando ci si prende cura di una piantina e si attende che fiorisca.

P. S.: il titolo del post è anche quello che le ragazze di una delle mie classi hanno scelto per il cartellone dove attaccare i post-it con le citazioni preferite dei libri da loro letti.

Le ultime ore del sabato

L’orario disgraziatissimo che mi è toccato in sorte quest’anno (pur con i dovuti ringraziamenti a tutti gli dèi superi e inferi per avermi fatto lavorare) prevede che, in una delle mie terze, le due ore unite di italiano siano le ultime due del sabato. Ciò, come si può comprendere, dà adito ai più selvaggi sfoghi di stanchezza da fine settimana, con conseguenti sforzi da parte mia per mantenere in classe un clima vagamente umano. Inoltre parliamo di quarta e quinta ora, cioè immediatamente dopo ricreazione: questo significa che già ricondurre il gregge in aula può non essere così semplice e veloce.

Sabato scorso, in particolare, ho dedicato la prima di queste due ore alla consegna e correzione (individuale, alla cattedra, modello confessione) dei saggi brevi che ho fatto svolgere alla classe per casa in preparazione al compito scritto (così sanno bene come fare e si tranquillizzano un pochino; non so perché ma il saggio breve li terrorizza a morte. E poi c’è la questione del voto, che i fanciulli vivono come se fosse il marchio che definisce infamia e rispetto: ci vorrà uno sforzo a parte per convincerli che non è quello che determina il loro valore). Già è difficile limitare il caos facendo lezione normalmente; in un caso del genere è un attimo arrivare all’apocalisse. Cosa che puntualmente avviene: il gruppo dei maschi si dedica al libero sghignazzo, originato perlopiù da doppi sensi osceni su cose a cui un comune mortale non penserebbe mai. Ogni cinque minuti circa, dunque, interrompo la correzione, alzo la testa e provvedo a zittirli. All’ennesima interruzione mi scoccio e dico: “Insomma, vogliamo smetterla? Non posso mica passare tutto il tempo a farvi la predica. Ho solo due corde vocali e mi servono per lavoro!”.

Ragazzina in primo banco: “Ma le corde vocali sono solo due?”.

“Beh, certo! Non avete mai visto una sezione dell’apparato fonatorio?!”.

“No!”.

“Beh, allora ve lo spiego io. Le corde vocali sono due lembi di tessuto che, più o meno accostati e più o meno tesi, producono il suono con il passaggio dell’aria. (La classe sgrana gli occhi.) Perché, quante credevate che fossero?”.

Sempre alunna in primo banco: “Dieci!”. Laringe umana come un sitar.

Altra alunna: “Ma non sono i gatti che ne hanno dieci?”.

Allibisco, tronco lì il discorso e con le mani nei capelli riprendo a correggere. Dopo un po’, ovviamente, riprende l’atmosfera da mercato, e intervengo di nuovo: “E’ in momenti come questo che auspicherei il ritorno della naia”.

Un fanciullo (beata ignoranza) chiede: “E che cos’è?”.

“La leva obbligatoria, il servizio militare! Non sarebbe male un annetto negli alpini, a portar fusti di obici su per i monti innevati insieme ai muli, che tra l’altro a volte si incacchiano”.

Altra puella in primo banco: “Ma io ho sentito che i muli non sono cattivi!”.

“Possono anche esserlo, e se un mulo scalcia ti fracassa le costole. E comunque bisogna stare attenti a non confondere mulo e asino, ché in dialetto si chiamano ‘musso’ tutti e due ma sono bestie diverse”.

Puella: “Ah, è vero! Il mulo è quello che va indietro, vero?”.

“No, quello è il gambero”.

Terza liceo scientifico. Che sia il caso di riferire al collega di scienze?

(A parte questi svarioni isolati, che tra l’altro mi hanno fatto sorridere per tutto il weekend, e il clima da caserma senza caserma, si tratta di una bella classetta che nonostante tutto è curiosa e interessata; se mi fanno lavorare decentemente e stanno attenti potrei anche avere delle belle soddisfazioni. Si tratta solo di essere l’avente diritto, a questo punto. Speriamo.)

Rose rosse

La Santa Quaresima è ormai iniziata da un paio di settimane, ma, tra scuola in ogni dove e a tutti gli orari e TFA che mi insegue dovunque come le Erinni, sono riuscita solamente ora a trovare un po’ di tempo per sistemare per bene qualche pensiero sparso emerso qualche tempo fa, in concomitanza con la ricorrenza (da me, vecchiaccia malvagia, guardata con un certo sdegno) di San Valentino. (Riesco a concedermi qualche tempo proprio ora, all’una di notte, anche per la necessità di scaricare un po’ di tensione e di concedermi un po’ di relax dopo la tormentata correzione di un pacco di temi.) Ma veniamo al punto.

