Gestione dello spazio

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Il cruccio principale dello studente pigro nello scrivere un tema è cercare il modo migliore per riempire il foglio dando mostra di aver scritto un sacco pur non avendo nulla da dire. A tal proposito gli stratagemmi da lui messi in atto possono essere di vario tipo:

  1. la supercazzola, ovvero il rimestare i soliti due-tre concetti con parole diverse oppure direttamente con le stesse parole. Se fatta bene è quasi un esercizio di sofistica: per studenti pigri fino a un certo punto;
  2. il foglio coi margini, normalmente staccato dal centro di un quaderno a righe: esso permette di scrivere su una mezza riga che è circa l’80% di una mezza riga intera, permettendo dunque allo stesso testo di occupare il 20% di spazio in più che in un foglio protocollo d’ordinanza;
  3. ricopiare la traccia, magari saltando qualche riga dall’intestazione; questo metodo tuttavia permette di recuperare massimo 4-5 righe rivelandosi dunque di efficacia relativa;
  4. incollare il foglio con tutte le tracce: con le dovute cautele e centrando il foglio come si deve, tale metodo può far guadagnare fino a mezza facciata;
  5. la spaziatura dopo i paragrafi, possibilmente facendo coincidere i paragrafi stessi con i punti fermi: così si guadagnano dalle 5 alle 12 righe, in funzione del numero dei capoversi;
  6. scrivere una riga sì e una no raddoppiando così di botto lo spazio occupato dal testo. Antisgamo proprio;
  7. scrivere enorme possibilmente con grafia tipo elementari, occupando la mezza riga con due-tre parole;
  8. scrivere piccolissimo e addurre ciò come scusa dissimulatoria della brevità del testo (“non è il tema che è corto, sono io che scrivo piccolo”).

Fenomenologia del lavoro di gruppo

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Un modo interessante per proporre una parte del programma scolastico senza ricorrere alla lezione frontale è il lavoro di gruppo, considerato positivamente (nelle sue varie declinazioni di cooperative learning, collaborative learning, jigsaw e chi più ne ha più ne metta) anche da pedagogisti ed esperti di didattica, in quanto favorisce l’autonomia dello studente e lo sviluppo delle competenze sociali. Nel caso la classe non sia sempre attentissima a lezione, far spiegare alcuni argomenti agli alunni può significare anche metterli “dall’altra parte della barricata” e far sì che si rendano conto di come sia difficile farsi ascoltare.

Secondo i piani, ciò dovrebbe teoricamente svolgersi come segue: dapprima (con relativo anticipo, per permettere agli alunni di organizzare efficacemente il lavoro) si formano i gruppi, con attenzione, da parte dell’insegnante, affinché la loro composizione sia equilibrata, ovvero senza che vi siano tutti i secchioni in un gruppo e tutti i più fragili in un altro. In seguito, ogni gruppo sceglie un argomento tra quelli proposti dall’insegnante e riceve una scheda di lavoro ed eventualmente del materiale da cui prendere spunto o da analizzare. Si stende anche un calendario per le esposizioni, in modo tale da dare delle scadenze precise per gli interventi dei vari gruppi. All’interno del gruppo ci si suddividono i ruoli e le singole parti del lavoro da svolgere. Al coordinamento dell’attività, per favorire il confronto, si destinano una o più ore di lezione in classe, in cui ci si aspetta che gli studenti dialoghino in modo produttivo, prendendo appunti, stendendo scalette e quant’altro. Al momento dell’esposizione, i vari gruppi, ponendosi in cattedra e utilizzando a piacimento presentazioni in formato digitale, spiegano il proprio argomento alla classe, che segue, prende appunti (perché alla fine ci sarà una verifica) e pone domande per soddisfare dubbi o curiosità. L’ideale sarebbe che il tutto si chiudesse con un momento di discussione su quanto appena trattato.

E invece.

Al momento della formazione dei gruppi, ecco che scoppiano liti furibonde perché l’insegnante, senza accorgersene, ha messo insieme gente che non si sopporta o ha separato amici in simbiosi. Segue un momento di rivoluzione generale in cui la composizione dei gruppi viene stravolta mandando completamente a quel paese l’equilibrio con cui si credeva di averli formati. Ecco che si formano il gruppo delle ragazzine diligenti, quello dei tempestati ormonali e quello dei maschi casinari (ahia). Scelta degli argomenti: c’è sempre quello che vogliono fare tutti, quindi liti furibonde anche qui. Normalmente nel gruppo dei maschi casinari c’è sempre l’ingestito scassamaroni che o si fa quello che dice lui o si rifiuta di collaborare, quindi, tra mille proteste di popolo, a tale gruppo tocca l’argomento più richiesto. Quello delle ragazzine diligenti mediamente si becca quello che non vuole fare nessuno. Calendario: ovviamente i casinari saranno gli ultimi a esporre e le brave bambine metteranno la testa sul ceppo e usciranno per prime. Divisione dei ruoli: le brave bambine si organizzano abbastanza bene, mentre tra i casinari l’ingestito non farà una mazza. Si osserva comunque la tipica dinamica secondo cui tende a presentarsi la figura dello studente da soma che, investito ufficialmente del ruolo di “coordinatore” del gruppo, si sobbarca il grosso del lavoro mentre gli altri vivacchiano alle sue spalle. Momento di attività in classe: nel primo quarto d’ora la discussione riguarda effettivamente gli argomenti da studiare e c’è qualcuno che prende uno straccio di appunto; in seguito la conversazione si sposta su pettegolezzi vari ed eventuali (tipicamente gli ormonali parleranno di ragazzi o ragazze a seconda dei gusti, mentre i casinari parleranno di calcio; qualcuno dirà di avere finito e con tale scusa si metterà a studiare altre materie o a infastidire il prossimo). Se c’è qualcuno che porta il pc per sistemare il PowerPoint da presentare, tempo dieci minuti e lo si troverà a giuocare a Solitario. In tutto questo, il docente, essendo uno ma non trino, mentre riprende un gruppo perde di vista gli altri, diventando ebete e affogando nel casino. Calda raccomandazione: non si permetta MAI agli alunni di consultare Internet in classe per cercare informazioni, è solo una bieca scusa. Finiranno su Instagram e Tumblr in men che non si dica.

