La pietas di Enea nel poema virgiliano

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Giambattista Tiepolo, Mercurio richiama Enea, Villa Valmarana ai Nani

Ho pensato che non sarebbe una cattiva idea utilizzare il blog, tra le altre cose, anche per condividere proposte di percorsi didattici, soprattutto considerando che, fra TFA e concorso, il percorso per accedere al ruolo è stato costellato di mille e mille unità di apprendimento che ci hanno chiesto di produrre, caratterizzate anche da collegamenti interdisciplinari che, alla luce del nuovo esame di Stato, risultano provvidenziali anche negli anni precedenti al quinto. Questa, ad esempio, è quella che mi è stato chiesto di costruire per l’esame finale del TFA.

Essa consiste in un percorso di letture dall’Eneide virgiliana incentrate sul tema della pietas, qualità che caratterizza il personaggio di Enea e che fa parte integrante dei valori del mos maiorum romano, che sono alla base del rinnovamento culturale operato per iniziativa di Augusto. La pietas, in particolare, si caratterizza come la devozione mista a senso del dovere del vir Romanus verso i genitori e gli antenati (pietas erga parentes), lo Stato (erga patriam) e gli dèi (erga deos), essendo di fatto una virtù civica volta a tutelare le strutture e le istituzioni socio-politiche fondamentali: tutte queste sfumature sono presenti nella caratterizzazione di Enea, che diventa dunque la personificazione degli ideali alla base della mentalità romana. Le letture sono state scelte proprio per illustrare queste diverse declinazioni, tra di loro di fatto inscindibili, della pietas, con attenzione anche alle sue ricadute in termini di rispetto e compassione nei confronti del nemico sconfitto, avvicinandosi, dunque, all’ideale di humanitas, anch’esso fondamentale nel mondo romano. Con questo percorso didattico, dunque, gli studenti possono cogliere le caratteristiche e il valore di alcuni ideali fondanti della romanità, e la loro importanza nella politica culturale augustea. Inoltre, lo studio della semantica dei termini pius e pietas e della loro evoluzione (nell’italiano “pio” e “pietà”) risulterà utile a far comprendere come questo concetto, una volta venuto meno il contesto socio-politico dell’Impero romano e affermatosi il Cristianesimo, abbia perso le connotazioni di virtù civica per avvicinarsi invece alla sfera morale e religiosa, specificamente nell’accezione cristiana di “devozione a Dio”. Di ciò si terrà conto soprattutto nel legame interdisciplinare con la Gerusalemme Liberata, anch’essa inserita nel programma del quarto anno del Liceo, che può essere accostata all’Eneide proprio per la tematica della devozione, in quanto Goffredo di Buglione, proprio come Enea, riceve in frequenti occasioni l’epiteto di “pio”. In tal modo si potranno mettere in luce la sopravvivenza e la reinterpretazione del poema virgiliano nella letteratura italiana successiva, da un lato con i richiami a Virgilio inseriti da Tasso nel suo poema, dall’altro con l’evoluzione delle tematiche virgiliane, particolarmente in chiave cristiana.

Enea, eroe della pietas (Aen. 1, 1-11; 1, 372-385).

Arma virumque cano, Troiae qui primus ab oris
Italiam fato profugus Lauiniaque venit
litora, multum ille et terris iactatus et alto
vi superum, saevae memorem Iunonis ob iram,
multa quoque et bello passus, dum conderet urbem
inferretque deos Latio; genus unde Latinum
Albanique patres atque altae moenia Romae.
Musa, mihi causas memora, quo numine laeso
quidue dolens regina deum tot volvere casus
insignem pietate virum, tot adire labores
impulerit. Tantaene animis caelestibus irae?

Canto le armi e l’uomo che per primo dalle terre di Troia
raggiunse esule l’Italia per volere del fato e le sponde
lavinie, molto per forza di dei travagliato in terra
e in mare, e per la memore ira della crudele Giunone,
e molto avendo sofferto in guerra, pur di fondare
la città, e introdurre nel Lazio i Penati, di dove la stirpe
latina, e i padri albani e le mura dell’alta Roma.
O Musa, dimmi le cause, per quali offese al suo nume,
di cosa dolendosi, la regina degli dei costrinse un uomo
insigne per pietà
a trascorrere tante sventure, ad imbattersi
in tanti travagli? Tali nell’animo dei celesti le ire?

