Libri giusti al momento giusto (Cervantes, Bulgakov, Hašek)

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Riflettendo sulla “piega” da dare al blog, e considerando che, date le materie che insegno, la letteratura fa parte integrante del mio lavoro, mi è parsa una buona idea iniziare un nuovo filone di post: vorrei cominciare a parlare in modo regolare (più o meno, a seconda del tempo libero che ho), oltre che di scuola, alunni e metodi didattici, anche di libri, ma in modo abbastanza libero, a cavallo tra lavoro (ossia libri che posso utilizzare in classe o per aggiornarmi) e tempo libero (ossia le letture che faccio per conto mio), campi che, in realtà, spesso sconfinano l’uno nell’altro.

Vorrei partire proprio con i libri “da tempo libero”, anzi con alcuni libri che per me sono legati a ricordi particolari. Qualche tempo fa ho partecipato a un contest indetto su Facebook da Antonella di My books’ Garden, che chiedeva ai followers della sua pagina di segnalare tre libri a cui erano particolarmente legati. Ho partecipato anch’io, e il relativo post si può trovare qui. La foto dei libri è mia, fatta sul tavolo del mio salotto, un po’ sgranata per aver fatto due-tre giri di upload e download, ma vabbè.

Ho scelto questi libri (tra i tanti che ho adorato) non solo perché li trovo stupendi, ma soprattutto perché sono legati a precisi momenti della mia vita.
Miguel de Cervantes, Don Chisciotte: il primo incontro serio con questo libro è capitato in seconda media, quando l’insegnante di italiano ce lo fece leggere in classe: avevamo un’ora a settimana che dedicavamo, appunto, alla lettura completa (ad alta voce, e a turno) di un libro, e ricordo che la attendevo sempre con ansia. Leggemmo il Chisciotte in forma ridotta, ovviamente: per il momento mi accontentavo anche così, ma la curiosità di sapere cosa ci fosse nelle parti tagliate (riassunte qua e là da note esplicative) si faceva sentire, e come. A un certo punto ebbi per mano anche la versione ironica e delicata a fumetti di Gino Gavioli, uscita con Il Giornalino. A fine anno, dopo la conclusione della lettura, facemmo anche una recita scolastica, con la sceneggiatura scritta dalla nostra prof, con Sancho Panza (con basco e panza finta) che parlava in dialetto veneto e un Ronzinante a rotelle, dal muso più tapiresco che cavallino, ricavato da un’asse di compensato: ho ancora la videocassetta da qualche parte (io facevo la parte della governante, sentenziosa e tutta vestita di nero). Solo qualche anno fa, dopo la titanica fatica del dottorato, ho trovato il tempo di leggerlo integralmente. Alla lettura delle prime pagine mi sembrava di risentire la voce del mio compagno di classe che faceva il narratore e introduceva la recita facendo finta di suonare la chitarra; è stato un ritorno all’infanzia, un riappropriarsi di una storia che in qualche modo ho sempre sentito un po’ mia, che mi ha anche aiutata, con l’entusiasmo di Chisciotte e con il realismo di Sancho, a riprendermi dall’enorme stanchezza fisica e mentale che avevo addosso dopo tre anni di tesi. Alla fine della lettura, con il rinsavimento e la morte del protagonista, ho sentito una tristezza simile a quella che si prova dicendo addio a una persona cara. Ne posseggo anche una bella edizione in spagnolo, con le pagine sottilissime, col taglio delle pagine tutto decorato e con una cartina pieghevole per seguire le peregrinazioni di Don Chisciotte e Sancho Panza, che un giorno ho voglia di leggere, con tanta pazienza e con l’aiuto di un buon dizionario.
Michail Bulgakov, Il maestro e Margherita: ho incontrato questo libro durante l’ultimo anno di liceo, in prestito da una compagna di classe senza che glielo chiedessi (anche perché mi guardo bene dal chiedere libri in prestito a qualcun altro: in generale ho un rapporto un po’ conflittuale con l’idea stessa del prestito, biblioteche a parte), con le parole “secondo me ti piace, leggilo”. Aveva ragione. Appena ho iniziato a leggerlo, sono rimasta irresistibilmente catturata dall’atmosfera surreale, dall’alternarsi delle storie, dalla variazione dello stile, ora ironico, ora serio, ora sublime, dal modo di trattare temi come l’amore e il soprannaturale divino e demoniaco. Ci sono rimasta appiccicata, credo di averlo finito in due giorni, nonostante l’ovvia mole di studio della terza liceo, che per me è stata un periodo particolarmente delicato. Ma forse era proprio quello di cui avevo bisogno in quel periodo delicato. Me lo portavo ovunque. Appena l’ho ritrovato (anni dopo, nell’edicola del paese) l’ho acquistato: la traduzione (pur non strepitosa) è la stessa della mia prima lettura e ne sono felice. Curiosamente, però, non riesco a rileggerlo dall’inizio alla fine, ma solo a pezzi, qua e là, come se ci fosse qualcosa nella storia (e, a pensarci un po’ su, so anche cosa, ovvero il rapporto tra il Maestro e Margherita) che mi è entrato troppo nel profondo, forse per qualche corda interiore che risuona allo stesso modo, e che sarebbe troppo delicato da riportare in superficie.
Jaroslav Hašek, Le vicende del bravo soldato Švejk: l’ho acquistato qualche tempo fa, raccogliendo la segnalazione di un amico, per ripescarlo in coincidenza dei cent’anni della grande guerra. Ho scelto un momento tattico per la lettura: la gita a Praga della mia quinta. Non ha prezzo, ad esempio, leggere sul libro il nome di České Budějovice, poi guardare fuori dal finestrino della corriera e vedere proprio le indicazioni per České Budějovice, così come si capiscono meglio certe scene ambientate in piazza Venceslao quando si vede coi propri occhi com’è fatta (stretta e lunga, quasi più un corso che una piazza, e vederla in foto è diverso che essere là e passeggiarci). È anche per questo che, quando faccio qualche viaggio, cerco il più possibile di portare con me letture relative alla destinazione che mi attende. Degne di nota anche le espressioni dei miei alunni nel sentirsene consigliare la lettura, per l’attinenza al programma, e vedere che razza di volumazzo mastodontico fosse. Irresistibile il taglio comico con cui l’autore descrive le disfunzioni dell’esercito austro-ungarico in preparazione alla guerra (talmente tante che alla fine del romanzo, ahimè incompiuto, il fronte non si è ancora visto), così come la caratterizzazione dei personaggi, a partire dal protagonista: all’inizio non si capisce bene se ci sia o ci faccia, ma ben presto diventa chiarissimo che ci fa alla grande. Una menzione particolare va agli ufficiali, uno più incompetente e borioso dell’altro, tanto che pensare a loro mi aiutava a ridere dei disguidi e degli inconvenienti che ogni tanto capitavano in gita. L’estate successiva al viaggio e alla lettura, a ridosso della pubblicazione dei risultati degli scritti del concorso, nel mio paese è stata allestita una versione teatrale della storia di Švejk, e allora, per non rimanere a casa da sola nella paranoia più totale, ho invitato papà e fratello a venire con me a vederla. Due conclusioni: 1. Švejk ha conquistato anche loro (in particolare papà, memore del servizio militare negli alpini e delle relative trovate burlesche dei commilitoni); 2. ancora una volta è la grande letteratura che mi ha aiutata a rimanere sana di mente.

