Scarabocchi

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Ieri mattina, in seconda scienze umane a indirizzo economico, lezione molto tecnica di metrica italiana. Invece di prendere appunti, un’alunna pastrocchia un quaderno con un enorme pennarello nero indelebile, prontamente sequestrato.

Dopo qualche minuto, ecco che parte la protesta: – Prof, mi ha sporcato l’unghia col pennarello, adesso ho l’unghia nera e non va più via!

– Con l’alcool va via, adesso segui la lezione.

– Sì, e secondo lei qui ho l’alcool?

– Ci penserai a casa, ora SEGUI LA LEZIONE.

– Ma mi tocca andare in giro tutta la mattina con l’unghia nera!

– Andate già in giro coi pantaloni strappati, non vedo dove sia il problema.

– Ma quelli sono di moda, l’unghia nera no!

A parte il fatto che a questo punto probabilmente qualche mio organo interno ha preso fuoco, la lezione prosegue con l’alunna che continua imperterrita a farsi i cavoli suoi chiacchierando con la compagna della fila dietro (e quindi mettendosi in pose da contorsionista per agevolare la conversazione), nonché distraendosi con qualsiasi cosa le capiti in mano, dal righello al paio di forbici all’orologio da polso. Dato che non posso certo sequestrarle tutto ciò che ha intorno a sé, mi limito a richiamarla, ma senza risultato alcuno. Quando infine faccio notare che, come dimostrano le numerose domande poste dai coraggiosi che stavano seguendo, l’argomento non è dei più semplici e per passare la verifica è fondamentale capirlo bene e, last but not least, ascoltare quello che dico, la risposta è questa: – Ma se faccio tutto giusto il 6 lo prendo lo stesso, non è vero?

Vedremo se riesce a distinguere gli endecasillabi a maiore e quelli a minore senza nemmeno sapere cosa sono.

E vorrei anche vedere, così, tanto per curiosità, cosa mi consiglierebbero di fare i miei mentori del TFA in una situazione del genere. Già avrebbero probabilmente criticato il mio ricorso totale e indiscusso alla lezione frontale, consistente anche nella dettatura in stile scuole elementari, in quanto metodologia poco coinvolgente per gli studenti; ma in una classe così vorrei sfidare chiunque a utilizzare il cooperative learning, il learning by doing e siffatte amenità. Già una cosa semplice come leggere i Promessi Sposi è un problema: a parte il fatto che c’è solo da ringraziare Iddio se qualcuno ha portato il libro, se leggo io la classe non mi bada, se chiedo a loro di leggere c’è chi si rifiuta, chi fa lo scemo, chi disturba i compagni e il tutto diventa una caciara ingestibile.

Al TFA, a dire il vero, si è parlato di striscio anche di casi difficili, di alunni che si rifiutavano di lavorare in classe e che sono stati recuperati grazie a un intervento del docente di turno, che ha stabilito con loro un rapporto personale e ha recuperato la loro fiducia. Però un conto è rifiutarsi di lavorare e basta (e allora il tutto si può giocare anche sul piano dei contenuti, sforzandosi di renderli un pelo attraenti; solitamente con un po’ di battute e di esempi scherzosi riesco a svegliare qualche neurone dormiente), un altro è rifiutare per partito preso l’autorità dell’insegnante, adottando un atteggiamento insolente persino con il Dirigente e arrivando persino a vantarsi delle note disciplinari “collezionate”.

In un caso del genere, si tratta evidentemente di ragazzi che starebbero da qualsiasi altra parte (dietro il bancone di un bar, in un salone di parrucchiera o di estetista, in un’officina meccanica) piuttosto che a scuola. E certamente, se li si lasciasse seguire la loro strada, diventerebbero bravi baristi, parrucchieri, meccanici, nonché persone più serene. D’altra parte, non si può istruire la gente per forza, né sta scritto da qualche parte che tutti debbano fare il liceo.

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27 thoughts on “Scarabocchi

  1. Perfettamente d’accordo. Personalmente, rimpiango la concezione gentiliana di scuola “aristocratica”, dove l’istruzione superiore era riservata ai migliori.

