Perché faccio questo lavoro

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Anche quest’anno ecco che sono giunte le vacanze di Natale, e ci sono arrivata decisamente bella carica, non tanto di energie, quanto di pacchi, e non pacchi di regali ma, naturalmente, di compiti. Con questa bella prospettiva, è facile sentirsi stanchi in anticipo, anche prevedendo quello che si può trovare durante la correzione: compiti scritti su fogli a buchi pietosamente pinzati dopo la consegna, titoletti e noticine scritti in rosso (e che dunque vanno a confondersi con le correzioni: ho iniziato a dire ai fanciulli che la penna rossa è simbolo del potere e che quindi posso usarla SOLO IO) o in colori random dell’iride, monosillabi in risposta a domande aperte, gestione dello spazio del foglio tale che non è possibile fare correzioni perché non si capisce dove farle, grafie gallinacee e sgrammaticature varie. In effetti la tentazione di cedere al nervosismo e di sbranare i compiti in un cartaceo sparagmos è sempre dietro l’angolo.

Però mi basta fermarmi un attimo prima, lasciar perdere per qualche minuto la pila di verifiche che ho davanti e ritornare un po’ indietro con la mente, per ricordarmi perché faccio questo lavoro.

Mi viene in mente, per esempio, una classe seconda di un istituto tecnico, che ho avuto con italiano e storia per un paio di mesi durante una supplenza. Al netto delle prevedibili distrazioni quotidiane, era la classe in cui in quel momento lavoravo meglio, e, dato che il programma di storia prevedeva la tarda repubblica romana e le prime dinastie imperiali, non ho visto l’ora di poter fare qualche approfondimento, tirando in ballo anche qualche termine latino indicante, che so, le cariche pubbliche, o i valori fondamentali della società romana. Il mio incarico si chiudeva subito prima di Natale, e durante l’ultima ora di lezione ecco che la rappresentante di classe esce con una scusa e torna con un enorme mazzo di fiori e con un pacchettino contenente la loro foto di classe incorniciata (che tengo ancora in salotto). Nel biglietto, tra le altre cose, c’è scritto: “Grazie per averci insegnato cose che non avremmo mai creduto di imparare, come il latino”.

Mi viene anche in mente una supplenza che ho fatto in una scuola di montagna, un liceo scientifico, arrivando con la neve e andandomene che era già estate. Classe seconda, italiano e latino. C’è un ragazzino che capisce tutto al volo, adora le materie letterarie, e che si è iscritto lì semplicemente perché il liceo classico più vicino era completamente fuori portata. Studiare gli piace, e tanto, e si vede. In classe sua ci sono i soliti compagni casinisti, lui da un lato ci soffre perché vorrebbe seguire in pace le lezioni, dall’altro vorrebbe che lo accettassero. Si fa i risvoltini, ma non credo che gli piacciano. Ha letto Una barca nel bosco della Mastrocola, e ci si è rivisto tutto. Ogni tanto mi dice cosa legge e se gli piace me lo consiglia. Io gli dico che se all’università non va a fare lettere ce lo porto io prendendolo per le orecchie. Ogni volta che entro in classe sorride. Una mattina arrivo e lo vedo serio. “Che c’è, tutto bene? Qualcosa non va?”. “Ah, no, si figuri, è la mia faccia normale”. Allora sorride solo davanti a me. Il cuore mi diventa piccolo così.

Stessa supplenza, classe terza, latino. La classe complessivamente è buona, anche qui dev’esserci qualche classicista mancato. Il parterre maschile è particolarmente vivace e ogni volta mi serve uno sforzo quasi fisico per non rotolare a terra dalle risate. C’è un ragazzo romeno con la media del 3, debito non sanato nel primo quadrimestre. È un po’ isolato rispetto agli altri, non ha sempre il materiale, non capisco subito in che misura mi segua, anche se mi fissa con un paio di occhi scuri che non sorridono quando sorride lui. Faccio una delle solite battute cretine con cui inframmezzo le spiegazioni: lui è il primo che ride. Allora segue. (È sempre stato il primo a ridere, segno che era molto più sveglio di quanto non apparisse.) Compito di traduzione: alla correzione mi trovo di fronte un compito da 8. Cerco di capire se ha copiato e da dove. I compagni che erano intorno a lui hanno fatto errori diversi e preso un voto più basso. La forma non corrisponde a eventuali traduzioni online. L’8 è tutto suo. Chissà cosa gli è scattato. Verifica di grammatica: il ragazzo mi si blocca di fronte a un esercizio sulle interrogative. Me ne accorgo e gli suggerisco di iniziarlo dalla parte in italiano. Trova il manico dell’esercizio e va avanti tranquillo. Alla consegna vedo che ha abbozzato qualcosa anche della parte in latino. Il voto finale è ben oltre la sufficienza. Compito molto buono anche in letteratura. Giuro che non so cosa gli ho fatto.

Ricordo bene anche suo padre, un omone robusto con la stessa faccia tonda del figlio, con le mani da contadino e con un italiano un po’ stentato. Al ricevimento mi dava del “voi” (cosa linguisticamente corretta dal suo punto di vista, ma che mi ha intenerita). Nel momento in cui gli ho detto che era importante che suo figlio studiasse latino anche perché la Romania è figlia della provincia di Dacia, ha fatto un sorriso che non dimenticherò mai più, come se per un attimo fosse tornato a casa.