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Autoepistola. Vent’anni dopo

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All’inizio dell’anno scolastico, come di consueto, ho assegnato agli studenti della prima dove faccio italiano alcune tracce di tema che permettessero loro di parlare un po’ di sé e a me di conoscerli un po’ meglio. Una di queste richiedeva di immaginare di scrivere una lettera a sé stessi fra vent’anni, esprimendo desideri, aspettative e speranze per il futuro. Nonostante alcune osservazioni disincantate del tipo “ma tra vent’anni non so nemmeno se sono ancora vivo”, la traccia è stata scelta da diversi alunni, e ne sono uscite anche delle considerazioni interessanti: accanto a coloro che aspiravano a una vita da super manager in America (o comunque a una brillante carriera), c’era chi metteva al primo posto i valori della famiglia, immaginando di averne una tutta sua, e chi semplicemente sperava di continuare a mantenere i rapporti con tutte le persone care che aveva intorno a sé in quel periodo.

Leggendo e correggendo quei temi, ho riflettuto sul fatto che vent’anni fa (in realtà diciannove, ma siamo lì) ero esattamente al loro posto, seduta a un banco della quarta ginnasio, e chissà se allora, timida e insicura com’ero, avrei mai immaginato di stare dall’altra parte della cattedra. Ho dunque pensato a come sarebbe fare l’esercizio contrario, ossia scrivere una lettera alla me stessa di vent’anni fa.

Le scriverei che so benissimo che si sente strana: sovrappeso, senza trucco, vestita di abiti usati e fuori moda, con gli occhiali spessi e lo smalto di colori improbabili, ma anche con pochi amici e con poca voglia di uscire. A quattordici anni si soffre molto per non essere capaci di integrarsi e di avere relazioni con “gli altri”, anche perché “gli altri” pensano che quella anormale sia tu. Le scriverei che vent’anni dopo sarà ancora sovrappeso, senza trucco, coi suoi occhialoni, con gli smalti colorati e vestita abbastanza a caso, e che andrà benissimo così. Nel frattempo succederà, da un lato, che tutti matureranno lasciando da parte il desiderio di omologazione tipico degli adolescenti (e che frustra quelli che hanno una natura poco socievole) e, dall’altro, che lei, via via, incontrerà sempre più persone che condividono i suoi interessi (letteratura, musica… persone “strane come lei”) e le sue tendenze caratteriali, facendola sentire meno sola e meno fragile.

Le scriverei che sta per intraprendere il percorso della sua vita: quello che incontrerà in quei cinque anni di liceo che la attendono la farà innamorare alla follia, e non vorrà mai più separarsene. Troverà anche tanti insegnanti che crederanno in lei e la incoraggeranno, anche nei periodi più difficili. Ci saranno dei momenti in cui penserà che magari andare avanti con gli studi classici non potrà portare a nulla di concreto; ricordi, comunque, che, per chi ci crede davvero e si impegna, i risultati arriveranno, e una strada prima o poi si aprirà. Ci saranno dei momenti in cui le sembrerà di non riuscire più a fare nulla e di non valere nulla; allora ci sarà anche quello che la salverà: i libri, la musica, ma soprattutto tante persone che le staranno vicino. Allora vedrà che non è sola come credeva e che anche le prossime volte che cadrà troverà la forza di rialzarsi.

Le scriverei (forse facendo uno spoiler) che un giorno (non subito, un giorno) capirà che la sua strada è quella della cattedra, perché la cultura classica è meravigliosa, ma è ancora più bello comunicarla, magari agli adolescenti che come lei potranno innamorarsene, e in cui lei (io) inizierà a rivedersi (soprattutto in quelli “strani”, che magari parlano un po’ meno o restano in un angolino), recuperando dalla loro passione (che è anche la sua: si alimenteranno a vicenda) nuove energie e nuovo amore per il mondo antico, per la letteratura, per la storia, e anche una specie di gioia nuova per essere sulla stessa lunghezza d’onda. E forse alcuni vedranno in lei quella che crede in loro. Non sarà facile e non accadrà sempre, ma quando funzionerà darà un senso a tutta la vita che c’è stata prima e una luce alla vita che ci sarà dopo.

E mi rendo conto che forse quello che scriverei alla me stessa di vent’anni fa è lo stesso che scriverei ai miei alunni di adesso.

Liebster Award (e una padellina di cavoli miei)

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Un paio di settimane fa sono stata nominata da Mandorla, blogger con la passione per la scrittura, il cinema e la psicologia, per il Liebster Award (ecco qui il post incriminato, con la mia nomination ma soprattutto con le istruzioni per l’uso), iniziativa dedicata ai blog con meno di 200 followers e destinata a dar loro visibilità. Ora, dato che mi risulta difficile trovare 11 blog così piccolini a cui proporre la cosa, ma soprattutto perché l’imbarazzo mi impedirebbe di porre 11 domande (anche perché già il mio lavoro consiste nell’interrogare la gente), provvedo semplicemente a soddisfare le curiosità di Mandorla (sottoponendo dunque una porzioncina di cavoli miei anche al resto del web).