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  2. Salve, scusatemi l’intrusione, leggo spesso ma non commento mai, stavolta mi son sentito spinto a dire una piccola cosa.
    La frustrazione di un professore, in questi casi, capisco che sia elevata, ma credo che piuttosto che puntare i piedi e rimanere incastrati in una comunicazione simmetrica che sfoga nella conseguente escalation di affermazione, sia più opportuno comprendere questi ragazzi.
    I DSA, l’ADHD, i Disturbi Oppositivo-Provocatori, sono tutti disturbi riconosciuti dal DSM; certo, non tutti rientrano in questi cluster, ma credo che il compito del professore non sia trasferire cultura, ma stimolare curiosità.
    I ragazzi problematici sono quelli che più di tutti necessitano la comprensione e il coinvolgimento, non esclusivamente la punizione.
    E’ vero, non tutti devono per forza prendere un diploma o la laurea, ma siamo noi persone che possono elevarsi fino a decidere questo?
    Non molto tempo fa, non so se si fa ancora, il consiglio di classe delle medie si permetteva di consigliare l’indirizzo che l’alunno avrebbe dovuto prendere alle superiori.
    Se non studiava doveva andare a un professionale, se era bravo allora un classico o uno scientifico etc, senza considerare minimamente l’aspetto emotivo e psicologico che spingeva l’alunno a comportarsi così e senza preoccuparsi delle conseguenze che tale affermazione potrebbe produrre.
    Un professore ha tra le mani giovani menti che crescono, ha una responsabilità enorme e non è certamente dicendo che certe persone sarebbe meglio se lavorassero che fornisce uno stimolo per la crescita personale e intellettuale.
    Ovviamente, come dicevo all’inizio, comprendo la frustrazione del professore che si trova in una posizione scomoda e capisco l’emotività, che non sempre permette il ragionamento razionale (come è giusto che sia, d’altronde), l’importante è la consapevolezza e la comprensione, anche a posteriori, di ciò che ha esperito.

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    • Carissimo, altro che scuse, anzi, ti ringrazio per il tuo intervento. Le situazioni dei singoli alunni vanno considerate caso per caso: ci sono studenti che effettivamente assumono certi comportamenti a causa di situazioni personali o familiari difficili; io stessa ho avuto, ad esempio, un alunno che risiedeva in una casa famiglia, e in quel caso tutto il consiglio di classe ha fatto fronte comune per cercare una strategia educativa efficace per lui. Nel caso, invece, della ragazza del post, si tratta di un’alunna ripetente (e quindi sono 3 anni che frequenta il liceo), e in tutti questi anni il consiglio di classe si è occupato di analizzare a fondo il caso, coinvolgendo l’alunna stessa e la sua famiglia: ne è uscito che l’alunna stessa ha affermato di essere “inadatta” al “sistema scuola” e di essere lì, in sostanza, soltanto per far contenti i genitori. Sono stati fatti anche tentativi di riorientamento, senza risultato alcuno. In questo caso mi pare che il disagio sia dovuto al fatto stesso che la ragazza si trova in un ambiente a cui si sente estranea. Mi parrebbe dunque il caso di ascoltarla davvero e capire quale percorso vuole prendere, che sia liceale, tecnico, professionale o direttamente lavorativo, dato che l’obbligo formativo, sic stantibus rebus, è stato assolto.

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      • Graze per l’apertura al dialogo, che purtroppo vedo non tutti hanno avuto.
        Comprendo bene ciò che dici e posso dire di condividere la tua risposta.
        Da parte mia mi sorge spontaneo chiedermi quali siano i motivi che spingono questa alunna a ritenersi inadatta al sistema scuola.
        L’imposizione forzata dello studio potrebbe essere un banale motivo per opporsi ad esso e la soluzione non sarebbe nel togliere lo studio, ma nell’eliminare l’imposizione.
        Ovviamente non conoscendo nello specifico il caso non mi addentro in ciò che è stato o meno fatto, ma non mi stupirei se questa alunna stesse attuando, per esempio, le cosidette Profezie che si Autoavverano, rinforzando sempre più un comportamento a lei disadattivo.
        Purtroppo non tutte le disfunzionalità galleggiano, tante vanno ricercate sul fondo e non sempre una famiglia appare per quello che è davvero.
        Certo è che qui si esce dal terreno didattico e si entra in quello psicologico, anche se, a mio avviso, un insegnante dovrebbe essere sensibile a certi stimoli e prontamente consigliare alla famiglia un approfondimento della situazione.
        Di nuovo però si pone per l’insegnante una situazione spiacevole, non tutte le famiglie reagirebbero a questa comunicazione nello stesso modo.
        Certamente però quella ragazza non è solo il suo atteggiamento.
        “Be pitiful, for every man is fighting a hard battle.”

