Pedro (testo di Thomas Z.)

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Come annunciato, continua la serie dei testi descrittivi e narrativi prodotti dagli studenti. Anche stavolta (come la volta scorsa) è il turno di un inquietante personaggio horror, che tuttavia fa parte del racconto scritto da un’altra classe. A parte un certo schematismo, che può rendere il testo poco scorrevole, ho molto apprezzato la capacità, da parte dello studente, di rendere vivide le caratteristiche fisiche e caratteriali del personaggio, tanto da delinearne un ritratto efficace e molto “visivo”. È un peccato che, alla fine, il personaggio abbia avuto un ruolo decisamente marginale nel racconto. Trascrivo il testo così com’è, emendandolo soltanto di alcuni errori ortografici.

PEDRO (di Thomas Z.)

Pedro è un essere di circa quarant’anni che abita in una casa abbandonata ai margini della città. Lui ha fattezze umane, anche se definirlo uomo non è del tutto corretto, si vede poco in giro, nessuno ha ancora capito quale sia la sua professione. Le rare volte che lo si vede, porta sempre uno zaino di pelle consumata su una spalla. Di lui si hanno poche notizie, non si sa se sia fidanzato o sposato e se abbia ancora qualche familiare che vive con lui o parenti in altre parti del mondo.

È un uomo alto e molto magro, tanto che i pantaloni che indossa sembrano non avere nulla sotto, tanto sono larghi. Il suo viso scarno e allungato è ricoperto da una lunga barba incolta e sulla fronte spuntano profonde rughe che mostrano la sua rabbia e il suo carattere ombroso. I suoi occhi sfuggenti si nascondono spesso dietro a due rotonde lenti scure che non permettono di vedere il suo sguardo o il colore dei suoi occhi. Sopra agli occhi si inarcano due sopracciglia lunghe e scomposte, come due cespugli in un giardino incurato. I lunghi capelli brizzolati escono da un cappellino nero e si appoggiano sulle sue oscure spalle. Essi sono ondulati e crespi come la paglia di una scopa. Sopra ai suoi baffi, che fanno tutt’uno con la barba, si vede un lungo naso aquilino dal quale escono dei lunghi peli. La carnosa bocca screpolata è quasi totalmente coperta dai baffi e dalla barba, e i suoi denti non sono mai visibili perché non apre mai la bocca né per parlare né per sorridere. Le guance, che rimangono scoperte, sono di un colore olivastro, ricoperte di escoriazioni dalle quali fuoriesce un liquido simile al sangue. Le sue curve spalle larghe lo fanno assomigliare a un omaccione orte, ma il suo corpo nella parte inferiore pare sparire perché le lunghe braccia sono magre e le gambe sono stecchini coperti da lunghi pantaloni blu in velluto rigato, tappezzati e sporchi. Indossa una giacca di lana lunga e una camicia a quadrettoni, talvolta senza bottoni. Il suo aspetto appare molto sporco e trasandato e i suoi abiti non cambiano mai, sono sempre gli stessi. Due scarponi neri di cuoio, bucati sulla punta, rendono il suo portamento e i suoi movimenti molto scoordinati e lenti.

È molto difficile definire la sua personalità perché il suo sguardo ostile e scontroso tiene tutti alla larga, ma non è difficile capire che è un tipo solitario e irascibile. Non risponde mai al saluto di un passante e tantomeno ai negozianti nelle piccole botteghe nelle quali entra per acquistare una bottiglia di vino rosso o qualche pezzo di pane o formaggio. (Da questo dettaglio della dieta ho capito che il fanciullo stava descrivendo la versione horror di Mauro Corona.) Il suo passaggio lascia tutti pietrificati, non solo per lo spiacevole aspetto che ha, ma anche per la freddezza che ti trasmette quando ti cammina vicino. Incute paura, timore e la sua visione agghiacciante allontana tutti coloro che lo incrociano per strada, un tremore lungo la schiena fa rabbrividire anche il più coraggioso. Alcune persone quando appare in città sussurrano: “Il mostro”, perché è considerato una terribile creatura e addirittura una bestia mangia uomini. Qualche maldicenza paesana dice che non acquista molto cibo perché si nutre di carne umana, dopo essersi impossessato dell’anima delle persone che riesce ad avvicinare. Si dice inoltre che dalla sua abitazione provengano, ogni notte di luna piena, ululati inquietanti che fanno tremare le finestre di tutta la città.

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Henry Lewis King (testo di Gaia B.)

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Nelle mie classi prime, quest’anno, sto facendo svolgere un lavoro di gruppo (che in realtà ho testato già l’anno scorso con un certo successo) volto alla produzione di testi descrittivi e narrativi: gli studenti si sono divisi in gruppi e hanno scelto un genere letterario; ognuno di loro, poi, ha “adottato” un personaggio e ha scritto un testo per descriverlo. Lo scopo finale del lavoro è ovviamente ottenere un racconto in cui questi personaggi vengono inseriti: gli elaborati finali verranno poi prossimamente letti e votati dai compagni. Per ora sto raccogliendo i testi descrittivi (avrei dovuto riceverli tutti dopo le vacanze di Pasqua, ma ben conosciamo la propensione dei nostri alunni al rispetto delle scadenze): alcuni di questi sono veramente ben scritti, e secondo me meritano di essere letti non solo da me o dai compagni di classe degli autori. Ho provveduto dunque a chiedere agli studenti interessati il permesso di pubblicare i loro testi, e me l’hanno accordato con entusiasmo, lusingati ed esaltati dalla prospettiva di finire su un blog. Li ho già avvertiti che la stessa fine potrebbe toccare anche ai racconti finiti, qualora riescano particolarmente bene.

La prima descrizione della serie riguarda un personaggio del racconto scritto dal gruppo che si occupa di horror: l’ho trovata davvero intrigante e, in qualche modo, anche autonoma rispetto a un testo più ampio, e allo stesso tempo caratterizzata dalla suspense necessaria a incuriosire un potenziale lettore e interessarlo a saperne di più sul personaggio. Ma bando alle ciance ed ecco a voi il testo.

Henry Lewis King (di Gaia B.)

I miei occhi ricambiano lo sguardo dallo specchio a figura intera. Il mio corpo, un tempo slanciato e atletico, appare sciupato, troppo magro, malato. Le clavicole, come le costole e la spina dorsale, sporgono un po’ troppo e tendono la pelle, giallastra e malaticcia. Il mio viso sembra un teschio, le guance, un tempo floride e rosee, sono scavate, coperte da un leggero velo di barba ispida e scura, i baffi, una volta curati e morbidi, sono di un colore spento, selvaggi, non curati, gli zigomi sono sporgenti e gli occhi infossati. Gli occhi. Dove sono i miei occhi? Non li riconosco più. Una volta erano verdi, gentili, e ogni donzella si innamorava di quegli occhi che parevano due smeraldi. Ora sono due pozzi senza fondo, neri, vuoti, malvagi. I capelli color castano ramato circondano selvaggiamente il mio volto. Non c’è più traccia delle onde eleganti di un tempo.

