L’Odissea nel mondo

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Chi mi ha seguita finora nelle mie peripezie di quest’anno sa che ho una classe prima linguistico un po’ scalmanata ma che, in condizioni propizie, può riservare inaspettate soddisfazioni. (Ne ho parlato qui per esperimenti di lettura teatralizzata, qui per sorprendenti dichiarazioni d’amore per la letteratura. Gli stessi, poi, sono quelli che di fronte allo sceneggiato dell’Eneide si annoiano a morte fino a coprire l’audio con le chiacchiere, ma va bene lo stesso.)

Come in ogni classe, anche qui ci sono quei tre-quattro elementi perennemente distratti, che vengono continuamente ripresi e che a fine anno si trovano con una collezioncina di note: a forza di richiami, sono i primi nell’arco dell’anno scolastico di cui si impara il nome. Un giorno, durante una spiegazione riguardante un brano dell’Odissea (se la memoria non m’inganna, e potrebbe ingannarmi; ma non è importante), uno di costoro è particolarmente in vena di intrattenere i compagni: dopo un richiamo, due e tre, ecco che gli do la punizione di tradurre il proemio dell’Odissea in dialetto veneto.

La cosa riscuote un entusiasmo focoso e improvviso da parte non solo dello studente interessato, ma anche dal resto della classe, tanto che, nel primo momento morto a disposizione (costituito da un’ora di interrogazione), si forma un gruppetto con detto studente al centro, e i ragazzi iniziano a lavorarci su proponendo soluzioni per i diversi termini chiave del brano. Particolare attenzione, fin da subito, è richiesta da “multiforme”, che a sua volta traduce πολύτροπος (i fanciulli, essendo in prima linguistico, lavorano a partire dall’italiano): bisognerà preferire la sfumatura di significato relativa all’ingegno di Ulisse o piuttosto quella che rimanda ai suoi molti viaggi?

Constatando la serietà con cui gli alunni hanno preso il lavoro, propongo di trasformarlo in un’altra cosa: dato che la classe studia molte lingue (inglese e spagnolo per tutta la classe, più francese e tedesco in ciascuno dei due gruppi in cui si articola), e che sono presenti studenti stranieri (provenienti da Marocco e vari altri Paesi africani) o con un genitore straniero, perché non creare un cartellone con le versioni (eventualmente reperite attraverso Internet) del proemio dell’Odissea in tutte le lingue conosciute dai ragazzi? Io stessa mi sarei occupata del greco (per corredare la nostra antologia di proemi con il testo originale) e del latino, perché lo studiano, certo, ma ne padroneggiano sì e no tre declinazioni.

Manco a dirlo, anche in questo caso entusiasmo immediato: tutta la classe si sente coinvolta, e dopo qualche ora di lavoro collettivo (prevalentemente durante le interrogazioni, coi fogli colorati per trascrivere i testi forniti da me stessa, con tante preghiere di farne buon uso e non sprecarli) finalmente si arriva a produrre il cartellone che si vede nell’immagine all’inizio dell’articolo: ci sono l’italiano (copiato, da bravi scribi, dalla loro antologia di epica, che riporta la traduzione di Rosa Calzecchi Onesti), il greco e il latino (forniti da me; il latino riprende la traduzione di Leonzio Pilato), l’inglese, il francese, il tedesco, lo spagnolo (lingue studiate in classe), l’arabo, il turco (entrambe fornite da un’alunna marocchina), una delle lingue del Senegal (non sono purtroppo riuscita a capire quale), il gaelico (grazie a un’alunna appassionata di cose celtiche), e, finalmente, troneggiante nel bel mezzo del cartellone, il dialetto veneto. Il tutto, come si nota, corredato da bandierine disegnate e colorate a mano: si notino la lupa capitolina coi gemelli per il latino e il leone di san Marco per il veneto.