  1. Cosa fai nella tua foto preferita? Nella mia foto preferita in assoluto ho 3 anni e sto reggendo un mazzo enorme di narcisi gialli.
  2. Che ci fai qui su WordPress? Questo blog nasce come un’evoluzione della mia pagina FB (questa qui) e ha lo scopo di condividere momenti di vita scolastica e riflessioni sull’insegnamento e sulla letteratura, basandosi sul principio consolatorio dell’hoc non solum tibi e cercando qualche volta di sorriderci un po’ su.
  3. Qual è il film che ti rappresenta meglio? Ultimamente, L’armata Brancaleone, che simboleggia il percorso verso l’agognato posto di ruolo. Chissà se arriveremo mai ad Aurocastro e se ci sono i saraceni ad aspettarci per farci a fettine.
  4. Una cosa che ti diceva una persona importante e che non dimenticherai mai più. Ero appena stata mollata dal fidanzato del momento; papà mi disse: “Su, tu sei sopra la media”. Grazie papà.
  5. Qual è la colonna sonora della tua vita? Tanto barocco (o comunque musica classica in generale) e tanto rock, dipende dai momenti. In una parola: barock ‘n’ roll. Nei frangenti peggiori ricorro alla demenzialità intelligente di Elio e le Storie Tese (alcune dimostrazioni qui e qui).
  6. Pane, formaggio e vino rosso o wurstel, birra e patatine? Da buona veneta, la scelta obbligatoria va verso pane, formaggio e vino.
  7. Come ti immagini nel futuro? Possibilmente docente a tempo indeterminato: il sogno proibito sarebbe insegnare latino e greco vicino a casa (anche latino e italiano sarebbe perfetto), ma la prospettiva può anche essere quella di traslocare, a seconda dei posti che ci sono. Insomma, si vedrà. Per ora il mio futuro sono le vacanze di Pasqua (Roma mi attende e non vedo l’ora).
  8. Cosa ti piace leggere? Tanti classici.
  9. Qual è l’aspetto di te che non piace agli altri? La rusticitas, credo. Immagino che quella o si ami o si odi.
  10. Cinema o Libro? Entrambi.
  11. Come deve essere un blog per essere piacevole? Intelligente e originale nei contenuti, e possibilmente scritto bene.

Filosofia della lasagna

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  • Talete: la lasagna è composta al 70% di acqua.
  • Anassimene: per una buona lasagna occorre una cottura col forno ventilato.
  • Anassimandro: è necessario che la lasagna si alterni al suo contrario, che è l’insalatina (infatti solo lasagna ti porta a un ictus, solo insalatina allo squaraus). La lasagna trae origine dall’apeiron (ingredienti indistinti) ed è destinata a ritornarvi (nel freezer, sotto forma di contenuto indistinto di vecchie scatole di gelato lasciate sotto zero per mesi e mesi e riaperte soltanto quando vuoi del gelato).
  • Parmenide: la lasagna è e non è possibile che non sia.
  • Eraclito: la lasagna di ieri non è come quella di oggi che non è come quella di domani. La puoi fare mille volte e non ti verrà mai uguale.
  • Il sofista: si può dimostrare incontrovertibilmente che la lasagna è un toccasana per chi ha il colesterolo alto e l’ipertensione.
  • Socrate: qual è la definizione di lasagna?
  • Platone: la lasagna concreta è pallida imitazione dell’Idea di Lasagna situata nell’iperuranio, la cui perfezione è inattingibile.
  • Aristotele: causa formale della lasagna: la ricetta della nonna; causa materiale della lasagna: gli ingredienti; causa efficiente della lasagna: il cuoco; causa finale della lasagna: il pranzo.
  • Democrito: la lasagna è formata di atomi e possiamo vederla, odorarla e gustarla grazie ai simulacra emessi da detti atomi.
  • Zenone: in realtà non sarà mai possibile mangiare la lasagna perché lo spazio che separa te dal forno dove c’è la teglia è scomponibile in infiniti spazi.
  • Il cinico: perché mangiare la lasagna se domani si avrà ancora fame? E comunque il cuoco è un incapace.
  • Lo scettico: la vera conoscenza della lasagna è impossibile, e quindi, nonostante ne percepiamo l’aspetto, l’odore, il gusto e la consistenza, è impossibile dare un giudizio su di essa e stabilire se è buona o no.
  • Lo stoico: è giusto conoscere tutto della lasagna (ricetta, qualità degli ingredienti, modo di servirla, abbinamento con il vino giusto) ma la cosa migliore è mantenere un superiore distacco e pascersi di umile polentina bigia, che per togliere la fame va bene lo stesso.
  • L’epicureo: la lasagna dev’essere di ottima qualità, non deve essere servita in porzioni pantagrueliche e va gustata boccone per boccone.
  • Il manicheo: l’universo è scosso dalla lotta tra il Bene (lasagna al ragù) e il Male (lasagna al tofu). Ovviamente il Male è destinato a soccombere.
  • Il cristiano: si deve rinunziare alla lasagna di questo mondo per poter godere della lasagna eterna dell’altro.

(Delirio mistico originatosi durante il tragitto in macchina da casa alla sede di concorso per andare a fare l’orale.)

Canis a non canendo

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Già in epoca antica, e poi nel Medioevo, quando si iniziarono a fare i primi studi intorno alla lingua latina, uno degli argomenti più interessanti per i filologi fu l’etimologia delle parole e i meccanismi che la regolavano. I principali trattati sull’argomento furono il De lingua latina di Varrone (qui il testo completo in traduzione italiana) e le Etymologiae di Isidoro di Siviglia (qui il testo latino). In particolare, Varrone individuò ad esempio i procedimenti della derivazione fonetica e analogica, anche se credette che esistesse anche l’etimologia a contrariis, secondo la quale un termine derivava dal suo opposto. Celebri esempi a questo proposito sono canis a non canendo (“si chiama cane perché non canta”, anche se in effetti Varrone afferma piuttosto canis quia signa canit, ossia “si chiama cane perché ‘canta’ i segnali”) e lucus a non lucendo (“si chiama bosco perché non c’è luce”. A dire il vero, in questo caso il legame tra lucus e lux è stato effettivamente individuato nell’originario significato di lucus come “radura”, e quindi punto illuminato all’interno del bosco, nella quale si svolgevano riti sacri). Altri esempi di etimologie abbastanza fantasiose (ma non varroniane) sono cadaver a carne data vermibus (“si chiama cadavere dalla carne data in pasto ai vermi”) e calvitium a calvae vitio (“si chiama calvizie dal difetto della testa”). In epoca moderna i progressi degli studi linguistici, che sono divenuti scientifici a tutti gli effetti, hanno fatto sì che l’etimologia dei vocaboli venisse considerata come un fenomeno da studiare, appunto, attraverso il metodo scientifico, cercando di ricostruire nel modo più oggettivo e razionale possibile la storia delle diverse lingue e i rapporti tra di esse, e limitando il più possibile il ricorso a creativi voli pindarici.