I pantaloni a pieghe, tenuti in vita da una cintura di cuoio nero, non riescono a coprire le caviglie, blu per il freddo dell’inverno, come dovrebbero. Avrebbero dovuto ricadere elegantemente sopra le scarpe raffinate, di magnifica fattura, oramai consumate e rovinate. L’orlo della camicia sporge dai pantaloni, il gilet in seta blu notte, ricamato a figure orientali ed arabeschi dorati e chiuso da eleganti bottoni in una pietra celeste, è usurato e macchiato qua e là. Il taschino non vede rose profumate e fazzoletti elegantemente ricamati da tempo immemore. L’elegante ascot di damasco blu, che usavo portare annodato al collo, è sparito da lungo tempo, sostituito da un severo farfallino nero. La giacca in lana blu, lunga fino a metà polpaccio e chiusa sul petto da due file di bottoni dorati, pende floscia dalle mie spalle. I guanti in pelle di capretto sono consumati fino al punto di riuscir a vedere la pelle della mano sottostante.

Ma il cambio che mi ha sconvolto non è quello esteriore, ma quello interiore: la calma, la giovialità, la generosità sono mutate, velate da un costante senso di terrore che mi appanna la vista e mi inibisce i sensi. Non trovo più diletto nelle attività che un tempo svolgevo così gioiosamente: la sola vista del corpo forte di un cavallo e dei suoi occhi profondi, che sembrano scandagliare i recessi della mia anima, mi dà la nausea.

Dov’è il vero Henry Lewis King? Dov’è il vero me?

Errori (non tanto) fantastici e come correggerli

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Tutti coloro che hanno mai insegnato italiano nella loro vita si sono sicuramente resi conto di una cosa: nei compiti scritti, al di là degli errori ortografici, che sono comunque agevoli da individuare e correggere, gli alunni tendono a “scrivere come parlano”, formulando frasi dalla sintassi incerta e contorta. Questo genere di errori è molto più difficile da scardinare, in quanto gli studenti non li percepiscono nemmeno come tali, poiché per loro è (più o meno) perfettamente chiaro che cosa vogliono dire.

Dopo alcuni anni di correzione di elaborati, ho osservato che le caratteristiche della scrittura degli allievi con più difficoltà erano più o meno sempre le stesse, e un po’ alla volta le ho annotate, producendo un elenco di errori con relativo consiglio di correzione, corredati da un esempio: la lista che ne è risultata è stata poi distribuita agli alunni, invitandoli a tenerla presente (beata speranza). Dato che questo genere di lavori è potenzialmente infinito, condivido qui il risultato finale dei miei sforzi, sperando che possa essere di utilità anche a qualcun altro, ma ancor più di poter ricevere consigli per eventuali correzioni, miglioramenti o integrazioni.

Ecco qui dunque il prodotto. Si tenga conto del fatto che tutti i consigli elencati qui sotto hanno la funzione di illustrare il registro formale, utile per la produzione di testi espositivi e argomentativi, i quali devono essere privi di colloquialismi e forme eccessivamente espressive (che a loro volta sono ammesse in testi di tipo narrativo). I consigli non sono affatto disposti in ordine di importanza, ma secondo l’ordine con cui mi sono venuti in mente.

CONSIGLI PER SCRIVERE BENE

Evitare l’abuso di parole troppo generiche come “persona”, “cosa”, “fare”; in particolare, al posto di “persona” e “cosa” si possono usare dei pronomi.

  • Esempio: Secondo me, le persone che seguono la moda non sono per forza superficiali.Secondo me, chi segue la moda non è per forza superficiale.

Evitare l’abuso dell’articolo partitivo: se, togliendolo, la frase funziona lo stesso, allora non era necessario.

  • Esempio: Manzoni scrisse delle odi, degli inni e delle tragedie. → Manzoni scrisse odi, inni, tragedie.

Evitare il “tu” e l’ “essi” generico; al loro posto, preferire forme impersonali.

  • Esempio: Se non ti vesti alla moda, ti escludono. → Se non ci si veste alla moda, si viene esclusi.

Evitare diciture come “e/o”, “ragazzo/a”, che appartengono al linguaggio burocratico.

  • Esempio: Un/a ragazzo/a, durante l’adolescenza, può spesso sentirsi escluso/a dai compagni. → Ragazzi e ragazze, durante l’adolescenza, possono spesso sentirsi esclusi dai compagni.

L’antecedente non deve mai essere separato dal pronome relativo.

  • Esempio: Bisogna tenere in considerazione molti fattori per spiegare il riscaldamento globale, tra i quali uno dei più importanti è l’attività umana. → Per spiegare il riscaldamento globale bisogna tenere in considerazione molti fattori, tra i quali uno dei più importanti è l’attività umana.

Non ci vuole nessun segno di punteggiatura tra nome e verbo e tra verbo e complemento oggetto.

  • Esempio: Manzoni scrisse: inni, odi e tragedie. → Manzoni scrisse inni, odi e tragedie.

Evitare l’uso dei puntini di sospensione (che in ogni caso non sono più di tre) e dei punti esclamativi in un testo di carattere espositivo-argomentativo.

  • Esempio: Se non si prenderanno presto provvedimenti, la situazione diverrà irreparabile → Se non si prenderanno presto provvedimenti, la situazione diverrà irreparabile. (Un semplice punto fermo è più che sufficiente.)

Per sospendere un elenco, evitare l’uso di “ecc.” e preferire espressioni come “e così via”, “e via dicendo”.

  • Esempio: Manzoni scrisse molte opere: inni, odi, tragedie ecc.Manzoni scrisse molte opere: inni, odi, tragedie e così via.

Per introdurre un elenco, o si usa “come” o si usano i due punti, non entrambi.

  • Esempio: Manzoni scrisse molte opere come: inni, odi e tragedie.Manzoni scrisse molte opere: inni, odi e tragedie. / Manzoni scrisse molte opere, come inni, odi e tragedie.

Evitare le dislocazioni a destra e a sinistra.

  • Esempio: La moda non l’ho mai ritenuta un aspetto fondamentale.Non ho mai ritenuto la moda un aspetto fondamentale.

Verificare che il soggetto sia sempre concordato con il verbo.

  • Esempio: La maggior parte degli studenti vedono la lettura come un obbligo. → La maggior parte degli studenti vede la lettura come un obbligo. (Il soggetto è “maggior parte”, non “studenti”.)

Attenzione ai verbi nelle proposizioni subordinate: in caso di dubbio, verificare nel vocabolario se il verbo reggente vuole l’indicativo o il congiuntivo.

  • Esempio: Credo che la società moderna presenta molti problemi → Credo che la società moderna presenti molti problemi.

Non abusare di “che” (controllarne il valore) e di “dove” (indica solamente luoghi materiali).

  • Esempio: L’adolescenza è un’età dove possono esserci molti problemi. → L’adolescenza è un’età in cui possono esserci molti problemi.

Se il soggetto cambia da una frase all’altra, non si può sottintenderlo: ne va della chiarezza del discorso.

  • Esempio: Il riscaldamento globale è accelerato in conseguenza delle attività industriali. Vanno tenute sotto controllo. → Il riscaldamento globale è accelerato in conseguenza delle attività industriali. Queste vanno tenute sotto controllo.

Il gerundio ha (se non esplicitato) lo stesso soggetto della frase in cui si trova.

