Liebster Award (e una padellina di cavoli miei)

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Un paio di settimane fa sono stata nominata da Mandorla, blogger con la passione per la scrittura, il cinema e la psicologia, per il Liebster Award (ecco qui il post incriminato, con la mia nomination ma soprattutto con le istruzioni per l’uso), iniziativa dedicata ai blog con meno di 200 followers e destinata a dar loro visibilità. Ora, dato che mi risulta difficile trovare 11 blog così piccolini a cui proporre la cosa, ma soprattutto perché l’imbarazzo mi impedirebbe di porre 11 domande (anche perché già il mio lavoro consiste nell’interrogare la gente), provvedo semplicemente a soddisfare le curiosità di Mandorla (sottoponendo dunque una porzioncina di cavoli miei anche al resto del web).

  1. Cosa fai nella tua foto preferita? Nella mia foto preferita in assoluto ho 3 anni e sto reggendo un mazzo enorme di narcisi gialli.
  2. Che ci fai qui su WordPress? Questo blog nasce come un’evoluzione della mia pagina FB (questa qui) e ha lo scopo di condividere momenti di vita scolastica e riflessioni sull’insegnamento e sulla letteratura, basandosi sul principio consolatorio dell’hoc non solum tibi e cercando qualche volta di sorriderci un po’ su.
  3. Qual è il film che ti rappresenta meglio? Ultimamente, L’armata Brancaleone, che simboleggia il percorso verso l’agognato posto di ruolo. Chissà se arriveremo mai ad Aurocastro e se ci sono i saraceni ad aspettarci per farci a fettine.
  4. Una cosa che ti diceva una persona importante e che non dimenticherai mai più. Ero appena stata mollata dal fidanzato del momento; papà mi disse: “Su, tu sei sopra la media”. Grazie papà.
  5. Qual è la colonna sonora della tua vita? Tanto barocco (o comunque musica classica in generale) e tanto rock, dipende dai momenti. In una parola: barock ‘n’ roll. Nei frangenti peggiori ricorro alla demenzialità intelligente di Elio e le Storie Tese (alcune dimostrazioni qui e qui).
  6. Pane, formaggio e vino rosso o wurstel, birra e patatine? Da buona veneta, la scelta obbligatoria va verso pane, formaggio e vino.
  7. Come ti immagini nel futuro? Possibilmente docente a tempo indeterminato: il sogno proibito sarebbe insegnare latino e greco vicino a casa (anche latino e italiano sarebbe perfetto), ma la prospettiva può anche essere quella di traslocare, a seconda dei posti che ci sono. Insomma, si vedrà. Per ora il mio futuro sono le vacanze di Pasqua (Roma mi attende e non vedo l’ora).
  8. Cosa ti piace leggere? Tanti classici.
  9. Qual è l’aspetto di te che non piace agli altri? La rusticitas, credo. Immagino che quella o si ami o si odi.
  10. Cinema o Libro? Entrambi.
  11. Come deve essere un blog per essere piacevole? Intelligente e originale nei contenuti, e possibilmente scritto bene.

Kafka in the school

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Uno vuole insegnare.
Il suo obiettivo è laurearsi e poi fare la SSIS.
Si laurea. Subito prima gli hanno chiuso la SSIS. Anni a tenersi occupato con dottorati, master e altre cose così.
Aprono il TFA. Bene, dai che è la volta buona.
Triplice selezione in ingresso, passata. Ottimo. Forza che finalmente ci muoviamo verso il nostro obiettivo.
Stagione allucinante di corsi deliranti ed esami.
Finalmente, abilitazione. Ma non è abbastanza: c’è il concorso.
Tre scritti strutturati in modo privo di senso.
Eoni per attenderne gli esiti.
Primo orale: passato. Ora attendiamo per fare gli altri due.
Chissà quando esce la graduatoria.
Nel frattempo viene fuori che non ci sono i posti.
Viene anche fuori che, anche se ci fossero i posti, le graduatorie non sono pronte e quindi detti posti non toccherebbero a noi.
E anche se venissimo assunti lo saremmo solo dopo un colloquio con il dirigente e con contratti triennali.
Potremmo sperare nel precariato, ma dopo 36 mesi siamo fuori pure da quello.
E se entro tre anni non siamo assunti, il concorso va rifatto.
Cazzarola, è Kafka.

Filosofia della lasagna

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  • Talete: la lasagna è composta al 70% di acqua.
  • Anassimene: per una buona lasagna occorre una cottura col forno ventilato.
  • Anassimandro: è necessario che la lasagna si alterni al suo contrario, che è l’insalatina (infatti solo lasagna ti porta a un ictus, solo insalatina allo squaraus). La lasagna trae origine dall’apeiron (ingredienti indistinti) ed è destinata a ritornarvi (nel freezer, sotto forma di contenuto indistinto di vecchie scatole di gelato lasciate sotto zero per mesi e mesi e riaperte soltanto quando vuoi del gelato).
  • Parmenide: la lasagna è e non è possibile che non sia.
  • Eraclito: la lasagna di ieri non è come quella di oggi che non è come quella di domani. La puoi fare mille volte e non ti verrà mai uguale.
  • Il sofista: si può dimostrare incontrovertibilmente che la lasagna è un toccasana per chi ha il colesterolo alto e l’ipertensione.
  • Socrate: qual è la definizione di lasagna?
  • Platone: la lasagna concreta è pallida imitazione dell’Idea di Lasagna situata nell’iperuranio, la cui perfezione è inattingibile.
  • Aristotele: causa formale della lasagna: la ricetta della nonna; causa materiale della lasagna: gli ingredienti; causa efficiente della lasagna: il cuoco; causa finale della lasagna: il pranzo.
  • Democrito: la lasagna è formata di atomi e possiamo vederla, odorarla e gustarla grazie ai simulacra emessi da detti atomi.
  • Zenone: in realtà non sarà mai possibile mangiare la lasagna perché lo spazio che separa te dal forno dove c’è la teglia è scomponibile in infiniti spazi.
  • Il cinico: perché mangiare la lasagna se domani si avrà ancora fame? E comunque il cuoco è un incapace.
  • Lo scettico: la vera conoscenza della lasagna è impossibile, e quindi, nonostante ne percepiamo l’aspetto, l’odore, il gusto e la consistenza, è impossibile dare un giudizio su di essa e stabilire se è buona o no.
  • Lo stoico: è giusto conoscere tutto della lasagna (ricetta, qualità degli ingredienti, modo di servirla, abbinamento con il vino giusto) ma la cosa migliore è mantenere un superiore distacco e pascersi di umile polentina bigia, che per togliere la fame va bene lo stesso.
  • L’epicureo: la lasagna dev’essere di ottima qualità, non deve essere servita in porzioni pantagrueliche e va gustata boccone per boccone.
  • Il manicheo: l’universo è scosso dalla lotta tra il Bene (lasagna al ragù) e il Male (lasagna al tofu). Ovviamente il Male è destinato a soccombere.
  • Il cristiano: si deve rinunziare alla lasagna di questo mondo per poter godere della lasagna eterna dell’altro.