Nonostante ciò, la tentazione, da parte dei “non iniziati”, di colorare le etimologie di tinte poetiche rimane sempre viva, e talora porta a esiti improbabili al limite dell’ilarità. Un esempio di “poeticizzazione” di un’etimologia riguarda il verbo desiderare, che deriva dalla preposizione de e da sidus, ossia “stella”, significando dunque, letteralmente, “sentire la mancanza delle stelle”: è facile, senza preoccuparsi di fare uno studio approfondito, attribuire sensi metafisici ed esistenziali a questo verbo, che in realtà nasce prosaicamente come termine del gergo marinaresco utilizzato per indicare l’impossibilità di vedere le stelle, soprattutto a causa del brutto tempo, e la conseguente difficoltà di orientamento. Ma fin qui è semplicemente una questione interpretativa, costruita su un’etimologia di fatto corretta. Tuttavia la fantasia si spinge talora nel campo dell’assurdo, producendo spiegazioni di questo genere: “ribellarsi”, che palesemente deriva da bellum, glossato come “ritornare al bello”; “immaginare” fatto risalire a un pastrocchio maccheronico come in me mago agere, tradotto come “lascio agire il mago che c’è in me”; e infine “amore”, che (poveretto) proviene da una radice indoeuropea, fatto diventare un ircocervo bilingue derivante da alfa privativo + mors e spiegato come “senza morte” perché è un sentimento immortale. (Sono ancora attonita dal fatto che quest’ultima paretimologia mi sia stata riferita da un’alunna di ripetizioni come spiegazione data da una sua insegnante, e che sia stata inserita addirittura in un libro di testo di latino.)

Ora, di fronte a ciò, chi abbia una minima cognizione di linguistica ha plausibilmente una reazione che va dal disappunto all’isteria, e sente l’impulso di correggere chi sostiene tali balorde derivazioni; la questione, però, è che, quando ciò avviene, il destinatario della correzione risponde a sua volta accusando il correttore di scarsa empatia e sensibilità e di non cogliere la poesia che sta dietro le parole che usiamo ogni giorno, e dichiarando di rimanere comunque convinto di ciò che afferma. Di fronte a tale ostinazione è dunque impossibile sostenere una discussione. L’impressione che se ne ha è che le discipline umanistiche, e in particolare linguistiche, non siano percepite come scienze vere e proprie, ma come nulla più che correnti di pensiero del tutto soggettive e opinabili (che peraltro sono gli stessi aggettivi con cui molti genitori definiscono le correzioni dei temi). Poi, però, basta guardare un po’ oltre l’orizzonte delle “nostre” discipline, e si vedono persone che mettono in dubbio anche le scienze intese nel senso più comune del termine, come la medicina (basti pensare a tutti coloro che ricorrono alla cosiddetta “medicina alternativa”) e l’astronomia (ebbene sì, c’è gente che crede davvero che la terra sia piatta: questo link non è uno scherzo). Allora si giunge alla conclusione che il problema non stia (soltanto) nella percezione comune delle discipline umanistiche, ma sia tristemente ben più vasto.

Elio e le storie (letterarie) tese

San Remo - Festival della Canzone Italiana Day 6

Ho un legame particolare con Elio e le storie tese, che in periodi particolarmente difficili (per motivi di studio, lavorativi, incazzature varie ed eventuali) sono essenziali per la mia salute mentale. Ricordo solo, in particolare, la fase finale della stesura della mia tesi di dottorato, cioè una serie di nottate passate a scrivere sproloqui su Cicerone divorziato da Terenzia e ad ascoltare praticamente in loop la Canzone mononota, che era appena uscita (litigando, per ironia della sorte, con le numerosissime note della tesi).

Ora che io e quelli come me dovremmo ipoteticamente ripassare IL TUTTO in vista del concorso, ecco che si rende necessaria un’altra botta di Elio. Tra la stanchezza del lavoro e il rimbambimento dato da legislazione e normative, subentra un certo delirio che mescola esaurimento nervoso e necessità di sfruttare per il ripasso ogni genere di occasione, al limite dell’eterodossia. Ecco dunque un esempio di come sia possibile (a partire, è vero, da spunti di un certo livello) ripassare i grandi della letteratura, ai quali i brani degli Elii rimandano più o meno velatamente (e ai quali li ho collegati più o meno forzatamente).

  • DanteDannati forever. Qui il collegamento non ha bisogno di commento alcuno. Unica osservazione: a differenza della cantica dantesca, che trae spunto dall’Etica Nicomachea aristotelica, l’ordinamento morale del brano è basato sui Dieci Comandamenti.
  • PetrarcaServi della gleba. A parte il tema fondamentale, che può essere fatto risalire alla topica del servitium amoris dell’elegia latina, la descrizione dell’amante attraverso l’ossimoro “cuore in fiamme e maschera di ghiaccio” ricorda da vicino il petrarchesco “negli atti d’alegrezza spenti / di fuor si legge com’io dentro avampi”.
  • BoccaccioEl pube. Il piazzista volante che arringa la folla ha qualcosa del frate Cipolla boccacciano, così come la trattazione gioiosa e vitale della tematica erotica, comportante anche la violazione della fedeltà coniugale, può ben accostarsi alle novelle del Decameron.
  • Lorenzo VallaIl vitello dai piedi di balsa. La storia del vitello dai piedi di balsa come la donazione di Costantino: falsa.
  • Lorenzo il MagnificoPagàno. Come nella Canzona di Bacco, un ritorno alla mitologia antica in nome di una recuperata vitalità.
  • GuicciardiniEffetto memoria. “Mi ricordo di un ricordo: spero che non me lo scordo”. E ho detto tutto.
  • TassoIl quinto ripensamento. In nome della complessa gestazione della Gerusalemme liberata, fatta di continue revisioni e correzioni, tagli e modifiche.
  • PariniParco Sempione. Avvicinabile all’ode La salubrità dell’aria per la comune attenzione ai problemi ecologici che affliggono la città di Milano. Al netto dei bonghisti privi di senso del tempo, chiaro.
  • AlfieriAlfieri. Accostamento nato da semplice omonimia.
  • FoscoloUrna. Il brano riprende la visione foscoliana della sepoltura come legame tra mondo dei vivi e mondo dei morti, citando esplicitamente alcuni celebri versi dei Sepolcri: “Sol chi non lascia eredità d’affetti / poca gioia ha dell’urna”.
  • LeopardiFossi figo. In collegamento, da un lato, con la prima fase del pessimismo leopardiano, il cosiddetto “pessimismo individuale”, caratterizzata dalla coscienza, da parte del poeta, dell’infelicità della propria vita, senza che però ciò impedisca che gli altri possano essere felici. Dall’altro, si può ravvisare un accenno al concetto di “illusione”, uno dei cardini della poetica leopardiana.
  • ManzoniLa terra dei cachi. L’ironia del brano accompagna una sfumatura di critica alla società italiana, tratto che tutto sommato è in comune con la “storia sociale” indagata da Manzoni, la quale non è fine a sé stessa ma pone idealmente le basi per una riflessione sui problemi del presente.
  • CollodiBurattino senza fichi. L’ispirazione collodiana non ha bisogno di commenti.
  • BaudelairePsichedelia. Gli effetti dei paradis artificiels.
  • MarinettiSupergiovane. Guerra ai matusa, zang tumb tumb.
  • D’AnnunzioJohn Holmes. Doti amatorie, cinema e motori.
  • SvevoStoria di un bellimbusto. Il protagonista del brano si può ben accostare al tipico “inetto” sveviano, segnato dal desiderio di inserirsi pienamente nella società attraverso l’amore, il matrimonio, il lavoro e i rapporti sociali, ma inevitabilmente frustrato e destinato a rimanere un outsider.
  • SenecaIl tutor di Nerone. Per concludere, una chicca classicista: il tema del brano è la vita frenetica dell’uomo moderno, un antidoto alla quale è offerto dalla riflessione espressa da Seneca (menzionato espressamente) riguardo la gestione del tempo, in particolare nel De brevitate vitae, che esorta a una corretta gestione degli officia (abbandonandoli, se necessario) per conservare un margine di otium da dedicare alla filosofia.