Fase dell’esposizione: matematicamente ci sono sempre uno o più gruppi che si accorgono di avere l’acqua alla gola uno o due giorni prima che tocchi a loro (nonostante il calendario fosse stato fissato con settimane di anticipo; nel frattempo hanno avuto una quantità industriale di altre verifiche e interrogazioni e hanno studiato per quelle, procrastinando all’inverosimile) e chiedono di cambiare data. L’insegnante, dopo la consueta predica, per evitare di dare 4 a tutti cede e sposta la data (minacciando di mettere anche 3 qualora gli studenti in questione non fossero pronti nel giorno stabilito). Esposizione: nonostante il docente lasci la cattedra agli studenti, questi parleranno a lui e non ai compagni, che, ben lungi dal seguire e prendere appunti, faranno beatamente i cavoli loro (all’occasione, scattando foto da caricare su Instagram). In molti casi il contenuto rappresenta quanto è stato reperito dagli studenti su Google, con modificazioni minime e talora inesistenti. Talora il caos del resto della classe, qualora essa sia numerosa e poco disciplinata, giunge a un tale livello di decibel da far sì che l’insegnante, per seguire l’esposizione, legga il labiale dell’alunno che sta parlando. Quelli del gruppo che non stanno esponendo chiacchierano tra di loro, organizzano tornei di tris alla lavagna o conversano coi compagni. Quando hanno finito di esporre la loro parte, vagano per la classe e si siedono anche in posti che non sono il loro. L’ultimo del gruppo espone in pietosa solitudine e ignorato da tutti. Spesso, se il caos è stato tanto da richiedere richiami frequenti, costui si trattiene a parlare a ricreazione, rinunciando a far merenda ma finalmente ascoltato senza disturbi.

(Precisazione: la descrizione dell’effettivo svolgimento del lavoro di gruppo qui fornita risulta dall’assemblaggio di episodi e tendenze osservati in diverse classi, con una punta -ma non troppa – di esagerazione iperbolica. A volte, in realtà, le cose funzionano e danno pure soddisfazione.)

Greco, ragione e sentimento (Andrea Marcolongo, “La lingua geniale”)

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Il caso editoriale dell’autunno-inverno 2016/17 è certamente La lingua geniale di Andrea Marcolongo, edito da Laterza con il sottotitolo 9 ragioni per amare il greco. Esso si inserisce in un filone di pubblicazioni incentrato sulla possibile attualità delle lingue antiche in un mondo in cui sono considerate “inutili”: tra gli ultimi libri che vanno in questo senso, ad esempio, c’è Viva il latino. Storie e bellezza di una lingua inutile di Nicola Gardini. Incuriosita dunque dal fenomeno “lingua geniale”, che ha fatto presa su frotte di studenti e anche su un buon numero di docenti, mi sono procurata il libro (in versione digitale) per potermene fare un’idea.

La prima cosa che ho osservato è che il libro è diviso in sette capitoli, cosa che va a cozzare con le “9 ragioni” annunciate dal sottotitolo e che mi ha fatto dubitare, per un attimo, che il file epub in mio possesso fosse difettoso. Una scemata, magari, ma certamente un po’ disorientante. Subito dall’introduzione si coglie, giustamente come da sottotitolo, il tono della dichiarazione d’amore, fortemente legata all’autobiografia, aspetti che pervadono tutte le pagine, dalla prima all’ultima, di questo libro, che si pone come un “racconto letterario (e non letterale) di alcune particolarità di una lingua magnifica ed elegante come il greco antico”. Tuttavia, più che fare osservazioni sulle connotazioni sentimentali del libro, vorrei concentrarmi su alcuni aspetti tecnici, relativi alle questioni linguistiche (e, marginalmente, didattiche) affrontate dall’autrice, che a volte, per così dire, sembra prendersi qualche “licenza poetica”. (Alcune di tali questioni sono già state ottimamente discusse qui.)

Il primo capitolo è dedicato all’aspetto, categoria certamente fondamentale per capire il verbo greco, e che può presentare qualche difficoltà di comprensione per coloro la cui lingua è invece, come la nostra, basata sui tempi verbali e sulla consecutio temporum. Ma da qui a dire che i Greci non avessero la nozione del tempo, o che noi non possediamo più nozioni di aspetto, ce ne passa, e parecchio anche. Si può cominciare proprio da quest’ultimo punto, considerando che anche in italiano l’opposizione tra indicativo imperfetto e passato remoto è essenzialmente aspettuale: così, andavano esprime un’azione durativa, mentre andarono esprime un’azione momentanea. Si potrà forse osservare che in italiano l’aspetto è espresso in misura molto limitata attraverso mezzi morfologici, pressoché limitati, come si è visto, ai tempi del passato; tuttavia possiamo utilizzare a questo scopo una vasta serie di espressioni fraseologiche: stare per, stare + gerundio, cessare di e via di seguito. Quanto al fatto che nel verbo greco il tempo fosse una nozione del tutto secondaria, che “arrivava poi, con altre categorie linguisticamente in secondo piano”, è necessaria qualche precisazione. È senz’altro vero che i principali temi verbali in greco corrispondono sostanzialmente agli aspetti, ma tra le forme che su di essi si costruiscono è possibile individuare in modo nettissimo una distinzione tra tempi principali e tempi storici, riferiti al passato e caratterizzati (a partire dall’epoca classica) dalla marca morfologica dell’aumento. Ecco, su queste basi io non me la sentirei di definire la nozione di tempo in greco una specie di “accessorio” linguistico. Il tutto è condito, in un modo che mi sembra abbastanza ironico, dalla citazione di due passi del Timeo platonico, in cui il filosofo parla appunto del tempo distinguendo in modo netto il presente, il passato e il futuro, e riservando l’indeterminatezza non tanto alla percezione del tempo stesso, quanto alla sua definizione. Inoltre, contrapporre una pretesa “prigionia” dell’italiano basato sul tempo alla “libertà” del greco basato sull’aspetto risulta del tutto soggettivo dal punto di vista linguistico, giacché si tratta semplicemente di due differenti modi di sistematizzare le categorie verbali. Infine, sostenere, generalizzando, che nei manuali di grammatica greca l’aspetto verbale sia affrontato al massimo in mezza pagina è semplicemente una falsità (ho sottomano il mio Bottin del liceo, che vi dedica almeno sei pagine, più le riprese e i riepiloghi, corredati di esempi, al momento di introdurre i diversi tempi verbali).

