La figaggine dell’insegnamento 2.0

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Scuola iniziata il 12 settembre, password del registro elettronico ricevuta l’altro ieri, registro ufficialmente attivo da lunedì prossimo. Nel frattempo ci arrangiamo con fotocopie di un residuato bellico.
Credenziali del sito della scuola (fondamentale per consultare circolari e scaricare moduli): i tecnici dicono di avermele fornite via mail, ma non mi risulta di averne mai ricevuta una da loro. Me le comunicano a voce (A BBOCE, cit.), le provo e non funzionano. L’altro giorno, nelle mie numerose ore di buco causa consigli, volevo andare a far presente la cosa, ma i tecnici erano irreperibili.
Per il wi-fi ci stiamo attrezzando: bisogna inviare formale supplica in ufficio protocollo e solo una volta acquisita questa si provvederà alla configurazione del dispositivo personale.
In tutto questo, l’unica soluzione per lavorare è farlo dal pc di casa. Che peraltro ha deciso di prendersi un’oretta (proprio quella che intercorre tra l’arrivo a casa e la cena) per l’aggiornamento. Anche per lui formazione obbligatoria.
EVVIVA EVVIVA IL DIGITALE

AGGIORNAMENTO: ieri sono riuscita a reperire i tecnici (immagino che anche per loro gestire il tutto possa diventare un gran casino) e le credenziali finalmente funzionano. Inoltrata supplica al protocollo per la rete: siamo ancora in attesa.

Dall’altra parte della cattedra

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Ho saputo che questa settimana, dal 2 all’8 maggio, è la Settimana dell’insegnante, in cui si è invitati a ricordare e ringraziare i docenti che sono stati importanti nella nostra vita. Procedo dunque anch’io con il mio contributo, anche se, a voler scendere nel dettaglio, la lista di ringraziamenti durerebbe da qui a Natale.
Grazie di cuore ai miei vecchi insegnanti di scuola, e soprattutto a quelli di lettere, perché è per seguire il loro esempio, ricordando tutto quello che mi hanno dato, che ho scelto questo lavoro. A partire dal maestro di italiano delle elementari, che leggeva insieme a noi I ragazzi della via Pal, proseguendo con la professoressa di lettere delle medie, che, tra le altre cose, organizzò per la nostra classe l’ormai mitica recita scolastica ispirata al Don Chisciotte (libro che da allora non ho mai smesso di amare), e grazie alla quale ebbi l’idea di iscrivermi al liceo classico. Qui dovrei ringraziare collettivamente tutti i docenti di lettere del ginnasio e del liceo, per i quali nutro una stima profondissima e una reverenza che faccio un po’ fatica a celare quando, peregrinando da una scuola all’altra, me li ritrovo come colleghi. Ancora una volta, è a loro che devo la decisione di fare della letteratura e della classicità una ragione di vita.
Grazie ai miei docenti dell’università, e in particolare al mio relatore che ha sempre creduto in me.
Grazie davvero ai miei colleghi di scuola e a quelli che ho incontrato durante il tirocinio del TFA, che, oltre ad accompagnarmi nell’ingresso nel mondo della scuola “dall’altra parte”, mi hanno sostenuta (e mi sostengono tuttora) con tutte le loro forze quando credevo di non farcela più.
Grazie ai colleghi con cui mi trovo a condividere il cammino per diventare docenti di ruolo, perché in questo percorso complicato e assurdo è facile perdere la ragione, e si rimane sani solamente se si ha accanto qualcuno con cui affrontare le difficoltà, farsi coraggio e pure sdrammatizzare ogni tanto.
Grazie, infine, ai miei alunni (di scuola ma anche di ripetizioni), che, nonostante le difficoltà, mi danno la prova di aver fatto, tutto sommato, la scelta giusta: spero di poter dare a loro anche solo una parte di tutto quello che è stato dato a me.

Studio antropologico del Collegio Docenti

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Il Collegio Docenti è certamente un’ottima occasione per condurre osservazioni di carattere antropologico sui tipi umani che costituiscono la classe insegnante. A seconda della posizione in cui essi si collocano all’interno dell’Aula Magna (sede usuale dell’assemblea) e degli atteggiamenti da essi assunti, i docenti si possono classificare in varie categorie, e il loro comportamento risponde a logiche ben precise che ritornano in modo regolare. Da notare che tale riunione avviene solitamente a ridosso dell’ora di pranzo, con le conseguenze psicofisiche del caso.