“Catilina daghe un tajo”: Dino Durante traduce Marziale

Qualche tempo fa, cercando su eBay, mi è capitato sotto il naso Catilina daghe un tajo, antologia di epigrammi di Marziale tradotti in dialetto veneto dal padovano Dino Durante. La cosa mi ha riempita di gioia e, data l’introvabilità del libro (fuori stampa da anni) e il prezzo contenuto, ho immediatamente provveduto all’acquisto, e finalmente anche questo volume è entrato a far parte della mia biblioteca (della quale posso oramai parlare in senso praticamente letterale, dato che da poco dispongo di uno studio mio quasi completamente foderato di scaffali). La mia soddisfazione, oltre che dall’acquisto in sé, deriva anche e soprattutto dal fatto che avevo già incontrato questo libro nei primi anni di liceo, quando, incuriosita, l’avevo preso in prestito in biblioteca; da allora l’avevo lungamente cercato, senza esito, fino a poco tempo fa. Già da allora, comunque, ero rimasta colpita dalla possibilità di rendere in modo efficace la mordacità di Marziale attraverso l’uso del dialetto veneto, che, rispetto a una lingua standardizzata come l’italiano, gode di maggior freschezza e immediatezza. L’autore stesso, nell’introduzione, spiegando l’origine del titolo della raccolta, dichiara che proprio quest’osservazione, nata da una curiosa interazione con il figlio, era stata per lui la molla che l’aveva spinto a cimentarsi con le traduzioni in veneto. Eccone qui un estratto:

Qualche tempo fa, uno dei miei figli mi chiese il significato della famosa frase di Cicerone: “Quo usque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?”

Usando, come sempre, il dialetto, risposi che Cicerone voleva dire: “Catilina, daghe un taio”.

Per nulla soddisfatto della risposta, egli mi invitò ad essere un tantino più serio; “almeno – soggiunse – quel minimo indispensabile che si richiede ad uomo di quarantaquattro anni”.

Cercai allora di migliorare la forma, sforzandomi di mantenere inalterato il pensiero di Cicerone, e presentai al suo severo giudizio queste altre due versioni:

  • Catilina, moleghe che ormai la se fa Gegia.
  • Quando la finireto, Catilina, de romparne le suste?

Il mio sforzo di aiutarlo a “comprendere quanto meglio possibile il mondo romano per il tramite della lingua” (come indicano i programmi scolastici per lo studio del latino) approdò solo a confermarlo vieppiù nella radicata convinzione che suo padre non è per nulla un uomo serio. Così la sua dose, già massiccia di disistima, è notevolmente aumentata.

Da quel giorno, però, quanto più leggevo alcuni poeti latini tanto più mi convincevo che molte loro espressioni erano più belle ed efficaci se espresse in dialetto, anzi che in lingua italiana. Decisi allora di dare forma dialettale al pensiero di un poeta latino. Idea piuttosto matta, devo ammetterlo, ma eccitante. Tentai con Petronio, Giovenale, Orazio, Ovidio, ma ben presto dovetti abbandonarli. Non trovavo in loro lo spirito veneto. Finalmente mi venne incontro, sghignazzando, Marziale.

Sulle prime, leggendo il Marziale veneto di Durante, mi sono limitata a osservare la vivacità della traduzione, non rendendomi pienamente conto, dati i pochi anni di studio del latino che avevo alle spalle, delle caratteristiche di lingua e stile del poeta; procedendo poi con gli studi, ampliando le conoscenze linguistiche e affinando con l’esercizio la pratica della traduzione, ho iniziato a vedere con maggior chiarezza le idee e i concetti veicolati dalla lingua latina e a “sentire” il modo in cui i vari autori li trasmettevano. Diventando, tra l’altro, molto più esigente con le versioni italiane che trovavo nelle edizioni bilingui dei classici a mia disposizione. Con gli anni, dunque, mi sono progressivamente avvicinata alle considerazioni di Dino Durante, fino a farle sostanzialmente mie (tanto che, superbamente ma a puro scopo ludico, medito di produrre prossimamente la versione veneta di qualche carme di Orazio o di Catullo, se non sarò troppo oberata di lavoro). Ora, dunque, posso anche approcciarmi al Marziale veneto con un occhio diverso, divertendomi a gustare il modo in cui lo spirito latino è stato reso da Durante nella lingua del popolo, liberamente nella forma ma fedelmente nella sostanza. Eccone di seguito alcuni esempi.

 

BOCALI E BICERI (1, 37)

Ventris onus misero, nec te pudet, excipis auro,

Basse, bibis vitro: carius ergo cacas.

Basso, no te te vergogni

de farla

in un bocale d’oro?

(che rassa de scarognà sto oro)

e par bevare invesse

te dopari un semplice

biciere de vero?

Val forse de più la m…?

 

SCEVOLA! TE DENUNCIO! (1, 103)

Si dederint superi decies mihi milia centum”

dicebas nondum, Scaevola, iustus eques,

qualiter o vivam, quam large quamque beate!”

Riserunt facile et tribuere dei.

Sordidior multo post hoc toga, paenula peior,

calceus est sarta terque quaterque cute:

deque decem plures semper servantur olivae,

explicat et cenas unica mensa duas,

et Veientani bibitur faex crassa rubelli,

asse cicer tepidum constat et asse Venus.