Verg. Aen. 1, 1-11 (trad. it. di Luca Canali)

Particolare attenzione va posta al concetto di pietas, che non a caso il poeta ha inserito già nel proemio dell’opera. Si tratta, come già accennato, di un valore fondamentale nel programma culturale augusteo, incentrato sul recupero della tradizione nel nome di un ritorno al mos maiorum. Questa è appunto la virtù principale riferita a Enea, il quale già dal verso 9 viene presentato come insignem pietate virum e riceve regolarmente l’epiteto di pius nel corso del poema, utilizzandolo anche per presentare sé stesso al proprio arrivo in Africa, parlando alla madre Venere da lui incontrata sotto le mentite spoglie di vergine cacciatrice: ciò denota che l’eroe stesso è consapevole di essere portatore di questo valore, e facendo riferimento ad esso spera comunque di ottenere la benevolentia dell’interlocutrice, la quale in effetti, sopraffatta dal dolore, non esita a rivelare la propria identità.

‘O dea, si prima repetens ab origine pergam
et vacet annalis nostrorum audire laborum,
ante diem clauso componet Vesper Olympo.
nos Troia antiqua, si vestras forte per auris
Troiae nomen iit, diversa per aequora vectos
forte sua Libycis tempestas appulit oris.
sum pius Aeneas, raptos qui ex hoste penatis
classe veho mecum, fama super aethera notus;
Italiam quaero patriam, et genus ab Iove summo.
bis denis Phrygium conscendi navibus aequor,
matre dea monstrante viam data fata secutus;
vix septem convulsae undis Euroque supersunt.
ipse ignotus, egens, Libyae deserta peragro,
Europa atque Asia pulsus.’

‘O dea, se io proseguissi rievocando dalla prima origine
e tu avessi tempo di ascoltare la storia dei nostri travagli
Vespero prima, chiuso l’Olimpo, seppellirebbe il giorno.
Noi dall’antica Troia, se giunse ai vostri orecchi
il nome di Troia, portati per mari diversi,
la tempesta a suo arbitrio sospinse sulle spiagge libiche.
Sono il pio Enea, che porto con me sulle navi
i Penati sottratti al nemico, noto per fama oltre le stelle.
Cerco la patria Italia, e la culla della mia razza
discesa dal sommo Giove. M’imbarcai con venti navi sul mare
frigio, guidato dalla madre dea, seguendo i fati
prefissi; ne restano appena sette, sconnesse dalle onde
e da Euro. Ignoto, derelitto, percorro i deserti della Libia,
respinto dall’Europa e dall’Asia.’

Verg. Aen. 1, 372-385 (trad. it. di Luca Canali)

Pietas erga deos: Enea e Didone (Aen. 4, 296-361)

Nel lungo brano proposto, ci si può concentrare sui vv. 331-361:

Ille Iovis monitis immota tenebat
lumina et obnixus curam sub corde premebat.
tandem pauca refert: ‘ego te, quae plurima fando
enumerare vales, numquam, regina, negabo
promeritam, nec me meminisse pigebit Elissae        
dum memor ipse mei, dum spiritus hos regit artus.
pro re pauca loquar. neque ego hanc abscondere furto
speravi (ne finge) fugam, nec coniugis umquam
praetendi taedas aut haec in foedera veni.
me si fata meis paterentur ducere vitam         
auspiciis et sponte mea componere curas,
urbem Troianam primum dulcisque meorum
reliquias colerem, Priami tecta alta manerent,
et recidiva manu posuissem Pergama victis.
sed nunc Italiam magnam Gryneus Apollo,      
Italiam Lyciae iussere capessere sortes;
hic amor, haec patria est. si te Karthaginis arces
Phoenissam Libycaeque aspectus detinet urbis,
quae tandem Ausonia Teucros considere terra
invidia est? et nos fas extera quaerere regna.          
me patris Anchisae, quotiens umentibus umbris
nox operit terras, quotiens astra ignea surgunt,
admonet in somnis et turbida terret imago;
me puer Ascanius capitisque iniuria cari,
quem regno Hesperiae fraudo et fatalibus arvis.         
nunc etiam interpres divum Iove missus ab ipso
(testor utrumque caput) celeris mandata per auras
detulit: ipse deum manifesto in lumine vidi
intrantem muros vocemque his auribus hausi.
desine meque tuis incendere teque querelis;         
Italiam non sponte sequor.’