L’anno successivo, quello del TFA. Liceo delle scienze umane, classe terza, latino. Una ragazza di colore vivacissima tiene banco tra le compagne; non ha un rendimento eccelso ma ha una reattività e un interesse più unici che rari. Ho sempre davanti agli occhi il suo entusiasmo nello scoprire il ruolo fondamentale dell’Africa nella storia di Roma dalle guerre puniche in poi, e la gioia nel venire a sapere che Terenzio, il padre dell’humanitas, di cognome faceva Afro, veniva da Cartagine e aveva la pelle scura.

L’anno scorso, seconda scienze umane, italiano. C’è una ragazza con problemi di salute. Quando è a scuola è interessata e appassionata, soprattutto quando si parla di letteratura. Le do qualche consiglio di lettura, e, dopo aver letto I dolori del giovane Werther, libro in cui mi dice di aver trovato riferimenti a temi che la toccano nel profondo, scopre che le piace Goethe e si mette a leggere il Faust. Qualche tempo dopo mi chiede consiglio su Dostoevskij: a casa ha qualche suo libro ma non sa da dove iniziare. Le suggerisco di partire con Le notti bianche, che è breve, per fare una prova. Ne resta folgorata. Più tardi mi ringrazia infinitamente per averle fatto scoprire il suo autore preferito.

Sempre l’anno scorso, quinta scienze umane, storia. Una classe che, seppur con una storia difficile, trovo meravigliosa, con cui riesco a fare molti approfondimenti interessanti incontrando l’entusiasmo degli allievi (ricordo ad esempio certe lezioni sulla rivoluzione russa, durante la quale abbiamo visto tante foto della famiglia Romanov e tanti manifesti di propaganda, e sulla prima guerra mondiale, che seguivamo sulle cartine mentre indicavo le zone di battaglia con una lunga canna di bambù, stile generale ottocentesco). Li accompagno in gita a Praga. Mentre stiamo tornando verso l’autobus intorno a mezzanotte, dopo un giro serale, mi si avvicinano due alunne e, probabilmente incoraggiate dall’atmosfera di festa, mi dicono: “Sa, prof, molti degli insegnanti che abbiamo avuto ci considerano degli sfigati per quello che è successo durante gli anni scorsi, e quindi non credono che possiamo rendere più di tanto”. Non ho mai udito parole tanto dolorose. Ho detto loro quello che pensavo, ossia che non erano affatto una classe di sfigati, e che al contrario potevano fare grandi cose e ne avevano tutte le potenzialità, cosa che vedevamo anche a lezione. Volevo abbracciarle.

L’altra sera a cena. Siamo alla cassa. Una delle cameriere del ristorante mi chiede se insegno italiano e se quest’anno ero agli esami di maturità dello scientifico. Alla mia risposta affermativa, dice: “Mi ricordo di lei, ero a sentire l’esame di mia sorella, e solo a sentire come poneva le domande e come correggeva e integrava le risposte, si sentiva la passione che mette quando insegna”.

Al di là dell’impegno che posso mettere nella preparazione delle lezioni o della precisione con cui posso valutare verifiche e interrogazioni, se il terreno è fertile, il raccolto è abbondante, e torna molto più di quanto si sia seminato.

Ecco perché voglio fare questo lavoro.

E ora riprendo la fida penna rossa e torno alle mie verifiche.

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Incontro ravvicinato con Plutarco

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Quest’estate mi è capitato di seguire un alunno del secondo anno del liceo classico (la vecchia quinta ginnasio) con il debito in greco: un ragazzetto simpatico, coi capelli lunghi, che è sempre venuto a lezione con il motorino e con magliette di svariati gruppi metal e che ha fatto amicizia anche con l’uomo di casa (dalla gioventù metallara) e perfino con il gatto, che gli si addormentava dentro il casco. Il fanciullo in questione, pur scarso in grammatica, dimostra una notevole passione per il mondo antico, e in particolare per la storia, e questo è stato un ottimo punto di partenza per il lavoro di recupero, considerando anche che alcune versioni assegnate per le vacanze erano di Plutarco.

(A questo punto sento il bisogno di aprire una parentesi: se la traduzione viene assegnata soltanto come esercizio grammaticale, è ovvio che gli studenti la svolgeranno in modo meccanico, pensando banalmente a restituire la forma e senza riflettere sul contenuto, procedendo parola per parola e utilizzando traducenti standard, e ottenendo quindi un risultato magari grammaticalmente corretto ma del tutto incomprensibile. In questo modo i ragazzi perdono anche l’amore per queste discipline, cosa assai triste, perché nella maggior parte dei casi è proprio per l’entusiasmo verso la storia antica che hanno scelto di iscriversi al classico. È esattamente questo che succede quando le versioni vengono date da tradurre senza nessuna informazione sull’autore, sull’opera o sul contesto. È ben più facile capire, ad esempio, un brano delle Catilinarie, e dunque tradurlo in modo efficace dal punto di vista sia lessicale sia grammaticale, se si sa chi è Cicerone, a chi si rivolge in quel momento e perché. Ho visto una quantità di faccine adolescenti illuminarsi al ricevere ragguagli di questo tipo sui testi che avevano di fronte, che cessavano così di essere “carne morta” su cui esercitarsi con una specie di sterile dissezione, e riprendevano vita e senso di esistere di fronte a loro, quasi che l’autore, i personaggi e i luoghi comparissero loro davanti. Magari non proprio così, ma l’effetto a cui mirare dovrebbe essere questo.)