Altre osservazioni, sempre su questo capitolo. Considerando l’articolazione dei temi verbali del greco, l’autrice confronta italiano e greco, evidenziando che “anche un bambino di tre anni saprebbe dire che mangio, mangerò, mangiai, ho mangiato non sono che varianti temporali dello stesso verbo, ossia mangiare. Si assomigliano molto, volendo vedere”, mentre “i Greci, invece, non importava nulla che i temi λειπ-, λιπ- e λοιπ- fossero varianti dello stesso verbo λείπω, ‘lasciare’. Tutti questi temi, infatti, racchiudono in sé un significato aspettuale tanto diverso da essere quasi indipendenti l’uno dall’altro. E infatti si assomigliano – visivamente – poco”. Conclusione che non regge per nulla, dal momento che in realtà non si tratta affatto di temi “quasi indipendenti”, ma di gradi apofonici della stessa radice, che stanno in un rapporto del tutto analogo a quello che intercorre tra faccio e feci (che riproducono le forme latine facio e feci). Poi non è sempre detto che i diversi temi del verbo greco debbano essere “visivamente” dissimili: si pensi alle varie forme del verbo λύω (o di qualsiasi altro verbo in vocale), tutte costruite sulla stessa radice combinata con suffissi e raddoppiamenti a seconda del caso. Giunto il momento di parlare in dettaglio dell’aoristo, l’autrice sostiene che al liceo si costringano “gli studenti a tradurre l’aoristo sempre con il passato remoto”. Non so dove, quando o come ella abbia sperimentato ciò; fatto sta che vorrei proprio vedere qualcuno tradurre un congiuntivo o un ottativo aoristo, o, peggio, una forma non finita, con il passato remoto. Che nella traduzione di tali forme sia da evitare una traduzione che esprima anteriorità, privilegiando invece l’aspetto momentaneo, è invece pacifico, anche se in ultima analisi dipende dal contesto. Per l’indicativo, invece, è un’altra storia, dal momento che l’indicativo aoristo esiste solamente come tempo storico, ossia in riferimento al passato, poiché è soltanto osservando il passato che si può descrivere un’azione come puntuale o momentanea, giacché un’azione che si sta svolgendo nel presente è di per sé durativa. Considerando ciò, diviene chiaro che le traduzioni al presente fornite nel libro per le forme di indicativo aoristo sono erronee (ad esempio, si veda ἐπεθύμησα tradotto come ‘amo’). Inoltre, del futuro greco l’autrice dice semplicemente che “non esiste, quindi fine della storia. Il futuro si costruisce sul tema del presente, e non c’è nulla che si possa fare a riguardo”. Quanto questa considerazione sia priva di senso, lo si può capire semplicemente osservando alcune forme di futuro come θήσω da τίθημι o μνήσω da μιμνήσκω. Ultima osservazione sulla trattazione dell’aspetto, l’incoerenza con cui sono menzionati e spiegati alcuni verbi. Illuminante il caso di θνήσκω, del quale si dice prima che ha soltanto il tema dell’aoristo (e fa sorridere vederlo citato al presente) e poi che ammette solo l’aspetto presente (quando invece ha un paradigma completo, che casomai manca soltanto della forma passiva): entrambe le affermazioni, che quindi si contraddicono sono corredate da un tentativo di giustificazione a partire da ragionamenti sull’azione di “morire”.

Il capitolo successivo tratta della fonetica della lingua greca e dei diacritici utilizzati nella scrittura. Giunto il momento di parlare dell’aspirazione, l’autrice afferma che “l’aspirazione, indebolitasi nel corso dei secoli, scomparve dalla κοινή ed è del tutto assente in greco moderno. Si conserva invece in latino, ma solo nella trascrizione delle parole greche.” Ora, semplicemente andando a memoria, posso elencare diverse parole del tutto latine che prevedono la presenza di un’aspirazione iniziale (habeo, haurio, haedus, halitus, harena, hebes, humus, herba, heri, hiems, hasta). E quanto ad aspirazioni, come non citare il carme in cui Catullo prende in giro un certo Arrio, di origini etrusche, che le utilizzava anche a sproposito, mostrandosi rozzo? Che la nostra si sia confusa con le lettere Y e Z, utilizzate dai latini solo per trascrivere i prestiti? Il resto del capitolo, comunque, si concentra sull’impossibilità, da parte nostra, di riprodurre aspirazioni, accenti, lunghezze sillabiche, metri poetici, e quindi di capire davvero come poteva suonare il greco, a partire dalle difficoltà dello studente (e dell’autrice stessa ai tempi del liceo) nel capire dove mettere l’accento nelle parole e come usare i diacritici, constatando il sostanziale fallimento degli sforzi degli alessandrini nel concepire questi espedienti grafici per facilitare la lettura. Tanto più che i manuali di grammatica “liquidano la vicenda” scrivendo che l’aspirazione “in italiano non si pronuncia”. Ora, sottomano ho sempre il mio vecchio Bottin, che questa cosa non la scrive affatto, parlando casomai delle consonanti aspirate, che “è difficile, per un italiano, pronunciare correttamente” e fornisce un elenco di prassi scolastiche di pronuncia. E comunque, quanto ai diacritici, come tutte le cose, con un po’ di attenzione ed esercizio non sono per nulla impossibili da gestire, e sono anzi fondamentali per comprendere correttamente un testo greco. Per quanto riguarda le nostre capacità di riprodurre fedelmente il suono della lingua greca, è chiaro che esse sono assai limitate, ma sono stati fatti dei buoni tentativi di ricostruzione, il principale dei quali ad opera di William Sidney Allen in Vox Graeca, testo che manca nella bibliografia della Marcolongo. Mi pare inoltre curioso il riferimento all’irriproducibilità della musica greca, con citazione specifica degli inni delfici, che invece sono stati ricostruiti, suonati e pure registrati. Irriproducibilissimi.