Egli teneva gli occhi immoti ai comandi di Giove,
e premeva con sforzo la pena nel cuore.
Infine rispose brevemente: «Per quanto tu possa
enumerare moltissimi meriti, giammai negherò
che li avesti, o regina, né mi dorrò di ricordare Elissa,
finché mi ricordi di me e lo spirito mi regga le membra.
Del fatto dirò brevemente. Non speravo,
non credere, tenerti nascosta la fuga, né mai
proffersi fiaccole nuziali o giunsi a questi legami.
Se i fati permettessero che io conducessi la vita
secondo i miei auspici o placassi da me gli affanni,
prima sarei di nuovo nella città di Troia, con le dolci
reliquie dei miei, e l’alto palazzo di Priamo si ergerebbe,
e avrei ricostruito per i vinti Pergamo caduta due volte.
Ma ora Apollo Grineo e gli oracoli della Licia
mi ordinano di raggiungere la grande Italia;
questo il desiderio, questa la patria. Se la rocca di Cartagine
e la vista d’una città libica trattiene te fenicia,
perché non vuoi che i Teucri si stanzino in terra ausonia?
Anche noi possiamo cercare regni stranieri.
L’immagine del padre Anchise, per quante volte la notte
ricopre con le umide ombre la terra, e sorgono gli astri
di fuoco, mi rimprovera in sogno e mi atterrisce adirata;
anche il fanciullo Ascanio, con l’offesa al suo caro
capo, che defraudo del regno d’Esperia e dei campi fatali.
Ora anche il messaggero degli dei, mandato da Giove
– lo giuro sul capo di entrambi -, mi porta comandi
per l’aria veloce; io stesso vidi il dio nella chiara luce
penetrare i muri, e ne accolsi con questi orecchi la voce.
Smetti d’inasprire me e te con il pianto:
L’Italia non spontaneamente io cerco.

Verg. Aen. 4, 331-361 (trad. it. di Luca Canali)

Si può qui far notare la contrapposizione insanabile, che emerge anche a livello formale, tra Didone, mossa dai sentimenti, ed Enea, che, seguendo il modello di comportamento romano arcaico, ha come priorità assoluta il rispetto dell’ordine ricevuto dagli dèi, osservato scrupolosamente dall’eroe, connesso alla ricerca di una nuova patria e accompagnato dal rispetto per la memoria del padre: si osserva che, in questo passo, la pietas di Enea appare declinata in tutte e tre le sue sfumature fondamentali.

Pietas erga parentes, pietas erga patriam: Enea e Anchise (Aen. 2, 699-729; 6, 684-702)

Hic vero victus genitor se tollit ad auras
adfaturque deos et sanctum sidus adorat.         
‘iam iam nulla mora est; sequor et qua ducitis adsum,
di patrii; servate domum, servate nepotem.
vestrum hoc augurium, vestroque in numine Troia est.
cedo equidem nec, nate, tibi comes ire recuso.’
dixerat ille, et iam per moenia clarior ignis       
auditur, propiusque aestus incendia volvunt.
‘ergo age, care pater, cervici imponere nostrae;
ipse subibo umeris nec me labor iste gravabit;
quo res cumque cadent, unum et commune periclum,
una salus ambobus erit. mihi parvus Iulus       
sit comes, et longe servet vestigia coniunx.
vos, famuli, quae dicam animis advertite vestris.
est urbe egressis tumulus templumque vetustum
desertae Cereris, iuxtaque antiqua cupressus
religione patrum multos servata per annos;     
hanc ex diverso sedem veniemus in unam.
tu, genitor, cape sacra manu patriosque penatis;
me bello e tanto digressum et caede recenti
attrectare nefas, donec me flumine vivo
abluero.’                      
haec fatus latos umeros subiectaque colla
veste super fulvique insternor pelle leonis,
succedoque oneri; dextrae se parvus Iulus
implicuit sequiturque patrem non passibus aequis;
pone subit coniunx. ferimur per opaca locorum,      
et me, quem dudum non ulla iniecta movebant
tela neque adverso glomerati examine Grai,
nunc omnes terrent aurae, sonus excitat omnis
suspensum et pariter comitique onerique timentem.