In prima linea, sotto l’occhio vigile del Dirigente, che presiede l’assemblea, e dei Vicepresidi, si pongono i docenti più coinvolti in prima persona nell’ordine del giorno, e in particolare gli organizzatori dei vari progetti, chiamati a riferire sugli ultimi sviluppi. In particolare, tra questi ultimi si distinguono:

  • il pignolo: efficientissimo e preciso, espone la propria relazione con dovizia di particolari, scendendo anche in tecnicismi che gli conferiscono una certa prolissità e rendono talora difficile ai colleghi seguire il filo del discorso. Spesso nel suo intervento sono compresi dettagli di bilancio che causano nell’uditorio il subitaneo bisogno di una flebo di caffeina;
  • l’ipertecnologico: affine al precedente, si aiuta con presentazioni multimediali in PowerPoint o in Prezi (che fa più figo) con accostamenti di colore improbabili ed effetti grafici che possono causare stordimento negli spettatori (astenersi epilettici);
  • lo scuotitore di coscienze: acclude alla propria relazione un accorato appello affinché i colleghi (dei quali viene impietosamente messa in evidenza l’indifferenza morale) collaborino al progetto da lui seguito. D’altra parte, una famiglia ce l’abbiamo tutti, tutti abbiamo i nostri impegni ecc., quindi è giusto condividere queste iniziative affinché non ricadano sempre sulle spalle dei soliti.

Subito dietro, ecco coloro che si producono negli interventi più frequenti, suddivisibili grosso modo in queste sottocategorie:

  • il collaborativo: genuinamente interessato alle questioni sollevate, desidera approfondirle con domande mirate e considerazioni finalizzate al procedere produttivo della discussione, tirando talora in ballo anche i massimi sistemi dei principi educativi;
  • il polemico: contrario per definizione a tutto ciò che viene discusso e solitamente di carattere focoso, non si fa alcun problema ad alzare i toni al di là di un’auspicabile aurea mediocritas; i suoi interventi spesso si rifanno al concetto di “diritto acquisito”, e possono a volte essere considerati una forma di ostruzionismo in piena regola, dal momento che non è infrequente che proprio a causa della loro ampiezza si arrivi ad aggiornare la riunione;
  • il contabile: attentissimo al budget, da un lato insiste sulla necessità che i fondi stabiliti siano effettivamente bastanti a una decente organizzazione dei progetti, dall’altro ricorda a tutti che, come direbbero i nostri nonni, “nemmeno il cane muove la coda per niente”, opponendosi dunque a qualsiasi forma di collaborazione a titolo volontario;
  • il maniaco del verbale: richiede che qualsiasi cosa egli dica sia messa a verbale, talora nemmeno esprimendola oralmente di fronte a tutti, ma semplicemente consegnando al verbalista un foglio con quello che vorrebbe fosse trascritto, anche come integrazione al verbale della seduta precedente (l’ho visto fare, davvero).

Dietro ancora, nel mare magnum che costituisce la maggior parte dell’augusto consesso, vi sono i docenti che hanno un ruolo più passivo, più che altro da uditori. Tra di essi spiccano queste figure:

  • il verbalista di scorta: quello che, per tenersi sveglio e riuscire a seguire, prende furiosamente appunti trascrivendo in pratica tutto quello che viene detto, sia dal Dirigente sia dai vari colleghi che intervengono. Figura preziosa in caso di deficienze nel verbale vero e proprio e controversie varie ed eventuali;
  • la comare: anche in versione maschile, solitamente tiene il posto a un altro membro della stessa categoria con il quale commenta assiduamente tutto ciò che viene detto durante il Collegio, con toni sovente ispirati a una zitellesca acidità usualmente condita da un’abbondante dose di laudatio temporis acti;
  • l’astenuto: di solito costui è un docente precario o un supplente, che, sapendo di dover lasciare la scuola di lì a poco, o temendo che ciò possa avvenire da un momento all’altro (come nei casi di incarico fino ad avente diritto), quando è ora di votare una decisione è uno dei pochi, se non l’unico, ad astenersi (la maggioranza è tipicamente favorevole per inerzia, e i pochi contrari sono quelli che rientrano nella categoria del “polemico”, insieme a qualcun altro che la pensa allo stesso modo ma ha meno faccia tosta di esporsi in prima persona);
  • il coinvolto: quello direttamente interessato nelle questioni in oggetto all’ordine del giorno, che sono usualmente poste in modo tale che il suo ruolo non gli sia affatto chiaro, e perciò alza la mano per chiedere disperatamente spiegazioni precise.

