Canis a non canendo

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Già in epoca antica, e poi nel Medioevo, quando si iniziarono a fare i primi studi intorno alla lingua latina, uno degli argomenti più interessanti per i filologi fu l’etimologia delle parole e i meccanismi che la regolavano. I principali trattati sull’argomento furono il De lingua latina di Varrone (qui il testo completo in traduzione italiana) e le Etymologiae di Isidoro di Siviglia (qui il testo latino). In particolare, Varrone individuò ad esempio i procedimenti della derivazione fonetica e analogica, anche se credette che esistesse anche l’etimologia a contrariis, secondo la quale un termine derivava dal suo opposto. Celebri esempi a questo proposito sono canis a non canendo (“si chiama cane perché non canta”, anche se in effetti Varrone afferma piuttosto canis quia signa canit, ossia “si chiama cane perché ‘canta’ i segnali”) e lucus a non lucendo (“si chiama bosco perché non c’è luce”. A dire il vero, in questo caso il legame tra lucus e lux è stato effettivamente individuato nell’originario significato di lucus come “radura”, e quindi punto illuminato all’interno del bosco, nella quale si svolgevano riti sacri). Altri esempi di etimologie abbastanza fantasiose (ma non varroniane) sono cadaver a carne data vermibus (“si chiama cadavere dalla carne data in pasto ai vermi”) e calvitium a calvae vitio (“si chiama calvizie dal difetto della testa”). In epoca moderna i progressi degli studi linguistici, che sono divenuti scientifici a tutti gli effetti, hanno fatto sì che l’etimologia dei vocaboli venisse considerata come un fenomeno da studiare, appunto, attraverso il metodo scientifico, cercando di ricostruire nel modo più oggettivo e razionale possibile la storia delle diverse lingue e i rapporti tra di esse, e limitando il più possibile il ricorso a creativi voli pindarici.

Nonostante ciò, la tentazione, da parte dei “non iniziati”, di colorare le etimologie di tinte poetiche rimane sempre viva, e talora porta a esiti improbabili al limite dell’ilarità. Un esempio di “poeticizzazione” di un’etimologia riguarda il verbo desiderare, che deriva dalla preposizione de e da sidus, ossia “stella”, significando dunque, letteralmente, “sentire la mancanza delle stelle”: è facile, senza preoccuparsi di fare uno studio approfondito, attribuire sensi metafisici ed esistenziali a questo verbo, che in realtà nasce prosaicamente come termine del gergo marinaresco utilizzato per indicare l’impossibilità di vedere le stelle, soprattutto a causa del brutto tempo, e la conseguente difficoltà di orientamento. Ma fin qui è semplicemente una questione interpretativa, costruita su un’etimologia di fatto corretta. Tuttavia la fantasia si spinge talora nel campo dell’assurdo, producendo spiegazioni di questo genere: “ribellarsi”, che palesemente deriva da bellum, glossato come “ritornare al bello”; “immaginare” fatto risalire a un pastrocchio maccheronico come in me mago agere, tradotto come “lascio agire il mago che c’è in me”; e infine “amore”, che (poveretto) proviene da una radice indoeuropea, fatto diventare un ircocervo bilingue derivante da alfa privativo + mors e spiegato come “senza morte” perché è un sentimento immortale. (Sono ancora attonita dal fatto che quest’ultima paretimologia mi sia stata riferita da un’alunna di ripetizioni come spiegazione data da una sua insegnante, e che sia stata inserita addirittura in un libro di testo di latino.)

Ora, di fronte a ciò, chi abbia una minima cognizione di linguistica ha plausibilmente una reazione che va dal disappunto all’isteria, e sente l’impulso di correggere chi sostiene tali balorde derivazioni; la questione, però, è che, quando ciò avviene, il destinatario della correzione risponde a sua volta accusando il correttore di scarsa empatia e sensibilità e di non cogliere la poesia che sta dietro le parole che usiamo ogni giorno, e dichiarando di rimanere comunque convinto di ciò che afferma. Di fronte a tale ostinazione è dunque impossibile sostenere una discussione. L’impressione che se ne ha è che le discipline umanistiche, e in particolare linguistiche, non siano percepite come scienze vere e proprie, ma come nulla più che correnti di pensiero del tutto soggettive e opinabili (che peraltro sono gli stessi aggettivi con cui molti genitori definiscono le correzioni dei temi). Poi, però, basta guardare un po’ oltre l’orizzonte delle “nostre” discipline, e si vedono persone che mettono in dubbio anche le scienze intese nel senso più comune del termine, come la medicina (basti pensare a tutti coloro che ricorrono alla cosiddetta “medicina alternativa”) e l’astronomia (ebbene sì, c’è gente che crede davvero che la terra sia piatta: questo link non è uno scherzo). Allora si giunge alla conclusione che il problema non stia (soltanto) nella percezione comune delle discipline umanistiche, ma sia tristemente ben più vasto.

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6 thoughts on “Canis a non canendo

  1. Sottoscrivo ogni parola. Molte persone non riescono a scindere la scienza da ciò che -sarà anche bello- sentire con il cuore. Io non mi occupo di linguistica, ma mi viene in mente la faccenda, da brivido, dei vaccini. Improvvisarsi medici o linguisti, senza aver mai studiato né l’una né l’altra materia… è una piaga dei nostri tempi (peggio poi quando a dire “maccheronate” sono medici e linguisti stessi…).

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  2. Faceste meno i saputelli, forse imparereste qualcosa. Tanto per iniziare se io definissi sincretismo come sin creta, nel senso di sino a creta, nel senso di malleabile ci ritroviamo già con con il concetto di fondere mischiare assieme. Diciamo che mi è servito per “colorare” la parola. Se io fossi nemico degli abitanti di creta, cretino sarebbe un’offesa (Non sto dicendo sia il caso). Parlate di cose che non conoscete e vi definite “iniziati”. Ridicoli.

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