Nel capitolo seguente vengono analizzate due particolarità morfologiche del greco, ossia il genere neutro e il numero duale. Per quanto riguarda la questione dei generi grammaticali, si afferma che l’indoeuropeo non conosceva la tripartizione maschile-femminile-neutro, ma solo animato-inanimato, e che il femminile sarebbe un’innovazione del greco: basta un giretto su Wikipedia per capire che si tratta di una semplificazione eccessiva. È decisamente una semplificazione anche sostenere che “a differenza di alcune lingue germaniche, il neutro scompare da tutte le lingue romanze che dal latino derivano, come la nostra”: la situazione è decisamente più interessante di quanto possa sembrare, dal momento che un relitto del neutro è presente proprio nella lingua italiana nei nomi che al plurale cambiano genere, passando dal maschile al femminile (uovo/uova, che corrisponde al latino ovum/ova), e nei cosiddetti “plurali sovrabbondanti”, ossia quei nomi maschili che hanno due plurali, uno maschile e uno femminile (braccio/bracci-braccia, che corrisponde al latino brachium/brachia). In romeno, per giunta, i generi del sostantivo sono ancora tre, maschile, femminile e neutro; quest’ultimo è ancora produttivo e si comporta esattamente come il relitto del neutro italiano, ossia declinando i sostantivi al maschile quando sono singolari e al femminile quando sono plurali. L’autrice, poi, dopo aver parlato della sostanziale arbitrarietà delle lingue nell’assegnazione dei generi ai sostantivi, anche se in certi casi pare esservi una logica, inserisce un excursus, il cui scopo dichiarato è proprio quello di dimostrare tale arbitrarietà e il fatto conseguente che il genere è “dentro” il parlante, sui fraintendimenti causati dalla discrepanza tra il suo nome, Andrea, e il suo essere donna, con tanto di aneddoti su prese in giro dei compagni di scuola, carte di credito, codici fiscali sbagliati e riappacificazione con la propria natura fuori d’Europa.

Dopo questa divagazione, viene trattato il tema del numero duale, del quale si mette in evidenza la capacità di trasmettere la relazione tra i due elementi presi in considerazione: “il duale esprimeva invece un’entità duplice, uno più uno uguale uno formato da due cose o persone legate tra loro da un’intima connessione. Il duale è il numero del patto, dell’accordo, dell’intesa. È il numero della coppia, per natura, o del farsi coppia, per scelta.” Ancora una volta si sottolinea la particolarità del greco nel mantenere questa categoria grammaticale, a differenza del latino che “del duale non conserva traccia alcuna, nemmeno nei primissimi testi”. Io non sarei così drastica, pensando a pronomi come duo e ambo (che mantengono esattamente la desinenza arcaica del duale) o anche, ma, se vogliamo, in senso più lato, a pronomi e aggettivi che esprimono opposizioni o rapporti tra due elementi, come alter o uter. Che poi il duale sia effettivamente scomparso nella flessione di sostantivi e verbi, è certamente vero, ma qualche piccola traccia è rimasta. Il capitolo, comunque, prosegue con una serie di considerazioni dal taglio sentimentale sulla pregnanza espressiva dell’uso del duale, deprecando il fatto che sui manuali di grammatica ci sia scritto solo quanto segue: “In greco si distinguono tre numeri. Singolare, duale e plurale. Il duale serve a designare cose o persone, che in natura si trovano accoppiate o che lo scrittore considera come tali”. Considerando l’estrema rarità e la soggettività con cui viene utilizzato tale numero, tale definizione mi pare più che sufficiente, senza perdersi nella mistica della coppia o della relazione. Altrimenti, una volta che si scopre che vi sono lingue austronesiane che hanno anche il triale, è un attimo passare a riflessioni sulla concezione del dogma trinitario presso i popoli del Pacifico. Il capitolo si chiude con una considerazione sulla perdita del duale in greco moderno come una forma di “banalizzazione”, quando il principio di economia, formalizzato da André Martinet, è una delle leggi di base dell’evoluzione delle lingue. Dal perdere il duale a perdere in toto l’uso della parola, come, tra l’ironico e l’apocalittico, prevede l’autrice, il passo è bello lungo.

L’argomento del capitolo seguente sono i casi: parlando dell’evoluzione dall’indoeuropeo, che ne possedeva otto, l’autrice sottolinea come le lingue da esso derivate abbiano semplificato questo sistema, e tra esse il greco è una delle lingue che semplificano di più, mantenendo soltanto cinque casi. Qui, tuttavia, al procedimento non viene associata una perdita di pregnanza espressiva, quanto piuttosto una ricerca di sintesi, vista come un fattore positivo. Sorge a questo punto il sospetto (ma, più che sorgere, viene confermato) che lo scopo del libro sia un’esaltazione della lingua greca in sé, qualsiasi caratteristica essa presenti e al di là delle considerazioni più tecnicamente linguistiche e filologiche. Segue una disamina dei valori dei casi che ricorda molto da vicino i manuali di grammatica, con tanto di accusativo che “esprime propriamente il complemento oggetto, completando il senso della frase e rispondendo alla domanda chi?, che cosa?”. Queste, per inciso, sono le malefiche domandine controproducenti che fanno sì che sia impossibile per lo studente medio riconoscere un soggetto in posizione postverbale o capire i complementi predicativi. Successivamente, come esempio della libertà del greco (ancora maggiore di quella del latino!) nel disporre le parole per esprimere più efficacemente il senso dei discorsi, vengono citati fugacemente i dialoghi di Platone, le tragedie di Sofocle, le odi di Saffo. Ma negli ultimi due casi si tratta di poesia, e bisogna considerare le esigenze metriche e retoriche (si pensi all’uso dell’iperbato) come condizioni per le scelte di dispositio verborum. Un confronto, per il latino, con un’ode di Orazio sarebbe illuminante (ad esempio nell’ode 1, 9 i versi 21-22 sono un piccolo gioiello in questo senso). Quanto alle considerazioni, verso la fine del capitolo, sul fatto che il passaggio dal greco antico al greco moderno è stato talmente graduale che “i Greci non hanno mai avuto coscienza di un passaggio da un greco antico a un greco moderno, se mai c’è stato”, ricordiamo semplicemente, così, en passant, che la “questione della lingua” si è risolta solamente nel 1976.

Il capitolo successivo è dedicato all’ottativo, del quale viene messo in luce principalmente il valore desiderativo (il valore potenziale è lasciato in subordine, quasi in ombra, forse perché il desiderativo è più romantico), e se ne depreca lo scarso spazio riservato dalla scuola, che lo tratterebbe come “una sorta di lato B del congiuntivo greco o una versione alternativa del condizionale italiano”; ne segue sostanzialmente una trattazione del valore dell’ottativo del tutto simile a quella che si trova in qualunque grammatica scolastica. Dopo un intermezzo sulla poesia lirica in cui Archiloco viene definito un “artista freak” e Alceo uno “spiccato alcolista”, e in cui si attribuisce la fama di Pindaro al fatto che “non ci si capiva nulla di quello che scriveva”, l’autrice procede trattando in sintesi la progressiva scomparsa dell’ottativo in greco, dicendo, tra le altre cose, che “questo modo verbale ricorre raramente nella traduzione greca del Nuovo Testamento”. Traduzione greca. Ok.

