Libri giusti al momento giusto (Cervantes, Bulgakov, Hašek)

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Riflettendo sulla “piega” da dare al blog, e considerando che, date le materie che insegno, la letteratura fa parte integrante del mio lavoro, mi è parsa una buona idea iniziare un nuovo filone di post: vorrei cominciare a parlare in modo regolare (più o meno, a seconda del tempo libero che ho), oltre che di scuola, alunni e metodi didattici, anche di libri, ma in modo abbastanza libero, a cavallo tra lavoro (ossia libri che posso utilizzare in classe o per aggiornarmi) e tempo libero (ossia le letture che faccio per conto mio), campi che, in realtà, spesso sconfinano l’uno nell’altro.

Vorrei partire proprio con i libri “da tempo libero”, anzi con alcuni libri che per me sono legati a ricordi particolari. Qualche tempo fa ho partecipato a un contest indetto su Facebook da Antonella di My books’ Garden, che chiedeva ai followers della sua pagina di segnalare tre libri a cui erano particolarmente legati. Ho partecipato anch’io, e il relativo post si può trovare qui. La foto dei libri è mia, fatta sul tavolo del mio salotto, un po’ sgranata per aver fatto due-tre giri di upload e download, ma vabbè.

Ho scelto questi libri (tra i tanti che ho adorato) non solo perché li trovo stupendi, ma soprattutto perché sono legati a precisi momenti della mia vita.
Miguel de Cervantes, Don Chisciotte: il primo incontro serio con questo libro è capitato in seconda media, quando l’insegnante di italiano ce lo fece leggere in classe: avevamo un’ora a settimana che dedicavamo, appunto, alla lettura completa (ad alta voce, e a turno) di un libro, e ricordo che la attendevo sempre con ansia. Leggemmo il Chisciotte in forma ridotta, ovviamente: per il momento mi accontentavo anche così, ma la curiosità di sapere cosa ci fosse nelle parti tagliate (riassunte qua e là da note esplicative) si faceva sentire, e come. A un certo punto ebbi per mano anche la versione ironica e delicata a fumetti di Gino Gavioli, uscita con Il Giornalino. A fine anno, dopo la conclusione della lettura, facemmo anche una recita scolastica, con la sceneggiatura scritta dalla nostra prof, con Sancho Panza (con basco e panza finta) che parlava in dialetto veneto e un Ronzinante a rotelle, dal muso più tapiresco che cavallino, ricavato da un’asse di compensato: ho ancora la videocassetta da qualche parte (io facevo la parte della governante, sentenziosa e tutta vestita di nero). Solo qualche anno fa, dopo la titanica fatica del dottorato, ho trovato il tempo di leggerlo integralmente. Alla lettura delle prime pagine mi sembrava di risentire la voce del mio compagno di classe che faceva il narratore e introduceva la recita facendo finta di suonare la chitarra; è stato un ritorno all’infanzia, un riappropriarsi di una storia che in qualche modo ho sempre sentito un po’ mia, che mi ha anche aiutata, con l’entusiasmo di Chisciotte e con il realismo di Sancho, a riprendermi dall’enorme stanchezza fisica e mentale che avevo addosso dopo tre anni di tesi. Alla fine della lettura, con il rinsavimento e la morte del protagonista, ho sentito una tristezza simile a quella che si prova dicendo addio a una persona cara. Ne posseggo anche una bella edizione in spagnolo, con le pagine sottilissime, col taglio delle pagine tutto decorato e con una cartina pieghevole per seguire le peregrinazioni di Don Chisciotte e Sancho Panza, che un giorno ho voglia di leggere, con tanta pazienza e con l’aiuto di un buon dizionario.
Michail Bulgakov, Il maestro e Margherita: ho incontrato questo libro durante l’ultimo anno di liceo, in prestito da una compagna di classe senza che glielo chiedessi (anche perché mi guardo bene dal chiedere libri in prestito a qualcun altro: in generale ho un rapporto un po’ conflittuale con l’idea stessa del prestito, biblioteche a parte), con le parole “secondo me ti piace, leggilo”. Aveva ragione. Appena ho iniziato a leggerlo, sono rimasta irresistibilmente catturata dall’atmosfera surreale, dall’alternarsi delle storie, dalla variazione dello stile, ora ironico, ora serio, ora sublime, dal modo di trattare temi come l’amore e il soprannaturale divino e demoniaco. Ci sono rimasta appiccicata, credo di averlo finito in due giorni, nonostante l’ovvia mole di studio della terza liceo, che per me è stata un periodo particolarmente delicato. Ma forse era proprio quello di cui avevo bisogno in quel periodo delicato. Me lo portavo ovunque. Appena l’ho ritrovato (anni dopo, nell’edicola del paese) l’ho acquistato: la traduzione (pur non strepitosa) è la stessa della mia prima lettura e ne sono felice. Curiosamente, però, non riesco a rileggerlo dall’inizio alla fine, ma solo a pezzi, qua e là, come se ci fosse qualcosa nella storia (e, a pensarci un po’ su, so anche cosa, ovvero il rapporto tra il Maestro e Margherita) che mi è entrato troppo nel profondo, forse per qualche corda interiore che risuona allo stesso modo, e che sarebbe troppo delicato da riportare in superficie.
Jaroslav Hašek, Le vicende del bravo soldato Švejk: l’ho acquistato qualche tempo fa, raccogliendo la segnalazione di un amico, per ripescarlo in coincidenza dei cent’anni della grande guerra. Ho scelto un momento tattico per la lettura: la gita a Praga della mia quinta. Non ha prezzo, ad esempio, leggere sul libro il nome di České Budějovice, poi guardare fuori dal finestrino della corriera e vedere proprio le indicazioni per České Budějovice, così come si capiscono meglio certe scene ambientate in piazza Venceslao quando si vede coi propri occhi com’è fatta (stretta e lunga, quasi più un corso che una piazza, e vederla in foto è diverso che essere là e passeggiarci). È anche per questo che, quando faccio qualche viaggio, cerco il più possibile di portare con me letture relative alla destinazione che mi attende. Degne di nota anche le espressioni dei miei alunni nel sentirsene consigliare la lettura, per l’attinenza al programma, e vedere che razza di volumazzo mastodontico fosse. Irresistibile il taglio comico con cui l’autore descrive le disfunzioni dell’esercito austro-ungarico in preparazione alla guerra (talmente tante che alla fine del romanzo, ahimè incompiuto, il fronte non si è ancora visto), così come la caratterizzazione dei personaggi, a partire dal protagonista: all’inizio non si capisce bene se ci sia o ci faccia, ma ben presto diventa chiarissimo che ci fa alla grande. Una menzione particolare va agli ufficiali, uno più incompetente e borioso dell’altro, tanto che pensare a loro mi aiutava a ridere dei disguidi e degli inconvenienti che ogni tanto capitavano in gita. L’estate successiva al viaggio e alla lettura, a ridosso della pubblicazione dei risultati degli scritti del concorso, nel mio paese è stata allestita una versione teatrale della storia di Švejk, e allora, per non rimanere a casa da sola nella paranoia più totale, ho invitato papà e fratello a venire con me a vederla. Due conclusioni: 1. Švejk ha conquistato anche loro (in particolare papà, memore del servizio militare negli alpini e delle relative trovate burlesche dei commilitoni); 2. ancora una volta è la grande letteratura che mi ha aiutata a rimanere sana di mente.