Allora, vinto, il padre si protende verso il cielo
e saluta gli dei e adora il santo astro.
Ormai non v’è da indugiare; vi seguo, e per dove guidate,
vado: dèi patrii, salvate la stirpe, salvate il nipote.
Questo è il vostro augurio, Troia sopravvive nel vostro volere
Cedo, o figlio, e non rifiuto di accompagnarti.”
Disse; e già per le mura il fuoco più chiaro
si ode, e in volute si approssima l’ardore degli incendi.
Su dunque, diletto padre, salimi sul collo;
ti sosterrò con le spalle, e il peso non mi sarà grave;
dovunque cadranno le sorti, uno e comune sarà
il pericolo, una per ambedue la salvezza. Il piccolo Iulo
mi accompagni, e la sposa segua discreta i miei passi.
Voi, o servi, ascoltate quanto vi dico.
All’uscita della città v’è un colle e un vetusto
tempio di Cerere abbandonato, e accanto un antico cipresso
conservato per molti anni dalla devozione dei padri.
Da diverse direzioni verremo a quest’unico luogo.
Tu, o padre, prendi i sacri arredi e i patrii
Penati; io non posso toccarli appena uscito da tale
lotta e strage, finché non mi mondi a una viva sorgente.”
Detto così, distendo sulle larghe spalle
e sul collo reclino una coperta, la pelle d’un fulvo leone,
e mi sottopongo al peso; alla destra mi si stringe il piccolo
Iulo, e segue il padre con passi ineguali;
dietro viene la sposa. Muoviamo per oscure contrade;
e mentre poc’anzi non mi turbavano i dardi scagliati
né i Greci raccolti in avversa schiera, adesso
un alito m’atterrisce, un suono mi allarma, inquieto
e timoroso allo stesso modo per il compagno e per il peso.

Verg. Aen. 2, 699-729 (trad. it. di Luca Canali)

In questo passo dedicato alla preparazione della fuga da Troia, oltre alla necessità di salvare Anchise, si può sottolineare, come manifestazione di pietas erga patriam, il salvataggio dei Penati, che permetteranno di rifondare una comunità civica; questa forma di pietas, dunque, si ricollega a quella erga parentes, e, data la sacralità dei Penati, anche a quella erga deos.

Isque ubi tendentem adversum per gramina vidit
Aenean, alacris palmas utrasque tetendit,      
effusaeque genis lacrimae et vox excidit ore:
‘venisti tandem, tuaque exspectata parenti
vicit iter durum pietas? datur ora tueri,
nate, tua et notas audire et reddere voces?
sic equidem ducebam animo rebarque futurum     
tempora dinumerans, nec me mea cura fefellit.
quas ego te terras et quanta per aequora vectum
accipio! quantis iactatum, nate, periclis!
quam metui ne quid Libyae tibi regna nocerent!’
ille autem: ‘tua me, genitor, tua tristis imago           
saepius occurrens haec limina tendere adegit;
stant sale Tyrrheno classes. da iungere dextram,
da, genitor, teque amplexu ne subtrahe nostro.’
sic memorans largo fletu simul ora rigabat.
ter conatus ibi collo dare bracchia circum;        
ter frustra comprensa manus effugit imago,
par levibus ventis volucrique simillima somno.