Infine, nelle retrovie siedono coloro che, sostanzialmente, sono lì soltanto in attesa del momento di porre la firma d’uscita, e piuttosto di prestare attenzione a tediose discussioni preferiscono sfruttare le preziose ore del collegio portandosi altro da fare. Tra di loro ci sono:

  • il tattico: solitamente arriva in Aula Magna in leggero anticipo, in modo tale da accaparrarsi il posto più defilato e poter così fuggire appena se ne presenta l’occasione. Questa posizione è spesso dettata da esigenze di trasporto, per essere pronti a scappare verso la stazione dei bus o dei treni. A volte lo si riconosce, soprattutto verso l’avvicinarsi dell’orario di chiusura, per la seduta in punta di chiappa;
  • la tricoteuse: colei (ma anche colui) che si porta tutt’altro da fare, dal lavoro a maglia al best-seller (o, tipicamente, al giornale) da leggere;
  • il correttore: si porta avanti col lavoro, smistando, mentre la discussione procede, pacchi arretrati di compiti, o preparando le lezioni del giorno dopo;
  • i piccioncini: marito e moglie ovvero fidanzati ovvero amanti che discutono beatamente e amorevolmente di questioni private; talora ci sono anche vere e proprie relazioni che nascono in questo modo;
  • il connesso: dotato di smartphone, tablet o pc, con connessione propria o sfruttando il wi-fi della scuola, scrive messaggi, chatta e consulta siti vari (di lavoro e non). Qualora il supporto tecnologico sia un pc, può agevolmente simulare di star seguendo la discussione e financo di star prendendo appunti;
  • il ruminante: tipologia che può coesistere con una delle precedenti, prevede che l’attività dell’individuo sia caratterizzata da una frequente assunzione di generi di conforto, portati da casa oppure, se è concesso, procacciati presso le macchinette automatiche;
  • lo scolaretto: tipologia di individui che si presentano spesso in gruppo e rigorosamente in ultima fila, non ascoltano una parola della discussione preferendo chiacchierare di tutt’altro con i vicini, dimostrandosi così moralmente solidali con gli alunni che hanno visto durante la mattina.

(N. B.: la categorizzazione di cui sopra non ha assolutamente lo scopo di ridicolizzare o far irritare chicchessia, consistendo piuttosto in un resoconto ironico di tipi umani che segue molto indegnamente le orme dei Caratteri di Teofrasto.)

Rose rosse

La Santa Quaresima è ormai iniziata da un paio di settimane, ma, tra scuola in ogni dove e a tutti gli orari e TFA che mi insegue dovunque come le Erinni, sono riuscita solamente ora a trovare un po’ di tempo per sistemare per bene qualche pensiero sparso emerso qualche tempo fa, in concomitanza con la ricorrenza (da me, vecchiaccia malvagia, guardata con un certo sdegno) di San Valentino. (Riesco a concedermi qualche tempo proprio ora, all’una di notte, anche per la necessità di scaricare un po’ di tensione e di concedermi un po’ di relax dopo la tormentata correzione di un pacco di temi.) Ma veniamo al punto.

La mattina del giorno di San Valentino, dunque, si era in sala insegnanti a farsi un caffettino rivedendo il materiale per le lezioni successive o brandendo l’amica penna rossa per correggere qualche compito, quand’ecco che giunge la bidella, sorridendo complice e marciando a passo di bersagliere, con un mazzo di rose rosse da recapitare in classe a una studentessa del primo anno. (Per chi se lo stesse chiedendo, la nostra sala insegnanti è sostanzialmente a metà del corridoio che unisce le due ali della scuola, e quindi, avendo due porte una di fronte all’altra, è una stanza di passaggio. Per lavorare ancora più serenamente, chiaro.)

Ora, il gesto in sé è carino e molto tenero, pensando soprattutto che si tratta di adolescenti alle prese con le prime storie d’amore e con i conseguenti coinvolgimenti emotivi, ma l’episodio si presta a un paio di osservazioni.