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  3. Mi sa che quest’ultimo il professore non lo ha mai fatto, né ha mai tentato di inculcare un concetto nella testolina vuota di un minorenne interessato solo al prossimo commento su Facebook. Chè più che interessarsi ai loro minimi problemi, occorrerebbe diversamente utilizzare un martello per infilargli qualche conoscenza in testa in guisa di chiodi. E lasciamo perdere le competenze, inarrivabili mete. Epperò quando ne incontri uno che s’interessa e apprezza l’idea di imparare, quale mirabile gratificazione!

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  4. Sono d’accordo con te, Marta: gli insegnanti devono fare di tutto per stimolare la curiosità e l’impegno dei loro alunni, ma ci sono casi in cui questi, anche a fronte di strategie personalizzate per far conseguire loro determinati obiettivi, si rifiutano di farlo, che abbiano disturbi certificati o meno (e quest’ultima è una casistica che farebbe ribollire in nervi a tutti). Ma quello che mi preme di più sottolineare del tuo intervento è proprio l’aria fritta del TFA, che ci ha proposto soluzioni del tutto inattuabili in certi contesti e che, anziché stimolare, accentuano la distrazione e il dolce far niente: anch’io provo, in classe, a proporre laboratori, occasioni di approfondimento personale, momenti di riflessione, ma si ottengono l’attenzione e la partecipazione dei soliti due o tre (che sarebbero diligenti in qualsiasi caso), mentre gli altri venti si danno alla pazza gioia, non riconoscendo alcun valore educativo nemmeno in attività che danno loro più autonomia e partecipazione. Non tutti i terreni sono fatti per seminare le stesse colture (e per fortuna, perché abbiamo tutti attitudini diverse), ma negare che sia così e pensare che tutta la responsabilità del disagio scolastico sia di insegnanti che non sono “bravi animatori” non aiuta certamente la scuola, i suoi professionisti e, ovviamente, nemmeno gli alunni.

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  5. Scusate l’intrusione, sono una semplice maestra di asilo nido, ma mi spiegate per quale assurdo motivo tutti devono frequentare i licei. Ci sono scuole professionali che preparano a mestieri ormai quasi scomparsi.
    Io stessa, se tornassi indietro, non mi incarterei più in lauree, master , specializzazioni e corsi vari, ma andrei a fare un bel corso di ceramista.

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    • No, per favore! Sono manutentore elettromeccanico e a volte mi capita di lavorare con dei casi umani che sono stati mandati alla scuola tecnica solo perche’ erano troppo bestie per studiare al liceo (come se nelle scuole tecniche non si studiasse quanto e piu’ che al liceo fighettino), Per usare un macchinario da quarantamila euro serve cervello, e per fare mestieri come il saldatore o l’elettricista ci vogliono cervello e palle, non lo scarto del liceo.

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      • Il commento di cui sopra si riferisce non alle scuole tecniche (in cui certo che serve studiare, ho un marito perito meccanico, un fratello perito informatico e un altro fratello in terza ITIS), ma a quelle professionali, che preparano direttamente a un lavoro privilegiando la formazione pratica a quella teorica.

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      • Rettiliano, ti chiedo scusa,
        sicuramente mi sono spiegata male. Intanto rispetto e ammiro il lavoro, qualsiasi esso sia e il vostro in particolare.
        Molta genitori e purtroppo molti insegnanti credono che l’intelligenza possa essere sfruttata solo nei licei e il resto sia, come dici tu, uno scarto.
        Se ti può consolare capita la stessa cosa nel mio lavoro; molti dicono:” cosa sarai mai lavorare con i bambini, basta fargli fare girotondo, dargli da mangiare e cambiargli il pannolino”. Ecco, gente ti tal sorta scappa dal nido dopo dieci minuti!

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      • Marta, io mi riferisco anche alle scuole professionali tipo l’ENAIP, quelle in cui vanno solo i figli degli immigrati e dei terroni come me. Ormai anche per fare l’operaio in fabbrica servono competenze coi fiocchi, attenzione e responsabilita’. Gli operai stile “tempi moderni” non esistono piu’ se non in India o in Cina, un operaio di oggi gestisce un macchinario da decine di migliaia di euro. Una tipa irresponsabile come la ragazza di cui si parla non la farei mai tenere in postazione. MAI.