(Delirio mistico originatosi durante il tragitto in macchina da casa alla sede di concorso per andare a fare l’orale.)

Canis a non canendo

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Già in epoca antica, e poi nel Medioevo, quando si iniziarono a fare i primi studi intorno alla lingua latina, uno degli argomenti più interessanti per i filologi fu l’etimologia delle parole e i meccanismi che la regolavano. I principali trattati sull’argomento furono il De lingua latina di Varrone (qui il testo completo in traduzione italiana) e le Etymologiae di Isidoro di Siviglia (qui il testo latino). In particolare, Varrone individuò ad esempio i procedimenti della derivazione fonetica e analogica, anche se credette che esistesse anche l’etimologia a contrariis, secondo la quale un termine derivava dal suo opposto. Celebri esempi a questo proposito sono canis a non canendo (“si chiama cane perché non canta”, anche se in effetti Varrone afferma piuttosto canis quia signa canit, ossia “si chiama cane perché ‘canta’ i segnali”) e lucus a non lucendo (“si chiama bosco perché non c’è luce”. A dire il vero, in questo caso il legame tra lucus e lux è stato effettivamente individuato nell’originario significato di lucus come “radura”, e quindi punto illuminato all’interno del bosco, nella quale si svolgevano riti sacri). Altri esempi di etimologie abbastanza fantasiose (ma non varroniane) sono cadaver a carne data vermibus (“si chiama cadavere dalla carne data in pasto ai vermi”) e calvitium a calvae vitio (“si chiama calvizie dal difetto della testa”). In epoca moderna i progressi degli studi linguistici, che sono divenuti scientifici a tutti gli effetti, hanno fatto sì che l’etimologia dei vocaboli venisse considerata come un fenomeno da studiare, appunto, attraverso il metodo scientifico, cercando di ricostruire nel modo più oggettivo e razionale possibile la storia delle diverse lingue e i rapporti tra di esse, e limitando il più possibile il ricorso a creativi voli pindarici.

Nonostante ciò, la tentazione, da parte dei “non iniziati”, di colorare le etimologie di tinte poetiche rimane sempre viva, e talora porta a esiti improbabili al limite dell’ilarità. Un esempio di “poeticizzazione” di un’etimologia riguarda il verbo desiderare, che deriva dalla preposizione de e da sidus, ossia “stella”, significando dunque, letteralmente, “sentire la mancanza delle stelle”: è facile, senza preoccuparsi di fare uno studio approfondito, attribuire sensi metafisici ed esistenziali a questo verbo, che in realtà nasce prosaicamente come termine del gergo marinaresco utilizzato per indicare l’impossibilità di vedere le stelle, soprattutto a causa del brutto tempo, e la conseguente difficoltà di orientamento. Ma fin qui è semplicemente una questione interpretativa, costruita su un’etimologia di fatto corretta. Tuttavia la fantasia si spinge talora nel campo dell’assurdo, producendo spiegazioni di questo genere: “ribellarsi”, che palesemente deriva da bellum, glossato come “ritornare al bello”; “immaginare” fatto risalire a un pastrocchio maccheronico come in me mago agere, tradotto come “lascio agire il mago che c’è in me”; e infine “amore”, che (poveretto) proviene da una radice indoeuropea, fatto diventare un ircocervo bilingue derivante da alfa privativo + mors e spiegato come “senza morte” perché è un sentimento immortale. (Sono ancora attonita dal fatto che quest’ultima paretimologia mi sia stata riferita da un’alunna di ripetizioni come spiegazione data da una sua insegnante, e che sia stata inserita addirittura in un libro di testo di latino.)

Ora, di fronte a ciò, chi abbia una minima cognizione di linguistica ha plausibilmente una reazione che va dal disappunto all’isteria, e sente l’impulso di correggere chi sostiene tali balorde derivazioni; la questione, però, è che, quando ciò avviene, il destinatario della correzione risponde a sua volta accusando il correttore di scarsa empatia e sensibilità e di non cogliere la poesia che sta dietro le parole che usiamo ogni giorno, e dichiarando di rimanere comunque convinto di ciò che afferma. Di fronte a tale ostinazione è dunque impossibile sostenere una discussione. L’impressione che se ne ha è che le discipline umanistiche, e in particolare linguistiche, non siano percepite come scienze vere e proprie, ma come nulla più che correnti di pensiero del tutto soggettive e opinabili (che peraltro sono gli stessi aggettivi con cui molti genitori definiscono le correzioni dei temi). Poi, però, basta guardare un po’ oltre l’orizzonte delle “nostre” discipline, e si vedono persone che mettono in dubbio anche le scienze intese nel senso più comune del termine, come la medicina (basti pensare a tutti coloro che ricorrono alla cosiddetta “medicina alternativa”) e l’astronomia (ebbene sì, c’è gente che crede davvero che la terra sia piatta: questo link non è uno scherzo). Allora si giunge alla conclusione che il problema non stia (soltanto) nella percezione comune delle discipline umanistiche, ma sia tristemente ben più vasto.