Innanzitutto, considerando la cosa da un punto di vista strettamente didattico, la consegna di un mazzo di rose rosse direttamente in classe è certamente fonte di turbamento, in quanto interrompe la lezione e crea un comprensibile scompiglio, con conseguenti minuti tecnici per ristabilire l’ordine e riprendere l’attività. Sarò anche una vecchia bacchettona, ma in teoria la classe è un luogo di studio e di lavoro, e questo genere di manifestazioni può tranquillamente avvenire al di fuori dell’orario scolastico, o, al limite, a ricreazione (sulla falsariga di quello che succede quando un alunno compie gli anni e porta luculliane merende per tutti i compagni). Probabilmente, in questo caso la portineria, invece di fare da servizio recapiti, avrebbe piuttosto dovuto prendere in consegna mazzi di fiori et similia e farli avere alle fanciulle al primo momento utile senza disturbare le lezioni. Oppure (e molto più romanticamente ai miei occhi di cinica vegliarda) il giovanotto di turno avrebbe potuto prelevare la sua bella all’uscita da scuola consegnandole direttamente i fiori e, perché no, dandole pure un bacetto.

La questione, però, ha anche dei risvolti, per così dire, sociali: ricordando la mia adolescenza da secchiona reietta e solitaria, se una cosa del genere fosse avvenuta in classe mia avrei avuto una crisi di autostima fino alla Pasqua successiva; ma al di là di me che sono un caso umano, all’interno della classe si possono creare invidie e maldicenze, o quantomeno malesseri (più o meno evidenti), che in certi casi possono compromettere anche l’unità del gruppo classe stesso. Par quasi che esageri, ma avendo qualche idea di come ragiona l’adolescente medio (soprattutto di sesso femminile) mi pare che non sia un’idea del tutto peregrina. L’animo dei ragazzi e delle ragazze può essere molto più fragile e delicato di quello che ci aspettiamo, e il confronto coi coetanei è una costante quotidiana nella costruzione della loro identità.

Ho detto un paio di osservazioni, ma in realtà sono tre. La vecchiaia avanza imperterrita. L’ultima mia considerazione va, se vogliamo, al di là dell’ambiente scolastico e giovanile. La consegna di un mazzo di fiori direttamente in classe è un gesto talmente plateale da arrivare quasi a perdere di significato, diventando soltanto pura apparenza, che mette dunque in secondo piano il sentimento autentico, che per essere coltivato come si deve ha bisogno di una certa intimità. (Questo è il mio pensiero nudo e crudo, eh. Io son quella che si sposerebbe di notte solo con prete e testimoni e si ritirerebbe a vita privata forever and ever. Sono asociale, e misantropa, lo so.) Poi, in correlazione a questo, nel pomeriggio di San Valentino ci sarà stata di sicuro una scarica di foto e post melensi su tutti i social network possibili e immaginabili per dare l’appropriata rilevanza al gesto. (Se succede nella mia bacheca, conoscendo la mia allergia a certe cose, getto il telefono fuori dalla finestra seguito dal tablet, non mio ma della scuola, lanciato a mo’ di Discobolo. Lo so, sono fastidiosa.)

In definitiva, e a parte i miei personali attacchi di misantropia, il mazzo di rose, secondo me, è bello riceverlo al momento giusto, e condividendo la propria gioia e il proprio affetto innanzitutto con la persona che ha pensato a noi, e che sicuramente sarà felice di vivere con noi questo momento, senza la preoccupazione di farsi belli agli occhi degli altri, che con la storia tra noi e quella persona non c’entrano proprio nulla. Alla fine della fiera, ecco la vecchia brontolona che chiude il tutto con un colpo di coda: probabilmente, in un momento come questo, in cui, in sostanza, tutti gli eventi della vita quotidiana finiscono sul web, sarebbe bene coltivare un po’ di riservatezza e cercare di scegliere il momento e la sede opportuni per esprimerci. “Quando si spara si spara, non si parla”, per chiudere con una citazione colta (che c’entra relativamente, ma rende l’idea).

Ad rivum eundem Lupus et Agnus venerant siti compulsi…

Scrutini.

Coordinatrice: – Non c’è il verbale dell’ultimo consiglio.

Collega: – Doveva scriverlo lei, è verbalista! (mi segna col dito)

Io (verbalista): – Non c’ero. Non posso sottoscrivere un documento riguardante una riunione a cui non ho partecipato.

