Fenomenologia dell’interrogazione

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Le interrogazioni sono certamente uno dei momenti più temuti dagli studenti (io stessa al liceo ne ero letteralmente terrorizzata), ma per l’insegnante è un modo per rendersi conto, oltre che della preparazione dei suoi allievi, anche del loro carattere: dietro un giovine particolarmente spavaldo si può nascondere un fanciullino timoroso, così come una ragazzina timida e silenziosa può in realtà essere padronissima dei contenuti studiati e pure efficace nell’esprimerli. Dopo un tot di colloqui, comunque (e arrivato a metà maggio il docente medio ne ha visti parecchi), sono individuabili alcune tipologie di studente interrogato dalle caratteristiche ricorrenti. Ecco le principali, in ordine rigorosamente sparso.

  • Il conte Mascetti: tipologia sempre più rara, si tratta del tipico studente che cerca di mascherare la scarsa preparazione con voli pindarici atti a disorientare l’insegnante. Il quale, di solito, lungi dal farsi abbindolare, con una domandina secca abbatte il volatile pindarico smascherando la supercazzola.
  • L’oratore alla Totti: parla come mangia, utilizzando invariabilmente un registro colloquiale (“menefreghismo” per “noncuranza”, “casino” per “confusione” e via discorrendo) che lo porta talora a sconfinare nel dialetto o a commettere inenarrabili strafalcioni sia di pronuncia sia di sintassi.
  • Il pellegrino di Lourdes: esce alla cattedra reggendo rosari e con santini infilati in tutte le tasche (di santi cristiani, o divinità pagane antiche e moderne, tipo Alberto Angela) come amuleto anti-ansia. A volte se li rigira in mano tipo antistress.
  • Lo scaramantico: talora rosari e santini sono sostituiti, più laicamente, da normali portafortuna; in altri casi ancora lo studente indossa capi d’abbigliamento o accessori rituali (fermacapelli, calzini, anelli, braccialetti…) per sentirsi più sicuro.
  • L’ansioso: figura sempre più comune, spesso di sesso femminile; tende a presentarsi all’interrogazione in coppia, e in questo caso le due ansiose si tengono la manina o comunque si siedono vicine per rassicurarsi. Qualche volta l’ansia si trasforma in un ostacolo insormontabile, e allora il compito dell’insegnante è quello di tranquillizzare l’interrogata permettendole di trovare le forze mentali per mettere insieme un discorso. In qualche caso piange e viene mandata in bagno. (A me fanno tenerezza, quando è chiaro che non è una strategia.)
  • L’insicuro: teme costantemente di essere giudicato: studia in modo maniacale e quindi sa le cose, ma ha difficoltà a esprimersi. È distinto dall’ansioso in quanto ha un’emotività abbastanza controllata da non bloccarsi e poter dunque seguire le indicazioni dell’insegnante. Potenzialmente fragile ma soccorribile abbastanza facilmente.
  • L’annalista: come gli storici romani alla Fabio Pittore e Cincio Alimento, risponde alle domande partendo da Adamo ed Eva, perché si è imparato l’argomento così. L’insegnante, capendo che, data la partenza, la risposta richiesta arriverà dopo circa 20 minuti dalla domanda, prima guarda l’orologio, poi interviene invitando l’aspirante Tito Livio a una maggior sintesi.
  • Il registratore: di tipologia affine all’annalista, ripete esattamente tutto ciò che dice il libro o tutto ciò che ha detto l’insegnante a lezione, battute comprese. A volte ripete anche gli errori di trascrizione (“ho sbagliato a prendere appunti”).
  • Lo sparatore casuale: risponde alle domande con la prima cosa che gli viene in mente, sperando di azzeccarci. I risultati sono spesso esilaranti.
  • Il pianificatore: in caso di interrogazioni programmate esce sempre per ultimo, ascoltandosi tutte le interrogazioni degli altri (rigorosamente dal primo banco), annotando tutte le domande e chiedendo ossessivamente all’insegnante quali argomenti dovrà studiare.
  • Il furbastro: esiste da quando esistono le interrogazioni; cerca di occultare bigliettini e di carpire eventuali suggerimenti dei compagni utilizzando i sensi di ragno o leggendo il labiale. Quando il professore interroga alla cattedra guardandolo negli occhi, è facile che qualche altarino venga scoperto.
  • Il temerario: esce avendo studiato solo un argomento di quelli del programma e sperando che gli venga chiesto solo quello, venendo ogni volta deluso e rimediando un 4. A volte esce direttamente senza studiare, sperando in un colpo di fattore C. Che arriva molto di rado.
  • Il pacchificatore: figura che compare regolarmente in qualsiasi caso si organizzi un’interrogazione programmata; quando tocca a lui si eclissa, nella maggior parte dei casi senza avvisare preventivamente i compagni, i quali si trovano nel panico più totale non avendo affatto studiato e dovendo comunque offrire al prof una vittima sacrificale. Egli viene così maledetto con un anatema per sette generazioni.
  • Il comandante: figura non consueta, che a volte tuttavia si presenta; vorrebbe gestirsi lui le interrogazioni parlando solo di quello che vuole lui e/o richiedendo interrogazioni di recupero ad libitum in caso di brutti voti. È naturale dedurne che rende al docente la vita non proprio facilissima.
  • Quello davvero preparato: a volte esiste, e allora è un gusto.
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Dall’altra parte della cattedra