Egli, quando vide Enea che gli veniva incontro
sul prato, protese commosso entrambe le mani,
e lagrime scorsero dalle palpebre, e la voce eruppe dalle labbra:
Venisti infine, e la tua pietà, desiderata dal padre,
vinse il duro cammino? Posso, o figlio, guardarti
in volto, e ascoltare la nota voce e risponderti?
Così certamente immaginavo e credevo che sarebbe avvenuto,
contando i giorni, e l’ansia non mi trasse in inganno.
Portato per quali terre ed ampie distese del mare
ti accolgo! travagliato, o figlio, da quali gravi pericoli!
Quanto temetti che ti nuocesse il regno di Libia!.
Ed egli: La tua mesta immagine, o padre, comparendomi
così di frequente, mi spinse a dirigermi a queste soglie;
le navi sostano nel mare Tirreno. Concedi
di stringerti la destra, concedi, e non sottrarti all’abbraccio!.
Così discorrendo, rigava il viso di largo pianto.
Tre volte cercò di circondargli il collo con le braccia.
più volte invano, afferrata l’immagine, sfuggì dalle mani;
pari ai lievi venti, simile ad alato sogno.

Verg. Aen. 6, 699-729 (trad. it. di Luca Canali)

Analizzando il brano che descrive l’incontro di Enea e Anchise negli Inferi, si possono mettere in luce gli elementi che denotano, nell’atteggiamento di Enea, la pietas nei confronti del padre, mai venuta meno anche dopo la sua morte. Si osserverà come l’incontro con il padre sia finalizzato alla visione della futura gloria di Roma, riconnettendosi così alla missione di Enea.

Pietas come rispetto verso il nemico sconfitto: Enea e Lauso (Aen. 10, 791-832)

Ci si può concentrare qui sui vv. 808-832:

Sic obrutus undique telis
Aeneas nubem belli, dum detonet omnis,
sustinet et Lausum increpitat Lausoque minatur:
‘quo moriture ruis maioraque viribus audes?
fallit te incautum pietas tua.’ nec minus ille
exsultat demens, saevae iamque altius irae
Dardanio surgunt ductori, extremaque Lauso
Parcae fila legunt. validum namque exigit ensem
per medium Aeneas iuvenem totumque recondit;
transiit et parmam mucro, levia arma minacis,
et tunicam molli mater quam neverat auro,
implevitque sinum sanguis; tum vita per auras
concessit maesta ad Manis corpusque reliquit.
At vero ut vultum vidit morientis et ora,
ora modis Anchisiades pallentia miris,
ingemuit miserans graviter dextramque tetendit,
et mentem patriae subiit pietatis imago.
‘quid tibi nunc, miserande puer, pro laudibus istis,
quid pius Aeneas tanta dabit indole dignum?
arma, quibus laetatus, habe tua; teque parentum
manibus et cineri, si qua est ea cura, remitto.
hoc tamen infelix miseram solabere mortem:
Aeneae magni dextra cadis.’ increpat ultro
cunctantis socios et terra sublevat ipsum
sanguine turpantem comptos de more capillos.

Così Enea, avvolto di dardi
da tutte le parti, sostiene la nube di guerra, aspettando
che tutta si scarichi, e grida a Lauso e minaccia Lauso:
Dove corri a morire, e osi oltre le forze?
T’insidia incauto l’amore». Ma quello, ugualmente,
esulta, folle; e già al condottiero dardanio
crescono crudeli le ire; le Parche raccolgono
gli ultimi fili di Lauso: infatti Enea vibra
la valida spada sul corpo del giovane, e tutta’l’affonda.
La punta attraversa lo scudo, leggera arma all’audace,
e la tunica, che la madre aveva tessuto con flessibile oro,
e colma le pieghe di sangue; allora la vita per l’aria
fuggì mesta ai Mani, e abbandonò il corpo.
Ma appena l’Anchisiade vide lo sguardo e il volto
del morente, il volto pallido in mirabile modo,
gemette gravemente, pietoso, e tese la destra,
e gli strinse il cuore il pensiero dell’amore paterno.
Che cosa, o miserando fanciullo, per questa tua gloria,
il pio Enea ti darà, degno di tale cuore?
Ti rimando ai Mani e al cenere degli avi, se di ciò ti curi.
Questo tuttavia, o infelice, consolerà la sventurata morte:
cadi per la destra del grande Enea. Rimprovera
per primo i compagni esitanti, e solleva Lauso da terra,
mentre questi deturpa di sangue i capelli bene acconciati.