La mattina del giorno di San Valentino, dunque, si era in sala insegnanti a farsi un caffettino rivedendo il materiale per le lezioni successive o brandendo l’amica penna rossa per correggere qualche compito, quand’ecco che giunge la bidella, sorridendo complice e marciando a passo di bersagliere, con un mazzo di rose rosse da recapitare in classe a una studentessa del primo anno. (Per chi se lo stesse chiedendo, la nostra sala insegnanti è sostanzialmente a metà del corridoio che unisce le due ali della scuola, e quindi, avendo due porte una di fronte all’altra, è una stanza di passaggio. Per lavorare ancora più serenamente, chiaro.)

Ora, il gesto in sé è carino e molto tenero, pensando soprattutto che si tratta di adolescenti alle prese con le prime storie d’amore e con i conseguenti coinvolgimenti emotivi, ma l’episodio si presta a un paio di osservazioni.

Innanzitutto, considerando la cosa da un punto di vista strettamente didattico, la consegna di un mazzo di rose rosse direttamente in classe è certamente fonte di turbamento, in quanto interrompe la lezione e crea un comprensibile scompiglio, con conseguenti minuti tecnici per ristabilire l’ordine e riprendere l’attività. Sarò anche una vecchia bacchettona, ma in teoria la classe è un luogo di studio e di lavoro, e questo genere di manifestazioni può tranquillamente avvenire al di fuori dell’orario scolastico, o, al limite, a ricreazione (sulla falsariga di quello che succede quando un alunno compie gli anni e porta luculliane merende per tutti i compagni). Probabilmente, in questo caso la portineria, invece di fare da servizio recapiti, avrebbe piuttosto dovuto prendere in consegna mazzi di fiori et similia e farli avere alle fanciulle al primo momento utile senza disturbare le lezioni. Oppure (e molto più romanticamente ai miei occhi di cinica vegliarda) il giovanotto di turno avrebbe potuto prelevare la sua bella all’uscita da scuola consegnandole direttamente i fiori e, perché no, dandole pure un bacetto.

La questione, però, ha anche dei risvolti, per così dire, sociali: ricordando la mia adolescenza da secchiona reietta e solitaria, se una cosa del genere fosse avvenuta in classe mia avrei avuto una crisi di autostima fino alla Pasqua successiva; ma al di là di me che sono un caso umano, all’interno della classe si possono creare invidie e maldicenze, o quantomeno malesseri (più o meno evidenti), che in certi casi possono compromettere anche l’unità del gruppo classe stesso. Par quasi che esageri, ma avendo qualche idea di come ragiona l’adolescente medio (soprattutto di sesso femminile) mi pare che non sia un’idea del tutto peregrina. L’animo dei ragazzi e delle ragazze può essere molto più fragile e delicato di quello che ci aspettiamo, e il confronto coi coetanei è una costante quotidiana nella costruzione della loro identità.

Ho detto un paio di osservazioni, ma in realtà sono tre. La vecchiaia avanza imperterrita. L’ultima mia considerazione va, se vogliamo, al di là dell’ambiente scolastico e giovanile. La consegna di un mazzo di fiori direttamente in classe è un gesto talmente plateale da arrivare quasi a perdere di significato, diventando soltanto pura apparenza, che mette dunque in secondo piano il sentimento autentico, che per essere coltivato come si deve ha bisogno di una certa intimità. (Questo è il mio pensiero nudo e crudo, eh. Io son quella che si sposerebbe di notte solo con prete e testimoni e si ritirerebbe a vita privata forever and ever. Sono asociale, e misantropa, lo so.) Poi, in correlazione a questo, nel pomeriggio di San Valentino ci sarà stata di sicuro una scarica di foto e post melensi su tutti i social network possibili e immaginabili per dare l’appropriata rilevanza al gesto. (Se succede nella mia bacheca, conoscendo la mia allergia a certe cose, getto il telefono fuori dalla finestra seguito dal tablet, non mio ma della scuola, lanciato a mo’ di Discobolo. Lo so, sono fastidiosa.)

In definitiva, e a parte i miei personali attacchi di misantropia, il mazzo di rose, secondo me, è bello riceverlo al momento giusto, e condividendo la propria gioia e il proprio affetto innanzitutto con la persona che ha pensato a noi, e che sicuramente sarà felice di vivere con noi questo momento, senza la preoccupazione di farsi belli agli occhi degli altri, che con la storia tra noi e quella persona non c’entrano proprio nulla. Alla fine della fiera, ecco la vecchia brontolona che chiude il tutto con un colpo di coda: probabilmente, in un momento come questo, in cui, in sostanza, tutti gli eventi della vita quotidiana finiscono sul web, sarebbe bene coltivare un po’ di riservatezza e cercare di scegliere il momento e la sede opportuni per esprimerci. “Quando si spara si spara, non si parla”, per chiudere con una citazione colta (che c’entra relativamente, ma rende l’idea).