La traduzione, tutto sommato, è venuta anche bene, eccola qui:

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Eccone una trascrizione, per chi non è aduso a decifrare giovenili grafie:

Contame o Musa de l’eroe de pì forme, che tanto viajò, dopo che el ga distruto la rocca sagra de Troia: de molti omini, i paesi el ga conosesto, anca i pensieri, molte pene el ga patio sul mare del so animo, par comprarse la so vita e i compari che i ga da tornare indrio. Ma i compari gnanca così li ga salvà, anca volendo: con le so paure i se ga persi, insemenii, che i ga magnà le vacche del Sole Iperione: a sti qua el ga tolto el dì per tornare indrio. Conta qualcosa anca a noi altri, o dea fiola de Zeus.

Breve commento: alcune scelte lessicali sono molto efficaci, come l’espressione “de pì forme” a traduzione del suddetto πολύτροπος (furba abbastanza da riuscire a mantenere qualcosa della sua polisemia), “sagra” (bell’arcaismo), “paesi” per “città” (se un veneto pensa a una “città”, gli viene in mente una cosa tipo Padova, immagine ben lontana dai paesaggi omerici), “compari” per “compagni” e “insemenii” per “stolti” (termini entrambi assolutamente perfetti per rendere l’idea); “el dì per tornare indrio” traduce bene “il dì del ritorno” tenendo conto della tendenza veneta a utilizzare espressioni con l’infinito al posto di sostantivi astratti che rimandano a un’azione. Ci sono, tuttavia, alcune imprecisioni, a partire dall’inesistente “viajò” al passato remoto, tempo verbale inesistente in veneto, che direbbe piuttosto “el ga viajà” con il passato prossimo (che viene regolarmente e correttamente utilizzato nel resto del testo); “molti” al posto del più regolarmente utilizzato “tanti”; altre sono invece riconducibili a una parafrasi errata, ma direi che, essendo questo il lavoro di uno studente scalmanato di prima linguistico, possiamo approvare questa traduzione nel modo più totale.

Come considerazione conclusiva, al di là della soddisfazione estrema da me provata nel constatare il brillante lavoro svolto, posso osservare che in generale (almeno per la mia esperienza con le classi di quest’anno, in cui ho potuto fare quest’esperimento) gli studenti, se posti a contatto con lingue straniere o sconosciute, tendono a manifestare una certa curiosità. Nelle mie prime, al momento di introdurre i poemi omerici e individuare alcuni concetti chiave, ho trascritto il primo verso di Iliade e Odissea e alcuni termini notevoli (tipo ἀρετή, τιμή, ὕβρις) direttamente in greco, e ho visto che copiavano incuriositi (con domandine del tipo “ma cosa sono quelle cosine sopra le lettere? come si leggono?” e altre). Nella seconda dove faccio italiano, invece, nel contesto dell’introduzione al testo poetico, ho chiesto agli alunni stranieri, una ragazza cinese, un ragazzo albanese e un ragazzo indiano, di portare in classe delle poesie nella loro lingua, per poi leggerle ai compagni. I primi due hanno risposto all’appello: la studentessa cinese ha portato un libro di poesie appartenente ai suoi genitori e ha letto due brevi liriche riguardanti un poeta che si congeda da un amico che gli ha fatto visita, mentre lo studente albanese ci ha letto una poesia che raccontava di un vecchio pastore che parlava di Dio al nipote e un’altra in cui la storia viene paragonata a una sorta di bar, dove le persone si servono in vario modo. (Entrambe le poesie sono di un autore contemporaneo del quale, ahimé, non ricordo più il nome.) Abbiamo parlato anche di metrica e di rime. I compagni hanno ascoltato e applaudito. È stato tanto bello.