  • Esempio: I genitori dovranno concedere ai figli più libertà essendosi comportati bene. → I genitori dovranno concedere ai figli più libertà se questi si comporteranno bene.

Evitare espressioni come “tipo”: appartengono al linguaggio colloquiale.

  • Esempio: Ormai molti oggetti tecnologici, tipo gli smartphone e i tablet, sono entrati a far parte della nostra vita quotidiana. → Ormai molti oggetti tecnologici, come ad esempio gli smartphone e i tablet, sono entrati a far parte della nostra vita quotidiana.

Evitare la coordinazione per asindeto tra soli due elementi.

  • Esempio: Ormai tutti comunicano attraverso mezzi tecnologici, utilizzando smartphone, tablet. → Ormai tutti comunicano attraverso mezzi tecnologici, utilizzando smartphone o tablet.

Evitare la ripetizione di un termine seguito immediatamente da una relativa (scriverlo una volta sola è sufficiente).

  • Esempio: Molti seguono la moda per conformismo, conformismo che è segno di pigrizia mentale. → Molti seguono la moda per conformismo, che è segno di pigrizia mentale.

Evitare, per quanto possibile, le frasi nominali e le subordinate pendenti (verificare che in ogni periodo ci sia un verbo principale).

  • Esempio: Non credo che chi segue la moda sia necessariamente superficiale. Perché questo comportamento è segno di attenzione verso sé stessi. → Non credo che chi segue la moda sia necessariamente superficiale. Infatti questo comportamento è segno di attenzione verso sé stessi. / Non credo che chi segue la moda sia necessariamente superficiale, perché questo comportamento è segno di attenzione verso sé stessi.

I numeri vanno espressi in lettera e non in cifra (se non sono numeri alti, date, orari).

  • Esempio: Gli aspetti fondamentali della questione sono 3. → Gli aspetti fondamentali della questione sono tre.

Attenzione all’uso corretto dei pronomi di terza persona singolare (per il femminile ci vuole “le”) e plurale (che è “loro”).

  • Esempio: I liberti guadagnarono una posizione di primo piano a corte, e gli imperatori gli affidarono incarichi ufficiali. → I liberti guadagnarono una posizione di primo piano a corte, e gli imperatori affidarono loro incarichi ufficiali.

Evitare l’uso di “lui”, “lei”, “loro” come soggetto: preferire “egli”, “ella”, “essi” (regola, questa, su cui, considerando le tendenze dell’italiano, si può tranquillamente chiudere un occhio).

  • Esempio: I Greci consideravano i Persiani inferiori: loro infatti erano sudditi di un re e non cittadini. → I Greci consideravano i Persiani inferiori: essi infatti erano sudditi di un re e non cittadini.

Evitare l’infinito sostantivato; sostituirlo con sostantivi veri.

  • Esempio: I rischi dell’utilizzare troppo lo smartphone sono evidenti.I rischi dell’uso eccessivo dello smartphone sono evidenti.

Evitare l’abuso delle litoti.

  • Esempio: La non educazione dei giovani può compromettere i loro rapporti sociali. → La mancanza di educazione dei giovani può compromettere i loro rapporti sociali.

Le virgolette si usano solo per citazioni o termini utilizzati in senso figurato o improprio; non servono a mettere in evidenza una parola.

  • Esempio: L’uso dello smartphone in pubblico non è “appropriato” (NO); L’uso dello smartphone in pubblico costruisce un “muro” intorno a noi (SÌ, termine usato in senso figurato).

Le ripetizioni non si evitano soltanto coi sinonimi, ma anche con iperonimi, pronomi, perifrasi.

  • Esempio: Nel sonetto il poeta inserisce alcuni riferimenti alle sue esperienze personali. Queste vicende infatti sono importantissime per capire il suo pensiero.Nel sonetto il poeta inserisce alcuni riferimenti alle sue esperienze personali. Esse infatti sono importantissime per capire il suo pensiero. / Nel sonetto il poeta inserisce alcuni riferimenti alle sue esperienze personali, che infatti sono importantissime per capire il suo pensiero.

La paragrafazione deve avvenire rispettando la successione degli argomenti.

  • Si va dunque a capo quando cambia l’argomento, e non a ogni punto fermo o, peggio, nemmeno una volta in tutto il testo.

Liebster Award (e una padellina di cavoli miei)

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Un paio di settimane fa sono stata nominata da Mandorla, blogger con la passione per la scrittura, il cinema e la psicologia, per il Liebster Award (ecco qui il post incriminato, con la mia nomination ma soprattutto con le istruzioni per l’uso), iniziativa dedicata ai blog con meno di 200 followers e destinata a dar loro visibilità. Ora, dato che mi risulta difficile trovare 11 blog così piccolini a cui proporre la cosa, ma soprattutto perché l’imbarazzo mi impedirebbe di porre 11 domande (anche perché già il mio lavoro consiste nell’interrogare la gente), provvedo semplicemente a soddisfare le curiosità di Mandorla (sottoponendo dunque una porzioncina di cavoli miei anche al resto del web).

  1. Cosa fai nella tua foto preferita? Nella mia foto preferita in assoluto ho 3 anni e sto reggendo un mazzo enorme di narcisi gialli.
  2. Che ci fai qui su WordPress? Questo blog nasce come un’evoluzione della mia pagina FB (questa qui) e ha lo scopo di condividere momenti di vita scolastica e riflessioni sull’insegnamento e sulla letteratura, basandosi sul principio consolatorio dell’hoc non solum tibi e cercando qualche volta di sorriderci un po’ su.
  3. Qual è il film che ti rappresenta meglio? Ultimamente, L’armata Brancaleone, che simboleggia il percorso verso l’agognato posto di ruolo. Chissà se arriveremo mai ad Aurocastro e se ci sono i saraceni ad aspettarci per farci a fettine.
  4. Una cosa che ti diceva una persona importante e che non dimenticherai mai più. Ero appena stata mollata dal fidanzato del momento; papà mi disse: “Su, tu sei sopra la media”. Grazie papà.
  5. Qual è la colonna sonora della tua vita? Tanto barocco (o comunque musica classica in generale) e tanto rock, dipende dai momenti. In una parola: barock ‘n’ roll. Nei frangenti peggiori ricorro alla demenzialità intelligente di Elio e le Storie Tese (alcune dimostrazioni qui e qui).
  6. Pane, formaggio e vino rosso o wurstel, birra e patatine? Da buona veneta, la scelta obbligatoria va verso pane, formaggio e vino.
  7. Come ti immagini nel futuro? Possibilmente docente a tempo indeterminato: il sogno proibito sarebbe insegnare latino e greco vicino a casa (anche latino e italiano sarebbe perfetto), ma la prospettiva può anche essere quella di traslocare, a seconda dei posti che ci sono. Insomma, si vedrà. Per ora il mio futuro sono le vacanze di Pasqua (Roma mi attende e non vedo l’ora).
  8. Cosa ti piace leggere? Tanti classici.
  9. Qual è l’aspetto di te che non piace agli altri? La rusticitas, credo. Immagino che quella o si ami o si odi.
  10. Cinema o Libro? Entrambi.
  11. Come deve essere un blog per essere piacevole? Intelligente e originale nei contenuti, e possibilmente scritto bene.

