Matilde Serao e il TFA: riflessioni

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Questa mattina, mentre attendevo l’arrivo di una ragazzina per una lezione di ripetizioni di greco, mi sono imbattuta in una puntata dell’ottima trasmissione Il tempo e la storia, dedicata questa volta all’evoluzione della figura delle maestre. Tra i vari documenti citati dal programma, vi erano anche degli estratti del racconto Alla scuola di Matilde Serao, che fu lei stessa insegnante. In questo testo, l’autrice racconta la sua esperienza alla scuola normale per ottenere la patente di maestra, e ascoltandone l’incipit mi è sorto spontaneo fare un collegamento con la mia esperienza di tieffina. Ecco il passo:

Aspettavamo i giorni di tirocinio con una ansietà segreta. I giorni di lezione erano monotoni, spesso tristi. Noi studiavamo senza voglia, malamente, con programmi incerti, con professori troppo severi o assolutamente inetti. Eravamo già maestre e l’essere trattate da scolarette ci umiliava, ci stizziva.

Effettivamente, anche per me, e credo anche per i miei colleghi, una delle cose più belle del percorso abilitante è stata il tirocinio in classe, e il confronto con colleghi e studenti in un’atmosfera tutto sommato priva dei ritmi serrati e dei doveri propri di un incarico vero e proprio: abbiamo osservato molto, senza doverci di fatto trovare a gestire le turbolenze di una classe svogliata, e le lezioni che abbiamo preparato e tenuto si sono svolte in un’atmosfera tutto sommato tranquilla, perché noi tirocinanti, in quel contesto, avevamo, in un certo qual modo, il fascino della novità. Ecco, diciamo che, se non avessi dovuto gestire anche 17 ore di incarichi spezzati tra due scuole con tanto di serale, mi sarei divertita sul serio.

Quanto alla monotonia e alla tristezza dei giorni di lezione, non posso che condividere le sensazioni della nostra antesignana, unendole anche alla fretta furibonda con cui ci è toccato fare tutto. Pure con l’incertezza dei programmi ci siamo: per alcuni esami, fino all’ultimo non si sono sapute con chiarezza le modalità stesse di svolgimento, dato che nemmeno i nostri professori avevano ben presente cosa fare.Per cui anche noi, in definitiva, abbiamo studiato “senza voglia” (e con addosso, piuttosto, un’incavolatura micidiale) e “malamente” (a causa dell’oggettiva mancanza di tempo e dell’inevitabile navigazione a vista).

Anche sul fastidio dovuto al fatto di “essere trattati come scolaretti” ci siamo, grosso modo; non tanto per la necessità di rimettersi a studiare e fare esami (ci mancherebbe altro), quanto perché spesso si è dovuto avere a che fare con i massimi sistemi della didattica, a noi presentati in termini tali da essere di fatto impossibili da mettere in pratica in una classe concreta, piena di difficoltà e di casi particolari da gestire. (Ecco qui un esempio relativo alle programmazioni.) Chi di noi aveva già avuto qualche esperienza di insegnamento si è presto reso conto della distanza abissale tra quello che ci veniva proposto e quello che si è vissuto e si vive quotidianamente a scuola. Anche la modalità con cui, dopo tutte le incertezze organizzative, siamo stati esaminati ricordava in tutto e per tutto quella degli esami universitari: nella maggior parte dei casi, infatti, non ci è stato chiesto altro che dimostrare la conoscenza dei contenuti affrontati durante i corsi (e con la stessa accuratezza di uno studente universitario, che solitamente non ha un lavoro a tempo pieno né un totale di 5 giorni – calcolo per eccesso – per preparare ciascun esame). Questa è stata, forse, la cosa che ci ha demoralizzati di più.

In tutto questo, ciò che ci ha permesso di sopravvivere alle Forche Caudine è stata la solidarietà che abbiamo trovato negli alunni e nei colleghi, sia delle scuole dove lavoravamo sia di quelle dove abbiamo svolto il tirocinio (in entrambe sono stata vista piangere come una bimba dell’asilo, per via dello stress, e in entrambe ho incontrato comprensione e calore umano), nonché il forte legame che, come compagni di corso, abbiamo stretto tra di noi: ora che tutto è finito, ci sentiamo come veterani sopravvissuti a una guerra.

E la motivazione che, nonostante tutto, ci ha spinti a non mollare era data dall’amore per le nostre materie, e anche dalla gioia con cui (sotto sotto, ma neanche troppo sotto) entravamo ed entriamo in classe per comunicarne il fascino alle torme scomposte degli alunni, che, se e quando colgono la nostra passione, oltre a maturare un pochino loro stessi, ci ridanno, per qualche tempo, la freschezza della loro età.

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One thought on “Matilde Serao e il TFA: riflessioni

  1. Devo darti ragione, come sempre. Il TFA è stato un’esperienza snervante ed effettivamente siamo stati trattati come degli scolaretti obbligati a confrontarsi con argomenti astratti o con l’ennesimo esame universitario: il percorso di specializzazione è stato avulso dalla realtà, eccetto per la parte inerente al tirocinio vero e proprio, in cui, abbadonati tomi e dispense teoriche, abbiamo incontrato alunni e colleghi veri, con le loro esperienze e le problematiche autentiche della didattica (pur, come hai detto, senza il peso delle incombenze professionali). Negli ultimi 3 mesi, respirare l’aria della classe e collaborare con i docenti è stato fondamentale per arrivare alla fine del percorso viva e conservando quella motivazione che fin dall’uscita del bando sembrava volessero toglierci! Che questo sia l’augurio di un futuro professionale degno di tali imprese! 🙂

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