Pensieri tra le pagine

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Ho accennato già in altri post alla necessità di far leggere questi benedetti ragazzi, che da soli spesso (ma per fortuna non sempre) hanno difficoltà a prendere spontaneamente in mano un libro. A volte, par di capire che l’abbondanza di stimoli di altro genere, soprattutto visivi, abbia causato in loro una certa pigrizia mentale nei confronti della parola scritta.

Ecco dunque che ho assegnato alle quattro classi del biennio che ho in sorte una lista di 100 titoli di libri, suddivisi per generi e con una breve presentazione, invitando i ragazzi a sceglierne ciascuno uno diverso da leggere e analizzare, per poi esporre le proprie considerazioni di fronte alla classe. Ogni alunno, poi, avrebbe scelto la frase del libro che gli sembrava più bella o più significativa, per trascriverla su un post-it da attaccare su un cartellone, che alla fine dell’anno formerebbe una specie di piccola antologia di citazioni. L’iniziativa è stata recepita in vario modo: alcune classi sono state subito entusiaste, altre decisamente meno, soprattutto per quanto riguarda la prospettiva di scegliere i titoli all’interno di un elenco da me proposto: in particolare, un’alunna si è dimostrata altamente seccata dal fatto che tale elenco non conteneva la saga di After. (E ci mancherebbe altro.) Ho ovviato con un compromesso: chi avesse voluto leggere qualcosa al di fuori della lista mi avrebbe sottoposto il titolo scelto per farmelo approvare.

Insomma, con queste regole, più o meno rispettate, è iniziato il giro delle esposizioni. Ciò che in molti casi mi ha colpito, ascoltando i miei ragazzi commentare le proprie letture, è il senso di entusiasmo, di scoperta e di curiosità che hanno manifestato nel momento in cui si sono posti spontaneamente di fronte a un autore o a un genere letterario che magari neppure conoscevano, e dal quale semplicemente si sono lasciati prendere. Ecco qui, trascritte nella sostanza, alcune delle considerazioni più belle che mi è capitato di ascoltare:

  • Mi sono immedesimata molto nelle tematiche di questo libro, che sono importantissime anche per me, e mi sono rivista in molte delle considerazioni del protagonista. Poi, dato che mi piace tantissimo anche lo stile di quest’autore, ho iniziato a leggere anche il Faust. (su Wolfgang Goethe, I dolori del giovane Werther)
  • Anche se il linguaggio non è quello che usiamo tutti i giorni, ho trovato questo libro molto affascinante, soprattutto nella descrizione dei sentimenti e degli stati d’animo, che, anche se è una storia scritta molti anni fa, sono gli stessi che qualsiasi adolescente può provare, quindi sono riuscita a immedesimarmi nella vicenda e nei pensieri del protagonista. Ho scoperto un autore che non conoscevo e mi è piaciuto tantissimo. (su Fedor Dostoevskij, Le notti bianche)
  • Mia madre mi ha parlato molto di questo libro, che a lei piace molto, ma non mi sono mai decisa a leggerlo. Quando l’ho visto nella lista l’ho preso in mano e l’ho letto tutto d’un fiato fino alla fine. Sono rimasta un po’ delusa dal finale aperto, ma ho visto che l’autrice ha pubblicato il seguito e leggerò di sicuro anche quello. (su Harper Lee, Il buio oltre la siepe)
  • I miei genitori mi hanno regalato questo libro quand’ero piccola, l’ho iniziato ma, dopo le prime pagine, non riuscivo ad andare avanti. Poi ho visto il titolo nella lista, ho capito che era il momento giusto per riprenderlo in mano e ho scoperto un libro meraviglioso. (su Frances H. Burnett, Il giardino segreto)
  • È la prima volta che leggo qualcosa di Buzzati, e sono rimasta folgorata. Mi sono piaciuti in particolare i racconti Il mantello e Sette piani, in particolare il primo: fino alla fine non si capisce che cosa sta accadendo al protagonista, ma quando il narratore dice che la madre sa che non lo vedrà più ho sentito i brividi e ho pianto. (su Dino Buzzati, Sessanta racconti)
  • Sono rimasta colpita dalla personalità di Sherlock Holmes: non solo dalla sua abilità nel trovare gli indizi e nel risolvere il caso, ma anche dal suo carattere particolare e dal suo rapporto con Watson. Molto bello anche il flashback sulla vicenda del colpevole: alla fine ci si riesce quasi a immedesimare in lui e si capiscono le motivazioni che l’hanno spinto al delitto. Sono già in cerca degli altri libri che lo hanno come protagonista. (su Arthur Conan Doyle, Uno studio in rosso)
  • Devo ammettere che non amo leggere, ma questo libro mi è piaciuto davvero moltissimo, per la capacità dell’autore di raccontare la storia dal punto di vista del protagonista con un linguaggio colloquiale e realistico. Mi è piaciuto il suo modo di parlare dei problemi dell’adolescenza e delle incertezze vissute dal protagonista, in modo tale che anche i lettori giovani possano immedesimarsi. (su J. D. Salinger, Il giovane Holden)
  • Di questo libro ho apprezzato il modo in cui è rappresentato il protagonista, un uomo semplice e legato alla natura, che è costretto alla vita in città ma non riesce a rassegnarsi e cerca dappertutto il mondo naturale che ha perso: guardando la luna, cercando i funghi in città, ammirando la neve caduta dappertutto… mi sembra che l’autore, in questo modo, dia anche un messaggio alle giovani generazioni, che sono nate in un mondo in cui la natura è in secondo piano. (su Italo Calvino, Marcovaldo)

Morale della favola: a volte, per avvicinare i ragazzi alla lettura, basta semplicemente lasciarli da soli con un libro ben scelto e aspettare che avvenga il miracolo. Come quando ci si prende cura di una piantina e si attende che fiorisca.