La monaca di Bel Air

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Quest’anno, per le vacanze di Natale, avevo dato un compito per casa alternativo, consistente nel riscrivere la storia della monaca di Monza adattandola al testo della sigla di Willy, il principe di Bel Air. Sulle prime tutti contenti e tutti entusiasti, ma quando si è trattato di farlo davvero nessuno ci ha provato (o ha badato a quello che ho detto, non lo so). A questo punto, dato che non l’ha fatto nessuno, lo faccio io, facendo diventare, in questa nuova versione, suor Gertrude più simile a suor Maria Claretta.

Ehi, questa è la maxi storia di come la mia vita è cambiata, capovolta, in clausura sia finita. Da dietro questa grata qui con te ti parlerò di Gertry, la signora del monaster: giocando con la Barbie Suora sono cresciuta, avevo l’album dei santini, dalle suore mantenuta! Le mie toste giornate filavano così, tra mille sensi di colpa non volevo stare lì. Poi la lettera al paggetto dagli occhioni blu andò proprio nelle mani di quella serva laggiù; da mio padre si recò, fece imprigionare me e il babbo infuriato disse: «Va’ in monaster!». L’ho pregato, scongiurato, in convento vuole che vada, lui m’ha fatto le valigie e ha detto: «Va’ per la tua strada». Dopo aver raccomandato quello che dovevo dire al padre vicario ho detto: «Mi voglio monacare!». “La Signora”, ma è uno spasso! Qui a Monza come voglio faccio alto e basso. Se questa è la vita che fanno in monaster, per me, mm-mh, poi tanto male non è! Mi ha chiamata un signorotto mentre ero in passeggiata, io mi sono girata e gli ho risposto, sventurata; una vita di lussuria sta esplodendo per me, «Conducimi, Egidio, negli abissi del piacer!». Oh, che impicciona la conversa, vuol dir tutto alla badessa, facciamola fuori e scaviamole la fossa! Guardate adesso gente in cella chi c’è, la monaca di Monza, la signora del monaster!

Greco, ragione e sentimento (Andrea Marcolongo, “La lingua geniale”)

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Il caso editoriale dell’autunno-inverno 2016/17 è certamente La lingua geniale di Andrea Marcolongo, edito da Laterza con il sottotitolo 9 ragioni per amare il greco. Esso si inserisce in un filone di pubblicazioni incentrato sulla possibile attualità delle lingue antiche in un mondo in cui sono considerate “inutili”: tra gli ultimi libri che vanno in questo senso, ad esempio, c’è Viva il latino. Storie e bellezza di una lingua inutile di Nicola Gardini. Incuriosita dunque dal fenomeno “lingua geniale”, che ha fatto presa su frotte di studenti e anche su un buon numero di docenti, mi sono procurata il libro (in versione digitale) per potermene fare un’idea.

La prima cosa che ho osservato è che il libro è diviso in sette capitoli, cosa che va a cozzare con le “9 ragioni” annunciate dal sottotitolo e che mi ha fatto dubitare, per un attimo, che il file epub in mio possesso fosse difettoso. Una scemata, magari, ma certamente un po’ disorientante. Subito dall’introduzione si coglie, giustamente come da sottotitolo, il tono della dichiarazione d’amore, fortemente legata all’autobiografia, aspetti che pervadono tutte le pagine, dalla prima all’ultima, di questo libro, che si pone come un “racconto letterario (e non letterale) di alcune particolarità di una lingua magnifica ed elegante come il greco antico”. Tuttavia, più che fare osservazioni sulle connotazioni sentimentali del libro, vorrei concentrarmi su alcuni aspetti tecnici, relativi alle questioni linguistiche (e, marginalmente, didattiche) affrontate dall’autrice, che a volte, per così dire, sembra prendersi qualche “licenza poetica”. (Alcune di tali questioni sono già state ottimamente discusse qui.)

Il primo capitolo è dedicato all’aspetto, categoria certamente fondamentale per capire il verbo greco, e che può presentare qualche difficoltà di comprensione per coloro la cui lingua è invece, come la nostra, basata sui tempi verbali e sulla consecutio temporum. Ma da qui a dire che i Greci non avessero la nozione del tempo, o che noi non possediamo più nozioni di aspetto, ce ne passa, e parecchio anche. Si può cominciare proprio da quest’ultimo punto, considerando che anche in italiano l’opposizione tra indicativo imperfetto e passato remoto è essenzialmente aspettuale: così, andavano esprime un’azione durativa, mentre andarono esprime un’azione momentanea. Si potrà forse osservare che in italiano l’aspetto è espresso in misura molto limitata attraverso mezzi morfologici, pressoché limitati, come si è visto, ai tempi del passato; tuttavia possiamo utilizzare a questo scopo una vasta serie di espressioni fraseologiche: stare per, stare + gerundio, cessare di e via di seguito. Quanto al fatto che nel verbo greco il tempo fosse una nozione del tutto secondaria, che “arrivava poi, con altre categorie linguisticamente in secondo piano”, è necessaria qualche precisazione. È senz’altro vero che i principali temi verbali in greco corrispondono sostanzialmente agli aspetti, ma tra le forme che su di essi si costruiscono è possibile individuare in modo nettissimo una distinzione tra tempi principali e tempi storici, riferiti al passato e caratterizzati (a partire dall’epoca classica) dalla marca morfologica dell’aumento. Ecco, su queste basi io non me la sentirei di definire la nozione di tempo in greco una specie di “accessorio” linguistico. Il tutto è condito, in un modo che mi sembra abbastanza ironico, dalla citazione di due passi del Timeo platonico, in cui il filosofo parla appunto del tempo distinguendo in modo netto il presente, il passato e il futuro, e riservando l’indeterminatezza non tanto alla percezione del tempo stesso, quanto alla sua definizione. Inoltre, contrapporre una pretesa “prigionia” dell’italiano basato sul tempo alla “libertà” del greco basato sull’aspetto risulta del tutto soggettivo dal punto di vista linguistico, giacché si tratta semplicemente di due differenti modi di sistematizzare le categorie verbali. Infine, sostenere, generalizzando, che nei manuali di grammatica greca l’aspetto verbale sia affrontato al massimo in mezza pagina è semplicemente una falsità (ho sottomano il mio Bottin del liceo, che vi dedica almeno sei pagine, più le riprese e i riepiloghi, corredati di esempi, al momento di introdurre i diversi tempi verbali).