Gli ultimi due capitoli sono dedicati l’uno alla pratica della traduzione, e contiene consigli improntati fondamentalmente al buonsenso (riguardanti ad esempio l’uso del vocabolario, o la comprensione del testo) non seguendo i quali ci si riduce fondamentalmente come uno dei miei Studenti Pigri, nonché considerazioni basate sull’ormai sentito e risentito principio secondo cui il liceo classico “apre la mente” di chi lo frequenta, proprio in virtù dello studio del greco (e le altre materie? e gli alunni di tutti gli altri licei?). L’altro capitolo, ossia quello conclusivo, è dedicato a una storia sintetica della lingua greca, una specie di bignamino che tra l’altro riprende molte cose già dette in altri capitoli, con un tono molto meno sentimentale e decisamente più didattico, da manualetto proprio, insistendo peraltro sull’evoluzione linguistica come “banalizzazione”. Mi spiace solo un po’ che altre “stranezze” del verbo greco che sarebbero potute riuscire interessanti, come la diatesi media o le desinenze attive per l’aoristo passivo, siano state passate praticamente sotto silenzio, e mi urta un pochino che con “slavo” l’autrice intenda una lingua (quale, poi?) e non una famiglia di lingue. In chiusura di libro, viene descritta in sintesi la “questione della lingua” greca, smentendo dunque la cursoria affermazione sull’impercettibilità del passaggio tra greco antico e greco moderno, e auspicando per il popolo greco un rinnovamento anche linguistico in nome di una liberazione dal passato (e introducendo quindi un’ulteriore contraddizione).

In conclusione e in sintesi, ciò che mi rimane dopo la lettura di tale libro sono fondamentalmente tre cose: 1. concetti di base da manuale del ginnasio, con imprecisioni più o meno gravi quasi in tutti i capitoli; 2. tanta emotività parecchio autobiografica (l’ammore del duale, il desiderio dell’ottativo, il terrore che viene costantemente associato allo studio del greco come se non potesse essere altro che la bestia nera dello studente del classico), la quale, in ultima analisi, sospetto essere la causa principale del successo di questa cosa; 3. un gran mal di testa. Vado a farmi una dose di ibuprofene.

Usi didattici della Nutella

Quest’anno tra le mie classi ho una seconda scientifico dove insegno latino, e che ho avuto anche l’anno scorso per qualche mese, prima che la mannaia dell’avente diritto me ne separasse. Dunque, la sorte ha voluto non solo che io conosca già i ragazzi, ma anche che, da classe prima simpatica ma un po’ confusionaria, si siano trasformati in una classe seconda che crede in quello che fa e che vuole impegnarsi per fare progressi. Peraltro, all’ultimo ricevimento generale, molti genitori hanno affermato con mia grande gioia che il latino è una materia che i loro figli apprezzano molto. Sono dunque felice di fare lezione con loro, e il loro entusiasmo mi fa da sprone per qualche esperimento didattico.

Per le classi seconde e quarte dei licei del Veneto che prevedono l’insegnamento del latino e che aderiscono all’iniziativa, è organizzata una prova di certificazione delle competenze in questa lingua, chiamata PROBAT (qui qualche informazione sull’argomento): vi sono dunque coinvolti anche i miei ragazzi, e spetta a me prepararli nel modo più adeguato possibile, preparazione che ovviamente non è finalizzata soltanto al superamento della prova, ma soprattutto è volta a consolidare le basi per il triennio. Dopo un primo mese di ripasso e recupero delle conoscenze grammaticali del primo anno, ci siamo accorti che l’apprendimento del lessico era stato lasciato in secondo piano, e dunque si presentava la necessità di rinforzarlo.

Ecco allora l’idea: un bel torneo a squadre sul lessico latino con tanto di cartellone segnapunti. Le squadre sono state formate in base ai risultati ottenuti nel test di ripasso, in modo che non ci fossero eccessive disomogeneità, e ai ragazzi è stato fornito un elenco di termini di base (nomi, aggettivi, verbi) da imparare. Nel frattempo ho provveduto a scofanarmi un vasetto di Nutella, a rietichettarlo (ispirandomi ovviamente a questa famosissima cosa qui: alla fine dell’anno svelerò l’arcano alla classe) e a predisporre i bigliettini.

Ma come funziona il torneo? Una volta a settimana, ogni squadra manda un membro alla cattedra; costui (o costei) deve estrarre un bigliettino, leggere la parola ivi scritta e dire il significato entro un tempo massimo di 10 secondi (da me medesma misurati col cronometro del cellulare); se il significato è corretto, viene assegnato il punto. Ogni 15 giorni vengono inserite nel vasetto nuove parole. Dal momento in cui ho iniziato a introdurre i verbi, le regole hanno subito una leggera variazione: se si pesca un verbo si devono dire sia il significato sia il paradigma, e allora vengono assegnati 2 punti; se la prima parola pescata è un sostantivo o un aggettivo, ne deve essere pescata anche un’altra, e nel caso esca un verbo basterà dirne il significato; il tempo concesso viene elevato a 15 secondi. I punti vengono segnati su un cartellone: alla fine dell’anno verranno sommati e si decreterà la squadra vincitrice, la quale verrà verosimilmente premiata con un vasetto di vera Nutella.

I miei ragazzi l’hanno presa con grande entusiasmo: appena entro in classe, nell’ora designata per la gara (denominata ormai “gara della Nutella” o direttamente “Nutella” tout court; esempio concreto: “Prof, la prossima volta c’è la Nutella?”), li vedo tutti intenti a ripassare le parole e a interrogarsi a vicenda. Durante la gara noto una certa tensione serpeggiante, anche per la presenza del cronometro che ticchetta, e un ardente spirito di squadra che si concretizza in tifo, esultanze, e battutine per sdrammatizzare in caso di non assegnazione del punto. Insomma, finora l’esperimento pare riuscire bene, ma i veri risultati si vedranno nelle prossime verifiche. I presupposti però ci sono tutti.

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Questo è il vero barattolo originale di Nutella utilizzato per l’attività didattica e ufficialmente approvato da Cecco gatto latinista.