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Distillati

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Qualche giorno fa, da un post sulla pagina FB dell’amica lettrice Antonella (ecco qui il link al suo blog, che merita: fateci un giro) sono venuta a conoscenza della nascita dei “Distillati”, ossia di un’iniziativa editoriale della casa editrice Centauria, pensata essenzialmente per le edicole, che consiste in una collana di best seller in edizione abbreviata, con tagli di scene, archi di trama e personaggi secondari, nonché di sequenze descrittive, attraverso i quali il libro, pur conservando, nell’intento, la struttura essenziale e i passaggi fondamentali, perde metà della propria lunghezza potendo così essere letto, come lo stesso slogan pubblicitario suggerisce, “nel tempo di un film”. Qui i dettagli del progetto. Già prima di me altri validi blogger si sono occupati di analizzare l’iniziativa, con contributi che mi vedono assolutamente d’accordo (ecco qui, su tutti, quelli di Dusty Pages in Wonderland e de I dolori della giovane libraia), e quindi, se dovessi esporre la mia opinione sul fenomeno, risulterei necessariamente ripetitiva; a me interessa piuttosto considerarne le possibili implicazioni nell’ambito scolastico, che, quanto alla lettura, offre un panorama a tratti decisamente triste.

Anche quest’anno, dato che ho ricevuto in sorte l’insegnamento dell’italiano in quattro classi del biennio (due prime e due seconde) ho modo di tastare direttamente il polso della situazione: oltre a carenze grammaticali ed espressive, molto molto spesso si assiste anche a problemi di comprensione del testo. Ciò avviene in primo luogo per la povertà lessicale, che potrebbe essere risolvibile attraverso un uso intelligente del dizionario (cosa che di solito non avviene per pura purissima pigrizia); il fatto assume talora proporzioni sconcertanti, non essendo infrequente che lo studente, invitato a commentare il testo letto, dica o scriva “l’ho trovato facile da leggere perché non c’erano parole difficili”, come se soltanto questo parametro contasse per l’interpretazione. In secondo luogo, ciò è dovuto anche a un’incapacità generalizzata di cogliere i contenuti, tanto che spesso, dopo la lettura in classe di un racconto breve compreso nella loro antologia, una parte degli alunni non è nemmeno in grado di riassumerne correttamente la trama. In queste condizioni, dunque, si rende necessario un avvicinamento serio dei ragazzi alla lettura, dal momento che la comprensione di un testo scritto è una delle competenze di base da raggiungere, e non solo perché ce lo dicono dall’alto, ma anche per sopravvivere nella vita quotidiana.

