Catullo, carme 36: fuoco sacrificale e critica letteraria

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Molteplici sono in Catullo le occorrenze di termini appartenenti al campo semantico del fuoco: essi appaiono soprattutto in senso metaforico, in particolare per descrivere la passione d’amore, ma sono interessanti anche gli usi di queste immagini in senso proprio: spesso i componimenti in cui compaiono hanno un carattere di invettiva, o comunque di derisione, nei confronti di uno specifico personaggio, caratterizzato da tratti contrari allo spirito o alla poetica dei poetae novi o semplicemente al senso comune. Nella maggior parte dei casi si fa riferimento ad un fuoco sacro, in particolare quello dei sacrifici (cc. 36 e 90) e quello delle pire funebri (cc. 39 e 59), evidentemente allo scopo di accentuare per contrasto la spregevolezza o l’empietà dei personaggi in questione.

Nella fattispecie, per quanto riguarda il riferimento al fuoco del sacrificio si possono riscontrare dei motivi di sarcasmo letterario: il fatto che nell’olocausto sacrificale la vittima sia consumata dalle fiamme fa sì che l’offerta di un’opera letteraria agli dèi, apparente attestato del suo valore, ne comporti la distruzione, che si rivela come il reale scopo dell’esistenza di tale scritto. Questo si può notare con particolare evidenza nel carme 36, di cui qui si può trovare la traduzione:

Annales Volusi, cacata carta,
votum solvite pro mea puella;
nam sanctae Veneri Cupidinique
vovit, si sibi restitutum essem
desissemque truces vibrare iambos, 5
electissima pessimi poetae
scripta tardipedi deo daturam
infelicibus ustilanda lignis.
Et hoc pessima se puella vidit
iocose lepide vovere divis. 10
Nunc, o caeruleo creata ponto,
quae sanctum Idalium Uriosque apertos
quaeque Ancona Gnidumque harundinosam
colis quaeque Amathunta quaeque Golgos
quaeque Durrachium Hadriae tabernam, 15
acceptum face redditumque votum,
si non inlepidum atque invenustum est.
At vos interea venite in ignem,
pleni ruris et inficetiarum
annales Volusi, cacata carta. 20

Nel componimento, Lesbia, dopo essere stata oggetto di carmi ingiuriosi (truces… iambos, v.5), probabilmente per i suoi facili costumi, pronuncia un voto scherzoso a Venere e a Cupido: se Catullo ritornerà da lei e smetterà di infamarla, offrirà loro, dandoli alle fiamme, electissima pessimi poetae / scripta (vv. 6-7), ossia, ironicamente, i truces iambi del suo amante, dei quali vuole disfarsi. Costui, d’altra parte, ricambia l’ironia con l’ironia, intendendo pessimi poetae non in senso morale (come fa Lesbia), ma in senso estetico, e gettando dunque nel fuoco gli Annali di Volusio, un poema di stile probabilmente enniano di un poeta oggi sconosciuto, ma ricordato da Catullo anche al carme 95 come autore quantitativamente ponderoso (tratto negativo per i poetae novi) e qualitativamente insignificante.  I versi in questione sono i seguenti: At Volusi Annales Paduam morientur ad ipsam / et laxas scombris saepe dabunt tunicas (95, 7-8): un accenno alla scarsa fama di cui godrà Volusio, che sarà conosciuto solo fino al Po, e all’infima qualità delle pagine da lui scritte, degne di essere avvolte intorno agli sgombri (al banco del pescivendolo o per cuocerli al cartoccio). In questo carme la pesante prolissità dell’opera di Volusio viene contrapposta alla grazia e alla brevità della Zmyrna composta dal neoterico Cinna. Catullo, dunque, coglie l’occasione per lanciare una frecciata ad un collega; questo tema ha un peso rilevante nel carme 36, che si apre e si chiude con il medesimo verso, Annales Volusi, cacata carta (v. 1 e v. 20), che qualifica immediatamente l’opera di Volusio in senso dispregiativo e introduce il tema dell’invettiva letteraria ancor prima di quello che dovrebbe essere l’asse portante del carme, ovvero il voto di Lesbia, e, in chiusura del componimento, crea una sorta di cornice ribadendo il giudizio negativo nei confronti del poetastro.