        Siciliamara, ti capisco, soprattutto dalle mie parti nella zona di Palermo c’e’ la mentalita’ idiota secondo cui i ragazzi decenti devono fare tutti il liceo e l’universita’, mentre all’ITIS o all’alberghiero devono andarci solo drogati, delinquenti, analfabeti e malati di mente. Sapessi le battaglie che ho dovuto fare con mio padre per prendermi il diploma ITIS, e i problemi che ho avuto il primo anno l
        in quella classe era piena di figli di delinquenti!

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  6. Oh! State disquisendo di una ragazza che scarabocchiava mentre la prof teneva la sua lezione e che all’intimazione “SEGUI LA LEZIONE” (che palle, prof!) ha poi risposto in maniera chiaramente provocatoria ed oppositiva… dite la verità, quanti di voi, da studenti, non hanno mai fatto una cosa del genere in vita propria? Io rivedrei seriamente la mia metodologia didattica: se è vero che non “sta scritto da qualche parte che tutti debbano fare il liceo”, come se vi fosse una qualche superiorità culturale precostituita del liceo, sarà sicuramente vero che non sta scritto da nessuna parte che tutti i laureati in Lettere debbano fare gli insegnanti 😉

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    • Preciso immediatamente che non ritengo affatto che il liceo sia indice di superiorità culturale: ogni percorso ha la sua utilità, la sua indiscussa utilità e le sue peculiarità, e forse è proprio scordandosi di questo, e attribuendo dunque alle scuole tecniche e soprattutto professionali un valore minore, che alcuni genitori iscrivono i figli al liceo in quanto, nella loro ottica, “più prestigioso”, non badando alla volontà o alle potenzialità del ragazzo.
      Capita spesso che ci sia qualche studente che per un momento di noia o stanchezza non segue la lezione. In questo caso specifico, questa è la situazione tipo: l’alunna in questione e la sua compagna di banco passano le giornate intere a farsi i cavoli propri e a disturbare i compagni, e qualsiasi cosa (dal mettersi l’eye-liner in classe al preoccuparsi dello stato della propria manicure, al discutere di che cosa si farà il pomeriggio) ha una priorità superiore a quello che si sta svolgendo in classe. La situazione si protrae sostanzialmente inalterata da tre anni, e nel frattempo il consiglio di classe ha avuto modo di studiare i casi e avere anche un colloquio con le famiglie, senza, per ora, alcun risultato. Siamo al punto che una di queste due ragazze è letteralmente sparita dalla scuola senza avvisare né genitori né docenti semplicemente perché non le andava più di stare lì, e l’altra si vanta delle note collezionate come se fossero trofei, si comporta in modo inopportuno con la Preside e, se le si chiede ragione di quest’atteggiamento, dice semplicemente che non sente la scuola come un ambiente adatto a lei. A questo punto, è chiaro che i metodi didattici (e, a quanto, pare, gli atteggiamenti relazionali in generale) non solo miei ma anche dei miei colleghi sono inadatti alla situazione, e bisognerà cercare di capire come regolarsi, e se effettivamente si può fare qualcosa per riguadagnare l’attenzione delle ragazze. Tuttavia, non è detto che, specialmente in questo contesto, ogni situazione possa vedere una soluzione: se c’è, da parte delle alunne, un rifiuto a collaborare per principio (“rifiuto la tua autorità in quanto sei insegnante, vuoi impormi qualcosa e io non sto alle imposizioni”), sarà ardua. In ogni caso, se chi legge ha qualche consiglio da darmi, sono tutta orecchi.
      Ultima cosa: quello oppositivo-provocatorio è un disturbo dell’età evolutiva: se è questo il caso, va fatta una diagnosi e va fatto intervenire uno specialista.
      http://www.apc.it/disturbi-eta-evolutiva/disturbo-oppositivo-provocatorio

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      • Beh, se la ragazza ha soddisfatto l’obbligo scolastico e se e’ palesemente disinteressata, non vedo perche’ tenerla in classe facendo perdere tempo a lei, agli insegnanti e agli studenti. Probabilmente sono i genitori a volerla tenere a scuola stile parcheggio pur di non averla tra le palle a casa, o sbaglio? Le persone cosi’ non si motivano, se non quando i genitori le sbattono fuori di casa e non si rendono conto di non sapere fare nulla e di non potersi guadagnare da vivere se non facendo la professione piu’ antica o trovando un quarantenne arrapato in crisi di mezza eta’ stile romanzo di Scamarcio.

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