Versione Pigra #1 (Latino) – Cicerone, l’incipit della Prima Catilinaria (Cic. Cat. 1, 1-2)

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Con questo post viene inaugurata la serie delle Versioni Pigre, ossia versioni tradotte alla maniera dello studente pigro e trascurato. Il meccanismo tipico che costui adotta per tradurre è procedere quanto più possibile parola per parola, utilizzando nel testo di arrivo il primo traducente trovato nel dizionario. L’analisi grammaticale di nomi e aggettivi grosso modo c’è, anche se per i sostantivi persistono alcuni problemi con la terza declinazione, data la difficoltà di ricostruire il nominativo. Per quanto riguarda i verbi la forma passiva non è riconosciuta sempre con sicurezza; qualche problema anche con il sistema del perfetto. La ricerca nel dizionario avviene spesso per somiglianza fonetica, quando non è possibile riconoscere i termini al primo colpo, e, qualora ci siano omografi, si sceglie il primo che si trova. Questo procedimento meccanico produce traduzioni che spesso con Google Translate verrebbero meglio, ma che talora si trovano, se non in tutto, almeno in parte, nei compiti in classe che ci tocca correggere.

Come primo testo da sottoporre a questo trattamento barbaro e controintuitivo, ecco l’incipit della prima Catilinaria di Cicerone, che stanotte di sicuro verrà a tirarmi i piedi. Il dizionario che utilizzo è il mio del liceo, un Castiglioni-Mariotti del 1996 un po’ cadente e scarabocchiato ma fedelissimo anche in queste imprese di dubbia utilità.

Quo usque tandem abutere, Catilina, patientia nostra? Quam diu etiam furor iste tuus nos eludet? Quem ad finem sese effrenata iactabit audacia? Nihilne te nocturnum praesidium Palati, nihil urbis vigiliae, nihil timor populi, nihil concursus bonorum omnium, nihil hic munitissimus habendi senatus locus, nihil horum ora voltusque moverunt? Patere tua consilia non sentis, constrictam iam horum omnium scientia teneri coniurationem tuam non vides? Quid proxima, quid superiore nocte egeris, ubi fueris, quos convocaveris, quid consilii ceperis, quem nostrum ignorare arbitraris? O tempora, o mores! Senatus haec intellegit. Consul videt; hic tamen vivit. Vivit? immo vero etiam in senatum venit, fit publici consilii particeps, notat et designat oculis ad caedem unum quemque nostrum. Nos autem fortes viri satisfacere rei publicae videmur, si istius furorem ac tela vitemus. Ad mortem te, Catilina, duci iussu consulis iam pridem oportebat, in te conferri pestem, quam tu in nos omnes iam diu machinaris.

Fino a quando, Catilina, abuserai della nostra pazienza? Per quanto tempo ancora cotesta tua condotta temeraria riuscirà a sfuggirci? A quali estremi oserà spingersi il tuo sfrenato ardire? Né il presidio notturno sul Palatino né le ronde per la città né il panico del popolo né l’opposizione unanime di tutti i cittadini onesti né il fatto che la seduta si tenga in questo edificio, il più sicuro, ti hanno sgomentato e neppure i volti, il contegno dei presenti? Le tue trame sono scoperte, non te ne accorgi?  Non vedi che il tuo complotto è noto a tutti e ormai sotto controllo? Ciò che facesti la notte scorsa e la precedente, dove ti recasti, quali complici convocasti, quali decisioni prendesti, credi tu ci sia uno solo tra noi che non ne sia informato? Oh tempi, oh costumi! Di tutto questo, il Senato è a conoscenza, al console non sfugge, e tuttavia costui vive. Vive?! che dico! si presenta in Senato, partecipa alle sedute, prende nota di ciascuno di noi, lo designa con lo sguardo all’assassinio; e noi, i potenti!, riteniamo di aver fatto abbastanza per la patria se riusciamo a sottrarci all’odio, ai pugnali di costui. A morte te, Catilina, da tempo si doveva condannare per ordine del console; su te doveva ricadere tutto il male che da tempo vai tramando a nostro danno. (Traduzione di Lidia Storoni Mazzolani)