Nel carme coesistono, in sostanza, due chiavi di lettura: quella del voto, con conseguente sacrificio per olocausto a Venere e Cupido, e quella dell’incenerimento di un’opera letteraria scadente ovvero odiosa, quale possono essere gli Annales Volusi (dal punto di vista di Catullo) o i truces iambi catulliani (dal punto di vista di Lesbia). Il motivo del voto determina l’impianto del carme, costruito con riferimenti alla sfera del sacro: sono nominate le divinità dedicatarie del voto, Venere e Cupido, e la prima è anche qualificata dall’aggettivo rituale sanctae (v. 3) e dalla perifrasi caeruleo creata ponto (che la identifica al v. 11) e destinataria di un vero e proprio inno (vv. 11-17; si veda a tal proposito ØSTERUD, Sacrifice and Bookburning in Catullus’ Poem 36, “Hermes” 106 (1978), p. 144), costituito da un’elencazione dei luoghi sacri alla dea; è inoltre da notare la presenza della formula tecnica acceptum face redditumque votum (v. 16). La sacralità dell’atmosfera è però stemperata da elementi parodistici, quali, ad esempio, la menzione, tra i luoghi di Venere, di Durazzo (Durrachium Hadriae tabernam, v. 15), ricca di prostitute come tutte le città portuali, oppure l’identificazione di Vulcano, immagine del fuoco che riceve gli electissima scripta, come tardipedi deo (v. 7), con perifrasi stilisticamente elevata ma con accento sull’aspetto sgraziato del dio, o anche il fatto che questi electissima scripta si debbano bruciare infelicibus lignis (v. 8), non come un’offerta sacrificale ma piuttosto come qualcosa di mostruoso.

È proprio il riferimento a questi infelicia ligna a fornire lo spunto per alcune riflessioni:  l’aggettivo infelix, dal significato secondario di ‘sfortunato’ (e, come suggerito in QUINN, Catullus, The Poems, London 1970, p. 200, n. 8, bruciare gli Annales Volusi sarebbe una sfortuna per qualunque legno; lo studioso segnala anche un gioco di parole ciceroniano, probabilmente ispirato a Catullo: Cic. Mil. 33 infelicissimis lignis semiustulatum, in riferimento al corpo di Publio Clodio), ha fondamentalmente il senso di ‘sterile’, e gli alberi sterili erano considerati sacri alle divinità infere e perciò maledetti; con il loro legno si bruciavano le creature mostruose e i segni di mal augurio. Si vedano a tal proposito alcuni riferimenti in Plinio il Vecchio e Macrobio: Plin. N. H. 16, 108 infelices existimantur damnataeque religione, quae neque seruntur unquam neque fructum ferunt; Macr. Sat. 3, 20, 3 arbores, quae inferum deorum avertentiumque in tutela sunt, eas infelices nominant… quibus portenta prodigiaque comburi iubere oportet. Nel carme 36 di Catullo, gli Annales Volusi corrispondono perfettamente a tale definizione, e possono adattarvisi bene, nell’ottica di Lesbia, anche i truces iambi di Catullo, che le hanno procurato cattiva fama. In virtù di reminiscenze di pratiche magiche, come evidenziato in CLARKE, The Burning of Books and Catullus 36, “Latomus” 27 (1968), p. 580, bruciare qualcosa di strettamente appartenente ad una persona può danneggiare la persona stessa. Clarke cita due esempi a supporto di quest’affermazione: Luc. Alex. 47, in cui l’autore narra come il venditore di oracoli Alessandro di Abonutico abbia pubblicamente bruciato le Κύριαι Δόξαι di Epicuro (che negava l’efficacia della mantica) su fascine di fico selvatico (legno che era considerato maledetto), come se stesse bruciando l’uomo in persona (ὡς δῆθεν αὐτὸν καταφλέγων), e abbia gettato le ceneri in mare; Verg. Ecl. VIII, 64-109, in cui Amarilli, abbandonata da Dafni, brucia un’immagine dell’amato, avvolta in brandelli degli abiti di lui, e getta le ceneri in acqua, dichiarando di averlo fatto per danneggiarlo (vv. 82-83 fragilis incende bitumine laurus. / Daphnis me malum urit, ego hanc in Daphnide laurum). In questo caso, però, gli infelicia ligna sono sostituiti da rami di alloro (δάφνη), albero più significativo in quanto il suo nome richiama quello del destinatario della maledizione. In base a questo ragionamento, il trattamento usato agli Annales Volusi sarebbe degno di essere applicato anche al loro autore, che non è in grado di scrivere che opere buone per il fuoco, tra le quali gli spregevoli Annales sono la prova migliore (ma anche, nelle intenzioni di Lesbia, a Catullo stesso, che non a caso è definito pessimus in senso morale).