In ius, o fallax atque infitiator, eamus:

aut vive aut decies, Scaevola, redde deis.

Scevola, quando che te geri

poareto te disevi:

“Se Dio me mandasse un bel milion.

Quanto beato che sarìa,

come che ben vivarìa!”

Ga riso Dio,

e te ga contentà.

Ma dopo ciapà i schei

el to paltò xe più onto,

el to vestito smarìo.

I te mete davanti diese olive

e oto te le meti via,

e co un piato solo te magni do volte.

Te bevi i fondi del vin grinto

e co sento franchi

te compri la minestra,

e co altri sento

te te paghi na tosa

da campo Marte.

Bruto onto! Te denuncio!

O te te diverti

o te ghe dé indrio

el milion a Dio.

 

ZOILO PIEN DE ARIE (2, 58)

Pexatus pulchre rides mea, Zoile, trita.

Sunt haec trita quidem, Zoile, sed mea sunt.

Co te passi col to bel vestito

te ridi

dele me quatro strasse.

Par la verità

le xe proprio strasse.

Però le go pagà.

 

CINNA EL BECO (6, 39)

Pater ex Marulla, Cinna, factus es septem

non liberorum: namque nec tuus quisquam

nec est amici filiusve vicini,

sed in grabatis tegetibusque concepti

materna produnt capitibus suis furta.

Hic, qui retorto crine Maurus incedit,

subolem fatetur esse se coci Santrae.

At ille sima nare, turgidis labris

ipsa est imago Pannychi palaestritae.

Pistoris esse tertium quis ignorat,

quicumque lippum novit et videt Damam?

Quartus cinaeda fronte, candido voltu

ex concubino natus est tibi Lygdo:

percide, si vis, filium: nefas non est.

Hunc vero acuto capite et auribus longis,

quae sic moventur, ut solent asellorum,

quis morionis filium negat Cyrtae?

Duae sorores, illa nigra et haec rufa,

Croti choraulae vilicique sunt Carpi.

Iam Niobidarum grex tibi foret plenus,

si spado Coresus Dindymusque non esset.

To moiere Marulla

ga vu sete fioi,

e ti te si beco, Cinna.

No i xe fioi de un to vissin de casa

e gnanca de un to amigo.

I xe sta stampà

sora brande e paioni

e vardandoli in facia se vede

chi che xe el pare.

Questo coi cavei crespi come un negro

xe fiolo del cogo,

e quelo co la facia incagnìa

xe identico a Pamico dal muscolo forte.

E chi vede Dama, coi oci sgarbelà

sa de chi che ze fiolo el terzo.

El quarto,

co chela siera da mal de pansa

xe fiolo del to recion.

L’altro co la testa a pero

e le rece da musso,

xe par sicuro fiolo

de Cirta, el paiasso.

Le tose, una mora e l’altra rossa,

xe fiole de Croto el sonadore

e de chel rufaldo de Carpo.

Par fortuna i to do ultimi servi,

Dindimo e Coreso,

i ga el mal de la limèga:

te gavaressi senò

almanco trenta fioi.

 

A EROTION, BOCETA MORTA (5, 34)

Hanc tibi, Fronto pater, genetrix Flaccilla, puellam

oscula commendo deliciasque meas,

paruola ne nigras horrescat Erotion umbras

oraque Tartarei prodigiosa canis.

Inpletura fuit sextae modo frigora brumae,

uixisset totidem ni minus illa dies.

Inter tam ueteres ludat lasciua patronos

et nomen blaeso garriat ore meum.

Mollia non rigidus caespes tegat ossa nec illi,

terra, grauis fueris: non fuit illa tibi.

Papà e mama,

tegnìla streta sta boceta tanto cara,

parché no la gabia paura

del scuro de l’aldelà.

La gavaria vu sie ani

solo se la fusse vissua

ancora sie giorni.

Spero che la rida e la salta

anca co vialtri,

paroni de l’aldelà,

e la so bocheta

diga, ridendo, ancora el me nome.

Te prego, tera,

no strucarla sta bocia,

e no essar pesante su de ela.

La gera tanto lesiera

quando che la te pestava!

Cicero, -onis

Non si può dire di sapere davvero qualcosa di storia romana e letteratura latina senza aver mai avuto a che fare con Marco Tullio Cicerone. Per quanto riguarda la lingua e la letteratura, il suo prestigio come oratore fu talmente grande che il suo stile divenne modello per le generazioni future; uno dei suoi primi ammiratori, in questo senso, fu Quintiliano, che lo considera nientemeno che la personificazione stessa dell’eloquenza. Lo stesso latino “aureo”, che studiamo ancora oggi al liceo, ricava sostanzialmente le sue regole dalla lingua di Cicerone. Anche coloro che si distaccheranno in seguito dall’esempio ciceroniano (vedi, per fare un nome, Seneca) dovranno necessariamente fare i conti con il modello da lui offerto. Anche per quanto riguarda la storia romana, la figura dell’Arpinate è fondamentale, in quanto dalle orazioni e soprattutto dall’epistolario è possibile ricavare un quadro dettagliato degli avvenimenti della tarda Repubblica, fin quasi a poter seguire lo svolgersi degli eventi giorno per giorno e ad avere resoconti minuziosi delle sedute del Senato. Quindi, senza la figura di Cicerone, la lingua latina (che molti di noi amano, diciamolo) sarebbe stata molto diversa, e la nostra conoscenza della storia romana sarebbe decisamente molto minore.

Tra gli studenti, comunque, il personaggio dell’Arpinate non è tra i più apprezzati, e i motivi addotti sono diversi. Uno dei principali sarebbe legato a una pretesa logorrea, con conseguente tendenza a formare periodi chilometrici dei quali è un’impresa trovare la proposizione principale. Si può certo osservare che il periodare ciceroniano è uno tra i più sintatticamente articolati nella letteratura latina, e ciò costituisce senz’altro una difficoltà per chi deve accingersi alla traduzione, ma, per uno studente, un approccio con lo stile sintetico e sentenzioso di Seneca o con quello ellittico e a tratti criptico di Tacito può essere ben più duro, in quanto, per tradurre un testo di questi autori, bisogna avere le idee chiarissime sull’argomento di cui stanno trattando. Per quanto riguarda Cicerone, invece, grazie a Giove non c’è nulla di sottinteso: è tutto lì, e basta sfoderare un po’ di logica per organizzarlo. Tanto più che la lingua studiata nei primi anni del liceo è sostanzialmente la sua.