Insomma, eccomi col ginnasiale metallaro di fronte a Plutarco. Diamo un occhio ai brani assegnati: uno è il resoconto della morte di Cicerone, l’altro narra le vicende di Cesare catturato dai pirati. Dopo qualche minuto di confronto, capisco che al puer sta tantissimo sulle scatole Cicerone perché logorroico e pieno di sé, mentre Cesare, che ha conquistato tutto fuori e dentro Roma, gli piace un sacco. Bene, procediamo con la traduzione e vediamo cosa succede.

Iniziamo con la morte di Cicerone. Non faccio mancare un discorsetto introduttivo per ripassare il contesto storico e dare qualche precisazione sulla posizione dell’Arpinate, deluso da Ottaviano, perseguitato da Antonio e tenacemente (e anacronisticamente) fedele agli ideali di una repubblica ormai morente. Traduciamo. Un po’ alla volta si materializza davanti ai nostri occhi l’immagine di un uomo vecchio, stanco di vivere e trascurato, che non si rade né si lava più, e che all’avvicinarsi dei sicari ordina di fermare la lettiga su cui viene trasportato e affronta senza timore (e forse con una specie di sollievo) l’inevitabile, e assistiamo alla teatrale vendetta di Antonio, che fa tagliare ed esporre sui rostri le mani colpevoli di aver scritto le Filippiche. Ecco che noto nel fanciullo un moto di compassione per un personaggio che ha raggiunto il vertice della gloria come politico e oratore e che abbiamo appena visto rappresentato nel momento di massimo avvilimento.

Passiamo poi a Cesare alle prese coi pirati: anche in questo caso do qualche informazione sull’episodio, avvenuto quando il futuro padrone di Roma era all’inizio della carriera. Sulle prime il puer si mostra divertito nell’osservare come Cesare si mostri già tanto sicuro del proprio valore da convincere i pirati ad alzare la somma richiesta per il riscatto e, in seguito, da scherzare con loro con un certo atteggiamento di superiorità, fino a minacciare spiritosamente di tornare dopo la liberazione per crocifiggerli tutti. Il testo da tradurre non dice come va a finire: prendo dunque la Vita di Cesare e leggo il seguito. In effetti Cesare torna e li crocifigge tutti per davvero. Il ragazzino rimane colpito dalla freddezza quasi disumana del suo eroe, la cui affabilità si è rivelata soltanto una piacevole ma insidiosa maschera. Seguono alcune considerazioni finali sulla clementia Caesaris come instrumentum regni.

Dopo un lavoro del genere, sono sicura che il mio ginnasiale ha un po’ imparato a vedere la traduzione come un modo, per così dire, di “resuscitare i morti”, leggendo e interpretando i testi originali che parlano di loro, cosa che gli ha permesso di andare oltre le idee acquisite considerando la storia in modo superficiale e (almeno spero) di trovare un modo per alimentare questa sua passione con una profondità diversa. È proprio questo il fascino della traduzione, che permette agli studenti (e ha permesso a noi, da studenti) di venire a contatto, già durante gli anni del liceo, con i documenti che parlano direttamente del mondo antico, per amore del quale abbiamo scelto di avvicinarci allo studio delle lingue classiche.

(Per la cronaca, il puer ha superato il debito. Con un 6 forse accompagnato da un calcio in quel posto, ma l’ha superato.)

Abbracci di fine anno

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Appena fuori da scuola.
– Prooooof!
Mi volto: è un birbantello di prima. In tutto l’anno non c’è stata una lezione in cui non abbia riso, contagiando anche i compagni e rendendomi estremamente difficile spiegare con relativa serietà cose come la forma riflessiva dei verbi o il ruolo degli dèi nel mondo omerico. Per non parlare di quanto sia paradossale cercare di trasmettere la commozione di scene come l’ultimo saluto di Ettore ad Andromaca con uno sghignazzamento continuo di sottofondo. Comunque, mi son sempre detta: beato lui che è sempre allegro.
Insomma, il ragazzino mi fa: – La settimana prossima non ci sono, è l’ultima volta che la vedo! Posso abbracciarla?
Mi viene da ridere. – Certo!
Mi abbraccia. – Buone vacanze prof!
– Anche a te! L’anno prossimo cerca di fare più il bravo!
– Sì, certo!
Come no. Corre via. Attraversata la strada, alcuni compagni gli chiedono: – Ma cosa dovevi fare?
– Volevo salutare la prof prima di andare via!
Com’è possibile restare arrabbiati ora?