Collega: – Ma tu sei la verbalista, dovevi farlo tu, mi avevi detto che lo facevi, ti ho pure passato gli appunti! (Com’è andata veramente: il collega mi incrocia una volta al cambio dell’ora per parlarmi della cosa e una seconda volta, sempre al cambio dell’ora, per darmi ‘sti appunti, peraltro illeggibili. Durata totale del colloquio: 40 secondi spartiti in 2 volte.) Poi non ci siamo più visti! (Per forza, i miei orari e i tuoi non combaciano mai.) Se era così, avresti dovuto dirmelo! (Credevo fosse OVVIO che non posso bilocarmi à la Padre Pio.)

Segue delirio in tono che dire aggressivo è un eufemismo. Coordinatrice incredula, colleghi allibiti. Riusciamo a metterlo a tacere solo quando gli prometto che scriverò IO il verbale a SUO nome. Così lui si becca i soldi per quel verbale (io, assente, NON potrei) e la vecchia fa il lavoro sporco.

Com’era quella del lupo e dell’agnello?

Digitalizzazione e disinfestazione

Nel giro di un paio d’anni scolastici, in sostanza, quasi tutte le scuole, a parte quelle dei paesi di montagna più sperduti, sono passate al registro elettronico. Ora, non è certo questa la sede per discutere dell’utilità o meno di tale passaggio, considerando che, per molti aspetti, si tratta di un’innovazione che dovrebbe facilitare l’attività di studenti, genitori e docenti. Per quanto riguarda studenti e genitori, avendo un fratello quindicenne, io stessa posso apprezzare i vantaggi del registro elettronico, in quanto non c’è possibilità alcuna che il puer ci possa fregare nascondendoci votacci, verifiche in programma e compiti per casa. È da docente che temo che questo maledetto ordigno mi condurrà dritta dritta nel girone dei bestemmiatori.

Essendo supplente, nei miei pellegrinaggi da una scuola all’altra ne ho viste di tutti i colori. Già il fatto stesso di sostituire un collega può essere fonte di caos, dato che con il registro cartaceo bastava semplicemente frugare nel cassetto del sostituendo e prenderselo da là; col digitale si devono o recuperare le credenziali del collega o farsene dare di nuove; senza contare il problema dell’eventuale dispositivo per l’utilizzo del registro in classe: recuperare quello del collega? farsene dare uno ex novo? fare direttamente a meno e lavorare col PC di casa? Insomma, fuori dai denti, un casino.

E poi non è mica sempre detto che il cartaceo sia sostituito al 100% dal digitale in tutte le scuole. Ci sono ad esempio istituti in cui viene mantenuto il registro di classe, scelta molto intelligente soprattutto in caso di impossibilità di utilizzare il digitale durante le lezioni: ad esempio, per mancanza di rete o per lavori di manutenzione del software durante le ore di scuola, ci sono delle ore di lezione che non ho potuto firmare e che quindi legalmente non ho mai svolto. Non capisco però la scelta di mantenere, assieme al digitale, sia il registro di classe sia il registro docente entrambi in cartaceo: per un’innovazione che dovrebbe semplificarmi la vita mi ritrovo a far tutto due volte.

Altro punto decisamente dolente è quello del dispositivo che il docente dovrebbe utilizzare. Nella migliore delle ipotesi l’insegnante ne riceve uno in comodato d’uso dalla scuola, potendolo usare anche per la propria attività didattica (invio e ricezione di e-mail, navigazione Internet, elaborazione di documenti e via dicendo). Altrove ogni classe è provvista di un PC. In altri luoghi ancora, dove non ci sono fondi per dotare i docenti di dispositivi personali e gli studenti sono talmente scalmanati che quella di lasciar loro un computer in classe non è esattamente una buona idea, l’insegnante è caldamente invitato a utilizzare dispositivi propri, foss’anche il cellulare. Non è uno scherzo.

E comunque tutto questo caos organizzativo si innesta in una situazione materiale che di per sé non è esattamente una pacchia. Spiego Dante in una classe minuscola, con le crepe sui muri, con una porta laterale sbarrata da una grata, infestata dalle cimici, sempre soffocante perché è impossibile cambiare l’aria. E non c’è carta igienica nei bagni.

Che dire, ci daranno quella digitale.