Terenzia, una matrona indipendente

Questo post fa parte di una serie dedicata al rapporto tra Cicerone e la moglie Terenzia: i post precedenti si trovano qui, qui e qui.

L’epistolario di Cicerone rivela che sua moglie agisce in modo piuttosto indipendente per quanto riguarda il campo finanziario, libertà che le era concessa dal regime matrimoniale senza manus; a quanto sembra dalle fonti antiche, però, la forte personalità di Terenzia si concretizza anche in campi che tradizionalmente sono considerati di pertinenza maschile: l’attività politica e l’organizzazione dei matrimoni.

Le informazioni riguardo il coinvolgimento di Terenzia in politica si possono ricavare dalla biografia plutarchea di Cicerone (Plut. Cic. 20), in cui l’autore afferma che la donna, nell’opinione dell’oratore stesso, sarebbe stata più interessata agli affari pubblici che alla vita domestica e che per due volte avrebbe influenzato l’attività del marito. Ciò avvenne per la prima volta in occasione della congiura di Catilina: durante un sacrificio alla Bona Dea che Terenzia stava tenendo in casa propria insieme alle Vestali, si sarebbero prodigiosamente levate alte fiamme dalle ceneri ormai spente, e le sacerdotesse di Vesta interpretarono il segno, consigliando alla padrona di casa di esortare il marito a mettere a morte i cospiratori catturati. In un’altra occasione, la donna, che Plutarco dipinge come autoritaria e capace di dominare il marito, avrebbe spinto Cicerone a testimoniare contro Clodio
perché sarebbe stata gelosa delle attenzioni che Clodia, sorella di quest’ultimo, prestava all’oratore: ciò avrebbe provocato la rottura dei rapporti tra Cicerone e Clodio, che in precedenza erano amichevoli (Plut. Cic. 29). Come si può notare, in entrambi i casi l’influenza della donna avrebbe contribuito a compromettere la posizione del marito, che in seguito sarà esiliato proprio per iniziativa di Clodio per aver condannato a morte i catilinari. Il fatto che i consigli di Terenzia si siano rivelati sbagliati e che Cicerone, che, a differenza della moglie, avrebbe manifestato incertezza in momenti cruciali, li abbia comunque seguiti potrebbe essere interpretato come un argomento, utilizzato dai detrattori dell’oratore, per farlo apparire come un personaggio poco determinato e facilmente manovrabile; in particolare, la gelosia di Terenzia nei confronti di Clodia non sembrerebbe altro che un pettegolezzo, dal momento che nessuno dei due coniugi avrebbe avuto interesse a far circolare la voce. Se ci sono ragionevoli motivi per credere che quest’ultima non fosse altro che una diceria infondata, si può tuttavia osservare che in occasione della congiura di Catilina l’intervento di Terenzia avviene comunque attraverso la mediazione della religione, campo considerato tipicamente femminile: anche nell’influire sulla carriera politica del marito, dunque, Terenzia non uscirebbe dal ruolo che le è proprio. Ad ogni modo è interessante notare come lo stesso Cicerone, rivolgendosi alla moglie, si riferisca ad una netta suddivisione delle rispettive sfere d’azione: mentre il campo della politica sarebbe riservato al marito, quello della religione è proprio della moglie (Cic. fam. 14, 4, 1 neque di, quos tu castissime coluisti, neque homines, quibus ego semper servivi, nobis gratiam rettulerunt; Cic. fam. 14, 7, 1 cui quidem tu deo, quem ad modum soles, pie et caste satis facies). Se si confrontano queste testimonianze con Plut. Cic. 20, in cui l’autore al contrario afferma che
Terenzia era più interessata alla politica che agli affari domestici, si può concludere che probabilmente la suddivisione operata da Cicerone si basa più su un cliché che su quello che era l’effettivo comportamento dei due
coniugi: l’individuazione dei ruoli di marito e moglie avrebbe quindi uno scopo retorico.