Ecco dunque che, esortata anche dai genitori, mi sono decisa a proporre ai ragazzi, per la seconda parte dell’anno scolastico, la scelta di un libro da leggere ed esporre al resto della classe in una data stabilita. L’accoglienza di tale proposta non è ovviamente stata uniforme, e le reazioni di protesta sono state sintomatiche delle consuetudini di lettura degli studenti: per alcuni la preoccupazione maggiore è data dal numero delle pagine, o meglio dallo spessore del volume (che, come ogni bibliofilo ben sa, non è dato soltanto dalla lunghezza del testo; ma prova a spiegarglielo), per altri il cruccio fondamentale era dato dalla prospettiva di essere obbligati a leggere roba “vecchia e monotona”, ossia tutto ciò che non rientri nella letteratura pensata per il loro target e uscita negli ultimi anni. Il riferimento più immediato è alla saga di After, che la fa da padrona tra le ragazze; un’alunna, allo scorrere la lista da me proposta (contenente ben 100 titoli tra classici e moderni, suddivisi per genere e con un accenno di trama in modo da guidare la scelta) si è risentita non vedendovi nessuno dei (pochi) libri a cui è abituata. Alcuni alunni, su 100 libri proposti (e vi assicuro che l’assortimento era bello vasto), non ne hanno trovato assolutamente nessuno che stuzzicasse la loro curiosità.

In una situazione del genere risulta dunque molto difficile fare affidamento sulla nascita, nei ragazzi, di un desiderio spontaneo di esplorare le infinite possibilità loro offerte dal mondo della letteratura. Il fatto è stato recepito anche dalle stesse case editrici delle saghe adolescenziali, che per motivi di marketing hanno pensato di ripubblicare i classici amati dai protagonisti di dette saghe con vesti grafiche che rendessero evidente questo collegamento. Se qualcuno sa se l’iniziativa ha avuto successo, e se quindi le lettrici di Twilight o After si sono accostate con lo stesso entusiasmo alla lettura di Cime tempestose o Anna Karenina, me lo dica. D’altra parte, è vero anche che ogni volta che esce un film ispirato a un libro, quest’ultimo viene regolarmente riedito con una nuova copertina, con una sovraccoperta o con una fascetta che dice una cosa come “il libro da cui è stato tratto il film dell’anno”. (Esempio che ho sotto il naso: la mia copia del Pentamerone di Basile, da me acquistata dopo l’uscita del film di Garrone, è una normalissima edizione Garzanti che è stata avvolta da una sovraccoperta disegnata per l’occasione. Appena me ne sono accorta ho riso da sola come una folle. Ma vabbè.)

A parte le succitate mosse di marketing, che, considerate le possibili ricadute positive, possono comunque essere ricondotte a un tentativo di avvicinamento ai classici di un pubblico che non vi è avvezzo, l’operazione della Centauria mi lascia perplessa soprattutto perché “vittime” delle operazioni di taglio non sono ponderosi tomi come Delitto e castigo, a cui il grande pubblico generalmente non si accosta, ma quegli stessi best seller, come La solitudine dei numeri primi o Uomini che odiano le donne, che già di per sé e in versione originale hanno avuto lettori numerosissimi. Sono dunque prodotti già pensati per essere largamente accessibili a un pubblico molto vasto, venendo incontro ai suoi gusti. A che pro, dunque, tagliarli e ridurli? Per ridurne, a sua volta, il tempo di fruizione, rendendolo, negli intenti, simile a quello di un film, assecondando le esigenze di chi dice di non avere tempo per leggere. Tuttavia, per chi non è avvezzo alla lettura, 240 pagine in un paio d’ore sono utopia allo stato puro. Inoltre, chi non è abituato a leggere, una volta visti i film, difficilmente andrà in cerca del libro da cui sono tratti, proprio perché si tratta di un’attività che non fa parte delle sue consuetudini e che richiede, com’è noto, un impegno mentale del tutto diverso.