Altre osservazioni, sempre su questo capitolo. Considerando l’articolazione dei temi verbali del greco, l’autrice confronta italiano e greco, evidenziando che “anche un bambino di tre anni saprebbe dire che mangio, mangerò, mangiai, ho mangiato non sono che varianti temporali dello stesso verbo, ossia mangiare. Si assomigliano molto, volendo vedere”, mentre “i Greci, invece, non importava nulla che i temi λειπ-, λιπ- e λοιπ- fossero varianti dello stesso verbo λείπω, ‘lasciare’. Tutti questi temi, infatti, racchiudono in sé un significato aspettuale tanto diverso da essere quasi indipendenti l’uno dall’altro. E infatti si assomigliano – visivamente – poco”. Conclusione che non regge per nulla, dal momento che in realtà non si tratta affatto di temi “quasi indipendenti”, ma di gradi apofonici della stessa radice, che stanno in un rapporto del tutto analogo a quello che intercorre tra faccio e feci (che riproducono le forme latine facio e feci). Poi non è sempre detto che i diversi temi del verbo greco debbano essere “visivamente” dissimili: si pensi alle varie forme del verbo λύω (o di qualsiasi altro verbo in vocale), tutte costruite sulla stessa radice combinata con suffissi e raddoppiamenti a seconda del caso. La riflessione si potrebbe anche estendere ai verbi politematici, che però esistono anche in italiano: basta coniugare il verbo andare. Giunto il momento di parlare in dettaglio dell’aoristo, l’autrice sostiene che al liceo si costringano “gli studenti a tradurre l’aoristo sempre con il passato remoto”. Non so dove, quando o come ella abbia sperimentato ciò; fatto sta che vorrei proprio vedere qualcuno tradurre un congiuntivo o un ottativo aoristo, o, peggio, una forma non finita, con il passato remoto. Che nella traduzione di tali forme sia da evitare una traduzione che esprima anteriorità, privilegiando invece l’aspetto momentaneo, è invece pacifico, anche se in ultima analisi dipende dal contesto. Per l’indicativo, invece, è un’altra storia, dal momento che l’indicativo aoristo esiste solamente come tempo storico, ossia in riferimento al passato, poiché è soltanto osservando il passato che si può descrivere un’azione come puntuale o momentanea, giacché un’azione che si sta svolgendo nel presente è di per sé durativa. Considerando ciò, diviene chiaro che le traduzioni al presente fornite nel libro per le forme di indicativo aoristo sono erronee (ad esempio, si veda ἐπεθύμησα tradotto come ‘amo’). Inoltre, del futuro greco l’autrice dice semplicemente che “non esiste, quindi fine della storia. Il futuro si costruisce sul tema del presente, e non c’è nulla che si possa fare a riguardo”. Quanto questa considerazione sia priva di senso, lo si può capire semplicemente osservando alcune forme di futuro come θήσω da τίθημι o μνήσω da μιμνήσκω. Ultima osservazione sulla trattazione dell’aspetto, l’incoerenza con cui sono menzionati e spiegati alcuni verbi. Illuminante il caso di θνήσκω, del quale si dice prima che ha soltanto il tema dell’aoristo (e fa sorridere vederlo citato al presente) e poi che ammette solo l’aspetto presente (quando invece ha un paradigma completo, che casomai manca soltanto della forma passiva): entrambe le affermazioni, che quindi si contraddicono, sono corredate da un tentativo di giustificazione a partire da ragionamenti sull’azione di “morire”.

Il capitolo successivo tratta della fonetica della lingua greca e dei diacritici utilizzati nella scrittura. Giunto il momento di parlare dell’aspirazione, l’autrice afferma che “l’aspirazione, indebolitasi nel corso dei secoli, scomparve dalla κοινή ed è del tutto assente in greco moderno. Si conserva invece in latino, ma solo nella trascrizione delle parole greche.” Ora, semplicemente andando a memoria, posso elencare diverse parole del tutto latine che prevedono la presenza di un’aspirazione iniziale (habeo, haurio, haedus, halitus, harena, hebes, humus, herba, heri, hiems, hasta). E quanto ad aspirazioni, come non citare il carme in cui Catullo prende in giro un certo Arrio, di origini etrusche, che le utilizzava anche a sproposito, mostrandosi rozzo? Che la nostra si sia confusa con le lettere Y e Z, utilizzate dai latini solo per trascrivere i prestiti? Il resto del capitolo, comunque, si concentra sull’impossibilità, da parte nostra, di riprodurre aspirazioni, accenti, lunghezze sillabiche, metri poetici, e quindi di capire davvero come poteva suonare il greco, a partire dalle difficoltà dello studente (e dell’autrice stessa ai tempi del liceo) nel capire dove mettere l’accento nelle parole e come usare i diacritici, constatando il sostanziale fallimento degli sforzi degli alessandrini nel concepire questi espedienti grafici per facilitare la lettura. Tanto più che i manuali di grammatica “liquidano la vicenda” scrivendo che l’aspirazione “in italiano non si pronuncia”. Ora, sottomano ho sempre il mio vecchio Bottin, che questa cosa non la scrive affatto, parlando casomai delle consonanti aspirate, che “è difficile, per un italiano, pronunciare correttamente” e fornisce un elenco di prassi scolastiche di pronuncia. E comunque, quanto ai diacritici, come tutte le cose, con un po’ di attenzione ed esercizio non sono per nulla impossibili da gestire, e sono anzi fondamentali per comprendere correttamente un testo greco. Per quanto riguarda le nostre capacità di riprodurre fedelmente il suono della lingua greca, è chiaro che esse sono assai limitate, ma sono stati fatti dei buoni tentativi di ricostruzione, il principale dei quali ad opera di William Sidney Allen in Vox Graeca, testo che manca nella bibliografia della Marcolongo. Mi pare inoltre curioso il riferimento all’irriproducibilità della musica greca, con citazione specifica degli inni delfici, che invece sono stati ricostruiti, suonati e pure registrati. Irriproducibilissimi.

Nel capitolo seguente vengono analizzate due particolarità morfologiche del greco, ossia il genere neutro e il numero duale. Per quanto riguarda la questione dei generi grammaticali, si afferma che l’indoeuropeo non conosceva la tripartizione maschile-femminile-neutro, ma solo animato-inanimato, e che il femminile sarebbe un’innovazione del greco: basta un giretto su Wikipedia per capire che si tratta di una semplificazione eccessiva. È decisamente una semplificazione anche sostenere che “a differenza di alcune lingue germaniche, il neutro scompare da tutte le lingue romanze che dal latino derivano, come la nostra”: la situazione è decisamente più interessante di quanto possa sembrare, dal momento che un relitto del neutro è presente proprio nella lingua italiana nei nomi che al plurale cambiano genere, passando dal maschile al femminile (uovo/uova, che corrisponde al latino ovum/ova), e nei cosiddetti “plurali sovrabbondanti”, ossia quei nomi maschili che hanno due plurali, uno maschile e uno femminile (braccio/bracci-braccia, che corrisponde al latino brachium/brachia). In romeno, per giunta, i generi del sostantivo sono ancora tre, maschile, femminile e neutro; quest’ultimo è ancora produttivo e si comporta esattamente come il relitto del neutro italiano, ossia declinando i sostantivi al maschile quando sono singolari e al femminile quando sono plurali. L’autrice, poi, dopo aver parlato della sostanziale arbitrarietà delle lingue nell’assegnazione dei generi ai sostantivi, anche se in certi casi pare esservi una logica, inserisce un excursus, il cui scopo dichiarato è proprio quello di dimostrare tale arbitrarietà e il fatto conseguente che il genere è “dentro” il parlante, sui fraintendimenti causati dalla discrepanza tra il suo nome, Andrea, e il suo essere donna, con tanto di aneddoti su prese in giro dei compagni di scuola, carte di credito, codici fiscali sbagliati e riappacificazione con la propria natura fuori d’Europa.