Quanto allo stile oratorio finemente elaborato, e alla preferenza dello studente medio per la linearità cesariana, basti riflettere sul fatto che si tratta di generi letterari completamente diversi: i Commentarii di Cesare hanno una forma ispirata alla brevitas essenzialmente perché l’autore ha voluto mantenere uno stile che ricordasse gli appunti, presi direttamente sul campo dal generale che conduceva una campagna militare, che dovevano essere consegnati a uno storico di professione affinché li rielaborasse retoricamente, mentre le orazioni ciceroniane avevano lo scopo di persuadere un uditorio composto di senatori o di giurati, ed è chiaro che in questo caso si doveva far ricorso a tutte le armi retoriche a disposizione. Si può anche riflettere sul fatto che allo stile raffinato di Cicerone, da lui stesso definito “rodiese”, si contrapponeva l’atticismo, caratterizzato da una maggiore semplicità sintattica e formale e da un minore ricorso alla retorica: questo modello stilistico veniva percepito, ai tempi della tarda Repubblica, come particolarmente sciatto e privo di attrattive, tanto che della produzione degli oratori atticisti non è rimasto praticamente nulla, a differenza di quella ciceroniana, in gran parte tramandata e divenuta modello per le generazioni successive. Non avendo, dunque, grandi testimonianze dell’atticismo in campo oratorio, non si può fare un reale paragone tra esso e lo stile ciceroniano, e si dovrebbero invece prendere in considerazione le ragioni che portarono alla “vittoria” dell’Arpinate in campo letterario.

Altri motivi che rendono Cicerone antipatico agli studenti sono invece legati alla sua vita politica: in particolare, gli vengono rimproverate da un lato la sua vanagloria, dall’altro la sua scarsa coerenza. La tendenza a biasimare quest’ultima è molto antica, dal momento che discende addirittura dalla lettera fittizia che Petrarca scrisse all’Arpinate in seguito al ritrovamento, nella Biblioteca Capitolare di Verona, di buona parte delle sue epistole, tra le quali grande importanza hanno i sedici libri di quelle ad Attico. Da questi si può cogliere una fedele immagine dell’atteggiamento di Cicerone nei riguardi dei principali eventi della sua vita, soprattutto in campo politico: è vero che egli dimostrò frequentemente incertezza, scoraggiamento e poca fiducia nel partito che lui stesso aveva scelto di seguire (quello degli ottimati, conservatori degli antichi valori repubblicani), e che in seguito, con la conquista del potere da parte di Cesare, tentò di guadagnarsi il favore di quest’ultimo, ma bisogna anche riflettere sulla situazione politica in cui l’Arpinate si trovò a operare, caratterizzata da un complesso gioco di alleanze strategiche e da doppi giochi. Di fatto, la scelta di Cicerone fu l’unica che gli permettesse di poter far sentire in qualche modo la propria voce, che era stata considerata di importanza determinante ai tempi della formazione del primo triumvirato, tanto che Cesare, Pompeo e Crasso avevano pensato proprio a lui come possibile quarto membro, per l’indiscusso prestigio oratorio che avrebbe potuto fare da cassa di risonanza propagandistica. Cicerone, per fedeltà agli ideali repubblicani, rifiutò l’offerta. In questa situazione, l’unico che davvero rimase tutto d’un pezzo fu Catone, che veniva considerato troppo idealista dai suoi stessi contemporanei (Cicerone, che aveva una parola buona per tutti, andava dicendo che credeva di “essere nella repubblica di Platone e non nella fogna di Romolo”), e, alla sconfitta del partito ottimate, finì per suicidarsi. Quindi, l’unico modo per sopravvivere era cercare di adattarsi alle circostanze. Una volta fallito anche questo tentativo, a Cicerone non rimase che ritirarsi, a malincuore, dalla politica, per dedicarsi invece alla filosofia. Tuttavia, la prova suprema della fedeltà di Cicerone alle proprie idee furono le Filippiche, con le quali si scagliò contro Antonio provocando di conseguenza l’ira dei triumviri, l’inserimento nelle liste di proscrizione e una morte che, tutto sommato, fu da uomo forte.

In collegamento con la logorrea ciceroniana, alcuni fanno riferimento al volume materiale delle epistole ciceroniane che ci sono rimaste: 16 libri ad Attico, 16 libri ad familiares (destinatari vari), 3 libri al fratello Quinto, 1 libro a Marco Bruto (il cesaricida, proprio lui). Colpiscono, in particolare, le numerose lettere destinate ad Attico, contenenti frequenti richieste di consigli e assistenza, a fronte delle quali non è stata conservata alcuna risposta: questo, più che a un caso di stalking dell’antichità, è da ricondurre alla volontà di Attico stesso, che, conscio dell’importanza politica che l’amico stava assumendo, iniziò a conservare sistematicamente le lettere da lui ricevute a partire dal 68 a. C., anno in cui l’oratore era in campagna elettorale per la pretura. Proprio Attico, inoltre, era estremamente interessato a ricevere quante più informazioni possibili sulla situazione politica di Roma, molto probabilmente per sapere dove investire meglio il proprio denaro: i politici, Cicerone compreso, dovendo gestire le spese connesse alla carica pubblica con il proprio patrimonio, e sentendo la necessità di un tenore di vita che rispecchiasse la posizione raggiunta, erano sempre sommersi di debiti e alla ricerca di prestiti, e un ricco eques come Attico, che del prestito a usura aveva fatto una vera e propria professione, non attendeva altro. Per allontanare definitivamente l’accusa di stalking da Cicerone, si può osservare che in diversi punti dell’epistolario l’oratore ricorda come l’amico lo inciti a scrivere spesso e a tenerlo aggiornato, scrivendogli anche lui, a sua volta, anche più lettere in una sola occasione. Che l’amicizia di Attico per Cicerone fosse venata di interessi materiali emerge anche dal fatto che, dopo la morte dell’Arpinate, Attico stesso fu in ottimi rapporti con Antonio, suo nemico mortale.