Fin dove finalmente userai interamente, Catilina, la nostra pazienza? Quanto a lungo ancora codesto tuo rubare(1) ci scherzerà? Chi al limite sui(2) lancerà l’audacia senza freno? Niente certamente(3) l’aiuto notturno del Palato(4), niente del vegliare della città, niente l’accorrere in massa di tutti i buoni, niente questo fortificatissimo luogo il senato di avere, niente l’estremità(5) di questi e la facoltà di avvolgersi in spire(6) mossero? Essere aperto i tuoi consigli non senti, ristretta ormai di tutti questi la scienza teneri(7) la tua lega non vedi? Che cosa la molto vicina, che cosa nella notte posta più in alto sei mancato(8), dove sarai stato, i quali(9) avrai convocato, che cosa di consiglio avrai preso, il quale nostro non conoscere arbitrale(10)? O tempi, o indugi(11)! Il senato questa(12) capisce. Il console vede, questo tuttavia vive. Vive? anzi in verità ancora viene in senato, diviene partecipe del consiglio pubblico, nota e delimita con gli occhi al taglio ciascuno nostro. Noi poi forti uomini soddisfare la cosa pubblica siamo visti, se di questo il rubare e la tela rendiamo difettoso(13). Alla morte te, Catilina, a chi conduce per comando del console ormai da tempo occorreva, in te essere portata insieme la pestilenza, la quale tu in noi ormai di giorno di macchina(14).

NOTE

  1. La prima cosa che si vede cercando furor sul dizionario è effettivamente un verbo.
  2. Il dizionario riporta “acc. e abl. rafforzato di sui“. Lo studente pigro esegue.
  3. Il primo traducente del primo ne che si trova nel dizionario.
  4. Palati sta bene come genitivo di palatum (quello di Palatium sarebbe Palatii, la contrazione vocalica non esiste). Nella traduzione lo studente pigro mette la maiuscola come in latino.
  5. Ora è ovviamente femminile di prima declinazione.
  6. Lo studente pigro non comprende che voltus sta per vultus e traduce con la prima cosa somigliante che trova (volutus, –us, ovviamente nominativo singolare).
  7. Aggettivo, da tener, –a, –um.
  8. Ovviamente si tratta di una voce di egeo.
  9. Questo e i successivi sono da intendersi come pronomi relativi.
  10. Arbitrarius somiglia molto più di arbitror a quello che c’è nel testo.
  11. Ricondurre mores a mos richiede più sforzo che cercare il significato di mora.
  12. Chiaramente nominativo femminile singolare.
  13. Da vitio.
  14. Machinarius.

“Catilina daghe un tajo”: Dino Durante traduce Marziale

Qualche tempo fa, cercando su eBay, mi è capitato sotto il naso Catilina daghe un tajo, antologia di epigrammi di Marziale tradotti in dialetto veneto dal padovano Dino Durante. La cosa mi ha riempita di gioia e, data l’introvabilità del libro (fuori stampa da anni) e il prezzo contenuto, ho immediatamente provveduto all’acquisto, e finalmente anche questo volume è entrato a far parte della mia biblioteca (della quale posso oramai parlare in senso praticamente letterale, dato che da poco dispongo di uno studio mio quasi completamente foderato di scaffali). La mia soddisfazione, oltre che dall’acquisto in sé, deriva anche e soprattutto dal fatto che avevo già incontrato questo libro nei primi anni di liceo, quando, incuriosita, l’avevo preso in prestito in biblioteca; da allora l’avevo lungamente cercato, senza esito, fino a poco tempo fa. Già da allora, comunque, ero rimasta colpita dalla possibilità di rendere in modo efficace la mordacità di Marziale attraverso l’uso del dialetto veneto, che, rispetto a una lingua standardizzata come l’italiano, gode di maggior freschezza e immediatezza. L’autore stesso, nell’introduzione, spiegando l’origine del titolo della raccolta, dichiara che proprio quest’osservazione, nata da una curiosa interazione con il figlio, era stata per lui la molla che l’aveva spinto a cimentarsi con le traduzioni in veneto. Eccone qui un estratto:

Qualche tempo fa, uno dei miei figli mi chiese il significato della famosa frase di Cicerone: “Quo usque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?”