Dall’altra parte della cattedra

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Ho saputo che questa settimana, dal 2 all’8 maggio, è la Settimana dell’insegnante, in cui si è invitati a ricordare e ringraziare i docenti che sono stati importanti nella nostra vita. Procedo dunque anch’io con il mio contributo, anche se, a voler scendere nel dettaglio, la lista di ringraziamenti durerebbe da qui a Natale.
Grazie di cuore ai miei vecchi insegnanti di scuola, e soprattutto a quelli di lettere, perché è per seguire il loro esempio, ricordando tutto quello che mi hanno dato, che ho scelto questo lavoro. A partire dal maestro di italiano delle elementari, che leggeva insieme a noi I ragazzi della via Pal, proseguendo con la professoressa di lettere delle medie, che, tra le altre cose, organizzò per la nostra classe l’ormai mitica recita scolastica ispirata al Don Chisciotte (libro che da allora non ho mai smesso di amare), e grazie alla quale ebbi l’idea di iscrivermi al liceo classico. Qui dovrei ringraziare collettivamente tutti i docenti di lettere del ginnasio e del liceo, per i quali nutro una stima profondissima e una reverenza che faccio un po’ fatica a celare quando, peregrinando da una scuola all’altra, me li ritrovo come colleghi. Ancora una volta, è a loro che devo la decisione di fare della letteratura e della classicità una ragione di vita.
Grazie ai miei docenti dell’università, e in particolare al mio relatore che ha sempre creduto in me.
Grazie davvero ai miei colleghi di scuola e a quelli che ho incontrato durante il tirocinio del TFA, che, oltre ad accompagnarmi nell’ingresso nel mondo della scuola “dall’altra parte”, mi hanno sostenuta (e mi sostengono tuttora) con tutte le loro forze quando credevo di non farcela più.
Grazie ai colleghi con cui mi trovo a condividere il cammino per diventare docenti di ruolo, perché in questo percorso complicato e assurdo è facile perdere la ragione, e si rimane sani solamente se si ha accanto qualcuno con cui affrontare le difficoltà, farsi coraggio e pure sdrammatizzare ogni tanto.
Grazie, infine, ai miei alunni (di scuola ma anche di ripetizioni), che, nonostante le difficoltà, mi danno la prova di aver fatto, tutto sommato, la scelta giusta: spero di poter dare a loro anche solo una parte di tutto quello che è stato dato a me.

Studio antropologico del Collegio Docenti

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Il Collegio Docenti è certamente un’ottima occasione per condurre osservazioni di carattere antropologico sui tipi umani che costituiscono la classe insegnante. A seconda della posizione in cui essi si collocano all’interno dell’Aula Magna (sede usuale dell’assemblea) e degli atteggiamenti da essi assunti, i docenti si possono classificare in varie categorie, e il loro comportamento risponde a logiche ben precise che ritornano in modo regolare. Da notare che tale riunione avviene solitamente a ridosso dell’ora di pranzo, con le conseguenze psicofisiche del caso.

In prima linea, sotto l’occhio vigile del Dirigente, che presiede l’assemblea, e dei Vicepresidi, si pongono i docenti più coinvolti in prima persona nell’ordine del giorno, e in particolare gli organizzatori dei vari progetti, chiamati a riferire sugli ultimi sviluppi. In particolare, tra questi ultimi si distinguono:

  • il pignolo: efficientissimo e preciso, espone la propria relazione con dovizia di particolari, scendendo anche in tecnicismi che gli conferiscono una certa prolissità e rendono talora difficile ai colleghi seguire il filo del discorso. Spesso nel suo intervento sono compresi dettagli di bilancio che causano nell’uditorio il subitaneo bisogno di una flebo di caffeina;
  • l’ipertecnologico: affine al precedente, si aiuta con presentazioni multimediali in PowerPoint o in Prezi (che fa più figo) con accostamenti di colore improbabili ed effetti grafici che possono causare stordimento negli spettatori (astenersi epilettici);
  • lo scuotitore di coscienze: acclude alla propria relazione un accorato appello affinché i colleghi (dei quali viene impietosamente messa in evidenza l’indifferenza morale) collaborino al progetto da lui seguito. D’altra parte, una famiglia ce l’abbiamo tutti, tutti abbiamo i nostri impegni ecc., quindi è giusto condividere queste iniziative affinché non ricadano sempre sulle spalle dei soliti.

Subito dietro, ecco coloro che si producono negli interventi più frequenti, suddivisibili grosso modo in queste sottocategorie:

  • il collaborativo: genuinamente interessato alle questioni sollevate, desidera approfondirle con domande mirate e considerazioni finalizzate al procedere produttivo della discussione, tirando talora in ballo anche i massimi sistemi dei principi educativi;
  • il polemico: contrario per definizione a tutto ciò che viene discusso e solitamente di carattere focoso, non si fa alcun problema ad alzare i toni al di là di un’auspicabile aurea mediocritas; i suoi interventi spesso si rifanno al concetto di “diritto acquisito”, e possono a volte essere considerati una forma di ostruzionismo in piena regola, dal momento che non è infrequente che proprio a causa della loro ampiezza si arrivi ad aggiornare la riunione;
  • il contabile: attentissimo al budget, da un lato insiste sulla necessità che i fondi stabiliti siano effettivamente bastanti a una decente organizzazione dei progetti, dall’altro ricorda a tutti che, come direbbero i nostri nonni, “nemmeno il cane muove la coda per niente”, opponendosi dunque a qualsiasi forma di collaborazione a titolo volontario;
  • il maniaco del verbale: richiede che qualsiasi cosa egli dica sia messa a verbale, talora nemmeno esprimendola oralmente di fronte a tutti, ma semplicemente consegnando al verbalista un foglio con quello che vorrebbe fosse trascritto, anche come integrazione al verbale della seduta precedente (l’ho visto fare, davvero).