Verg. Aen. 10, 838-832 (tr. it. di Luca Canali)

Si può evidenziare in questo caso il confronto tra la figura di Lauso, che accorre in difesa del padre in nome della pietas nutrita per lui, e quella di Enea, che, pur essendo portavoce di quest’ideale, riconosce l’irrazionalità del gesto del giovane, e ne prova allo stesso tempo pietà in quanto il ragazzo stimola in lui un sentimento quasi paterno. Enea è costretto a ucciderlo, in quanto nemico che l’ha attaccato, ma ne piange la morte. In questo caso la pietas di Enea assume caratteri simili all’humanitas, che permette di riconoscere in ognuno, anche nel nemico, l’appartenenza al comune genere umano. Si può anche inserire un confronto dell’episodio con il duello tra Enea e Turno, in cui la pietas dell’eroe troiano lascia il posto alla ferocia che lo spinge a compiere un atto di ultio (vendicando Pallante), nonostante proprio il nemico, ormai già sconfitto, lo supplichi facendo appello alla pietas erga parentes.

Ille humilis supplex oculos dextramque precantem
protendens “Equidem merui nec deprecor” inquit;
“utere sorte tua. miseri te si qua parentis
tangere cura potest, oro (fuit et tibi talis
Anchises genitor) Dauni miserere senectae
et me, seu corpus spoliatum lumine mavis,
redde meis. Vicisti et victum tendere palmas
Ausonii videre; tua est Lavinia coniunx:
ulterius ne tende odiis.” Stetit acer in armis
Aeneas volvens oculos dextramque repressit;
et iam iamque magis cunctantem flectere sermo
coeperat, infelix umero cum apparuit alto
balteus et notis fulserunt cingula bullis
Pallantis pueri, victum quem vulnere Turnus
straverat atque umeris inimicum insigne gerebat.
Ille, oculis postquam saevi monimenta doloris
exuviasque hausit, furiis accensus et ira
terribilis: “Tune hinc spoliis indute meorum
eripiare mihi? Pallas te hoc vulnere, Pallas
immolat et poenam scelerato ex sanguine sumit.”
Hoc dicens ferrum adverso sub pectore condit
fervidus; ast illi solvuntur frigore membra
vitaque cum gemitu fugit indignata sub umbras.

Egli da terra, supplice, protendendo lo sguardo e la destra
implorante: “L’ho meritato, disse, e non me ne dolgo;
profitta della tua fortuna; tuttavia, se il pensiero d’un padre
infelice ti tocchi, prego – anche tu avesti un padre,
Anchise -, pietà della vecchiaia di Dauno,
e rendi me, o se vuoi le membra prive di vita,
ai miei. Hai vinto e gli Ausoni mi videro sconfitto
tendere le mani; ora Lavinia è tua sposa;
non procedere oltre con gli odii”. Ristette fiero nell’armi
Enea, volgendo gli occhi, e trattenne la destra;
sempre di più il discorso cominciava a piegarlo
e a farlo esitare: quando al sommo della spalla apparve
l’infausto balteo e rifulsero le cinghie delle note borchie
del giovane Pallante, che Turno aveva vinto e abbattuto
con una ferita, e portava sulle spalle il trofeo nemico.
Egli, fissato con gli occhi il ricordo del crudele dolore,
e la preda, arso dalla furia, e terribile
nell’ira: “Tu, vestito delle spoglie dei miei,
vorresti sfuggirmi? Pallante con questa ferita,
Pallante t’immola, e si vendica sul sangue scellerato”.
Dicendo così, gli affonda furioso il ferro in pieno petto;
a quello le membra si sciolgono nel gelo,
e la vita con un gemito fugge sdegnosa tra le ombre.

