Distillati

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Qualche giorno fa, da un post sulla pagina FB dell’amica lettrice Antonella (ecco qui il link al suo blog, che merita: fateci un giro) sono venuta a conoscenza della nascita dei “Distillati”, ossia di un’iniziativa editoriale della casa editrice Centauria, pensata essenzialmente per le edicole, che consiste in una collana di best seller in edizione abbreviata, con tagli di scene, archi di trama e personaggi secondari, nonché di sequenze descrittive, attraverso i quali il libro, pur conservando, nell’intento, la struttura essenziale e i passaggi fondamentali, perde metà della propria lunghezza potendo così essere letto, come lo stesso slogan pubblicitario suggerisce, “nel tempo di un film”. Qui i dettagli del progetto. Già prima di me altri validi blogger si sono occupati di analizzare l’iniziativa, con contributi che mi vedono assolutamente d’accordo (ecco qui, su tutti, quelli di Dusty Pages in Wonderland e de I dolori della giovane libraia), e quindi, se dovessi esporre la mia opinione sul fenomeno, risulterei necessariamente ripetitiva; a me interessa piuttosto considerarne le possibili implicazioni nell’ambito scolastico, che, quanto alla lettura, offre un panorama a tratti decisamente triste.

Anche quest’anno, dato che ho ricevuto in sorte l’insegnamento dell’italiano in quattro classi del biennio (due prime e due seconde) ho modo di tastare direttamente il polso della situazione: oltre a carenze grammaticali ed espressive, molto molto spesso si assiste anche a problemi di comprensione del testo. Ciò avviene in primo luogo per la povertà lessicale, che potrebbe essere risolvibile attraverso un uso intelligente del dizionario (cosa che di solito non avviene per pura purissima pigrizia); il fatto assume talora proporzioni sconcertanti, non essendo infrequente che lo studente, invitato a commentare il testo letto, dica o scriva “l’ho trovato facile da leggere perché non c’erano parole difficili”, come se soltanto questo parametro contasse per l’interpretazione. In secondo luogo, ciò è dovuto anche a un’incapacità generalizzata di cogliere i contenuti, tanto che spesso, dopo la lettura in classe di un racconto breve compreso nella loro antologia, una parte degli alunni non è nemmeno in grado di riassumerne correttamente la trama. In queste condizioni, dunque, si rende necessario un avvicinamento serio dei ragazzi alla lettura, dal momento che la comprensione di un testo scritto è una delle competenze di base da raggiungere, e non solo perché ce lo dicono dall’alto, ma anche per sopravvivere nella vita quotidiana.

Ecco dunque che, esortata anche dai genitori, mi sono decisa a proporre ai ragazzi, per la seconda parte dell’anno scolastico, la scelta di un libro da leggere ed esporre al resto della classe in una data stabilita. L’accoglienza di tale proposta non è ovviamente stata uniforme, e le reazioni di protesta sono state sintomatiche delle consuetudini di lettura degli studenti: per alcuni la preoccupazione maggiore è data dal numero delle pagine, o meglio dallo spessore del volume (che, come ogni bibliofilo ben sa, non è dato soltanto dalla lunghezza del testo; ma prova a spiegarglielo), per altri il cruccio fondamentale era dato dalla prospettiva di essere obbligati a leggere roba “vecchia e monotona”, ossia tutto ciò che non rientri nella letteratura pensata per il loro target e uscita negli ultimi anni. Il riferimento più immediato è alla saga di After, che la fa da padrona tra le ragazze; un’alunna, allo scorrere la lista da me proposta (contenente ben 100 titoli tra classici e moderni, suddivisi per genere e con un accenno di trama in modo da guidare la scelta) si è risentita non vedendovi nessuno dei (pochi) libri a cui è abituata. Alcuni alunni, su 100 libri proposti (e vi assicuro che l’assortimento era bello vasto), non ne hanno trovato assolutamente nessuno che stuzzicasse la loro curiosità.