Leggere in classe: teatri e teatrini

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Quando si tratta di leggere in classe, mi piace molto l’idea della lettura teatralizzata, per coinvolgere maggiormente gli studenti dando loro le “parti” dei personaggi proprio come se fossimo a teatro. È una strategia che può funzionare molto bene al biennio, quando si fanno letture antologiche di opere come i poemi epici e i Promessi Sposi. In particolare, per quanto riguarda l’epica, trovo interessante la possibilità di disporre i lettori di fronte ai compagni per mettere in scena più concretamente gli eventi narrati, rispettando anche le indicazioni di prossemica e i gesti. Per capirci, il mio sogno nel cassetto sarebbe avere un Omero quattordicenne in un angolo, magari con un vecchio lenzuolo addosso e una ghirlanda di carta in testa, un’Andromaca che regge il bambolotto Astianatte e un Ettore dall’elmo di cartone che affronta Achille, armato allo stesso modo, brandendo (con criterio) un manico di scopa.

Quest’anno finalmente sono riuscita a mettere in pratica quest’idea, con una prima linguistico molto numerosa e particolarmente vivace, con alcuni alunni che fanno fatica a rimanere seduti al posto. Per far sì che collaborino, mi tocca fare di loro i miei eroi epici.

Primo esperimento: lettura di “Ettore e Andromaca” con un Ettore dinoccolato e magrissimo col berretto al posto dell’elmo e il ragazzino più piccolo che faceva Astianatte col cappuccio della giacca portato tipo cuffietta infantile, alternativamente portato in braccio da un altro ragazzo in veste di nutrice e disteso su due sedie a mo’ di carrozzina, con un giubbotto per copertina. I ragazzi si sono offerti da soli, senza manco che glielo chiedessi, cosa dunque ottima. La cosa è partita bene, con in particolare un’Andromaca (femmina) molto convinta. Peccato che Astianatte frignasse a tutto volume, a Ettore scappasse da ridere e il resto della classe preferisse fare altro. Ho sospeso il tutto per sopraggiunto marasma universale, ma lo spirito c’era.

Nella lezione successiva, Ettore doveva morire e gli è scappato da ridere di nuovo. Achille bello convinto. Bocciata l’idea di usare come lancia una chiave inglese (perché avere una chiave inglese nell’astuccio? Boh). Almeno il resto della classe ha seguito e c’è pure stato l’applausetto finale. Facciamo progressi.

Compiti autentici (sive De agri cultura)

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La direzione della scuola, da alcuni anni a questa parte, è quella di finalizzare le programmazioni delle varie discipline al raggiungimento di competenze trasversali e specifiche, che saranno poi applicabili dall’allievo a situazioni concrete nel contesto sociale e lavorativo. Ciò prevede anche che le unità di apprendimento delle singole discipline o interdisciplinari siano strutturate intorno a un compito di realtà, che richiami le situazioni concrete che lo studente potrà potenzialmente incontrare. (Per le materie tecniche la cosa è fattibilissima. Resta da capire quale possa essere un compito di realtà di materie incentrate sul ragionamento astratto come ad esempio filosofia o matematica. Hoc opus, hic labor.)

Il tutto è poi coronato dall’alternanza scuola-lavoro, che implica una stretta collaborazione fra la scuola e le aziende, le istituzioni e gli enti locali, con ricadute anche a livello disciplinare (è contemplata una connessione diretta tra la programmazione in aula e le attività svolte in azienda) e, come si prevede, con una valutazione che andrà a concorrere alla definizione del punteggio finale ottenuto dallo studente all’Esame di Stato.

Tutto ciò, come si può ben comprendere, comporta la necessità di ripensare la didattica e di cooperare strettamente tra docenti. E quindi via coi confronti tra colleghi. Da una discussione di qualche giorno fa è emersa l’illuminazione. Mandare i ragazzi a lavorare i campi, oltre che essere un ottimo esempio di alternanza scuola-lavoro (che peraltro rivitalizza il settore primario), è sommo compito autentico di un’UDA multidisciplinare onnicomprensiva che prende dentro:

  • LATINO: Catone, Varrone e le Georgiche di Virgilio;
  • GRECO: le Opere e i Giorni di Esiodo;
  • ITALIANO: la satira antivillanesca, il verismo, Giovanni Pascoli;
  • STORIA: la servitù della gleba e la rivoluzione dell’anno Mille;
  • GEOGRAFIA: il settore primario nel mondo;
  • FILOSOFIA: il giardino di Epicuro;
  • INGLESE, FRANCESE, TEDESCO, SPAGNOLO, CINESE, RUSSO, ARABO, TURCOMANNO: terminologia specifica della botanica e della meteorologia;
  • SCIENZE: l’accrescimento dei vegetali e il loro metabolismo;
  • ARTE: il realismo dell’Ottocento (Millet); Van Gogh, I mangiatori di patate; i Macchiaioli;
  • MATEMATICA: la geometria della retta, il calcolo delle aree;
  • EDUCAZIONE FISICA: l’attività aerobica;
  • CHIMICA: i fertilizzanti;
  • FISICA: la mela di Newton;
  • DIRITTO ED ECONOMIA: la gestione di un’azienda agricola;
  • RELIGIONE: la parabola del seminatore.

Andiamo a fare cosa, di preciso?

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Ormai la notizia della traduzione di Andiamo a comandare in latino, fornita a una classe liceale come esercizio scolastico, è arcinota, essendo partita, come ben sappiamo, da Twitter e quindi rimbalzata nel web in modo rapidissimo da un sito all’altro. Le reazioni generali sono state entusiaste (esempi: qui, qui e qui, con anche un servizio su La vita in diretta dedicato all’argomento), e i punti messi in evidenza sono stati soprattutto, dal punto di vista relazionale, l’abilità del docente di suscitare l’entusiasmo della classe e, dal punto di vista didattico, la capacità di utilizzare un testo ben noto agli studenti per far riflettere sulle strutture grammaticali del latino, utilizzando anche in modo sapiente termini della lingua d’uso.