Dopo questa divagazione, viene trattato il tema del numero duale, del quale si mette in evidenza la capacità di trasmettere la relazione tra i due elementi presi in considerazione: “il duale esprimeva invece un’entità duplice, uno più uno uguale uno formato da due cose o persone legate tra loro da un’intima connessione. Il duale è il numero del patto, dell’accordo, dell’intesa. È il numero della coppia, per natura, o del farsi coppia, per scelta.” Ancora una volta si sottolinea la particolarità del greco nel mantenere questa categoria grammaticale, a differenza del latino che “del duale non conserva traccia alcuna, nemmeno nei primissimi testi”. Io non sarei così drastica, pensando a pronomi come duo e ambo (che mantengono esattamente la desinenza arcaica del duale) o anche, ma, se vogliamo, in senso più lato, a pronomi e aggettivi che esprimono opposizioni o rapporti tra due elementi, come alter o uter. Che poi il duale sia effettivamente scomparso nella flessione di sostantivi e verbi, è certamente vero, ma qualche piccola traccia è rimasta. Il capitolo, comunque, prosegue con una serie di considerazioni dal taglio sentimentale sulla pregnanza espressiva dell’uso del duale, deprecando il fatto che sui manuali di grammatica ci sia scritto solo quanto segue: “In greco si distinguono tre numeri. Singolare, duale e plurale. Il duale serve a designare cose o persone, che in natura si trovano accoppiate o che lo scrittore considera come tali”. Considerando l’estrema rarità e la soggettività con cui viene utilizzato tale numero, tale definizione mi pare più che sufficiente, senza perdersi nella mistica della coppia o della relazione. Altrimenti, una volta che si scopre che vi sono lingue austronesiane che hanno anche il triale, è un attimo passare a riflessioni sulla concezione del dogma trinitario presso i popoli del Pacifico. Il capitolo si chiude con una considerazione sulla perdita del duale in greco moderno come una forma di “banalizzazione”, quando il principio di economia, formalizzato da André Martinet, è una delle leggi di base dell’evoluzione delle lingue. Dal perdere il duale a perdere in toto l’uso della parola, come, tra l’ironico e l’apocalittico, prevede l’autrice, il passo è bello lungo.

L’argomento del capitolo seguente sono i casi: parlando dell’evoluzione dall’indoeuropeo, che ne possedeva otto, l’autrice sottolinea come le lingue da esso derivate abbiano semplificato questo sistema, e tra esse il greco è una delle lingue che semplificano di più, mantenendo soltanto cinque casi. Qui, tuttavia, al procedimento non viene associata una perdita di pregnanza espressiva, quanto piuttosto una ricerca di sintesi, vista come un fattore positivo. Sorge a questo punto il sospetto (ma, più che sorgere, viene confermato) che lo scopo del libro sia un’esaltazione della lingua greca in sé, qualsiasi caratteristica essa presenti e al di là delle considerazioni più tecnicamente linguistiche e filologiche. Segue una disamina dei valori dei casi che ricorda molto da vicino i manuali di grammatica, con tanto di accusativo che “esprime propriamente il complemento oggetto, completando il senso della frase e rispondendo alla domanda chi?, che cosa?”. Queste, per inciso, sono le malefiche domandine controproducenti che fanno sì che sia impossibile per lo studente medio riconoscere un soggetto in posizione postverbale o capire i complementi predicativi. Successivamente, come esempio della libertà del greco (ancora maggiore di quella del latino!) nel disporre le parole per esprimere più efficacemente il senso dei discorsi, vengono citati fugacemente i dialoghi di Platone, le tragedie di Sofocle, le odi di Saffo. Ma negli ultimi due casi si tratta di poesia, e bisogna considerare le esigenze metriche e retoriche (si pensi all’uso dell’iperbato) come condizioni per le scelte di dispositio verborum. Un confronto, per il latino, con un’ode di Orazio sarebbe illuminante (ad esempio nell’ode 1, 9 i versi 21-22 sono un piccolo gioiello in questo senso). Quanto alle considerazioni, verso la fine del capitolo, sul fatto che il passaggio dal greco antico al greco moderno è stato talmente graduale che “i Greci non hanno mai avuto coscienza di un passaggio da un greco antico a un greco moderno, se mai c’è stato”, ricordiamo semplicemente, così, en passant, che la “questione della lingua” si è risolta solamente nel 1976.

Il capitolo successivo è dedicato all’ottativo, del quale viene messo in luce principalmente il valore desiderativo (il valore potenziale è lasciato in subordine, quasi in ombra, forse perché il desiderativo è più romantico), e se ne depreca lo scarso spazio riservato dalla scuola, che lo tratterebbe come “una sorta di lato B del congiuntivo greco o una versione alternativa del condizionale italiano”; ne segue sostanzialmente una trattazione del valore dell’ottativo del tutto simile a quella che si trova in qualunque grammatica scolastica. Dopo un intermezzo sulla poesia lirica in cui Archiloco viene definito un “artista freak” e Alceo uno “spiccato alcolista”, e in cui si attribuisce la fama di Pindaro al fatto che “non ci si capiva nulla di quello che scriveva”, l’autrice procede trattando in sintesi la progressiva scomparsa dell’ottativo in greco, dicendo, tra le altre cose, che “questo modo verbale ricorre raramente nella traduzione greca del Nuovo Testamento”. Traduzione greca. Ok.

Gli ultimi due capitoli sono dedicati l’uno alla pratica della traduzione, e contiene consigli improntati fondamentalmente al buonsenso (riguardanti ad esempio l’uso del vocabolario, o la comprensione del testo) non seguendo i quali ci si riduce fondamentalmente come uno dei miei Studenti Pigri, nonché considerazioni basate sull’ormai sentito e risentito principio secondo cui il liceo classico “apre la mente” di chi lo frequenta, proprio in virtù dello studio del greco (e le altre materie? e gli alunni di tutti gli altri licei?). L’altro capitolo, ossia quello conclusivo, è dedicato a una storia sintetica della lingua greca, una specie di bignamino che tra l’altro riprende molte cose già dette in altri capitoli, con un tono molto meno sentimentale e decisamente più didattico, da manualetto proprio (ma all’inizio non aveva detto che lo spirito non voleva essere quello del manuale?), insistendo peraltro sull’evoluzione linguistica come “banalizzazione”. Mi spiace solo un po’ che altre “stranezze” del verbo greco che sarebbero potute riuscire interessanti, come la diatesi media o le desinenze attive per l’aoristo passivo (che viene dal canto suo definito “poco più della variante sottomessa dell’aoristo attivo”, quando in realtà è praticamente autonomo da esso, in quanto si costruisce con un suffisso per conto suo e, talora, con uno specifico grado apofonico della radice), siano state passate praticamente sotto silenzio, e mi urta un pochino che con “slavo” l’autrice intenda una lingua (quale, poi?) e non una famiglia di lingue. In chiusura di libro, viene descritta in sintesi la “questione della lingua” greca, smentendo dunque la cursoria affermazione sull’impercettibilità del passaggio tra greco antico e greco moderno, e auspicando per il popolo greco un rinnovamento anche linguistico in nome di una liberazione dal passato (e introducendo quindi un’ulteriore contraddizione).