In una situazione del genere risulta dunque molto difficile fare affidamento sulla nascita, nei ragazzi, di un desiderio spontaneo di esplorare le infinite possibilità loro offerte dal mondo della letteratura. Il fatto è stato recepito anche dalle stesse case editrici delle saghe adolescenziali, che per motivi di marketing hanno pensato di ripubblicare i classici amati dai protagonisti di dette saghe con vesti grafiche che rendessero evidente questo collegamento. Se qualcuno sa se l’iniziativa ha avuto successo, e se quindi le lettrici di Twilight o After si sono accostate con lo stesso entusiasmo alla lettura di Cime tempestose o Anna Karenina, me lo dica. D’altra parte, è vero anche che ogni volta che esce un film ispirato a un libro, quest’ultimo viene regolarmente riedito con una nuova copertina, con una sovraccoperta o con una fascetta che dice una cosa come “il libro da cui è stato tratto il film dell’anno”. (Esempio che ho sotto il naso: la mia copia del Pentamerone di Basile, da me acquistata dopo l’uscita del film di Garrone, è una normalissima edizione Garzanti che è stata avvolta da una sovraccoperta disegnata per l’occasione. Appena me ne sono accorta ho riso da sola come una folle. Ma vabbè.)

A parte le succitate mosse di marketing, che, considerate le possibili ricadute positive, possono comunque essere ricondotte a un tentativo di avvicinamento ai classici di un pubblico che non vi è avvezzo, l’operazione della Centauria mi lascia perplessa soprattutto perché “vittime” delle operazioni di taglio non sono ponderosi tomi come Delitto e castigo, a cui il grande pubblico generalmente non si accosta, ma quegli stessi best seller, come La solitudine dei numeri primi o Uomini che odiano le donne, che già di per sé e in versione originale hanno avuto lettori numerosissimi. Sono dunque prodotti già pensati per essere largamente accessibili a un pubblico molto vasto, venendo incontro ai suoi gusti. A che pro, dunque, tagliarli e ridurli? Per ridurne, a sua volta, il tempo di fruizione, rendendolo, negli intenti, simile a quello di un film, assecondando le esigenze di chi dice di non avere tempo per leggere. Tuttavia, per chi non è avvezzo alla lettura, 240 pagine in un paio d’ore sono utopia allo stato puro. Inoltre, chi non è abituato a leggere, una volta visti i film, difficilmente andrà in cerca del libro da cui sono tratti, proprio perché si tratta di un’attività che non fa parte delle sue consuetudini e che richiede, com’è noto, un impegno mentale del tutto diverso.

Resta la questione fondamentale relativa alla tendenza alla semplificazione eccessiva. Come ho evidenziato sopra, le ultime generazioni di adolescenti appaiono avere ben pochi strumenti per accostarsi alla lettura e alla comprensione dei testi, e mi pare che le operazioni di cui sopra non facciano che seguire questa tendenza, rendendo dunque sempre più difficile per la scuola tentare di porvi riparo. In generale, è come se, invece di cercare di educare la sensibilità e le capacità di potenziali lettori, si puntasse ad abbassare il livello generale dei prodotti per venir loro incontro evitando qualsiasi sforzo eccessivo. L’educazione dei lettori, certo, è un compito che spetta alla scuola, ma è chiaro che la scuola stessa opera all’interno di una società caratterizzata da meccanismi ben precisi, dei quali va necessariamente tenuto conto.

Ora, prima di gridare allo scandalo o allarmarsi per un’imminente Apocalisse, bisogna vedere come evolverà lo scenario, e se tale tendenza alla semplificazione continuerà sempre più negli anni, col proliferare di iniziative come quella dei “Distillati”, o se invece progetti come questo sono destinati al fallimento. Nel frattempo, tuttavia, già scorrendo i testi contenuti nelle antologie scolastiche, che iniziano a includere anche brani di Twilight, gli unici “distillati” in cui trovo conforto sono quelli ritratti qui in foto.

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15 thoughts on “Distillati

  1. Sempre grandissima, hai centrato il punto. Ho sentito varie persone dire “ma chi già legge non si accosterà mai a questi obbrobri, mentre chi non legge magari può iniziare da questi per poi passare alle opere originali”.
    Secondo me proprio no. Come tu dici, la media italiana, analfabeta funzionale, a stento riesce a capire le istruzioni del detersivo della lavatrice: leggere un libro, distillato o non distillato, è fantascienza.
    Le strade che vedo sono due: o questo progetto fallirà miseramente (e me lo auguro), o tutta l’editoria scivolerà lentamente (in caso non si estingua del tutto) nella semplificazione demenziale di qualunque cosa, adattandosi al livello semianalfabeta del grande pubblico.