Ora, a suo tempo, appena mi hanno segnalato ciò, dopo un’iniziale titubanza dovuta al mio scarso gradimento verso questo tormentone estivo, mi sono decisa a dare un occhio al testo latino per vedere com’era la resa, notando diverse cose che mi convincevano poco, che non riuscivo a comprendere, o che secondo me erano palesemente errate. Tuttavia, nei vari commenti agli articoli che ne parlavano risuonava un collettivo osanna, che mi ha instillato il fugace dubbio di essere io a non capire un accidente. Ho quindi sottoposto il testo ad amici latinisti e colleghi per un riscontro, e siamo stati tutti d’accordo sul fatto che questa versione presenta criticità diffuse. Dal momento che nessuno sembrava averle notate, mi/ci è venuto spontaneo pensare che nessuno si fosse effettivamente preso la briga di leggere il testo, e che ci si concentrasse piuttosto sulla simpatia che la scelta di Andiamo a comandare ha suscitato presso gli studenti (e non solo). Ero dunque sul punto di intervenire per proporre una sorta di disamina della versione, ma sono stata egregiamente preceduta dai giovani di GrecoLatinoVivo, che l’hanno fatto in modo molto puntuale, aggiungendo anche alcune considerazioni pedagogiche che condivido in toto.

Tuttavia l’osanna collettivo rimane, in nome della capacità di appassionare i giovani al latino. Il punto è che il compito del docente è sì quello di coinvolgere gli studenti, ma per insegnare effettivamente la lingua latina in modo corretto ed efficace, utilizzando, dunque, testi costruiti secondo le regole della grammatica e contenenti forme lessicali plausibili: l’obiettivo finale rimane questo, al di là delle trovate simpatiche. Vi è chi sostiene, alla luce di ciò, e dopo che ne sono state evidenziate le debolezze linguistiche, che la traduzione di Rovazzi in latino non vada presa sul serio, ma sia piuttosto da intendere come una sorta di parodia, fornita agli studenti come una specie di scherzo, per farli sorridere e metterli a proprio agio, sulla falsariga dell’ormai celeberrimo e maccheronico Nutella nutellae. Il punto è che in quest’ultimo caso l’intento spiritoso e parodico è evidente, mentre a Imperatum adeamus viene attribuito insistentemente, come si è visto, un ruolo didattico ben preciso, che il testo in questione non può tuttavia ricoprire in modo adeguato.

Comunque, non è detto che, per essere didatticamente efficaci, si debba essere seriosi e noiosi a tutti i costi, proponendo attività completamente svincolate dagli interessi degli studenti: soltanto, il criterio principale deve appunto essere quello della correttezza linguistica. Un bell’esempio è offerto dalla traduzione latina del Diario di una schiappa (serie che ha riscosso un successone tra i preadolescenti) con il titolo di Commentarii de inepto puero, che presenta un latino piacevole ma anche assolutamente corretto. (Ne posseggo una copia e penso che, appena ne avrò l’occasione, ne utilizzerò qualche stralcio in classe. Avendo a disposizione l’originale inglese e la collaborazione della collega, potrebbe uscirne anche un modulo interdisciplinare.)

In conclusione, mi pare proprio che Imperatum adeamus (che continua a suscitare in me innumerevoli perplessità, a partire dal titolo stesso, per l’analisi del quale rimando all’articolo di GrecoLatinoVivo sopra linkato), con tutto il polverone mediatico da essa sollevato, sia più che altro una mossa piaciona, che mira, più che a ripassare davvero la grammatica o a riprendere la pratica della traduzione, a far sì che gli studenti pensino di avere un professore originale e fico tipo Attimo fuggente: tanto, che importa se l’ablativo di canis è cane e non cani, di fronte al coinvolgimento dei ragazzi?

Come ammonimento finale sulla simpatia da suscitare con le prossime scelte didattiche, non vi è nulla di meglio delle parole di Alberto Sordi, il quale sosteneva che “quanno se scherza bisogna esse seri”.

Incontro ravvicinato con Plutarco

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Quest’estate mi è capitato di seguire un alunno del secondo anno del liceo classico (la vecchia quinta ginnasio) con il debito in greco: un ragazzetto simpatico, coi capelli lunghi, che è sempre venuto a lezione con il motorino e con magliette di svariati gruppi metal e che ha fatto amicizia anche con l’uomo di casa (dalla gioventù metallara) e perfino con il gatto, che gli si addormentava dentro il casco. Il fanciullo in questione, pur scarso in grammatica, dimostra una notevole passione per il mondo antico, e in particolare per la storia, e questo è stato un ottimo punto di partenza per il lavoro di recupero, considerando anche che alcune versioni assegnate per le vacanze erano di Plutarco.

(A questo punto sento il bisogno di aprire una parentesi: se la traduzione viene assegnata soltanto come esercizio grammaticale, è ovvio che gli studenti la svolgeranno in modo meccanico, pensando banalmente a restituire la forma e senza riflettere sul contenuto, procedendo parola per parola e utilizzando traducenti standard, e ottenendo quindi un risultato magari grammaticalmente corretto ma del tutto incomprensibile. In questo modo i ragazzi perdono anche l’amore per queste discipline, cosa assai triste, perché nella maggior parte dei casi è proprio per l’entusiasmo verso la storia antica che hanno scelto di iscriversi al classico. È esattamente questo che succede quando le versioni vengono date da tradurre senza nessuna informazione sull’autore, sull’opera o sul contesto. È ben più facile capire, ad esempio, un brano delle Catilinarie, e dunque tradurlo in modo efficace dal punto di vista sia lessicale sia grammaticale, se si sa chi è Cicerone, a chi si rivolge in quel momento e perché. Ho visto una quantità di faccine adolescenti illuminarsi al ricevere ragguagli di questo tipo sui testi che avevano di fronte, che cessavano così di essere “carne morta” su cui esercitarsi con una specie di sterile dissezione, e riprendevano vita e senso di esistere di fronte a loro, quasi che l’autore, i personaggi e i luoghi comparissero loro davanti. Magari non proprio così, ma l’effetto a cui mirare dovrebbe essere questo.)

Insomma, eccomi col ginnasiale metallaro di fronte a Plutarco. Diamo un occhio ai brani assegnati: uno è il resoconto della morte di Cicerone, l’altro narra le vicende di Cesare catturato dai pirati. Dopo qualche minuto di confronto, capisco che al puer sta tantissimo sulle scatole Cicerone perché logorroico e pieno di sé, mentre Cesare, che ha conquistato tutto fuori e dentro Roma, gli piace un sacco. Bene, procediamo con la traduzione e vediamo cosa succede.