Usando, come sempre, il dialetto, risposi che Cicerone voleva dire: “Catilina, daghe un taio”.

Per nulla soddisfatto della risposta, egli mi invitò ad essere un tantino più serio; “almeno – soggiunse – quel minimo indispensabile che si richiede ad uomo di quarantaquattro anni”.

Cercai allora di migliorare la forma, sforzandomi di mantenere inalterato il pensiero di Cicerone, e presentai al suo severo giudizio queste altre due versioni:

  • Catilina, moleghe che ormai la se fa Gegia.
  • Quando la finireto, Catilina, de romparne le suste?

Il mio sforzo di aiutarlo a “comprendere quanto meglio possibile il mondo romano per il tramite della lingua” (come indicano i programmi scolastici per lo studio del latino) approdò solo a confermarlo vieppiù nella radicata convinzione che suo padre non è per nulla un uomo serio. Così la sua dose, già massiccia di disistima, è notevolmente aumentata.

Da quel giorno, però, quanto più leggevo alcuni poeti latini tanto più mi convincevo che molte loro espressioni erano più belle ed efficaci se espresse in dialetto, anzi che in lingua italiana. Decisi allora di dare forma dialettale al pensiero di un poeta latino. Idea piuttosto matta, devo ammetterlo, ma eccitante. Tentai con Petronio, Giovenale, Orazio, Ovidio, ma ben presto dovetti abbandonarli. Non trovavo in loro lo spirito veneto. Finalmente mi venne incontro, sghignazzando, Marziale.

Sulle prime, leggendo il Marziale veneto di Durante, mi sono limitata a osservare la vivacità della traduzione, non rendendomi pienamente conto, dati i pochi anni di studio del latino che avevo alle spalle, delle caratteristiche di lingua e stile del poeta; procedendo poi con gli studi, ampliando le conoscenze linguistiche e affinando con l’esercizio la pratica della traduzione, ho iniziato a vedere con maggior chiarezza le idee e i concetti veicolati dalla lingua latina e a “sentire” il modo in cui i vari autori li trasmettevano. Diventando, tra l’altro, molto più esigente con le versioni italiane che trovavo nelle edizioni bilingui dei classici a mia disposizione. Con gli anni, dunque, mi sono progressivamente avvicinata alle considerazioni di Dino Durante, fino a farle sostanzialmente mie (tanto che, superbamente ma a puro scopo ludico, medito di produrre prossimamente la versione veneta di qualche carme di Orazio o di Catullo, se non sarò troppo oberata di lavoro). Ora, dunque, posso anche approcciarmi al Marziale veneto con un occhio diverso, divertendomi a gustare il modo in cui lo spirito latino è stato reso da Durante nella lingua del popolo, liberamente nella forma ma fedelmente nella sostanza. Eccone di seguito alcuni esempi.

 

BOCALI E BICERI (1, 37)

Ventris onus misero, nec te pudet, excipis auro,

Basse, bibis vitro: carius ergo cacas.

Basso, no te te vergogni

de farla

in un bocale d’oro?

(che rassa de scarognà sto oro)

e par bevare invesse

te dopari un semplice

biciere de vero?

Val forse de più la m…?

 

SCEVOLA! TE DENUNCIO! (1, 103)

Si dederint superi decies mihi milia centum”

dicebas nondum, Scaevola, iustus eques,

qualiter o vivam, quam large quamque beate!”

Riserunt facile et tribuere dei.

Sordidior multo post hoc toga, paenula peior,

calceus est sarta terque quaterque cute:

deque decem plures semper servantur olivae,

explicat et cenas unica mensa duas,

et Veientani bibitur faex crassa rubelli,

asse cicer tepidum constat et asse Venus.

In ius, o fallax atque infitiator, eamus:

aut vive aut decies, Scaevola, redde deis.

Scevola, quando che te geri

poareto te disevi:

“Se Dio me mandasse un bel milion.

