La monaca di Bel Air

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Quest’anno, per le vacanze di Natale, avevo dato un compito per casa alternativo, consistente nel riscrivere la storia della monaca di Monza adattandola al testo della sigla di Willy, il principe di Bel Air. Sulle prime tutti contenti e tutti entusiasti, ma quando si è trattato di farlo davvero nessuno ci ha provato (o ha badato a quello che ho detto, non lo so). A questo punto, dato che non l’ha fatto nessuno, lo faccio io, facendo diventare, in questa nuova versione, suor Gertrude più simile a suor Maria Claretta.

Ehi, questa è la maxi storia di come la mia vita è cambiata, capovolta, in clausura sia finita. Da dietro questa grata qui con te ti parlerò di Gertry, la signora del monaster: giocando con la Barbie Suora sono cresciuta, avevo l’album dei santini, dalle suore mantenuta! Le mie toste giornate filavano così, tra mille sensi di colpa non volevo stare lì. Poi la lettera al paggetto dagli occhioni blu andò proprio nelle mani di quella serva laggiù; da mio padre si recò, fece imprigionare me e il babbo infuriato disse: «Va’ in monaster!». L’ho pregato, scongiurato, in convento vuole che vada, lui m’ha fatto le valigie e ha detto: «Va’ per la tua strada». Dopo aver raccomandato quello che dovevo dire al padre vicario ho detto: «Mi voglio monacare!». “La Signora”, ma è uno spasso! Qui a Monza come voglio faccio alto e basso. Se questa è la vita che fanno in monaster, per me, mm-mh, poi tanto male non è! Mi ha chiamata un signorotto mentre ero in passeggiata, io mi sono girata e gli ho risposto, sventurata; una vita di lussuria sta esplodendo per me, «Conducimi, Egidio, negli abissi del piacer!». Oh, che impicciona la conversa, vuol dir tutto alla badessa, facciamola fuori e scaviamole la fossa! Guardate adesso gente in cella chi c’è, la monaca di Monza, la signora del monaster!

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Distillati

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Qualche giorno fa, da un post sulla pagina FB dell’amica lettrice Antonella (ecco qui il link al suo blog, che merita: fateci un giro) sono venuta a conoscenza della nascita dei “Distillati”, ossia di un’iniziativa editoriale della casa editrice Centauria, pensata essenzialmente per le edicole, che consiste in una collana di best seller in edizione abbreviata, con tagli di scene, archi di trama e personaggi secondari, nonché di sequenze descrittive, attraverso i quali il libro, pur conservando, nell’intento, la struttura essenziale e i passaggi fondamentali, perde metà della propria lunghezza potendo così essere letto, come lo stesso slogan pubblicitario suggerisce, “nel tempo di un film”. Qui i dettagli del progetto. Già prima di me altri validi blogger si sono occupati di analizzare l’iniziativa, con contributi che mi vedono assolutamente d’accordo (ecco qui, su tutti, quelli di Dusty Pages in Wonderland e de I dolori della giovane libraia), e quindi, se dovessi esporre la mia opinione sul fenomeno, risulterei necessariamente ripetitiva; a me interessa piuttosto considerarne le possibili implicazioni nell’ambito scolastico, che, quanto alla lettura, offre un panorama a tratti decisamente triste.

Anche quest’anno, dato che ho ricevuto in sorte l’insegnamento dell’italiano in quattro classi del biennio (due prime e due seconde) ho modo di tastare direttamente il polso della situazione: oltre a carenze grammaticali ed espressive, molto molto spesso si assiste anche a problemi di comprensione del testo. Ciò avviene in primo luogo per la povertà lessicale, che potrebbe essere risolvibile attraverso un uso intelligente del dizionario (cosa che di solito non avviene per pura purissima pigrizia); il fatto assume talora proporzioni sconcertanti, non essendo infrequente che lo studente, invitato a commentare il testo letto, dica o scriva “l’ho trovato facile da leggere perché non c’erano parole difficili”, come se soltanto questo parametro contasse per l’interpretazione. In secondo luogo, ciò è dovuto anche a un’incapacità generalizzata di cogliere i contenuti, tanto che spesso, dopo la lettura in classe di un racconto breve compreso nella loro antologia, una parte degli alunni non è nemmeno in grado di riassumerne correttamente la trama. In queste condizioni, dunque, si rende necessario un avvicinamento serio dei ragazzi alla lettura, dal momento che la comprensione di un testo scritto è una delle competenze di base da raggiungere, e non solo perché ce lo dicono dall’alto, ma anche per sopravvivere nella vita quotidiana.

