Con-correre

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Proprio in questi giorni si stanno svolgendo le ultime prove scritte per il concorso a cattedre. Noi di lettere le abbiamo sostenute il 2 maggio (italiano, storia e geografia), il 9 maggio (latino) e il 13 maggio (greco), quindi coloro che si sono cimentati col triplete hanno terminato un paio di settimane fa. Dato il modo compulsivo in cui siamo stati costretti a prepararci (il bando, a lungo annunciato e più volte rimandato, è infine uscito la sera del 26 febbraio, e peraltro ne ho visto l’annuncio poco dopo aver varcato in autobus il confine italiano, di ritorno dalla gita a Praga con la mia quinta; dunque abbiamo avuto due mesi per prepararci sul TUTTO, lavorando) e a svolgere le prove stesse, ho avuto seriamente bisogno di un periodo di ripiglio, per tornare in pari col lavoro arretrato e per rendermi conto di cos’era successo.

Nel frattempo, sono fiorite sul web e fuori dal web molte considerazioni sul concorso, volte soprattutto a mettere in luce la lampante sproporzione tra il tempo concesso e ciò che veniva richiesto ai candidati: in una media di 15-20 minuti a domanda, eravamo invitati a elaborare verifiche comprensive di griglia di valutazione, lezioni comprendenti anche non meglio specificati interventi rivolti a ipotetici studenti con Bisogni Educativi Speciali (e specificare la tipologia di bisogno è fondamentale per individuare l’intervento più adatto), unità di apprendimento con collegamenti interdisciplinari e persino programmazioni triennali. Da notare, inoltre, che per le prove di latino e greco non era consentito l’uso del dizionario, che comunque nessuno, date le tempistiche strettissime, avrebbe potuto consultare con calma. Non mancavano, per concludere, domande relative al valore formativo delle materie oggetto d’esame in termini di orientamento dello studente allo studio o al lavoro, con specifico riferimento alle normative: in questo caso non so chi abbia fatto davvero riferimento alle normative indicate, o abbia avuto in mente qualcosa di più specifico del contributo delle materie letterarie allo sviluppo dello spirito critico dello studente et similia.

Anche evitando di considerare aspetti strettamente organizzativi quali la nomina delle commissioni al penultimo minuto e l’assenza di griglie di valutazione standardizzate, salta clamorosamente all’occhio la differenza di questo concorso rispetto a quelli passati, e in particolare a quelli che si sono tenuti fino al 1999: in quell’anno, gli scritti di lettere prevedevano, per italiano, il commento di un brano a scelta tra uno di prosa e uno di poesia e un’ipotesi di utilizzazione didattica, mentre per latino e per greco a questo si aggiungeva anche la traduzione (per greco, non in italiano ma in latino), per la quale era previsto l’uso del dizionario. Tempo concesso: 8 ore. Ecco, noi in 150 minuti abbiamo dovuto fare sostanzialmente la stessa cosa per sei volte, e poi rispondere a quesiti di comprensione su due brani in inglese. A questo punto viene spontaneo chiedersi come sia possibile che, in sostanza, ci venga chiesto di fare in 20 minuti quello che alla passata generazione di docenti si chiedeva di fare in 8 ore: viene il sospetto che la qualità discriminante, nel nostro caso, sia la sovrumana velocità sia di organizzazione sia di digitazione, e non tanto l’autentica conoscenza della materia e l’approccio critico ad essa, impossibili da dimostrare senza tempo per riflettere né per rileggere e correggere. Personalmente ho avuto l’impressione che mi si chiedesse di essere una specie di juke-box di unità di apprendimento. La domanda finale che ci si pone è dunque relativa a quale tipo di docente questo concorso intenderebbe selezionare, e a quali obiettivi educativi tale docente si dovrebbe rifare una volta messosi di fronte agli alunni.

Per concludere, mi limito a citare un passo di Nietzsche che a sua volta un collega ci ha girato dopo le prove scritte, giusto per ricordare come la velocità convulsa che ci si chiede vada contro l’approfondimento e lo spirito critico in generale, e contro il metodo filologico, proprio delle nostre materie, in particolare.

Filologia… è quella onorevole arte che esige dal suo cultore soprattutto una cosa, trarsi da parte, lasciarsi tempo, divenire silenzioso, divenire lento, essendo un’arte e una perizia di orafi della parola, che deve compiere un finissimo attento lavoro e non raggiunge nulla se non lo raggiunge lento. Ma proprio per questo fatto è oggi più necessaria che mai; è proprio per questo mezzo che essa ci attira e ci incanta quanto mai fortemente, nel cuore di un’epoca del ‘lavoro’, intendo dire della fretta, della precipitazione indecorosa e sudaticcia, che vuol ‘sbrigare’ immediatamente ogni cosa, anche ogni libro antico e nuovo; per una tale arte non è tanto facile sbrigare una qualsiasi cosa, essa insegna a leggere bene, cioè a leggere lentamente, in profondità, guardandosi avanti e indietro, non senza secondi fini lasciando porte aperte, con dita ed occhi delicati… (F. Nietzsche, Aurora. Pensieri su pregiudizi morali, trad. it. di F. Masini, in B. Gentili, Poesia e pubblico nella Grecia antica. Da Omero al V secolo, Milano 2006 (4^ edizione), 329)