    Tu la tua parte la stai già (ampiamente) facendo: non mollare, mi raccomando 🙂

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  2. Accolgo il tuo appello. Hai fatto intendere che ritieni davvero improbabile che ‘le lettrici di Twilight’ si siano accostate con lo stesso entusiasmo a Cime tempestose. Ebbene ecco qui una quasi diciottenne (che fra l’altro si sente abbastanza intimidita nel rivolgersi a una donna che potrebbe essere benissimo una sua insegnante dandole del tu, ma questo commento scritto dando del lei era davvero ridicolo) che è passata da Twilight a Cime tempestose proprio grazie alla citata strategia di marketing… leggendo entrambi con lo stesso entusiasmo (e specifico inoltre che questo è accaduto quando di anni ne avevo tredici). Scrivo questo commento solo per sottolineare che non bisogna generalizzare e che si può ricavare qualcosa di buono da (quasi) tutto se il terreno di base è fertile, ma allo stesso tempo so benissimo che il tuo intento non era certo questo. Mi avvilisce scoprire anche tramite le tue parole quanto le nuove generazioni di studenti non gradiscano la lettura: pur avendo modo di osservarlo ogni giorno a scuola non voglio mai crederci.
    Detto ciò mi associo ad ogni singola cosa da te scritta, i distillati non verranno comprati né da chi abitualmente legge né tantomeno da chi non lo fa. E guardandomi intorno, osservando i miei coetanei, non posso fare a meno di pensare a quante avventure si stiano perdendo.

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    • Infatti ho messo dovutamente in evidenza che le strategie di marketing messe in atto dagli editori di Twilight e After hanno il merito indiscutibile di mettere un target “diverso” a contatto con i classici, e sono davvero contenta che nel tuo caso abbia funzionato 🙂 ovviamente, per fare discorsi generali, ci si deve riferire ai dati, per così dire, “medi”, che possono ben prevedere felici eccezioni come la tua. Ecco, giustamente dici che il terreno dev’essere fertile se si vuole che cresca qualcosa, e mi pare che sia proprio questo fattore a venire lentamente meno, per quanto riguarda non solo il desiderio di leggere, ma anche la volontà di impegnarsi per ottenere risultati.

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  3. In un saggio di Guglielmo Gorni ho letto che esiste una riduzione dei Promessi Sposi assai particolare: una riduzione in terzine dantesche. Il Gorni fornisce l’informazione, probabilmente, per mostrare al lettore uno scorcio ironico sulle patologie metriche dell’italiano. Però mi rendo conto, adesso che se ne parla a causa dei Distillati, che la scrittura di riduzioni in effetti non è affatto una novità 😄

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  4. Lo so che sto per esprimere un’opinione impopolare, ma penso che l’analfabetismo di quei giovani sia in buona parte da imputare alla scuola. Non so il vostro caso, ma nel mio la gran maggioranza degli insegnanti appartenevano alla categoria “terrone sfasulato che non ha piu’ aperto un libro dal giorno della laurea e che conta i giorni che gli mancano per la pensione”. Dato che gli studenti che entrano a scuola ogni anno sono sempre gli stessi, non posso giudicare bene un’istituzione che sforna il 50% di analfabeti funzionali. Personalmente, mi vergognerei di lavorare in una fabbrica che produce un 50% di pezzi balordi!

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    • Una risposta rapidissima:
      1. gli studenti non sono prodotti da sfornare;
      2. anche se fosse, la qualità dei prodotti dipende anche dalla qualità del materiale. La mia esperienza riguarda ragazzi liceali con cui mi trovo a dover rispiegare le coniugazioni dei verbi (che dovrebbe essere assodata già dalle elementari): se alla fine dell’anno le sanno, io ho la coscienza a posto.
      D’altronde, come ho detto anche sopra, la scuola non è una monade isolata nel suo operato, ma si trova ad avere a che fare coi meccanismi della società. Non solo noi docenti siamo responsabili dell’educazione degli studenti, ma anche i genitori, che come minimo devono offrirci supporto.

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      • Il discorso e’ interessante: come mai tutti a buttare fango sui poveri sfigati di insegnanti delle superiori, ormai quasi tutti precari eterni con la paga da operatore call center, e nessuno dice niente contro gli insegnanti elementari? Forse i secondi sono ancora sindacalizzati e intoccabili come gli insegnanti delle superiori negli anni 80?

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