Resta la questione fondamentale relativa alla tendenza alla semplificazione eccessiva. Come ho evidenziato sopra, le ultime generazioni di adolescenti appaiono avere ben pochi strumenti per accostarsi alla lettura e alla comprensione dei testi, e mi pare che le operazioni di cui sopra non facciano che seguire questa tendenza, rendendo dunque sempre più difficile per la scuola tentare di porvi riparo. In generale, è come se, invece di cercare di educare la sensibilità e le capacità di potenziali lettori, si puntasse ad abbassare il livello generale dei prodotti per venir loro incontro evitando qualsiasi sforzo eccessivo. L’educazione dei lettori, certo, è un compito che spetta alla scuola, ma è chiaro che la scuola stessa opera all’interno di una società caratterizzata da meccanismi ben precisi, dei quali va necessariamente tenuto conto.

Ora, prima di gridare allo scandalo o allarmarsi per un’imminente Apocalisse, bisogna vedere come evolverà lo scenario, e se tale tendenza alla semplificazione continuerà sempre più negli anni, col proliferare di iniziative come quella dei “Distillati”, o se invece progetti come questo sono destinati al fallimento. Nel frattempo, tuttavia, già scorrendo i testi contenuti nelle antologie scolastiche, che iniziano a includere anche brani di Twilight, gli unici “distillati” in cui trovo conforto sono quelli ritratti qui in foto.

Il concetto di classico

Questo pomeriggio, dopo una mattinata di scuola con il suo perché, mi è toccato correre a Verona per i soliti corsi del TFA, che oggi si svolgevano in una sede diversa dalla solita, il che mi ha dato modo di fare due passi e guardarmi un po’ intorno. Io, che nonostante la miopia alla Filini per queste cose ho un occhio di falco, ho immediatamente notato una fantastica libreria dell’usato, con in vetrina un allettante cartello “LIBRI A 1€”. Al che ho sentito la letizia inondarmi i precordi e, nonostante la giornata penitenziale di digiuno e astinenza, ho deciso tra me e me che, se ne avessi avuto il tempo, dopo la lezione sarei andata a ficcare un po’ il naso per lenire la mortificatio pomeridiana.

Il corso, grazie a Dio, termina con una mezz’oretta di anticipo, e quindi ecco che me ne vado gongolante verso la libreria. Raggiuntala, controllo gli orari di apertura: il negozio chiude alle 19, che sono passate da qualcosa come un minuto; tentenno un po’, sbircio attraverso la vetrina, vedo una cliente che sfoglia un libro, mi faccio coraggio e spingo la porta, che è ancora aperta.

Gli scaffali sono zeppi di libri bellissimi a un euro: vengo subito attratta da una serie di libri con !a copertina in similpelle e il titolo stampigliato in oro, tra i quali noto un meraviglioso Lope de Vega che ho già mentalmente prenotato. Conscia che il tempo è poco, continuo il mio sopralluogo e noto nell’ordine un banco pieno di libri di storia e uno scaffale di classici, comprendente Dante, Petrarca e alcune BUR di classici greci e latini, quelle vecchiotte con la copertina grigia che mi piacciono tanto.

Sono immersa in tali contemplazioni, quand’ecco che vengo sorpresa da quello che evidentemente è un commesso, il quale mi chiede se mi serve una mano. Declino gentilmente l’offerta, dato che il tempo è appunto poco (e anche perché il bello di andar per libri sta proprio nell’andarseli a scovare come se fossero una sorta di reperto archeologico). Il tipo non demorde, e ne segue questo dialogo:

– Posso chiederle che libri legge di solito?

Tentennando (perché ho già un po’ colto la situazione): – Mah, di solito prediligo i classici.

– Allora posso consigliarle Andrea De Carlo? Ha letto qualcosa di suo?

– Beh, in realtà no…

– Allora la Fallaci?

(Arretrando) – A dire il vero non ho mai letto nemmeno lei…

– Che ne dice allora di Erri De Luca? (Sfodera una copia di “Il contrario di uno”) Le consiglio questo: può rimanere piacevolmente sorpresa, e in più costa solo due euro.

Ancor più bloccata dal fare mellifluo del tipo, tento di troncarla lì: – Guardi, oggi sono venuta solamente per dare un occhio: sabato, che ho più tempo, torno, guardo meglio e ci penso. Poi state chiudendo, no? Quando si chiude si chiude! (Cit. “Quando si spara si spara, non si parla”.)

Insomma: io sabato tornerò davvero, e uscirò di lì, molto probabilmente, carica come un mulo, a patto di non avere intorno nessuno che mi consiglia nulla, altrimenti gli lascio là pure il Lope De Vega per non dargli soddisfazioni (ma quando mai, non è vero).

E comunque, come spiegare al tizio della libreria che con “classico” intendevo tipo Kafka, Euripide, Leopardi e/o gente così?