Ecco dunque che, esortata anche dai genitori, mi sono decisa a proporre ai ragazzi, per la seconda parte dell’anno scolastico, la scelta di un libro da leggere ed esporre al resto della classe in una data stabilita. L’accoglienza di tale proposta non è ovviamente stata uniforme, e le reazioni di protesta sono state sintomatiche delle consuetudini di lettura degli studenti: per alcuni la preoccupazione maggiore è data dal numero delle pagine, o meglio dallo spessore del volume (che, come ogni bibliofilo ben sa, non è dato soltanto dalla lunghezza del testo; ma prova a spiegarglielo), per altri il cruccio fondamentale era dato dalla prospettiva di essere obbligati a leggere roba “vecchia e monotona”, ossia tutto ciò che non rientri nella letteratura pensata per il loro target e uscita negli ultimi anni. Il riferimento più immediato è alla saga di After, che la fa da padrona tra le ragazze; un’alunna, allo scorrere la lista da me proposta (contenente ben 100 titoli tra classici e moderni, suddivisi per genere e con un accenno di trama in modo da guidare la scelta) si è risentita non vedendovi nessuno dei (pochi) libri a cui è abituata. Alcuni alunni, su 100 libri proposti (e vi assicuro che l’assortimento era bello vasto), non ne hanno trovato assolutamente nessuno che stuzzicasse la loro curiosità.

In una situazione del genere risulta dunque molto difficile fare affidamento sulla nascita, nei ragazzi, di un desiderio spontaneo di esplorare le infinite possibilità loro offerte dal mondo della letteratura. Il fatto è stato recepito anche dalle stesse case editrici delle saghe adolescenziali, che per motivi di marketing hanno pensato di ripubblicare i classici amati dai protagonisti di dette saghe con vesti grafiche che rendessero evidente questo collegamento. Se qualcuno sa se l’iniziativa ha avuto successo, e se quindi le lettrici di Twilight o After si sono accostate con lo stesso entusiasmo alla lettura di Cime tempestose o Anna Karenina, me lo dica. D’altra parte, è vero anche che ogni volta che esce un film ispirato a un libro, quest’ultimo viene regolarmente riedito con una nuova copertina, con una sovraccoperta o con una fascetta che dice una cosa come “il libro da cui è stato tratto il film dell’anno”. (Esempio che ho sotto il naso: la mia copia del Pentamerone di Basile, da me acquistata dopo l’uscita del film di Garrone, è una normalissima edizione Garzanti che è stata avvolta da una sovraccoperta disegnata per l’occasione. Appena me ne sono accorta ho riso da sola come una folle. Ma vabbè.)

A parte le succitate mosse di marketing, che, considerate le possibili ricadute positive, possono comunque essere ricondotte a un tentativo di avvicinamento ai classici di un pubblico che non vi è avvezzo, l’operazione della Centauria mi lascia perplessa soprattutto perché “vittime” delle operazioni di taglio non sono ponderosi tomi come Delitto e castigo, a cui il grande pubblico generalmente non si accosta, ma quegli stessi best seller, come La solitudine dei numeri primi o Uomini che odiano le donne, che già di per sé e in versione originale hanno avuto lettori numerosissimi. Sono dunque prodotti già pensati per essere largamente accessibili a un pubblico molto vasto, venendo incontro ai suoi gusti. A che pro, dunque, tagliarli e ridurli? Per ridurne, a sua volta, il tempo di fruizione, rendendolo, negli intenti, simile a quello di un film, assecondando le esigenze di chi dice di non avere tempo per leggere. Tuttavia, per chi non è avvezzo alla lettura, 240 pagine in un paio d’ore sono utopia allo stato puro. Inoltre, chi non è abituato a leggere, una volta visti i film, difficilmente andrà in cerca del libro da cui sono tratti, proprio perché si tratta di un’attività che non fa parte delle sue consuetudini e che richiede, com’è noto, un impegno mentale del tutto diverso.

Resta la questione fondamentale relativa alla tendenza alla semplificazione eccessiva. Come ho evidenziato sopra, le ultime generazioni di adolescenti appaiono avere ben pochi strumenti per accostarsi alla lettura e alla comprensione dei testi, e mi pare che le operazioni di cui sopra non facciano che seguire questa tendenza, rendendo dunque sempre più difficile per la scuola tentare di porvi riparo. In generale, è come se, invece di cercare di educare la sensibilità e le capacità di potenziali lettori, si puntasse ad abbassare il livello generale dei prodotti per venir loro incontro evitando qualsiasi sforzo eccessivo. L’educazione dei lettori, certo, è un compito che spetta alla scuola, ma è chiaro che la scuola stessa opera all’interno di una società caratterizzata da meccanismi ben precisi, dei quali va necessariamente tenuto conto.

Ora, prima di gridare allo scandalo o allarmarsi per un’imminente Apocalisse, bisogna vedere come evolverà lo scenario, e se tale tendenza alla semplificazione continuerà sempre più negli anni, col proliferare di iniziative come quella dei “Distillati”, o se invece progetti come questo sono destinati al fallimento. Nel frattempo, tuttavia, già scorrendo i testi contenuti nelle antologie scolastiche, che iniziano a includere anche brani di Twilight, gli unici “distillati” in cui trovo conforto sono quelli ritratti qui in foto.