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8 thoughts on “Con-correre

  1. A quasi un mese dal battesimo, non ho più parole. Naturalmente chi ha messo in piedi questa oscenità di concorso non solo non ha idea dei requisiti e delle metodologie di lavoro necessari nell’approccio ai testi e alla loro organizzazione didattica e non conosce neanche la terminologia di cui fa uso (BES, come hai detto tu, è un mare magnum, per non parlare delle UdA di 2 ore, che, per definizione, UdA non possono essere). La cosa più avvilente è constatare che chi ci ha testati e chi ci dovrà giudicare non ha nemmeno i nostri requisiti in termini di preparazione, dato che ai commissari non è richiesto il B2 di lingua straniera che pretendono da noi, né l’aggiornamento professionale, dato che molti di loro sono docenti o dirigenti in pensione.

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    • Ho l’impressione che almeno alcuni commissari non sappiano nemmeno cosa vuol dire sostenere una prova scritta nelle condizioni in cui l’abbiamo svolta noi. Da noi la commissione è venuta a trovarci mentre digitavamo come assatanati (e mentre il timer scorreva implacabile), e, quando ci hanno chiesto “allora, ragazzi, come va?”, comprensibilmente non hanno ricevuto alcuna risposta, udendo invece grugniti qua e là. Sinceramente sono diventata molto fatalista nei confronti di scuola, concorso e tutto il resto.

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      • Vale anche per me. Come minimo i commissari dovrebbero fare una simulazione per capire in che condizioni abbiamo lavorato: secondo me nessuno di loro terminerebbe la prova (alcuni, data l’età, forse non saprebbero nemmeno correre sui tasti ad una media velocità). Il guaio è che vanno a farsi friggere tutte le Filippiche che ci hanno fatto al TFA sull’importanza della progettazione, sui tempi delle varie fasi di lavoro e sulla necessità di tarare l’offerta didattica sui destinatari, nonché l’importanza di valutare i risultati complessivi per dare un giudizio sulla correttezza e la coerenza dei percorsi di apprendimento e delle richieste di verifica. Ma sbagliamo noi, forse, ad aspettarci ancora la coerenza in questo delirio chiamato scuola…

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  2. Carissima Marta leggo sempre con piacere i suoi post ma questa volta non sono del tutto d’accordo. Sono un’insegnante della A052 entrata in ruolo nel 1993 , abilitata anche A051 A050 A047 con il concorso bandito nel 1990 . Condivido le sue osservazioni sul poco tempo di preavviso e l’enormità del programma da preparare per il concorso nonché sul tempo assolutamente insufficiente per svolgere delle prove così complesse. Quello che non condivido è il fatto che le prove dei concorsi precedenti fossero più semplici : personalmente ho svolto 7 prove scritte, 4 colloqui orali , lo scritto di italiano non era un commento ma un tema , dal greco al latino era possibile usare il vocabolario di greco non di latino, oltre alla traduzione era richiesto un commento. Il tempo concesso forse erano 6 ore ma su questo non ci giurerei. Il programma per l’orale era lo scibile umano anche allora. Anche io ho lavorato e studiato. Certamente il suo impegno è stato grandissimo, su argomenti che alla mia epoca nemmeno esistevano ( uda,griglie), ma anche per me non è stata una passeggiata. Con grande stima Lia

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    • Non ho fatto alcun commento sulla semplicità della prova; il punto centrale della mia considerazione riguardava appunto le tempistiche assurde con cui abbiamo dovuto confrontarci. Per il resto, entrare in ruolo non è stato facile per nessuno.

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  3. Leggo con amarezza questa tua considerazione, e mi convinco sempre di più di quanto il ruolo dell’insegnante sia stato declassato nel pensiero comune e nel pensiero di chi dovrebbe soprintendere all’istruzione. Non mi stupisco del rispetto pari a zero che gli insegnanti ricevono spesso nelle classi e nei colloqui con i genitori. Aspettandosi da loro dei risultati di un certo tipo con dei tempi totalmente inadeguati…è un miracolo che ci sia ancora gente che ha voglia di fare questo lavoro, con tutto il fango che pian piano li sommerge. Non mollare mai Marta.

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    • Non nascondo che a volte ho la sensazione che vogliano che molliamo. A volte la fiducia e l’autostima vanno sotto i tacchi, ma al primo attestato di rispetto (e affetto) da parte degli studenti riprendono la speranza e la voglia di continuare a impegnarsi. 🙂

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  4. Oltretutto noi del TFA abbiamo già svolto prove, già siamo stati selezionati. E il fatto che le prove concorsuali di latino e greco non abbiano previsto traduzione è l’apoteosi dell’idiozia. E anche il pochissimo tempo fra scritti e orali (nel mezzo c’erano ultime interrogazioni e compiti, scrutini finali e per qualcuno anche gli esami di terza media o di maturità, con tutto quello che comporta in termini di tempo e stanchezza).
    La domanda sull’Antigone io la porto come esempio di stupidità suprema.

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