Per quanto riguarda l’abitudine di gettare nel fuoco le opere letterarie mal riuscite o rifiutate dal proprio autore, è utile considerare la metonimia tardipedi deo, che al v. 7 indica il fuoco: è stato osservato che anche in un proverbio greco la presenza del dio del fuoco è invocata per distruggere cose o persone indegne. Il riferimento è Corpus Paroemiographarum Graecorum, vol. 2 (ed. LEUTSCH), Mant. Proverb. 1, 57: Ἐπίτρεπε ὧδε τὸν Ἥφαιστον προμολεῖν· λέγεται ἐπὶ τῶν ἀξίων πυρὸς εἶτε προσόπων εἶτε πραγμάτων.  Questo proverbio, d’altra parte, riprende Il. 18, 392 (Ἥφαιστε, πρόμολ’ ὧδε…), verso pronunciato da Platone nel dare alle fiamme le sue prove letterarie fallite e da Metrocle, filosofo del III sec. a. C., che, essendo passato dalla scuola peripatetica a quella cinica, bruciò le proprie opere di stampo aristotelico, ora rinnegate. La menzione di Vulcano, dunque, costituisce non solo un preziosismo stilistico, ma anche un mezzo per porre un ulteriore accento sulla pessima qualità di certi scritti, senza peraltro alcun riferimento specifico al sacro, dato che l’invocazione al dio del fuoco è proverbiale; in questo caso, dunque, la divinità non rappresenta altro che una figura del fuoco stesso. La distruzione degli Annales Volusi (o, per Lesbia, quella dei truces iambi) viene dunque spogliata di ogni connotazione sacrificale, e rimane semplicemente l’incenerimento di un’opera letteraria mal riuscita (o comunque degna di finire nell’oblio).

Il fatto che la dimensione sacrificale sia in fondo un travestimento ironico del tema principale, incentrato sulla condanna di un’opera letteraria, trova conferma nel netto distacco dal resto del carme dei vv. 18-20 per mezzo di interea; l’avverbio crea una separazione tra il cosiddetto “inno a Venere”, che costituisce una preghiera affinché la dea accetti l’offerta sacrificale (vv. 16-17), e una seconda invocazione agli Annales Volusi, chiamati a gettarsi finalmente nelle fiamme indipendentemente dal soddisfacimento o meno del voto (diversamente che al v. 2, dove la richiesta è esplicita: votum solvite). In questi ultimi versi c’è una caratterizzazione molto precisa dell’opera di Volusio: gli Annales, oltre ad essere di nuovo definiti cacata carta (v. 20), come al v. 1, sono descritti anche come pleni ruris et inficetiarum (v. 19), tratti opposti a quelli della poesia degna di questo nome per Catullo e per i neoterici, ma anche a quelli dell’offerta che Venere dovrebbe accettare; il votum, infatti, verrà accettato dalla dea si non inlepidum atque invenustum est (v. 17), ossia se possiede il lepos e la venustas che in Volusio non si trovano.

Da queste considerazioni si può dedurre che Venere, più che gradire gli Annales, opera spregevole anche per i comuni mortali, dovrebbe apprezzare l’idea spiritosa dei due amanti, che costituisce dunque la vera offerta alla dea; l’opera di Volusio è dunque una vittima sacrificale solo per scherzo. Un’atmosfera divertita avvolge, in realtà, tutto il carme; i vv. 9-10 svelano lo stato d’animo con cui Lesbia pronuncia il voto, iocose lepide, e in essi si definisce la donna con l’epiteto di pessima puella, in parallelo a pessimi poetae (v. 6), che in questo caso indicherebbe lo spirito mordace dell’autore dei truces iambi; il voto di Lesbia è dunque un gioco, come lo è la sua interpretazione da parte di Catullo, giustificata dalle intenzioni di lei, e quindi il sacrificio diventa solo un’occasione buona per distruggere un monstrum letterario.

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