Dietro ancora, nel mare magnum che costituisce la maggior parte dell’augusto consesso, vi sono i docenti che hanno un ruolo più passivo, più che altro da uditori. Tra di essi spiccano queste figure:

  • il verbalista di scorta: quello che, per tenersi sveglio e riuscire a seguire, prende furiosamente appunti trascrivendo in pratica tutto quello che viene detto, sia dal Dirigente sia dai vari colleghi che intervengono. Figura preziosa in caso di deficienze nel verbale vero e proprio e controversie varie ed eventuali;
  • la comare: anche in versione maschile, solitamente tiene il posto a un altro membro della stessa categoria con il quale commenta assiduamente tutto ciò che viene detto durante il Collegio, con toni sovente ispirati a una zitellesca acidità usualmente condita da un’abbondante dose di laudatio temporis acti;
  • l’astenuto: di solito costui è un docente precario o un supplente, che, sapendo di dover lasciare la scuola di lì a poco, o temendo che ciò possa avvenire da un momento all’altro (come nei casi di incarico fino ad avente diritto), quando è ora di votare una decisione è uno dei pochi, se non l’unico, ad astenersi (la maggioranza è tipicamente favorevole per inerzia, e i pochi contrari sono quelli che rientrano nella categoria del “polemico”, insieme a qualcun altro che la pensa allo stesso modo ma ha meno faccia tosta di esporsi in prima persona);
  • il coinvolto: quello direttamente interessato nelle questioni in oggetto all’ordine del giorno, che sono usualmente poste in modo tale che il suo ruolo non gli sia affatto chiaro, e perciò alza la mano per chiedere disperatamente spiegazioni precise.

Infine, nelle retrovie siedono coloro che, sostanzialmente, sono lì soltanto in attesa del momento di porre la firma d’uscita, e piuttosto di prestare attenzione a tediose discussioni preferiscono sfruttare le preziose ore del collegio portandosi altro da fare. Tra di loro ci sono:

  • il tattico: solitamente arriva in Aula Magna in leggero anticipo, in modo tale da accaparrarsi il posto più defilato e poter così fuggire appena se ne presenta l’occasione. Questa posizione è spesso dettata da esigenze di trasporto, per essere pronti a scappare verso la stazione dei bus o dei treni. A volte lo si riconosce, soprattutto verso l’avvicinarsi dell’orario di chiusura, per la seduta in punta di chiappa;
  • la tricoteuse: colei (ma anche colui) che si porta tutt’altro da fare, dal lavoro a maglia al best-seller (o, tipicamente, al giornale) da leggere;
  • il correttore: si porta avanti col lavoro, smistando, mentre la discussione procede, pacchi arretrati di compiti, o preparando le lezioni del giorno dopo;
  • i piccioncini: marito e moglie ovvero fidanzati ovvero amanti che discutono beatamente e amorevolmente di questioni private; talora ci sono anche vere e proprie relazioni che nascono in questo modo;
  • il connesso: dotato di smartphone, tablet o pc, con connessione propria o sfruttando il wi-fi della scuola, scrive messaggi, chatta e consulta siti vari (di lavoro e non). Qualora il supporto tecnologico sia un pc, può agevolmente simulare di star seguendo la discussione e financo di star prendendo appunti;
  • il ruminante: tipologia che può coesistere con una delle precedenti, prevede che l’attività dell’individuo sia caratterizzata da una frequente assunzione di generi di conforto, portati da casa oppure, se è concesso, procacciati presso le macchinette automatiche;
  • lo scolaretto: tipologia di individui che si presentano spesso in gruppo e rigorosamente in ultima fila, non ascoltano una parola della discussione preferendo chiacchierare di tutt’altro con i vicini, dimostrandosi così moralmente solidali con gli alunni che hanno visto durante la mattina.

(N. B.: la categorizzazione di cui sopra non ha assolutamente lo scopo di ridicolizzare o far irritare chicchessia, consistendo piuttosto in un resoconto ironico di tipi umani che segue molto indegnamente le orme dei Caratteri di Teofrasto.)

Scarabocchi

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Ieri mattina, in seconda scienze umane a indirizzo economico, lezione molto tecnica di metrica italiana. Invece di prendere appunti, un’alunna pastrocchia un quaderno con un enorme pennarello nero indelebile, prontamente sequestrato.

Dopo qualche minuto, ecco che parte la protesta: – Prof, mi ha sporcato l’unghia col pennarello, adesso ho l’unghia nera e non va più via!