La moglie di Cicerone dimostra di agire in modo autonomo anche nello scegliere il terzo marito di Tullia: il fidanzamento della giovane con Dolabella avviene mentre l’oratore si trovava in Cilicia in qualità di proconsole, ed egli, messo di fronte al fatto compiuto, non può che prendere atto, seppur non condividendola, della decisione della moglie, che aveva designato il pretendente più gradito a lei e alla figlia (Cic. fam. 3, 12, 2 ego vero velim mihi Tulliaeque meae, sicut tu amicissime et suavissime optas, prospere evenire ea quae me insciente facta sunt a meis). Tale scelta avrà ricadute ben precise sulla posizione politica di Cicerone, e, se si tiene conto dell’attività di Terenzia in questo campo, la donna doveva essere ben consapevole delle conseguenze che il fidanzamento di Tullia e Dolabella avrebbe avuto per l’oratore. Questo fatto assume particolare rilevanza, se si pensa che solitamente i matrimoni sono organizzati dai membri maschili delle famiglie, in considerazione dei vantaggi politici che le alleanze così ottenute possono procurare. In realtà, pare che in quest’epoca i matrimoni successivi al primo possano essere organizzati di comune accordo tra madri e figlie, senza che sia necessaria la mediazione del pater familias.

In conclusione, si può notare come l’autonomia decisionale di Terenzia, che apparentemente si estenderebbe ad ambiti riservati al marito e andrebbe talvolta in direzione contraria alle aspettative e agli interessi di costui, in realtà viene esercitata dalla donna in campi che in qualche modo le sono propri, come l’amministrazione dell’economia domestica o l’organizzazione del matrimonio della figlia, e la sua ingerenza in politica avviene sempre in modo indiretto, attraverso il marito, e con la mediazione della religione, sfera di pertinenza tipicamente femminile. In sostanza, si può affermare che gli interessi e le attività di Terenzia rimangono essenzialmente all’interno dell’ambito domestico, ambiente tradizionale della matrona; la moglie di Cicerone assolverebbe tale ruolo con energia e determinazione, ma subordinando i propri interessi a quelli della famiglia: il principale esempio si può ricavare dal comportamento della donna durante l’esilio del marito, periodo in cui si dimostra pronta a rinunciare alla propria ricchezza per impegnarsi in favore di Cicerone. Qualora le azioni di Terenzia invadano un campo prettamente maschile come quello politico, ciò avverrebbe sempre in virtù del legame con il marito e per vie che le sono concesse dal suo ruolo di mater familias.

Analizzando l’opera di Cicerone, si è anche tentato di comprendere quale potesse essere l’influenza di una donna dalla forte personalità come Terenzia nell’attività intellettuale del marito. Da un lato si constata che l’oratore, in alcuni passi delle proprie opere filosofiche, ricorda il fratello e i figli ma non fa menzione della moglie, e questo potrebbe far credere che Terenzia in questo campo non avesse alcun peso per Cicerone; tali deduzioni, però, perdono ogni valore se si considera che le opere in cui l’oratore ricorda affettuosamente i propri familiari sono state scritte dopo il divorzio. Inoltre, nelle opere di politica e retorica l’autore non avrebbe avuto alcuna necessità di fare riferimento alla moglie. Secondo studi successivi, dal momento che nelle lettere di Cicerone non ci sarebbe traccia di confidenze a Terenzia riguardo l’attività politica o letteraria, si potrebbe pensare che questi fossero ambiti che l’oratore non condivide con la moglie; se però si prende in considerazione Cic. Att. 1, 18, 1, in cui Cicerone, in un momento politicamente difficile, confida ad Attico di trovare conforto soltanto nella compagnia dei familiari, si può osservare che il mittente non esclude la possibilità di una conversazione con la moglie riguardo argomenti politici; anzi, dato l’interesse di Terenzia in questo ambito, sembrerebbe poco verosimile che il marito non potesse parlare con lei della propria attività. Tali deduzioni rimangono in ogni caso nel campo delle ipotesi, non essendo possibile trarre conclusioni sicure al riguardo per mancanza di indicazioni più precise; si può tuttavia sostenere che non è escluso che Terenzia fosse resa partecipe dal marito della sua attività intellettuale.

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