Quanto beato che sarìa,

come che ben vivarìa!”

Ga riso Dio,

e te ga contentà.

Ma dopo ciapà i schei

el to paltò xe più onto,

el to vestito smarìo.

I te mete davanti diese olive

e oto te le meti via,

e co un piato solo te magni do volte.

Te bevi i fondi del vin grinto

e co sento franchi

te compri la minestra,

e co altri sento

te te paghi na tosa

da campo Marte.

Bruto onto! Te denuncio!

O te te diverti

o te ghe dé indrio

el milion a Dio.

 

ZOILO PIEN DE ARIE (2, 58)

Pexatus pulchre rides mea, Zoile, trita.

Sunt haec trita quidem, Zoile, sed mea sunt.

Co te passi col to bel vestito

te ridi

dele me quatro strasse.

Par la verità

le xe proprio strasse.

Però le go pagà.

 

CINNA EL BECO (6, 39)

Pater ex Marulla, Cinna, factus es septem

non liberorum: namque nec tuus quisquam

nec est amici filiusve vicini,

sed in grabatis tegetibusque concepti

materna produnt capitibus suis furta.

Hic, qui retorto crine Maurus incedit,

subolem fatetur esse se coci Santrae.

At ille sima nare, turgidis labris

ipsa est imago Pannychi palaestritae.

Pistoris esse tertium quis ignorat,

quicumque lippum novit et videt Damam?

Quartus cinaeda fronte, candido voltu

ex concubino natus est tibi Lygdo:

percide, si vis, filium: nefas non est.

Hunc vero acuto capite et auribus longis,

quae sic moventur, ut solent asellorum,

quis morionis filium negat Cyrtae?

Duae sorores, illa nigra et haec rufa,

Croti choraulae vilicique sunt Carpi.

Iam Niobidarum grex tibi foret plenus,

si spado Coresus Dindymusque non esset.

To moiere Marulla

ga vu sete fioi,

e ti te si beco, Cinna.

No i xe fioi de un to vissin de casa

e gnanca de un to amigo.

I xe sta stampà

sora brande e paioni

e vardandoli in facia se vede

chi che xe el pare.

Questo coi cavei crespi come un negro

xe fiolo del cogo,

e quelo co la facia incagnìa

xe identico a Pamico dal muscolo forte.

E chi vede Dama, coi oci sgarbelà

sa de chi che ze fiolo el terzo.

El quarto,

co chela siera da mal de pansa

xe fiolo del to recion.

L’altro co la testa a pero

e le rece da musso,

xe par sicuro fiolo

de Cirta, el paiasso.

Le tose, una mora e l’altra rossa,

xe fiole de Croto el sonadore

e de chel rufaldo de Carpo.

Par fortuna i to do ultimi servi,

Dindimo e Coreso,

i ga el mal de la limèga:

te gavaressi senò

almanco trenta fioi.

 

A EROTION, BOCETA MORTA (5, 34)

Hanc tibi, Fronto pater, genetrix Flaccilla, puellam

oscula commendo deliciasque meas,

paruola ne nigras horrescat Erotion umbras

oraque Tartarei prodigiosa canis.

Inpletura fuit sextae modo frigora brumae,

uixisset totidem ni minus illa dies.

Inter tam ueteres ludat lasciua patronos

et nomen blaeso garriat ore meum.

Mollia non rigidus caespes tegat ossa nec illi,

terra, grauis fueris: non fuit illa tibi.

Papà e mama,

tegnìla streta sta boceta tanto cara,

parché no la gabia paura

del scuro de l’aldelà.

La gavaria vu sie ani

solo se la fusse vissua

ancora sie giorni.

Spero che la rida e la salta

anca co vialtri,

paroni de l’aldelà,

e la so bocheta

diga, ridendo, ancora el me nome.

Te prego, tera,

no strucarla sta bocia,

e no essar pesante su de ela.

La gera tanto lesiera

quando che la te pestava!