– Con l’alcool va via, adesso segui la lezione.

– Sì, e secondo lei qui ho l’alcool?

– Ci penserai a casa, ora SEGUI LA LEZIONE.

– Ma mi tocca andare in giro tutta la mattina con l’unghia nera!

– Andate già in giro coi pantaloni strappati, non vedo dove sia il problema.

– Ma quelli sono di moda, l’unghia nera no!

A parte il fatto che a questo punto probabilmente qualche mio organo interno ha preso fuoco, la lezione prosegue con l’alunna che continua imperterrita a farsi i cavoli suoi chiacchierando con la compagna della fila dietro (e quindi mettendosi in pose da contorsionista per agevolare la conversazione), nonché distraendosi con qualsiasi cosa le capiti in mano, dal righello al paio di forbici all’orologio da polso. Dato che non posso certo sequestrarle tutto ciò che ha intorno a sé, mi limito a richiamarla, ma senza risultato alcuno. Quando infine faccio notare che, come dimostrano le numerose domande poste dai coraggiosi che stavano seguendo, l’argomento non è dei più semplici e per passare la verifica è fondamentale capirlo bene e, last but not least, ascoltare quello che dico, la risposta è questa: – Ma se faccio tutto giusto il 6 lo prendo lo stesso, non è vero?

Vedremo se riesce a distinguere gli endecasillabi a maiore e quelli a minore senza nemmeno sapere cosa sono.

E vorrei anche vedere, così, tanto per curiosità, cosa mi consiglierebbero di fare i miei mentori del TFA in una situazione del genere. Già avrebbero probabilmente criticato il mio ricorso totale e indiscusso alla lezione frontale, consistente anche nella dettatura in stile scuole elementari, in quanto metodologia poco coinvolgente per gli studenti; ma in una classe così vorrei sfidare chiunque a utilizzare il cooperative learning, il learning by doing e siffatte amenità. Già una cosa semplice come leggere i Promessi Sposi è un problema: a parte il fatto che c’è solo da ringraziare Iddio se qualcuno ha portato il libro, se leggo io la classe non mi bada, se chiedo a loro di leggere c’è chi si rifiuta, chi fa lo scemo, chi disturba i compagni e il tutto diventa una caciara ingestibile.

Al TFA, a dire il vero, si è parlato di striscio anche di casi difficili, di alunni che si rifiutavano di lavorare in classe e che sono stati recuperati grazie a un intervento del docente di turno, che ha stabilito con loro un rapporto personale e ha recuperato la loro fiducia. Però un conto è rifiutarsi di lavorare e basta (e allora il tutto si può giocare anche sul piano dei contenuti, sforzandosi di renderli un pelo attraenti; solitamente con un po’ di battute e di esempi scherzosi riesco a svegliare qualche neurone dormiente), un altro è rifiutare per partito preso l’autorità dell’insegnante, adottando un atteggiamento insolente persino con il Dirigente e arrivando persino a vantarsi delle note disciplinari “collezionate”.

In un caso del genere, si tratta evidentemente di ragazzi che starebbero da qualsiasi altra parte (dietro il bancone di un bar, in un salone di parrucchiera o di estetista, in un’officina meccanica) piuttosto che a scuola. E certamente, se li si lasciasse seguire la loro strada, diventerebbero bravi baristi, parrucchieri, meccanici, nonché persone più serene. D’altra parte, non si può istruire la gente per forza, né sta scritto da qualche parte che tutti debbano fare il liceo.

L’onore delle armi

Per un insegnante, il primo incarico ha sempre qualcosa di speciale. Quanto a me, devo ammettere che sono stata fortunata, perché, un paio di mesi dopo la laurea, armata soltanto di messe a disposizione inviate a tappeto in tutto il territorio provinciale, sono stata chiamata per tenere alcuni corsi di recupero di Italiano in un liceo artistico e delle scienze sociali. Ma questo ancora non conta come esperienza scolastica vera e propria, perché si tratta comunque di un incarico che rimane al di fuori dell’attività didattica ordinaria. Successivamente, l’abbondanza di curricula di cui ho tempestato anche le scuole private mi ha fatto guadagnare un incarico annuale in un centro studi, che è stato sufficientemente traumatico da guadagnarsi un post a sé, presto venturo. (Ho una quantità incredibile di cose che ho promesso di scrivere qui, e che prima o poi scriverò, non si tema.) Nel maggio di quell’anno scolastico campale, tuttavia, ho ricevuto la prima chiamata come supplente vera e propria: due settimane di italiano e storia nel triennio di un istituto tecnico per geometri, per sostituire una collega in infortunio. Ero talmente su di giri che per calmarmi ho irrazionalmente messo sul fuoco una moka di caffè.

Il giorno successivo arrivo a scuola e passo in segreteria; mi vengono rapidamente date alcune indicazioni sullo svolgimento dei programmi nelle varie classi e vengo catapultata in aula, dove improvviso qualcosina in base agli ultimi argomenti affrontati dalla docente titolare. Un po’ alla volta, anche grazie alle indicazioni dell’insegnante, inizio a ingranare e prendo le misure delle classi che ho davanti.

