Incontro ravvicinato con Plutarco

phosto

Quest’estate mi è capitato di seguire un alunno del secondo anno del liceo classico (la vecchia quinta ginnasio) con il debito in greco: un ragazzetto simpatico, coi capelli lunghi, che è sempre venuto a lezione con il motorino e con magliette di svariati gruppi metal e che ha fatto amicizia anche con l’uomo di casa (dalla gioventù metallara) e perfino con il gatto, che gli si addormentava dentro il casco. Il fanciullo in questione, pur scarso in grammatica, dimostra una notevole passione per il mondo antico, e in particolare per la storia, e questo è stato un ottimo punto di partenza per il lavoro di recupero, considerando anche che alcune versioni assegnate per le vacanze erano di Plutarco.

(A questo punto sento il bisogno di aprire una parentesi: se la traduzione viene assegnata soltanto come esercizio grammaticale, è ovvio che gli studenti la svolgeranno in modo meccanico, pensando banalmente a restituire la forma e senza riflettere sul contenuto, procedendo parola per parola e utilizzando traducenti standard, e ottenendo quindi un risultato magari grammaticalmente corretto ma del tutto incomprensibile. In questo modo i ragazzi perdono anche l’amore per queste discipline, cosa assai triste, perché nella maggior parte dei casi è proprio per l’entusiasmo verso la storia antica che hanno scelto di iscriversi al classico. È esattamente questo che succede quando le versioni vengono date da tradurre senza nessuna informazione sull’autore, sull’opera o sul contesto. È ben più facile capire, ad esempio, un brano delle Catilinarie, e dunque tradurlo in modo efficace dal punto di vista sia lessicale sia grammaticale, se si sa chi è Cicerone, a chi si rivolge in quel momento e perché. Ho visto una quantità di faccine adolescenti illuminarsi al ricevere ragguagli di questo tipo sui testi che avevano di fronte, che cessavano così di essere “carne morta” su cui esercitarsi con una specie di sterile dissezione, e riprendevano vita e senso di esistere di fronte a loro, quasi che l’autore, i personaggi e i luoghi comparissero loro davanti. Magari non proprio così, ma l’effetto a cui mirare dovrebbe essere questo.)

Insomma, eccomi col ginnasiale metallaro di fronte a Plutarco. Diamo un occhio ai brani assegnati: uno è il resoconto della morte di Cicerone, l’altro narra le vicende di Cesare catturato dai pirati. Dopo qualche minuto di confronto, capisco che al puer sta tantissimo sulle scatole Cicerone perché logorroico e pieno di sé, mentre Cesare, che ha conquistato tutto fuori e dentro Roma, gli piace un sacco. Bene, procediamo con la traduzione e vediamo cosa succede.

Iniziamo con la morte di Cicerone. Non faccio mancare un discorsetto introduttivo per ripassare il contesto storico e dare qualche precisazione sulla posizione dell’Arpinate, deluso da Ottaviano, perseguitato da Antonio e tenacemente (e anacronisticamente) fedele agli ideali di una repubblica ormai morente. Traduciamo. Un po’ alla volta si materializza davanti ai nostri occhi l’immagine di un uomo vecchio, stanco di vivere e trascurato, che non si rade né si lava più, e che all’avvicinarsi dei sicari ordina di fermare la lettiga su cui viene trasportato e affronta senza timore (e forse con una specie di sollievo) l’inevitabile, e assistiamo alla teatrale vendetta di Antonio, che fa tagliare ed esporre sui rostri le mani colpevoli di aver scritto le Filippiche. Ecco che noto nel fanciullo un moto di compassione per un personaggio che ha raggiunto il vertice della gloria come politico e oratore e che abbiamo appena visto rappresentato nel momento di massimo avvilimento.

Passiamo poi a Cesare alle prese coi pirati: anche in questo caso do qualche informazione sull’episodio, avvenuto quando il futuro padrone di Roma era all’inizio della carriera. Sulle prime il puer si mostra divertito nell’osservare come Cesare si mostri già tanto sicuro del proprio valore da convincere i pirati ad alzare la somma richiesta per il riscatto e, in seguito, da scherzare con loro con un certo atteggiamento di superiorità, fino a minacciare spiritosamente di tornare dopo la liberazione per crocifiggerli tutti. Il testo da tradurre non dice come va a finire: prendo dunque la Vita di Cesare e leggo il seguito. In effetti Cesare torna e li crocifigge tutti per davvero. Il ragazzino rimane colpito dalla freddezza quasi disumana del suo eroe, la cui affabilità si è rivelata soltanto una piacevole ma insidiosa maschera. Seguono alcune considerazioni finali sulla clementia Caesaris come instrumentum regni.

Dopo un lavoro del genere, sono sicura che il mio ginnasiale ha un po’ imparato a vedere la traduzione come un modo, per così dire, di “resuscitare i morti”, leggendo e interpretando i testi originali che parlano di loro, cosa che gli ha permesso di andare oltre le idee acquisite considerando la storia in modo superficiale e (almeno spero) di trovare un modo per alimentare questa sua passione con una profondità diversa. È proprio questo il fascino della traduzione, che permette agli studenti (e ha permesso a noi, da studenti) di venire a contatto, già durante gli anni del liceo, con i documenti che parlano direttamente del mondo antico, per amore del quale abbiamo scelto di avvicinarci allo studio delle lingue classiche.

(Per la cronaca, il puer ha superato il debito. Con un 6 forse accompagnato da un calcio in quel posto, ma l’ha superato.)

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3 thoughts on “Incontro ravvicinato con Plutarco

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