Spartiati. Ovvero, perché la scuola non è un’agoghè

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Ora che siamo a ridosso dell’inizio delle lezioni, e che anche da noi una sparuta truppa di temerari studenti si appresta a iniziare il liceo classico, mi pare il momento opportuno per alcune considerazioni, derivanti dalla mia esperienza sia da alunna sia da insegnante.

Mi pare chiaro che scegliere un indirizzo di studi come il classico denoti una forte motivazione da parte dello studente, che sa di intraprendere un percorso che richiede notevole impegno e dedizione e del quale non si vede un’utilità immediata, in quanto lo studio del latino e del greco è ovviamente proiettato verso il passato, più che verso il presente. Si pone dunque, a mio parere, il problema di giustificare tutti questi sforzi, che una mentalità, se vogliamo, più materialista vorrebbe vedere magari al servizio dell’apprendimento di discipline come l’informatica o le lingue, più spendibili sul mondo del lavoro, o delle discipline scientifiche propedeutiche a facoltà universitarie come Medicina o Ingegneria.

Perché, dunque, rompersi la testa cinque anni sul latino e sul greco?

C’è un modo di pensare abbastanza diffuso che riprende, più o meno direttamente, il pensiero di Gramsci e mette in luce, più che l’oggetto dell’apprendimento, il modo in cui esso viene appreso, in particolare valorizzando proprio l’idea di impegno e sistematicità nello studio, e facendo intendere che chi al classico apprende un metodo di lavoro verrà facilitato nell’apprendimento di qualsiasi disciplina. Da un lato questa posizione è condivisibile, dal momento che impegno e sistematicità sono fondamentali per l’apprendimento delle lingue classiche e per accostarsi ai testi che in queste lingue sono stati scritti.

A mio avviso, però, non si deve fare l’errore di dare la priorità alle modalità di apprendimento, viste come una sorta di allenamento (un po’ fine a sé stesso) in vista di un futuro di studio o di lavoro, lasciando in secondo piano l’oggetto dell’apprendimento stesso, ossia le lingue classiche con le relative letterature e civiltà. In questo modo si crea il rischio di osannare lo sforzo in sé, necessario per giungere alla fine del percorso, valorizzandolo come una sorta di “palestra di vita” per i giovani classicisti, a cui gli studenti di altri licei non hanno accesso. (È l’idea dello studente del classico con “una marcia in più”). La conseguenza, se vogliamo, è quella di concepire il liceo classico non come una scuola, ma come una specie di ἀγωγή spartana, che (presupponendo peraltro l’esistenza di spartiati, perieci e iloti) forgia il carattere tra fatica e sacrifici, e che rischia di alimentare anche un collaterale senso di superiorità nei confronti degli altri indirizzi di studio.

Così, però, si rischia di perdere tutto il bello del mondo antico.

Lo studente medio che vive il liceo classico in questo modo, infatti, mediamente detesta il latino e il greco, associati all’idea di sforzo e a null’altro, e una volta fatti gli esami di Stato, come prima cosa, vende libri e dizionari e fa festa per essersi liberato di una tortura insopportabile, che magari durante il quinquennio gli è costata anche notti insonni un po’ per lo studio un po’ per attacchi di panico. Anche l’eventuale senso di superiorità a cui si accennava sopra si riduce all’idea di studiare molto più degli altri e cose molto più difficili degli altri. Lo studio delle lingue e delle letterature classiche, così, si rivela alla fine controproducente, perdendo completamente il suo perché.

Quale può essere questo perché? Ce ne sono mille, dall’analisi del lessico e della sua evoluzione, al confronto con le strutture grammaticali di altre lingue antiche e moderne, alla comparazione tra passato e presente per quanto riguarda la concezione di temi fondamentali come giustizia, ospitalità, rapporti familiari e così via, alla semplice fascinazione per le storie che gli antichi ci possono raccontare, tra miti, aneddoti e racconti storiografici. Non focalizzarsi, nell’attività didattica, sui mille modi che il mondo antico può avere per essere interessante per gli studenti significa, in fin dei conti, tradirlo, e allontanare da esso i giovani in via definitiva, facendo loro perdere la motivazione per approfondirne la conoscenza con lo studio.

È proprio questa, a mio avviso, la chiave da far girare per aprire la porta dei classici agli studenti: la passione. Sembrerà un argomento trito e ritrito, ma alla fine, dalla mia esperienza di insegnante (ancora limitata, è vero, ma che non mi ha impedito di vedere qualche frutto), se si presenta qualcosa ai giovani in modo appassionante, e mettendo in luce i motivi per cui a noi per primi quella cosa è piaciuta tanto da dedicare ad essa lunghi anni di studio e, in prospettiva, una vita di lavoro (io ogni tanto lo dico anche in classe: ho studiato delle cose che ho trovato molto belle e ora sono qui per mostrarvele e per spiegarvi perché secondo me sono belle), alla fine un segno lo si lascia, e la motivazione allo studio arriva. Ci sono i refrattari, è evidente, ma si presuppone che scegliere il liceo classico sapendo di star costruendo un percorso di cinque anni dedicato al mondo antico indichi già in partenza una particolare propensione per le materie che ad esso sono collegate, e “accendere il fuoco”, in questo caso, non dovrebbe essere molto difficile. Ed è anche il modo migliore per far durare ciò che si è acquisito, e per farsi venire la voglia di approfondirlo in futuro, riprendendo magari in mano quei libri di scuola che, alla fine del liceo, non si sono affatto venduti, ma sono stati conservati gelosamente.

E se si è spinti dall’amore per qualcosa, anche impegnarsi per essa sarà più leggero, e non sarà necessaria (o perlomeno lo sarà meno) la metaforica frusta del moderno pedagogo, o pedonomo spartano che deve formare il carattere alla disciplina. (Per inciso, ragionando in questo modo, potremmo trovarci anche con meno gente che “fugge” dal classico.) Anche perché, appunto, la scuola non è fatta per forgiare macchine da guerra, o meglio da studio, ma per fornire, oltre alle conoscenze, un metodo di studio efficace e non necessariamente faticoso (l’impegno è fondamentale, la sofferenza anche no), e non ha al suo interno divisioni in spartiati, perieci e iloti. Infatti questo discorso, pur partendo dal liceo classico, può estendersi anche ad altri licei, che hanno il loro grande valore e permettono agli studenti di avere notevoli soddisfazioni (anche in campo umanistico: non cambierei con nulla e nessuno, ad esempio, la mia entusiasta classetta di scienze applicate, alla quale, se nulla cambia, quest’anno insegnerò storia romana e medievale).

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