In conclusione e in sintesi, ciò che mi rimane dopo la lettura di tale libro sono fondamentalmente tre cose: 1. concetti di base da manuale del ginnasio, con imprecisioni più o meno gravi quasi in tutti i capitoli; 2. tanta emotività parecchio autobiografica (l’ammore del duale, il desiderio dell’ottativo, il terrore che viene costantemente associato allo studio del greco come se non potesse essere altro che la bestia nera dello studente del classico), la quale, in ultima analisi, sospetto essere la causa principale del successo di questa cosa; 3. un gran mal di testa. Vado a farmi una dose di ibuprofene.

Usi didattici della Nutella

Quest’anno tra le mie classi ho una seconda scientifico dove insegno latino, e che ho avuto anche l’anno scorso per qualche mese, prima che la mannaia dell’avente diritto me ne separasse. Dunque, la sorte ha voluto non solo che io conosca già i ragazzi, ma anche che, da classe prima simpatica ma un po’ confusionaria, si siano trasformati in una classe seconda che crede in quello che fa e che vuole impegnarsi per fare progressi. Peraltro, all’ultimo ricevimento generale, molti genitori hanno affermato con mia grande gioia che il latino è una materia che i loro figli apprezzano molto. Sono dunque felice di fare lezione con loro, e il loro entusiasmo mi fa da sprone per qualche esperimento didattico.

Per le classi seconde e quarte dei licei del Veneto che prevedono l’insegnamento del latino e che aderiscono all’iniziativa, è organizzata una prova di certificazione delle competenze in questa lingua, chiamata PROBAT (qui qualche informazione sull’argomento): vi sono dunque coinvolti anche i miei ragazzi, e spetta a me prepararli nel modo più adeguato possibile, preparazione che ovviamente non è finalizzata soltanto al superamento della prova, ma soprattutto è volta a consolidare le basi per il triennio. Dopo un primo mese di ripasso e recupero delle conoscenze grammaticali del primo anno, ci siamo accorti che l’apprendimento del lessico era stato lasciato in secondo piano, e dunque si presentava la necessità di rinforzarlo.

Ecco allora l’idea: un bel torneo a squadre sul lessico latino con tanto di cartellone segnapunti. Le squadre sono state formate in base ai risultati ottenuti nel test di ripasso, in modo che non ci fossero eccessive disomogeneità, e ai ragazzi è stato fornito un elenco di termini di base (nomi, aggettivi, verbi) da imparare. Nel frattempo ho provveduto a scofanarmi un vasetto di Nutella, a rietichettarlo (ispirandomi ovviamente a questa famosissima cosa qui: alla fine dell’anno svelerò l’arcano alla classe) e a predisporre i bigliettini.

Ma come funziona il torneo? Una volta a settimana, ogni squadra manda un membro alla cattedra; costui (o costei) deve estrarre un bigliettino, leggere la parola ivi scritta e dire il significato entro un tempo massimo di 10 secondi (da me medesma misurati col cronometro del cellulare); se il significato è corretto, viene assegnato il punto. Ogni 15 giorni vengono inserite nel vasetto nuove parole. Dal momento in cui ho iniziato a introdurre i verbi, le regole hanno subito una leggera variazione: se si pesca un verbo si devono dire sia il significato sia il paradigma, e allora vengono assegnati 2 punti; se la prima parola pescata è un sostantivo o un aggettivo, ne deve essere pescata anche un’altra, e nel caso esca un verbo basterà dirne il significato; il tempo concesso viene elevato a 15 secondi. I punti vengono segnati su un cartellone: alla fine dell’anno verranno sommati e si decreterà la squadra vincitrice, la quale verrà verosimilmente premiata con un vasetto di vera Nutella.

I miei ragazzi l’hanno presa con grande entusiasmo: appena entro in classe, nell’ora designata per la gara (denominata ormai “gara della Nutella” o direttamente “Nutella” tout court; esempio concreto: “Prof, la prossima volta c’è la Nutella?”), li vedo tutti intenti a ripassare le parole e a interrogarsi a vicenda. Durante la gara noto una certa tensione serpeggiante, anche per la presenza del cronometro che ticchetta, e un ardente spirito di squadra che si concretizza in tifo, esultanze, e battutine per sdrammatizzare in caso di non assegnazione del punto. Insomma, finora l’esperimento pare riuscire bene, ma i veri risultati si vedranno nelle prossime verifiche. I presupposti però ci sono tutti.

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Questo è il vero barattolo originale di Nutella utilizzato per l’attività didattica e ufficialmente approvato da Cecco gatto latinista.

Andiamo a fare cosa, di preciso?

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Ormai la notizia della traduzione di Andiamo a comandare in latino, fornita a una classe liceale come esercizio scolastico, è arcinota, essendo partita, come ben sappiamo, da Twitter e quindi rimbalzata nel web in modo rapidissimo da un sito all’altro. Le reazioni generali sono state entusiaste (esempi: qui, qui e qui, con anche un servizio su La vita in diretta dedicato all’argomento), e i punti messi in evidenza sono stati soprattutto, dal punto di vista relazionale, l’abilità del docente di suscitare l’entusiasmo della classe e, dal punto di vista didattico, la capacità di utilizzare un testo ben noto agli studenti per far riflettere sulle strutture grammaticali del latino, utilizzando anche in modo sapiente termini della lingua d’uso.

Ora, a suo tempo, appena mi hanno segnalato ciò, dopo un’iniziale titubanza dovuta al mio scarso gradimento verso questo tormentone estivo, mi sono decisa a dare un occhio al testo latino per vedere com’era la resa, notando diverse cose che mi convincevano poco, che non riuscivo a comprendere, o che secondo me erano palesemente errate. Tuttavia, nei vari commenti agli articoli che ne parlavano risuonava un collettivo osanna, che mi ha instillato il fugace dubbio di essere io a non capire un accidente. Ho quindi sottoposto il testo ad amici latinisti e colleghi per un riscontro, e siamo stati tutti d’accordo sul fatto che questa versione presenta criticità diffuse. Dal momento che nessuno sembrava averle notate, mi/ci è venuto spontaneo pensare che nessuno si fosse effettivamente preso la briga di leggere il testo, e che ci si concentrasse piuttosto sulla simpatia che la scelta di Andiamo a comandare ha suscitato presso gli studenti (e non solo). Ero dunque sul punto di intervenire per proporre una sorta di disamina della versione, ma sono stata egregiamente preceduta dai giovani di GrecoLatinoVivo, che l’hanno fatto in modo molto puntuale, aggiungendo anche alcune considerazioni pedagogiche che condivido in toto.

Tuttavia l’osanna collettivo rimane, in nome della capacità di appassionare i giovani al latino. Il punto è che il compito del docente è sì quello di coinvolgere gli studenti, ma per insegnare effettivamente la lingua latina in modo corretto ed efficace, utilizzando, dunque, testi costruiti secondo le regole della grammatica e contenenti forme lessicali plausibili: l’obiettivo finale rimane questo, al di là delle trovate simpatiche. Vi è chi sostiene, alla luce di ciò, e dopo che ne sono state evidenziate le debolezze linguistiche, che la traduzione di Rovazzi in latino non vada presa sul serio, ma sia piuttosto da intendere come una sorta di parodia, fornita agli studenti come una specie di scherzo, per farli sorridere e metterli a proprio agio, sulla falsariga dell’ormai celeberrimo e maccheronico Nutella nutellae. Il punto è che in quest’ultimo caso l’intento spiritoso e parodico è evidente, mentre a Imperatum adeamus viene attribuito insistentemente, come si è visto, un ruolo didattico ben preciso, che il testo in questione non può tuttavia ricoprire in modo adeguato.