P. S.: il titolo del post è anche quello che le ragazze di una delle mie classi hanno scelto per il cartellone dove attaccare i post-it con le citazioni preferite dei libri da loro letti.

Elio e le storie (letterarie) tese

San Remo - Festival della Canzone Italiana Day 6

Ho un legame particolare con Elio e le storie tese, che in periodi particolarmente difficili (per motivi di studio, lavorativi, incazzature varie ed eventuali) sono essenziali per la mia salute mentale. Ricordo solo, in particolare, la fase finale della stesura della mia tesi di dottorato, cioè una serie di nottate passate a scrivere sproloqui su Cicerone divorziato da Terenzia e ad ascoltare praticamente in loop la Canzone mononota, che era appena uscita (litigando, per ironia della sorte, con le numerosissime note della tesi).

Ora che io e quelli come me dovremmo ipoteticamente ripassare IL TUTTO in vista del concorso, ecco che si rende necessaria un’altra botta di Elio. Tra la stanchezza del lavoro e il rimbambimento dato da legislazione e normative, subentra un certo delirio che mescola esaurimento nervoso e necessità di sfruttare per il ripasso ogni genere di occasione, al limite dell’eterodossia. Ecco dunque un esempio di come sia possibile (a partire, è vero, da spunti di un certo livello) ripassare i grandi della letteratura, ai quali i brani degli Elii rimandano più o meno velatamente (e ai quali li ho collegati più o meno forzatamente).

  • DanteDannati forever. Qui il collegamento non ha bisogno di commento alcuno. Unica osservazione: a differenza della cantica dantesca, che trae spunto dall’Etica Nicomachea aristotelica, l’ordinamento morale del brano è basato sui Dieci Comandamenti.
  • PetrarcaServi della gleba. A parte il tema fondamentale, che può essere fatto risalire alla topica del servitium amoris dell’elegia latina, la descrizione dell’amante attraverso l’ossimoro “cuore in fiamme e maschera di ghiaccio” ricorda da vicino il petrarchesco “negli atti d’alegrezza spenti / di fuor si legge com’io dentro avampi”.
  • BoccaccioEl pube. Il piazzista volante che arringa la folla ha qualcosa del frate Cipolla boccacciano, così come la trattazione gioiosa e vitale della tematica erotica, comportante anche la violazione della fedeltà coniugale, può ben accostarsi alle novelle del Decameron.
  • Lorenzo VallaIl vitello dai piedi di balsa. La storia del vitello dai piedi di balsa come la donazione di Costantino: falsa.
  • Lorenzo il MagnificoPagàno. Come nella Canzona di Bacco, un ritorno alla mitologia antica in nome di una recuperata vitalità.
  • GuicciardiniEffetto memoria. “Mi ricordo di un ricordo: spero che non me lo scordo”. E ho detto tutto.
  • TassoIl quinto ripensamento. In nome della complessa gestazione della Gerusalemme liberata, fatta di continue revisioni e correzioni, tagli e modifiche.
  • PariniParco Sempione. Avvicinabile all’ode La salubrità dell’aria per la comune attenzione ai problemi ecologici che affliggono la città di Milano. Al netto dei bonghisti privi di senso del tempo, chiaro.
  • AlfieriAlfieri. Accostamento nato da semplice omonimia.
  • FoscoloUrna. Il brano riprende la visione foscoliana della sepoltura come legame tra mondo dei vivi e mondo dei morti, citando esplicitamente alcuni celebri versi dei Sepolcri: “Sol chi non lascia eredità d’affetti / poca gioia ha dell’urna”.
  • LeopardiFossi figo. In collegamento, da un lato, con la prima fase del pessimismo leopardiano, il cosiddetto “pessimismo individuale”, caratterizzata dalla coscienza, da parte del poeta, dell’infelicità della propria vita, senza che però ciò impedisca che gli altri possano essere felici. Dall’altro, si può ravvisare un accenno al concetto di “illusione”, uno dei cardini della poetica leopardiana.
  • ManzoniLa terra dei cachi. L’ironia del brano accompagna una sfumatura di critica alla società italiana, tratto che tutto sommato è in comune con la “storia sociale” indagata da Manzoni, la quale non è fine a sé stessa ma pone idealmente le basi per una riflessione sui problemi del presente.
  • CollodiBurattino senza fichi. L’ispirazione collodiana non ha bisogno di commenti.
  • BaudelairePsichedelia. Gli effetti dei paradis artificiels.
  • MarinettiSupergiovane. Guerra ai matusa, zang tumb tumb.
  • D’AnnunzioJohn Holmes. Doti amatorie, cinema e motori.
  • SvevoStoria di un bellimbusto. Il protagonista del brano si può ben accostare al tipico “inetto” sveviano, segnato dal desiderio di inserirsi pienamente nella società attraverso l’amore, il matrimonio, il lavoro e i rapporti sociali, ma inevitabilmente frustrato e destinato a rimanere un outsider.
  • SenecaIl tutor di Nerone. Per concludere, una chicca classicista: il tema del brano è la vita frenetica dell’uomo moderno, un antidoto alla quale è offerto dalla riflessione espressa da Seneca (menzionato espressamente) riguardo la gestione del tempo, in particolare nel De brevitate vitae, che esorta a una corretta gestione degli officia (abbandonandoli, se necessario) per conservare un margine di otium da dedicare alla filosofia.

Cicero docet

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Se Cicerone fosse un docente, ecco quali sarebbero gli argomenti delle sue opere.