Iniziamo con la morte di Cicerone. Non faccio mancare un discorsetto introduttivo per ripassare il contesto storico e dare qualche precisazione sulla posizione dell’Arpinate, deluso da Ottaviano, perseguitato da Antonio e tenacemente (e anacronisticamente) fedele agli ideali di una repubblica ormai morente. Traduciamo. Un po’ alla volta si materializza davanti ai nostri occhi l’immagine di un uomo vecchio, stanco di vivere e trascurato, che non si rade né si lava più, e che all’avvicinarsi dei sicari ordina di fermare la lettiga su cui viene trasportato e affronta senza timore (e forse con una specie di sollievo) l’inevitabile, e assistiamo alla teatrale vendetta di Antonio, che fa tagliare ed esporre sui rostri le mani colpevoli di aver scritto le Filippiche. Ecco che noto nel fanciullo un moto di compassione per un personaggio che ha raggiunto il vertice della gloria come politico e oratore e che abbiamo appena visto rappresentato nel momento di massimo avvilimento.

Passiamo poi a Cesare alle prese coi pirati: anche in questo caso do qualche informazione sull’episodio, avvenuto quando il futuro padrone di Roma era all’inizio della carriera. Sulle prime il puer si mostra divertito nell’osservare come Cesare si mostri già tanto sicuro del proprio valore da convincere i pirati ad alzare la somma richiesta per il riscatto e, in seguito, da scherzare con loro con un certo atteggiamento di superiorità, fino a minacciare spiritosamente di tornare dopo la liberazione per crocifiggerli tutti. Il testo da tradurre non dice come va a finire: prendo dunque la Vita di Cesare e leggo il seguito. In effetti Cesare torna e li crocifigge tutti per davvero. Il ragazzino rimane colpito dalla freddezza quasi disumana del suo eroe, la cui affabilità si è rivelata soltanto una piacevole ma insidiosa maschera. Seguono alcune considerazioni finali sulla clementia Caesaris come instrumentum regni.

Dopo un lavoro del genere, sono sicura che il mio ginnasiale ha un po’ imparato a vedere la traduzione come un modo, per così dire, di “resuscitare i morti”, leggendo e interpretando i testi originali che parlano di loro, cosa che gli ha permesso di andare oltre le idee acquisite considerando la storia in modo superficiale e (almeno spero) di trovare un modo per alimentare questa sua passione con una profondità diversa. È proprio questo il fascino della traduzione, che permette agli studenti (e ha permesso a noi, da studenti) di venire a contatto, già durante gli anni del liceo, con i documenti che parlano direttamente del mondo antico, per amore del quale abbiamo scelto di avvicinarci allo studio delle lingue classiche.

(Per la cronaca, il puer ha superato il debito. Con un 6 forse accompagnato da un calcio in quel posto, ma l’ha superato.)

Fenomenologia dell’analisi grammaticale

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Quando ci si accosta allo studio delle lingue classiche, uno degli esercizi più noiosi ma allo stesso tempo più necessari per un buon apprendimento è senz’altro l’analisi grammaticale, molto croce e poco delizia di generazioni di studenti. I sistemi nominali e verbali del greco e del latino spesso non sono facili da comprendere e da assimilare, soprattutto quando si ha a che fare con categorie, quali i casi o gli aspetti verbali, che in italiano sono di secondaria importanza. Queste difficoltà, unite a particolarità e irregolarità da ricordare a memoria, fanno sì che negli studenti si sviluppi una serie di tic ricorrenti che si palesano al momento di svolgere nella pratica tali esercizi. Ecco i principali:

LATINO

  • La quarta e la quinta declinazione non esistono. Exercitus è indubbiamente di seconda declinazione, così come dies è senz’altro di terza.
  • Tutte le voci di quidam sono accusativi femminili singolari (e lo è anche utinam). La desinenza non mente.
  • Igitur è una terza singolare di forma passiva. Evidentemente dal verbo deponente igor.

GRECO

  • L’aoristo ha l’aumento. Punto.
  • Tutto ciò che contiene un sigma è aoristo primo.
  • Ciò che non contiene il dittongo -οι- non può essere un ottativo.

ENTRAMBI

  • Confusione tra modi e tempi e conseguente creazione di ircocervi come l’aoristo presente. (Per far capire il concetto ormai uso la metafora delle mutande: il modo è come il modello, il tempo è come il colore. O viceversa. Quindi dire “aoristo presente” è come dire “boxer perizoma”.)
  • La concordanza nome-aggettivo avviene solamente quando la desinenza dell’uno e dell’altro è uguale. Con conseguente sfoggio di creatività quando l’esercizio richiede di declinare i termini, e produzione di monstra come matronam nobilam.
  • La prima declinazione è sempre femminile. Checché se ne dica. Agricola e στρατιώτης devono essere casi di transessualità. Pure la seconda declinazione è solo maschile o neutra.
  • Il futuro e l’imperativo non esistono. In latino il futuro in realtà è un imperfetto o un congiuntivo, a seconda della declinazione, mentre in greco è una forma di aoristo primo non meglio definita. L’imperativo è semplicemente fonte di turbamento, e in latino è spesso preso per un ablativo.
  • I sostantivi tipo genus/γένος sono senza ombra di dubbio maschili di seconda declinazione. Ovvio.
  • I neutri plurali sono in realtà femminili singolari di prima declinazione.

Mulini a vento

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Sono sempre più convinta che per fare l’insegnante, amando la propria materia e volendo trasmetterla ai ragazzi nonostante gli ostacoli, le pastoie burocratiche e tutto il resto (riforme della scuola, precariato e selezioni comprese), si debba mantenere una parte di quell’idealismo e di speranza nel futuro che avevamo quando eravamo adolescenti noi. (Io ero già stramba e asociale, però la passione e la motivazione in ciò che facevo non mi mancavano nemmeno al liceo.) Come altrimenti parlare, che so, della bellezza della Divina Commedia, della raffinatezza retorica di Cicerone o di come l’Italia è diventata una democrazia a teenagers distratti e casinisti che, senza questi stimoli culturali, finirebbero per diventare adulti che non comprendono il mondo in cui vivono?

Senza questa sorta di “fuoco sacro”, se dovessimo guardare al fatto che la nostra professione è caratterizzata in gran parte da incombenze burocratiche, griglie di valutazione, riunioni torrenziali, gestione di alunni indisciplinati e incontri con genitori non sempre accomodanti, verremmo risucchiati in un vortice di alienazione kafkiana.

È per questo che credo che ci si debba veramente fare imitatori di Don Chisciotte.

Io per esempio i miei neuroni li ho quasi tutti bruciati: sono sulla buona strada.