Comunque, non è detto che, per essere didatticamente efficaci, si debba essere seriosi e noiosi a tutti i costi, proponendo attività completamente svincolate dagli interessi degli studenti: soltanto, il criterio principale deve appunto essere quello della correttezza linguistica. Un bell’esempio è offerto dalla traduzione latina del Diario di una schiappa (serie che ha riscosso un successone tra i preadolescenti) con il titolo di Commentarii de inepto puero, che presenta un latino piacevole ma anche assolutamente corretto. (Ne posseggo una copia e penso che, appena ne avrò l’occasione, ne utilizzerò qualche stralcio in classe. Avendo a disposizione l’originale inglese e la collaborazione della collega, potrebbe uscirne anche un modulo interdisciplinare.)

In conclusione, mi pare proprio che Imperatum adeamus (che continua a suscitare in me innumerevoli perplessità, a partire dal titolo stesso, per l’analisi del quale rimando all’articolo di GrecoLatinoVivo sopra linkato), con tutto il polverone mediatico da essa sollevato, sia più che altro una mossa piaciona, che mira, più che a ripassare davvero la grammatica o a riprendere la pratica della traduzione, a far sì che gli studenti pensino di avere un professore originale e fico tipo Attimo fuggente: tanto, che importa se l’ablativo di canis è cane e non cani, di fronte al coinvolgimento dei ragazzi?

Come ammonimento finale sulla simpatia da suscitare con le prossime scelte didattiche, non vi è nulla di meglio delle parole di Alberto Sordi, il quale sosteneva che “quanno se scherza bisogna esse seri”.

Fenomenologia dell’analisi grammaticale

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Quando ci si accosta allo studio delle lingue classiche, uno degli esercizi più noiosi ma allo stesso tempo più necessari per un buon apprendimento è senz’altro l’analisi grammaticale, molto croce e poco delizia di generazioni di studenti. I sistemi nominali e verbali del greco e del latino spesso non sono facili da comprendere e da assimilare, soprattutto quando si ha a che fare con categorie, quali i casi o gli aspetti verbali, che in italiano sono di secondaria importanza. Queste difficoltà, unite a particolarità e irregolarità da ricordare a memoria, fanno sì che negli studenti si sviluppi una serie di tic ricorrenti che si palesano al momento di svolgere nella pratica tali esercizi. Ecco i principali:

LATINO

  • La quarta e la quinta declinazione non esistono. Exercitus è indubbiamente di seconda declinazione, così come dies è senz’altro di terza.
  • Tutte le voci di quidam sono accusativi femminili singolari (e lo è anche utinam). La desinenza non mente.
  • Igitur è una terza singolare di forma passiva. Evidentemente dal verbo deponente igor.

GRECO

  • L’aoristo ha l’aumento. Punto.
  • Tutto ciò che contiene un sigma è aoristo primo.
  • Ciò che non contiene il dittongo -οι- non può essere un ottativo.

ENTRAMBI

  • Confusione tra modi e tempi e conseguente creazione di ircocervi come l’aoristo presente. (Per far capire il concetto ormai uso la metafora delle mutande: il modo è come il modello, il tempo è come il colore. O viceversa. Quindi dire “aoristo presente” è come dire “boxer perizoma”.)
  • La concordanza nome-aggettivo avviene solamente quando la desinenza dell’uno e dell’altro è uguale. Con conseguente sfoggio di creatività quando l’esercizio richiede di declinare i termini, e produzione di monstra come matronam nobilam.
  • La prima declinazione è sempre femminile. Checché se ne dica. Agricola e στρατιώτης devono essere casi di transessualità. Pure la seconda declinazione è solo maschile o neutra.
  • Il futuro e l’imperativo non esistono. In latino il futuro in realtà è un imperfetto o un congiuntivo, a seconda della declinazione, mentre in greco è una forma di aoristo primo non meglio definita. L’imperativo è semplicemente fonte di turbamento, e in latino è spesso preso per un ablativo.
  • I sostantivi tipo genus/γένος sono senza ombra di dubbio maschili di seconda declinazione. Ovvio.
  • I neutri plurali sono in realtà femminili singolari di prima declinazione.

Filosofia della lasagna

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  • Talete: la lasagna è composta al 70% di acqua.
  • Anassimene: per una buona lasagna occorre una cottura col forno ventilato.
  • Anassimandro: è necessario che la lasagna si alterni al suo contrario, che è l’insalatina (infatti solo lasagna ti porta a un ictus, solo insalatina allo squaraus). La lasagna trae origine dall’apeiron (ingredienti indistinti) ed è destinata a ritornarvi (nel freezer, sotto forma di contenuto indistinto di vecchie scatole di gelato lasciate sotto zero per mesi e mesi e riaperte soltanto quando vuoi del gelato).
  • Parmenide: la lasagna è e non è possibile che non sia.
  • Eraclito: la lasagna di ieri non è come quella di oggi che non è come quella di domani. La puoi fare mille volte e non ti verrà mai uguale.
  • Il sofista: si può dimostrare incontrovertibilmente che la lasagna è un toccasana per chi ha il colesterolo alto e l’ipertensione.
  • Socrate: qual è la definizione di lasagna?
  • Platone: la lasagna concreta è pallida imitazione dell’Idea di Lasagna situata nell’iperuranio, la cui perfezione è inattingibile.
  • Aristotele: causa formale della lasagna: la ricetta della nonna; causa materiale della lasagna: gli ingredienti; causa efficiente della lasagna: il cuoco; causa finale della lasagna: il pranzo.
  • Democrito: la lasagna è formata di atomi e possiamo vederla, odorarla e gustarla grazie ai simulacra emessi da detti atomi.
  • Zenone: in realtà non sarà mai possibile mangiare la lasagna perché lo spazio che separa te dal forno dove c’è la teglia è scomponibile in infiniti spazi.
  • Il cinico: perché mangiare la lasagna se domani si avrà ancora fame? E comunque il cuoco è un incapace.
  • Lo scettico: la vera conoscenza della lasagna è impossibile, e quindi, nonostante ne percepiamo l’aspetto, l’odore, il gusto e la consistenza, è impossibile dare un giudizio su di essa e stabilire se è buona o no.
  • Lo stoico: è giusto conoscere tutto della lasagna (ricetta, qualità degli ingredienti, modo di servirla, abbinamento con il vino giusto) ma la cosa migliore è mantenere un superiore distacco e pascersi di umile polentina bigia, che per togliere la fame va bene lo stesso.
  • L’epicureo: la lasagna dev’essere di ottima qualità, non deve essere servita in porzioni pantagrueliche e va gustata boccone per boccone.
  • Il manicheo: l’universo è scosso dalla lotta tra il Bene (lasagna al ragù) e il Male (lasagna al tofu). Ovviamente il Male è destinato a soccombere.
  • Il cristiano: si deve rinunziare alla lasagna di questo mondo per poter godere della lasagna eterna dell’altro.

(Delirio mistico originatosi durante il tragitto in macchina da casa alla sede di concorso per andare a fare l’orale.)