Leggere in classe: teatri e teatrini

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Quando si tratta di leggere in classe, mi piace molto l’idea della lettura teatralizzata, per coinvolgere maggiormente gli studenti dando loro le “parti” dei personaggi proprio come se fossimo a teatro. È una strategia che può funzionare molto bene al biennio, quando si fanno letture antologiche di opere come i poemi epici e i Promessi Sposi. In particolare, per quanto riguarda l’epica, trovo interessante la possibilità di disporre i lettori di fronte ai compagni per mettere in scena più concretamente gli eventi narrati, rispettando anche le indicazioni di prossemica e i gesti. Per capirci, il mio sogno nel cassetto sarebbe avere un Omero quattordicenne in un angolo, magari con un vecchio lenzuolo addosso e una ghirlanda di carta in testa, un’Andromaca che regge il bambolotto Astianatte e un Ettore dall’elmo di cartone che affronta Achille, armato allo stesso modo, brandendo (con criterio) un manico di scopa.

Quest’anno finalmente sono riuscita a mettere in pratica quest’idea, con una prima linguistico molto numerosa e particolarmente vivace, con alcuni alunni che fanno fatica a rimanere seduti al posto. Per far sì che collaborino, mi tocca fare di loro i miei eroi epici.

Primo esperimento: lettura di “Ettore e Andromaca” con un Ettore dinoccolato e magrissimo col berretto al posto dell’elmo e il ragazzino più piccolo che faceva Astianatte col cappuccio della giacca portato tipo cuffietta infantile, alternativamente portato in braccio da un altro ragazzo in veste di nutrice e disteso su due sedie a mo’ di carrozzina, con un giubbotto per copertina. I ragazzi si sono offerti da soli, senza manco che glielo chiedessi, cosa dunque ottima. La cosa è partita bene, con in particolare un’Andromaca (femmina) molto convinta. Peccato che Astianatte frignasse a tutto volume, a Ettore scappasse da ridere e il resto della classe preferisse fare altro. Ho sospeso il tutto per sopraggiunto marasma universale, ma lo spirito c’era.

Nella lezione successiva, Ettore doveva morire e gli è scappato da ridere di nuovo. Achille bello convinto. Bocciata l’idea di usare come lancia una chiave inglese (perché avere una chiave inglese nell’astuccio? Boh). Almeno il resto della classe ha seguito e c’è pure stato l’applausetto finale. Facciamo progressi.

Lavori sporchi

(E QUESTO adattamento? Vogliamo parlarne?)

(E QUESTO adattamento? Vogliamo parlarne?)

Quest’anno scolastico è iniziato in modo a dir poco rocambolesco, dato che poco dopo la metà di settembre sono stata chiamata da una scuola a più o meno mezz’ora d’auto (e diversi tornanti) da casa mia, per lezioni sia diurne sia serali. Le sveglie alle 5.30 e la guida notturna intorno a mezzanotte, il tutto innestato sull’attesa degli scritti del TFA, evidentemente non sono abbastanza per il mio masochismo, dato che la settimana scorsa il liceo scientifico della mia città mi ha chiamata per qualche ora di italiano di completamento. E quando la scuola chiama, la Marta risponde.

Ieri dunque ho avuto la mia prima lezione: una quinta ora, raggiunta con fuga repentina dalla scuola delle prime tre ore e rally sotto la pioggia. Entro in classe: è una prima, e i pueri, che mi chiedono anche quale quaderno voglio che usino e se devono scrivere proprio per forza in corsivo, mi fanno una tenerezza infinita. Alla lezione inaugurale, dato che il programma me lo permette, sguinzaglio la classicista che c’è in me e che non vede l’ora di uscire dalla repressione e intavolo una bella introduzione al poema epico, con riferimenti alla composizione orale, alla questione omerica, allo stile formulare e via discorrendo. Vedo i ragazzi molto interessati, in particolare i maschi, che a quell’età, quando si parla di spargimenti di sangue, battaglie, armi e via dicendo, non si tirano certo indietro. Giungendo a trattare le vicende mitologiche alla base dell’Iliade, faccio la domanda che ormai da qualche anno è di rito: “Chi di voi ha visto Troy?” Come previsto, vedo numerose zampette alzarsi, accompagnate da commenti tipo “Che figata!”, “Brad Pitt è un figo!”, “Come si fa a non averlo visto?” et similia.

Al che il rigore filologico scorre potente in me, e non posso fare a meno di dir loro: “Guardate, ragazzi, quello è un film che va bene per passare una serata, ma se dobbiamo prenderlo come un adattamento dell’Iliade siamo fuori strada; durante le lezioni di epica farete meglio a far tabula rasa. I punti diversi dall’Iliade sono una caterva; ad esempio, vi ha mai detto nessuno che Achille e Patroclo in realtà non erano cugini?”

“E allora cos’erano? Fratelli?”

“Assolutamente no.”

“Parenti?”

“Ma no! Erano ‘amici’!” (Sottolineo la parola “amici” facendo le virgolettine con le dita)

“Ma in quel senso lì?”

“Proprio in quel senso lì, insomma erano amanti.”

Eh già; è un lavoro sporco, ma qualcuno deve pur farlo. Orrore e raccapriccio si diffondono tra gli studenti (soprattutto maschi, con chiari segni di trauma); mi ci vogliono almeno un paio di minuti per riportare l’ordine e ridurre il brusio. L’effetto è più o meno lo stesso di quando noi, da piccole, abbiamo scoperto che Sailor Uranus e Sailor Neptune intrattenevano una relazione omoerotica (e comunque già ne avevamo il sospetto, su).

Ora, comprendo che certi argomenti siano particolarmente scabrosi se trattati di fronte a un uditorio giovane o se esposti a un pubblico vastissimo di cui non si può prevedere la sensibilità, ma anche agli adattamenti c’è un limite, a mio avviso. Non vedo perché mettere in primo piano una relazione di parentela attestata, se proprio vogliamo, da fonti antiche del tutto secondarie (e qui rimando la ricerca di dette fonti a quando avrò un po’ più di tempo libero; diciamo che deve avanzarmene dopo una doccia, ecco) quando già nella mia tenera infanzia Achille e Patroclo mi erano stati tranquillamente presentati come amici, e ciò mi bastava; avrei avuto un sacco di tempo per comprendere la natura di quell’amicizia. Andando avanti di questo passo (ecco la vecchietta alla carica: o tempora o mores) si può finire per snaturare le storie stesse, e per doverle poi rispiegare a scuola “traumatizzando” gli studenti. Un po’ come è capitato con l’Hercules della Disney, che del mito antico fa tutt’altro: il motore delle dodici fatiche, infatti, è proprio la nascita illegittima dell’eroe, che nel film viene accuratamente nascosta, probabilmente per non urtare la sensibilità delle famiglie bene americane. Ma sono convinta che verrà presto il momento in cui, magari al liceo classico, mi toccherà mettere gli alunni di fronte alla sconcertante notizia che Zeus metteva le corna alla moglie, la quale a sua volta tendeva ad architettare atroci patimenti per amanti e prole spuria del divin consorte. Insomma, svelare le basi stesse della mitologia a fanciulli che vorrebbero fare della classicità la loro ragione di vita.

Dopo queste considerazioni mi sento un pelo fatalista e vecchia dentro, ma in compenso, vedendovi un lato (perversamente) positivo, non mi saranno certo negate occasioni per suscitare sguardi sconcertati nella classe che avrò in sorte…