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Ho saputo che questa settimana, dal 2 all’8 maggio, è la Settimana dell’insegnante, in cui si è invitati a ricordare e ringraziare i docenti che sono stati importanti nella nostra vita. Procedo dunque anch’io con il mio contributo, anche se, a voler scendere nel dettaglio, la lista di ringraziamenti durerebbe da qui a Natale.
Grazie di cuore ai miei vecchi insegnanti di scuola, e soprattutto a quelli di lettere, perché è per seguire il loro esempio, ricordando tutto quello che mi hanno dato, che ho scelto questo lavoro. A partire dal maestro di italiano delle elementari, che leggeva insieme a noi I ragazzi della via Pal, proseguendo con la professoressa di lettere delle medie, che, tra le altre cose, organizzò per la nostra classe l’ormai mitica recita scolastica ispirata al Don Chisciotte (libro che da allora non ho mai smesso di amare), e grazie alla quale ebbi l’idea di iscrivermi al liceo classico. Qui dovrei ringraziare collettivamente tutti i docenti di lettere del ginnasio e del liceo, per i quali nutro una stima profondissima e una reverenza che faccio un po’ fatica a celare quando, peregrinando da una scuola all’altra, me li ritrovo come colleghi. Ancora una volta, è a loro che devo la decisione di fare della letteratura e della classicità una ragione di vita.
Grazie ai miei docenti dell’università, e in particolare al mio relatore che ha sempre creduto in me.
Grazie davvero ai miei colleghi di scuola e a quelli che ho incontrato durante il tirocinio del TFA, che, oltre ad accompagnarmi nell’ingresso nel mondo della scuola “dall’altra parte”, mi hanno sostenuta (e mi sostengono tuttora) con tutte le loro forze quando credevo di non farcela più.
Grazie ai colleghi con cui mi trovo a condividere il cammino per diventare docenti di ruolo, perché in questo percorso complicato e assurdo è facile perdere la ragione, e si rimane sani solamente se si ha accanto qualcuno con cui affrontare le difficoltà, farsi coraggio e pure sdrammatizzare ogni tanto.
Grazie, infine, ai miei alunni (di scuola ma anche di ripetizioni), che, nonostante le difficoltà, mi danno la prova di aver fatto, tutto sommato, la scelta giusta: spero di poter dare a loro anche solo una parte di tutto quello che è stato dato a me.