  • De amicitia: scil. bidellorum. Trattato sull’utilità di intrattenere buoni rapporti con il personale ATA, affinché l’organizzazione del lavoro quotidiano sia più rapida ed efficace.
  • De senectute: riflessione accorata sugli anni di insegnamento che restano prima di andare in pensione, e sulle condizioni psicofisiche in cui ci si arriverà. (In caso di docente giovane, riflessione sulla precoce usura dello spirito e del corpo dovuta a levatacce per spostamenti odissiaci e classi ingestibili.)
  • De inventione: sull’onnipresente necessità di improvvisare in caso di imprevisti (ore di supplenza, attività programmate che saltano, scarso tempo per preparare le lezioni causa miriadi di impegni pomeridiani).
  • Philippicae: invettive esternate un giorno sì e l’altro pure, solitamente dirette al Ministero.
  • De temporibus suis: confronto impietoso tra la situazione della scuola di una volta (quando si era studenti) e quella di adesso (quando si è dall’altra parte della trincea).
  • De officiis: sulle segreterie didattiche e amministrative e sul tourbillon burocratico e psicopatico che invariabilmente le accompagna.
  • Paradoxa Stoicorum: trattato che descrive e analizza le dinamiche paradossali di collegi docenti e soprattutto riunioni di dipartimento, le quali richiedono che gli insegnanti di una stessa materia mantengano una linea comune nell’organizzazione delle loro attività. Cosa che, puntualmente, non avviene. MAI.
  • De legibus: disamina critica sulle riforme della scuola. Accompagnata da improperi che conferiscono vivacità alla trattazione.
  • De finibus bonorum et malorum: sulle mille variabili che fanno sì che le insufficienze, in sede di scrutinio, diventino sufficienze.

E per finire non potrebbe certamente mancare il Commentariolum petitionis, opera del fratello Quinto volta ad illustrare al neolaureato le traversie da affrontare nell’arduo percorso dell’inserimento nel mondo della scuola. A una prima vista sembra sconfinare nel terrorismo psicologico, invece descrive esattamente la realtà così com’è.

Distillati

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Qualche giorno fa, da un post sulla pagina FB dell’amica lettrice Antonella (ecco qui il link al suo blog, che merita: fateci un giro) sono venuta a conoscenza della nascita dei “Distillati”, ossia di un’iniziativa editoriale della casa editrice Centauria, pensata essenzialmente per le edicole, che consiste in una collana di best seller in edizione abbreviata, con tagli di scene, archi di trama e personaggi secondari, nonché di sequenze descrittive, attraverso i quali il libro, pur conservando, nell’intento, la struttura essenziale e i passaggi fondamentali, perde metà della propria lunghezza potendo così essere letto, come lo stesso slogan pubblicitario suggerisce, “nel tempo di un film”. Qui i dettagli del progetto. Già prima di me altri validi blogger si sono occupati di analizzare l’iniziativa, con contributi che mi vedono assolutamente d’accordo (ecco qui, su tutti, quelli di Dusty Pages in Wonderland e de I dolori della giovane libraia), e quindi, se dovessi esporre la mia opinione sul fenomeno, risulterei necessariamente ripetitiva; a me interessa piuttosto considerarne le possibili implicazioni nell’ambito scolastico, che, quanto alla lettura, offre un panorama a tratti decisamente triste.

Anche quest’anno, dato che ho ricevuto in sorte l’insegnamento dell’italiano in quattro classi del biennio (due prime e due seconde) ho modo di tastare direttamente il polso della situazione: oltre a carenze grammaticali ed espressive, molto molto spesso si assiste anche a problemi di comprensione del testo. Ciò avviene in primo luogo per la povertà lessicale, che potrebbe essere risolvibile attraverso un uso intelligente del dizionario (cosa che di solito non avviene per pura purissima pigrizia); il fatto assume talora proporzioni sconcertanti, non essendo infrequente che lo studente, invitato a commentare il testo letto, dica o scriva “l’ho trovato facile da leggere perché non c’erano parole difficili”, come se soltanto questo parametro contasse per l’interpretazione. In secondo luogo, ciò è dovuto anche a un’incapacità generalizzata di cogliere i contenuti, tanto che spesso, dopo la lettura in classe di un racconto breve compreso nella loro antologia, una parte degli alunni non è nemmeno in grado di riassumerne correttamente la trama. In queste condizioni, dunque, si rende necessario un avvicinamento serio dei ragazzi alla lettura, dal momento che la comprensione di un testo scritto è una delle competenze di base da raggiungere, e non solo perché ce lo dicono dall’alto, ma anche per sopravvivere nella vita quotidiana.

Ecco dunque che, esortata anche dai genitori, mi sono decisa a proporre ai ragazzi, per la seconda parte dell’anno scolastico, la scelta di un libro da leggere ed esporre al resto della classe in una data stabilita. L’accoglienza di tale proposta non è ovviamente stata uniforme, e le reazioni di protesta sono state sintomatiche delle consuetudini di lettura degli studenti: per alcuni la preoccupazione maggiore è data dal numero delle pagine, o meglio dallo spessore del volume (che, come ogni bibliofilo ben sa, non è dato soltanto dalla lunghezza del testo; ma prova a spiegarglielo), per altri il cruccio fondamentale era dato dalla prospettiva di essere obbligati a leggere roba “vecchia e monotona”, ossia tutto ciò che non rientri nella letteratura pensata per il loro target e uscita negli ultimi anni. Il riferimento più immediato è alla saga di After, che la fa da padrona tra le ragazze; un’alunna, allo scorrere la lista da me proposta (contenente ben 100 titoli tra classici e moderni, suddivisi per genere e con un accenno di trama in modo da guidare la scelta) si è risentita non vedendovi nessuno dei (pochi) libri a cui è abituata. Alcuni alunni, su 100 libri proposti (e vi assicuro che l’assortimento era bello vasto), non ne hanno trovato assolutamente nessuno che stuzzicasse la loro curiosità.