Quanto alla vanagloria, rilevata già dai contemporanei e dai primi biografi, se ne devono trovare le radici nella storia personale dell’Arpinate, che fu homo novus: a differenza di Gaio Mario, che aveva la fonte del suo prestigio nelle vittorie militari, la rampa di lancio per Cicerone fu l’abilità oratoria (anche perché in lui quella militare scarseggiava), che fu tale da guadagnargli una grande notorietà fin dalle prime mosse nel Foro. Inoltre, la famiglia di Cicerone non aveva legami di parentela con altre famiglie di primo piano, tanto che l’oratore scelse di sposare Terenzia non solo per la ricca dote che portava, ma anche, e soprattutto, per l’appartenenza a una nobile casata e perché aveva una sorellastra Vestale, fatto non trascurabile. Dati questi presupposti, è comprensibile che, di fatto, la principale arma di autopromozione di Cicerone fosse proprio lui stesso, con la propria attività oratoria, che gli valse anche l’appoggio politico ed economico di molti personaggi da lui difesi in tribunale. Non potendo dunque contare che su di essa per farsi largo in un mondo, quello dell’aristocrazia senatoria, che di fatto era una casta chiusa, composta di membri che si appoggiavano e si difendevano a vicenda, un outsider come l’Arpinate era in un certo senso costretto a ricorrervi per difendere il proprio prestigio in prima persona. E’ quello che si può chiamare “il complesso dell’homo novus“.

Come considerazione conclusiva, si può riflettere sul fatto che la maggior parte delle informazioni che abbiamo sulla vita di Cicerone ci vengono da lui stesso e dal suo epistolario, che fu pubblicato in età augustea senza alcuna revisione, ossia praticamente nella forma che l’autore aveva dato a ogni lettera al momento di spedirla. Questo fatto è praticamente un unicum non solo nella storia della tarda Repubblica, ma in tutta la storia romana, in quanto gli epistolari successivi a quello ciceroniano furono o fittizi o pubblicati dopo un’accurata revisione dell’autore. Quindi, possiamo dire che quello di Cicerone è l’unico punto di vista “dall’interno” a nostra disposizione sugli eventi tardo-repubblicani, e, in quanto tale, è fisiologicamente esposto a fluttuazioni e incertezze. Sarebbe interessante, per confronto, avere testimonianze di questo genere provenienti anche da altri personaggi di quel periodo: probabilmente, se potessimo mettere le mani sull’epistolario di Cesare o di Pompeo, si aprirebbe il vaso di Pandora.

Cicerone e Seneca epistolografi

Dopo la morte di Cicerone, già in età augustea venne pubblicato il suo epistolario, che divenne molto presto modello di stile e diede avvio all’epistolografia come genere letterario nella letteratura latina. Uno dei primi autori che colsero questo spunto fu Seneca, che sfruttò le potenzialità del tono colloquiale delle epistole tra amici (ispirandosi, in particolare, alle epistole ciceroniane ad Attico) come mezzo per divulgare gli insegnamenti dello stoicismo. Tuttavia lo stesso Seneca, nell’epistola 118 a Lucilio (§§1-2), prende le distanze dal proprio modello, soprattutto per quanto riguarda i contenuti:

“Tu vuoi che ti scriva più spesso. Facciamo un po’ i conti: sei tu in debito; eravamo d’accordo che scrivessi tu per primo: tu scrivevi e io rispondevo. Ma non farò il difficile: so che ti si può fare credito. Pagherò anticipatamente e non farò quello che l’eloquentissimo Cicerone invitava Attico a fare: ‘Scrivi quello che ti viene sulle labbra, anche se non hai niente da dire’. A me gli argomenti non mancano mai, anche a tralasciare tutti quelli che riempiono le lettere di Cicerone: quale candidato sia in difficoltà; chi combatta con forze altrui, chi con le proprie; chi aspiri al consolato con l’appoggio di Cesare, chi con quello di Pompeo, chi col proprio patrimonio; che usuraio spietato sia Cecilio: da lui i parenti non possono cavare un soldo a un interesse inferiore al dodici per cento. È meglio occuparsi dei propri mali invece che di quelli altrui, esaminarsi a fondo e vedere a quante cose aspiriamo senza impegno”.

(Exigis a me frequentiores epistulas. Rationes conferamus: soluendo non eris. Conuenerat quidem ut tua priora essent: tu scriberes, ego rescriberem. Sed non ero difficilis: bene credi tibi scio. Itaque in anticessum dabonec faciam quod Cicero, uir disertissimus, facere Atticum iubet, ut etiamsi rem nullam habebit, quod in buccam uenerit scribat. Numquam potest deesse quod scribam, ut omnia illa quae Ciceronis implent epistulas transeam:quis candidatus laboret; quis alienis, quis suis uiribus pugnet; quis consulatum fiducia Caesaris, quis Pompei, quis arcae petat; quam durus sit fenerator Caecilius, a quo minoris centesimis propinqui nummum mouere non possint. Sua satius est mala quam aliena tractare, se excutere et uidere quam multarum rerum candidatus sit, et non suffragari.)

Qui Seneca prende spunto da una raccomandazione rivolta da Cicerone ad Attico, si rem nullam habebis, quod in buccam venerit scribito, per invitare Lucilio a non dedicare la corrispondenza alla trattazione di argomenti futili, ma a utilizzarla invece per indagare su sé stessi, secondo i dettami stoici dell’autoesame. Gli argomenti che Seneca considera di trascurabile importanza nell’epistolario ciceroniano riguardano essenzialmente la politica e l’economia, cose che per il filosofo stoico sono, appunto, secondarie rispetto alla riflessione morale; tali questioni sono incluse da Seneca in quod in buccam venerit, equiparandole in sostanza a pettegolezzi di poco conto.

Tuttavia, leggendo l’epistolario ciceroniano, ci si rende conto che le questioni politiche ed economiche sono centrali nella corrispondenza con Attico, il quale era interessato in prima persona ai loro dettagli e al loro esito, dal momento che da esse dipendeva il successo della sua attività di prestatore di denaro; Cicerone, inoltre, riteneva fondamentale la comprensione e l’appoggio dell’amico nelle proprie scelte pubbliche e private, che spesso richiedevano ingenti somme di denaro, necessario in primo luogo a mantenere il tenore di vita che si addiceva a un senatore di rango consolare. La finalità delle lettere di Cicerone è quindi essenzialmente pratica, e l’espressione quod in buccam venerit scribito, che accompagna l’invito a scrivere, è semplicemente funzionale a mantenere il contatto epistolare anche in mancanza di notizie concrete (politiche o economiche) da comunicare, in modo tale da non far venir meno il legame affettivo con il destinatario.

Dunque, Seneca, rileggendo l’epistolario ciceroniano e reinterpretandone questo passaggio, sottolinea in modo chiaro la differente finalità delle epistole a Lucilio, che non hanno più una funzione pratica, di nessuna utilità per il progresso spirituale dei corrispondenti, ma sono volte a stimolare la riflessione morale ragionando sui princìpi della filosofia stoica e sulle loro ricadute sulla vita dell’uomo.

(Considerazioni apparse anche qui)