Classe quinta: finisco Svevo e inizio Pirandello in italiano; introduco il fascismo in storia. Dato anche che si avvicinano gli esami di maturità, gli studenti sono attentissimi e zittissimi, tanto da farmi quasi soggezione.

Classe quarta: Romanticismo e introduzione a Manzoni in italiano; Rivoluzione industriale in storia. Gli studenti sono una manica di allegri cialtroni, coi quali è un piacere lavorare, anche nel segno delle battute di spirito e della presa per i fondelli reciproca. (Esempio: sorveglianza durante lo svolgimento di un saggio breve sulla diffusione dell’alcolismo tra i giovani. Soddisfo la curiosità di alcuni alunni, i quali fanno mostra di essere ometti vissuti, raccontando loro come è nato lo spritz, che ammetto di aver abbondantemente consumato durante gli anni patavini. Conclusa la breve spiegazione, un alunno mi fa: “Beh, dato che ne sa così tanto, il tema potrebbe farcelo lei!”. Risposta: “Stando a quello che mi avete detto, più che un tema voi potreste scrivere un trattato!”.) Con alcuni alunni ho mantenuto ottimi rapporti anche ben dopo la fine della supplenza.

Classe terza: concludo Boccaccio e passo a Petrarca. Una classe decisamente ostica, che mal sopporta il fatto di dover obbedire a una supplente. Spesso il caos è tale che fatico a sentire la mia stessa voce mentre spiego. Alla fine del ciclo di lezioni su Boccaccio, è in programma un compito, il testo del quale mi viene fornito dall’insegnante titolare. Un paio di lezioni prima della verifica, vengono alla cattedra le rappresentanti di classe, una delle quali, anche a lezione, è particolarmente sul piede di guerra e mi dà contro qualsiasi cosa io dica. Sic stantibus rebus, l’ostilità è graziosamente ricambiata. La fanciulla in questione, tra l’altro, si è resa protagonista di un memorabile intervento in cui, dopo la lettura della novella boccacciana di Federigo degli Alberighi, ha affermato di non aver capito se la donna, alla fine, mangia l’uccello. (A fatica mi son trattenuta dal risponderle che sì, è successo, e probabilmente in entrambi i sensi, tipo la matrona di Efeso.) In sostanza, vogliono evitare il compito con la scusa di aspettare la fine della supplenza per svolgerlo “con la loro docente”. Diplomaticamente, e sapendo che giammai l’avrebbero avuta vinta, rispondo che sentirò l’insegnante. Com’è ovvio, alla fine la classe, pur riluttantissima, fa il compito lo stesso. Prima di concludere la mia esperienza lì, faccio a tempo a fare un paio di interrogazioni, in una delle quali il malcapitato studente, richiesto di riassumere la trama della novella di Federigo degli Alberighi, risponde che “alla fine muore il falcone, quello che combatteva i mafiosi”. (Queste e altre maccheronate boccacciane compaiono anche qui.) In conclusione, passo gli ultimi dieci minuti di lezione in quella classe declamando un’improvvisata e roboante catilinaria in cui chiedo agli alunni di immaginarsi, dopo qualche anno, impegnati nella presentazione di un progetto di fronte a un uditorio che li ignorasse completamente. In tal modo ottengo dalla classe gli unici dieci minuti di attenzione nel giro di due settimane. Alla fine la classe (e in particolare quell’alunna) mi ha stremata talmente che ancora qualche mese dopo, quando, girando per il centro, ne incrocio qualche studente (e lei in particolare), evito il contatto visivo e sono tentata di cambiare marciapiede.

Una sera del settembre successivo, tuttavia, accade l’inaspettato. Sono seduta al tavolino esterno di un bar a sorseggiare un prosecchino in compagnia, quando un fioraio ambulante indiano mi porge una delle sue rose rosse. Sto per mandarlo via, credendo che voglia vendermela, ma l’ambulante mi indica alcune ragazze a un tavolo un po’ più in là, dicendomi che me la mandano loro. Mi giro a guardare e non credo ai miei occhi: è un gruppetto di alunne di quella terza, comprendente anche la rappresentante bellicosa. Le fanciulle mi salutano con un sorriso e mi ringraziano per il breve periodo che ho passato con loro. Lì per lì sorrido come una scema, ricambio il ringraziamento e non so che altro dire. Abituata come sono a diffidare delle manifestazioni di affetto degli studenti (la malfidata captatio benevolentiae è sempre dietro l’angolo), mi serve qualche minuto per capire che effettivamente il dono della rosa è nato da autentica stima, e probabilmente da quella forma di stima che si ha per un avversario che ha opposto fiera resistenza. Giro per tutta la sera con la rosa in mano, e quando torno a casa la infilo in un vaso e la metto in bella mostra in studio.

Forse è proprio in quel momento che mi sono convinta che la scuola è il posto che fa per me.

Assonanze

Stamattina tema nella mia terza liceo scientifico. A un certo punto un alunno si appressa alla cattedra e, con un sorrisetto tra l’imbarazzato e il beffardo, mi fa: – Prof, posso chiederle una cosa? Come si scrive “osé”?