In una situazione del genere risulta dunque molto difficile fare affidamento sulla nascita, nei ragazzi, di un desiderio spontaneo di esplorare le infinite possibilità loro offerte dal mondo della letteratura. Il fatto è stato recepito anche dalle stesse case editrici delle saghe adolescenziali, che per motivi di marketing hanno pensato di ripubblicare i classici amati dai protagonisti di dette saghe con vesti grafiche che rendessero evidente questo collegamento. Se qualcuno sa se l’iniziativa ha avuto successo, e se quindi le lettrici di Twilight o After si sono accostate con lo stesso entusiasmo alla lettura di Cime tempestose o Anna Karenina, me lo dica. D’altra parte, è vero anche che ogni volta che esce un film ispirato a un libro, quest’ultimo viene regolarmente riedito con una nuova copertina, con una sovraccoperta o con una fascetta che dice una cosa come “il libro da cui è stato tratto il film dell’anno”. (Esempio che ho sotto il naso: la mia copia del Pentamerone di Basile, da me acquistata dopo l’uscita del film di Garrone, è una normalissima edizione Garzanti che è stata avvolta da una sovraccoperta disegnata per l’occasione. Appena me ne sono accorta ho riso da sola come una folle. Ma vabbè.)

A parte le succitate mosse di marketing, che, considerate le possibili ricadute positive, possono comunque essere ricondotte a un tentativo di avvicinamento ai classici di un pubblico che non vi è avvezzo, l’operazione della Centauria mi lascia perplessa soprattutto perché “vittime” delle operazioni di taglio non sono ponderosi tomi come Delitto e castigo, a cui il grande pubblico generalmente non si accosta, ma quegli stessi best seller, come La solitudine dei numeri primi o Uomini che odiano le donne, che già di per sé e in versione originale hanno avuto lettori numerosissimi. Sono dunque prodotti già pensati per essere largamente accessibili a un pubblico molto vasto, venendo incontro ai suoi gusti. A che pro, dunque, tagliarli e ridurli? Per ridurne, a sua volta, il tempo di fruizione, rendendolo, negli intenti, simile a quello di un film, assecondando le esigenze di chi dice di non avere tempo per leggere. Tuttavia, per chi non è avvezzo alla lettura, 240 pagine in un paio d’ore sono utopia allo stato puro. Inoltre, chi non è abituato a leggere, una volta visti i film, difficilmente andrà in cerca del libro da cui sono tratti, proprio perché si tratta di un’attività che non fa parte delle sue consuetudini e che richiede, com’è noto, un impegno mentale del tutto diverso.

Resta la questione fondamentale relativa alla tendenza alla semplificazione eccessiva. Come ho evidenziato sopra, le ultime generazioni di adolescenti appaiono avere ben pochi strumenti per accostarsi alla lettura e alla comprensione dei testi, e mi pare che le operazioni di cui sopra non facciano che seguire questa tendenza, rendendo dunque sempre più difficile per la scuola tentare di porvi riparo. In generale, è come se, invece di cercare di educare la sensibilità e le capacità di potenziali lettori, si puntasse ad abbassare il livello generale dei prodotti per venir loro incontro evitando qualsiasi sforzo eccessivo. L’educazione dei lettori, certo, è un compito che spetta alla scuola, ma è chiaro che la scuola stessa opera all’interno di una società caratterizzata da meccanismi ben precisi, dei quali va necessariamente tenuto conto.

Ora, prima di gridare allo scandalo o allarmarsi per un’imminente Apocalisse, bisogna vedere come evolverà lo scenario, e se tale tendenza alla semplificazione continuerà sempre più negli anni, col proliferare di iniziative come quella dei “Distillati”, o se invece progetti come questo sono destinati al fallimento. Nel frattempo, tuttavia, già scorrendo i testi contenuti nelle antologie scolastiche, che iniziano a includere anche brani di Twilight, gli unici “distillati” in cui trovo conforto sono quelli ritratti qui in foto.

Matilde Serao e il TFA: riflessioni

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Questa mattina, mentre attendevo l’arrivo di una ragazzina per una lezione di ripetizioni di greco, mi sono imbattuta in una puntata dell’ottima trasmissione Il tempo e la storia, dedicata questa volta all’evoluzione della figura delle maestre. Tra i vari documenti citati dal programma, vi erano anche degli estratti del racconto Alla scuola di Matilde Serao, che fu lei stessa insegnante. In questo testo, l’autrice racconta la sua esperienza alla scuola normale per ottenere la patente di maestra, e ascoltandone l’incipit mi è sorto spontaneo fare un collegamento con la mia esperienza di tieffina. Ecco il passo:

Aspettavamo i giorni di tirocinio con una ansietà segreta. I giorni di lezione erano monotoni, spesso tristi. Noi studiavamo senza voglia, malamente, con programmi incerti, con professori troppo severi o assolutamente inetti. Eravamo già maestre e l’essere trattate da scolarette ci umiliava, ci stizziva.

Effettivamente, anche per me, e credo anche per i miei colleghi, una delle cose più belle del percorso abilitante è stata il tirocinio in classe, e il confronto con colleghi e studenti in un’atmosfera tutto sommato priva dei ritmi serrati e dei doveri propri di un incarico vero e proprio: abbiamo osservato molto, senza doverci di fatto trovare a gestire le turbolenze di una classe svogliata, e le lezioni che abbiamo preparato e tenuto si sono svolte in un’atmosfera tutto sommato tranquilla, perché noi tirocinanti, in quel contesto, avevamo, in un certo qual modo, il fascino della novità. Ecco, diciamo che, se non avessi dovuto gestire anche 17 ore di incarichi spezzati tra due scuole con tanto di serale, mi sarei divertita sul serio.

Quanto alla monotonia e alla tristezza dei giorni di lezione, non posso che condividere le sensazioni della nostra antesignana, unendole anche alla fretta furibonda con cui ci è toccato fare tutto. Pure con l’incertezza dei programmi ci siamo: per alcuni esami, fino all’ultimo non si sono sapute con chiarezza le modalità stesse di svolgimento, dato che nemmeno i nostri professori avevano ben presente cosa fare.Per cui anche noi, in definitiva, abbiamo studiato “senza voglia” (e con addosso, piuttosto, un’incavolatura micidiale) e “malamente” (a causa dell’oggettiva mancanza di tempo e dell’inevitabile navigazione a vista).

