Mulini a vento

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Sono sempre più convinta che per fare l’insegnante, amando la propria materia e volendo trasmetterla ai ragazzi nonostante gli ostacoli, le pastoie burocratiche e tutto il resto (riforme della scuola, precariato e selezioni comprese), si debba mantenere una parte di quell’idealismo e di speranza nel futuro che avevamo quando eravamo adolescenti noi. (Io ero già stramba e asociale, però la passione e la motivazione in ciò che facevo non mi mancavano nemmeno al liceo.) Come altrimenti parlare, che so, della bellezza della Divina Commedia, della raffinatezza retorica di Cicerone o di come l’Italia è diventata una democrazia a teenagers distratti e casinisti che, senza questi stimoli culturali, finirebbero per diventare adulti che non comprendono il mondo in cui vivono?

Senza questa sorta di “fuoco sacro”, se dovessimo guardare al fatto che la nostra professione è caratterizzata in gran parte da incombenze burocratiche, griglie di valutazione, riunioni torrenziali, gestione di alunni indisciplinati e incontri con genitori non sempre accomodanti, verremmo risucchiati in un vortice di alienazione kafkiana.

È per questo che credo che ci si debba veramente fare imitatori di Don Chisciotte.

Io per esempio i miei neuroni li ho quasi tutti bruciati: sono sulla buona strada.

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