Evitando di chiedermi come mai gli servisse tale aggettivo in un testo argomentativo, prendo carta e penna e gli scrivo O, ESSE, E CON ACCENTO ACUTO. Soddisfatto, il fanciullo se ne torna al posto, e un compagno, preso da subitanea curiosità, mi domanda: – Prof, ma “osé” cosa vuol dire?

Rispondo: – E’ un termine che viene dal francese e significa “spinto, sconcio, osceno”.

– Allora OSE’ Mourinho vuol dire “SCONCIO Mourinho”!

Non c’è nemmeno bisogno di riferire che la classe intera ha perso tutta la sua (scarsa) serietà per almeno una mezz’ora.

Per la cronaca, il fanciullo beffardo che mi ha chiesto come si scrive “osé” ha scelto una traccia riguardante il rapporto tra bellezza fisica e autostima, se cioè la considerazione che una persona ha di sé stessa sia direttamente condizionata dalla percezione che essa ha del proprio aspetto, e gli ho sentito commentare detta traccia con “MA IO SONO BELLO”. Son proprio curiosa di vedere come l’ha svolta.

Son soddisfazioni

cienanos

Quando, in prima, si fa narratologia, uno dei primi concetti che si affrontano è la differenza tra fabula e intreccio, e di conseguenza si parla di flashback e anticipazione. Mentre per il primo abbondano gli esempi letterari e cinematografici, i casi di uso della seconda sono ben meno frequenti, e così finisco sempre per citare il primo che mi viene in mente, ovvero l’incipit di Cent’anni di solitudine, in cui si dice che, molti anni dopo, il colonnello Aureliano Buendia, trovandosi di fronte al plotone di esecuzione, si sarebbe ricordato di quel giorno in cui suo padre l’aveva portato a vedere il ghiaccio. L’ho fatto anche l’altra mattina. E una ragazzina, incuriosita, mi ha chiesto: “Prof, ma è anche un libro per noi? Lo possiamo leggere?”.

A questo punto mi è venuta in mente un’altra prima, di qualche anno fa: anche in quel caso si è riproposta la medesima situazione, con me che cito Garcia Marquez e alcuni alunni che si incuriosiscono e chiedono. Quella volta, presa dall’amore incondizionato per l’opera e desiderosa di trasmetterlo anche ai miei pueri, ho deciso, sulla scorta di quanto aveva fatto la mia stessa insegnante di italiano al ginnasio, di organizzare il “libro-mese”, ossia di scegliere un libro al mese da far leggere ai ragazzi in modo tale da commentarlo in classe tutti insieme in una data ben precisa; e ovviamente non potevo che iniziare da Cent’anni di solitudine.

Reazioni: alcune tra le fanciulle, avvezze piuttosto a leggere libri d’amore, mi hanno chiesto un titolo diverso, al che ho loro proposto Cime tempestose (non fosse mai che si avventurassero in un genere diverso; ma per il momento l’importante era che leggessero), mentre altri, soprattutto maschi, intimoriti dalla mole di Garcia Marquez (pigrizia, ecco cos’era), hanno voluto qualcosa di più snello, e abbiamo raggiunto il compromesso del Visconte dimezzato (che io personalmente ho letto per la prima volta alle elementari; ma tant’è). I più arditi e curiosi si sono effettivamente avventurati nella lettura dei Cent’anni, per mollare presto il colpo a causa dell’intricatissimo albero genealogico e dei nomi che si ripetono di generazione in generazione. Dopotutto era comprensibile: probabilmente avevo preteso troppo.

Però, a un certo punto, qualche giorno prima che si concludesse il mio incarico (senza peraltro che riuscissi a discutere con la classe i libri letti), mi è successa una sorpresa. In quella classe c’era un alunno molto sensibile, amante della letteratura e con qualche predisposizione artistica, con un atteggiamento dolce e ingenuo. Tanto per dire, quando ho annunciato che nella verifica di analisi del testo narrativo avrebbero trovato un racconto da leggere e analizzare, il fanciullo mi ha chiesto: “Prof, ma sarà un racconto scritto da lei?”. Mi ricordo, di lui, il modo particolarmente espressivo di leggere ad alta voce, tanto che la madre, al ricevimento genitori, mi diceva che il ragazzo stesso se n’era reso conto e quasi se ne vergognava, ritenendolo eccessivo: io, al contrario, ho tranquillizzato la signora consigliandole piuttosto di iscrivere il figlio a un corso di teatro.

Insomma, quest’alunno, al termine di una lezione, mentre sto uscendo mi avvicina e mi dice: “Professoressa, io alla fine l’ho letto, Cent’anni di solitudine, e la prima volta non ci ho capito niente; però poi ho riletto le ultime pagine e mi sono messo a piangere”.

Gli ho sorriso. Volevo abbracciarlo.

Ai ragazzi che ho adesso, invece, ho risposto che magari possono attendere qualche anno prima di leggerlo, non spaventandosi troppo per tutti quei nomi che si ripetono, ma che, se alla fine lo faranno, non se ne pentiranno. E ho ricordato il mio fanciullo di qualche anno fa, e ho sorriso di nuovo.