Anche sul fastidio dovuto al fatto di “essere trattati come scolaretti” ci siamo, grosso modo; non tanto per la necessità di rimettersi a studiare e fare esami (ci mancherebbe altro), quanto perché spesso si è dovuto avere a che fare con i massimi sistemi della didattica, a noi presentati in termini tali da essere di fatto impossibili da mettere in pratica in una classe concreta, piena di difficoltà e di casi particolari da gestire. (Ecco qui un esempio relativo alle programmazioni.) Chi di noi aveva già avuto qualche esperienza di insegnamento si è presto reso conto della distanza abissale tra quello che ci veniva proposto e quello che si è vissuto e si vive quotidianamente a scuola. Anche la modalità con cui, dopo tutte le incertezze organizzative, siamo stati esaminati ricordava in tutto e per tutto quella degli esami universitari: nella maggior parte dei casi, infatti, non ci è stato chiesto altro che dimostrare la conoscenza dei contenuti affrontati durante i corsi (e con la stessa accuratezza di uno studente universitario, che solitamente non ha un lavoro a tempo pieno né un totale di 5 giorni – calcolo per eccesso – per preparare ciascun esame). Questa è stata, forse, la cosa che ci ha demoralizzati di più.

In tutto questo, ciò che ci ha permesso di sopravvivere alle Forche Caudine è stata la solidarietà che abbiamo trovato negli alunni e nei colleghi, sia delle scuole dove lavoravamo sia di quelle dove abbiamo svolto il tirocinio (in entrambe sono stata vista piangere come una bimba dell’asilo, per via dello stress, e in entrambe ho incontrato comprensione e calore umano), nonché il forte legame che, come compagni di corso, abbiamo stretto tra di noi: ora che tutto è finito, ci sentiamo come veterani sopravvissuti a una guerra.

E la motivazione che, nonostante tutto, ci ha spinti a non mollare era data dall’amore per le nostre materie, e anche dalla gioia con cui (sotto sotto, ma neanche troppo sotto) entravamo ed entriamo in classe per comunicarne il fascino alle torme scomposte degli alunni, che, se e quando colgono la nostra passione, oltre a maturare un pochino loro stessi, ci ridanno, per qualche tempo, la freschezza della loro età.

“Catilina daghe un tajo”: Dino Durante traduce Marziale

Qualche tempo fa, cercando su eBay, mi è capitato sotto il naso Catilina daghe un tajo, antologia di epigrammi di Marziale tradotti in dialetto veneto dal padovano Dino Durante. La cosa mi ha riempita di gioia e, data l’introvabilità del libro (fuori stampa da anni) e il prezzo contenuto, ho immediatamente provveduto all’acquisto, e finalmente anche questo volume è entrato a far parte della mia biblioteca (della quale posso oramai parlare in senso praticamente letterale, dato che da poco dispongo di uno studio mio quasi completamente foderato di scaffali). La mia soddisfazione, oltre che dall’acquisto in sé, deriva anche e soprattutto dal fatto che avevo già incontrato questo libro nei primi anni di liceo, quando, incuriosita, l’avevo preso in prestito in biblioteca; da allora l’avevo lungamente cercato, senza esito, fino a poco tempo fa. Già da allora, comunque, ero rimasta colpita dalla possibilità di rendere in modo efficace la mordacità di Marziale attraverso l’uso del dialetto veneto, che, rispetto a una lingua standardizzata come l’italiano, gode di maggior freschezza e immediatezza. L’autore stesso, nell’introduzione, spiegando l’origine del titolo della raccolta, dichiara che proprio quest’osservazione, nata da una curiosa interazione con il figlio, era stata per lui la molla che l’aveva spinto a cimentarsi con le traduzioni in veneto. Eccone qui un estratto:

Qualche tempo fa, uno dei miei figli mi chiese il significato della famosa frase di Cicerone: “Quo usque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?”

Usando, come sempre, il dialetto, risposi che Cicerone voleva dire: “Catilina, daghe un taio”.

Per nulla soddisfatto della risposta, egli mi invitò ad essere un tantino più serio; “almeno – soggiunse – quel minimo indispensabile che si richiede ad uomo di quarantaquattro anni”.

Cercai allora di migliorare la forma, sforzandomi di mantenere inalterato il pensiero di Cicerone, e presentai al suo severo giudizio queste altre due versioni:

  • Catilina, moleghe che ormai la se fa Gegia.
  • Quando la finireto, Catilina, de romparne le suste?

Il mio sforzo di aiutarlo a “comprendere quanto meglio possibile il mondo romano per il tramite della lingua” (come indicano i programmi scolastici per lo studio del latino) approdò solo a confermarlo vieppiù nella radicata convinzione che suo padre non è per nulla un uomo serio. Così la sua dose, già massiccia di disistima, è notevolmente aumentata.

Da quel giorno, però, quanto più leggevo alcuni poeti latini tanto più mi convincevo che molte loro espressioni erano più belle ed efficaci se espresse in dialetto, anzi che in lingua italiana. Decisi allora di dare forma dialettale al pensiero di un poeta latino. Idea piuttosto matta, devo ammetterlo, ma eccitante. Tentai con Petronio, Giovenale, Orazio, Ovidio, ma ben presto dovetti abbandonarli. Non trovavo in loro lo spirito veneto. Finalmente mi venne incontro, sghignazzando, Marziale.