Verg. Aen. 12, 930-952 (tr. it. di Luca Canali)

Collegamenti interdisciplinari

Svolgendo questo percorso didattico al quarto anno del liceo classico o scientifico, è possibile, come accennato, un collegamento con Lingua e letteratura italiana, attraverso un confronto tra l’Eneide e la Gerusalemme liberata (della quale, peraltro, il poema virgiliano è uno dei modelli), particolarmente per quanto riguarda l’evoluzione del tema della pietas dalla prospettiva civile tipica del mondo romano alla prospettiva cristiana legata alla Controriforma. In particolare, si potrà accostare il personaggio di Enea a Goffredo di Buglione, perfetto esempio di devozione e di sottomissione degli interessi personali alla finalità religiosa. All’interno del poema tassiano, un elemento di raccordo con l’eroe di Virgilio è il riuso, in riferimento al capitano dell’esercito cristiano, dell’epiteto “pio”, che richiama in modo chiaro l’aggettivo pius, costantemente riferito a Enea. Un ulteriore evidente elemento di contatto tra i due poemi è da riscontrarsi nel proemio della Gerusalemme Liberata, che riprende in modo puntuale quello dell’Eneide: oltre alla ripresa del motivo della pietas, si ritrovano anche accenni alle tribolazioni del protagonista, al quale si oppone una forza ostile di carattere soprannaturale, e al significato provvidenziale della sua missione.

Canto l’arme pietose e ‘l capitano
che ‘l gran sepolcro liberò di Cristo.
Molto egli oprò co ‘l senno e con la mano,
molto soffrí nel glorioso acquisto;
e in van l’Inferno vi s’oppose, e in vano
s’armò d’Asia e di Libia il popol misto.
Il Ciel gli diè favore, e sotto a i santi
segni ridusse i suoi compagni erranti.

Torquato Tasso, Gerusalemme liberata, 1, 1

Sarà possibile anche collegare i brani virgiliani letti durante il percorso didattico a opportuni riferimenti iconografici: in particolare, si potrà accompagnare l’analisi dei testi a quella dei rilievi dell’Ara Pacis, in particolare quello raffigurante Enea che sacrifica ai Penati, riconducendo entrambe le manifestazioni artistiche al progetto di recupero dei valori del mos maiorum e di celebrazione della storia di Roma messo in atto da Augusto.

Ara Pacis, Enea sacrifica ai Penati

Considerando i contenuti di Storia dell’arte del quarto anno, poi, si potrà accostare la lettura virgiliana del contrasto tra Enea e Didone alla sala dell’Eneide affrescata da Giambattista Tiepolo in Villa Valmarana “ai Nani” a Vicenza, ricordando anche il tema che fa da guida agli affreschi della villa, ossia “l’eroismo della rinuncia amorosa” nel nome dell’adempimento di un destino eroico. Il riferimento a questo ciclo di affreschi risulta particolarmente appropriato in quanto un’altra sala della villa è dedicata alla Gerusalemme Liberata, e ciò consente di creare un percorso interdisciplinare completo e articolato, osservando come nel poema tassiano, in realtà, la figura di Enea si rispecchi non solo in Goffredo di Buglione, che non poteva certo farsi distrarre da vicende amorose, ma anche altrove. In questo caso, il parallelismo si crea tra Enea, che rinuncia a Didone per portare a termine la propria missione, e Rinaldo, irretito dalla maga Armida, che la abbandona per ritornare a combattere contro gli infedeli. Potrebbe essere interessante, se possibile, organizzare anche una visita d’istruzione in loco.

Giambattista Tiepolo, Rinaldo lascia Armida, Villa Valmarana ai Nani

È possibile anche far cenno alle rielaborazioni musicali, e in particolare operistiche, della vicenda dell’Eneide, dal Barocco in poi (si vedano, ad esempio, Dido and Aeneas di Henry Purcell, o Didone abbandonata di Niccolò Jommelli su libretto di Pietro Metastasio)*; tuttavia, data l’organizzazione dei tempi scolastici, non si può procedere con un approfondimento su queste modalità di rilettura del mito, tranne che, se le tempistiche lo concedono, attraverso l’ascolto di piccole porzioni di queste opere. Può essere tuttavia interessante sfruttare, a complemento del percorso didattico, eventuali spettacoli operistici e musicali organizzati in orario pomeridiano o serale. La stessa logica si può applicare alle rielaborazioni cinematografiche, in particolare all’Eneide di Franco Rossi, della quale si possono eventualmente far vedere agli studenti le parti relative ai brani analizzati in classe.

Proposte di apprendimento collaborativo

Il percorso didattico qui presentato si svolge prevalentemente con il metodo della lezione frontale, alternato, quando i tempi e le caratteristiche del gruppo classe lo consentono, alla modalità laboratoriale per la traduzione dei testi latini e alla discussione guidata in fase di commento. Per quanto riguarda i passi da leggere in traduzione, se ne può organizzare una lettura teatralizzata da parte degli studenti, in modo da porli immediatamente a contatto con il testo. Ciò si rende necessario essenzialmente per la grande densità di contenuti e per i tempi ristretti previsti dal percorso, che preclude quindi la possibilità di svolgere attività che coinvolgano più direttamente gli studenti. Tuttavia, qualora sia possibile sfruttare tempi più distesi, si potrà ricorrere anche a metodi didattici alternativi, che implichino collaborazione tra gli alunni.
Si potrà organizzare un’analisi contrastiva di più traduzioni in lingua italiana e straniera di uno dei brani del percorso didattico: si potranno proporre, ad esempio, le traduzioni italiane di Rosa Calzecchi Onesti per la Einaudi, di Riccardo Scarcia per la Rizzoli e di Annibal Caro (quest’ultimo particolarmente interessante, in quanto utilizza frequentemente tessere dantesche per tradurre i passi virgiliani ripresi nella Commedia), e una delle traduzioni inglesi (John Dryden, 1909; Theodore C. Williams, 1910) liberamente disponibili sul sito Perseus. Si suddividerà quindi la classe in gruppi, che verranno invitati a confrontare tra di loro le traduzioni per individuare quella che, a loro avviso, è la più efficace. Il docente potrà suggerire agli alunni di concentrarsi sulla resa delle parole chiave (una su tutte, pietas) individuate durante il commento dei testi. All’attività di gruppo, seguirà un momento di discussione collettiva, in cui le conclusioni raggiunte dai vari gruppi, e adeguatamente motivate, saranno messe in comune con il resto della classe.
Qualora si abbia a disposizione un laboratorio informatico, si può anche pensare di utilizzare il motore di ricerca testuale del sito Perseus per organizzare un’attività di analisi del lessico dell’Eneide: anche in questo caso, si suddividerà la classe in gruppi, a ognuno dei quali verrà assegnata una delle parole chiave incontrate durante il percorso didattico (pietas, pius, Penates, patrius…). Attraverso il motore di ricerca del sito, gli studenti cercheranno le occorrenze nel poema virgiliano del termine loro assegnato, osservandone la frequenza e analizzandone l’uso all’interno del contesto, aiutandosi anche, per i passi non analizzati in classe, con la traduzione italiana (ad esempio, si potrà contare quante volte l’aggettivo pius è riferito a Enea e quante volte, invece, ad altri personaggi o elementi). Per guidare l’attività, il docente potrà innanzitutto compiere una dimostrazione pratica, quindi rimandare gli studenti a una scheda di lavoro appositamente predisposta ed esercitare una funzione di controllo durante lo svolgimento di ricerche e analisi. Data la complessità del compito assegnato, esso può essere avviato in orario scolastico e proseguire come attività per casa, i cui risultati possono essere discussi in classe durante la lezione successiva. Alla fine, si potranno raccogliere tutti i dati ottenuti in una statistica complessiva, che può fungere da compito autentico, come risultato concreto delle competenze sviluppate durante il percorso didattico.

*Confesso che ho preparato questa UDA, in un weekend delirante, avendo in sottofondo proprio queste opere.

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