Sulle prime, leggendo il Marziale veneto di Durante, mi sono limitata a osservare la vivacità della traduzione, non rendendomi pienamente conto, dati i pochi anni di studio del latino che avevo alle spalle, delle caratteristiche di lingua e stile del poeta; procedendo poi con gli studi, ampliando le conoscenze linguistiche e affinando con l’esercizio la pratica della traduzione, ho iniziato a vedere con maggior chiarezza le idee e i concetti veicolati dalla lingua latina e a “sentire” il modo in cui i vari autori li trasmettevano. Diventando, tra l’altro, molto più esigente con le versioni italiane che trovavo nelle edizioni bilingui dei classici a mia disposizione. Con gli anni, dunque, mi sono progressivamente avvicinata alle considerazioni di Dino Durante, fino a farle sostanzialmente mie (tanto che, superbamente ma a puro scopo ludico, medito di produrre prossimamente la versione veneta di qualche carme di Orazio o di Catullo, se non sarò troppo oberata di lavoro). Ora, dunque, posso anche approcciarmi al Marziale veneto con un occhio diverso, divertendomi a gustare il modo in cui lo spirito latino è stato reso da Durante nella lingua del popolo, liberamente nella forma ma fedelmente nella sostanza. Eccone di seguito alcuni esempi.

 

BOCALI E BICERI (1, 37)

Ventris onus misero, nec te pudet, excipis auro,

Basse, bibis vitro: carius ergo cacas.

Basso, no te te vergogni

de farla

in un bocale d’oro?

(che rassa de scarognà sto oro)

e par bevare invesse

te dopari un semplice

biciere de vero?

Val forse de più la m…?

 

SCEVOLA! TE DENUNCIO! (1, 103)

Si dederint superi decies mihi milia centum”

dicebas nondum, Scaevola, iustus eques,

qualiter o vivam, quam large quamque beate!”

Riserunt facile et tribuere dei.

Sordidior multo post hoc toga, paenula peior,

calceus est sarta terque quaterque cute:

deque decem plures semper servantur olivae,

explicat et cenas unica mensa duas,

et Veientani bibitur faex crassa rubelli,

asse cicer tepidum constat et asse Venus.

In ius, o fallax atque infitiator, eamus:

aut vive aut decies, Scaevola, redde deis.

Scevola, quando che te geri

poareto te disevi:

“Se Dio me mandasse un bel milion.

Quanto beato che sarìa,

come che ben vivarìa!”

Ga riso Dio,

e te ga contentà.

Ma dopo ciapà i schei

el to paltò xe più onto,

el to vestito smarìo.

I te mete davanti diese olive

e oto te le meti via,

e co un piato solo te magni do volte.

Te bevi i fondi del vin grinto

e co sento franchi

te compri la minestra,

e co altri sento

te te paghi na tosa

da campo Marte.

Bruto onto! Te denuncio!

O te te diverti

o te ghe dé indrio

el milion a Dio.

 

ZOILO PIEN DE ARIE (2, 58)

Pexatus pulchre rides mea, Zoile, trita.

Sunt haec trita quidem, Zoile, sed mea sunt.

Co te passi col to bel vestito

te ridi

dele me quatro strasse.

Par la verità

le xe proprio strasse.

Però le go pagà.

 

CINNA EL BECO (6, 39)

Pater ex Marulla, Cinna, factus es septem

non liberorum: namque nec tuus quisquam

nec est amici filiusve vicini,

sed in grabatis tegetibusque concepti

materna produnt capitibus suis furta.

Hic, qui retorto crine Maurus incedit,

subolem fatetur esse se coci Santrae.

At ille sima nare, turgidis labris

ipsa est imago Pannychi palaestritae.

Pistoris esse tertium quis ignorat,

quicumque lippum novit et videt Damam?

Quartus cinaeda fronte, candido voltu

ex concubino natus est tibi Lygdo:

percide, si vis, filium: nefas non est.

Hunc vero acuto capite et auribus longis,

quae sic moventur, ut solent asellorum,

quis morionis filium negat Cyrtae?

Duae sorores, illa nigra et haec rufa,

Croti choraulae vilicique sunt Carpi.

Iam Niobidarum grex tibi foret plenus,

si spado Coresus Dindymusque non esset.

To moiere Marulla

ga vu sete fioi,

e ti te si beco, Cinna.

No i xe fioi de un to vissin de casa

e gnanca de un to amigo.

I xe sta stampà

sora brande e paioni

e vardandoli in facia se vede

chi che xe el pare.

Questo coi cavei crespi come un negro

xe fiolo del cogo,

e quelo co la facia incagnìa

xe identico a Pamico dal muscolo forte.

E chi vede Dama, coi oci sgarbelà

sa de chi che ze fiolo el terzo.

El quarto,

co chela siera da mal de pansa

xe fiolo del to recion.

L’altro co la testa a pero

e le rece da musso,

xe par sicuro fiolo

de Cirta, el paiasso.

Le tose, una mora e l’altra rossa,

xe fiole de Croto el sonadore

e de chel rufaldo de Carpo.

Par fortuna i to do ultimi servi,

Dindimo e Coreso,

i ga el mal de la limèga:

te gavaressi senò

almanco trenta fioi.

 

A EROTION, BOCETA MORTA (5, 34)

Hanc tibi, Fronto pater, genetrix Flaccilla, puellam

oscula commendo deliciasque meas,

paruola ne nigras horrescat Erotion umbras

oraque Tartarei prodigiosa canis.

Inpletura fuit sextae modo frigora brumae,

uixisset totidem ni minus illa dies.

Inter tam ueteres ludat lasciua patronos

et nomen blaeso garriat ore meum.

Mollia non rigidus caespes tegat ossa nec illi,

terra, grauis fueris: non fuit illa tibi.

Papà e mama,

tegnìla streta sta boceta tanto cara,

parché no la gabia paura

del scuro de l’aldelà.

La gavaria vu sie ani

solo se la fusse vissua

ancora sie giorni.

Spero che la rida e la salta

anca co vialtri,

paroni de l’aldelà,

e la so bocheta

diga, ridendo, ancora el me nome.

Te prego, tera,

no strucarla sta bocia,

e no essar pesante su de ela.

La gera tanto lesiera

quando che la te pestava!