L’onore delle armi

Per un insegnante, il primo incarico ha sempre qualcosa di speciale. Quanto a me, devo ammettere che sono stata fortunata, perché, un paio di mesi dopo la laurea, armata soltanto di messe a disposizione inviate a tappeto in tutto il territorio provinciale, sono stata chiamata per tenere alcuni corsi di recupero di Italiano in un liceo artistico e delle scienze sociali. Ma questo ancora non conta come esperienza scolastica vera e propria, perché si tratta comunque di un incarico che rimane al di fuori dell’attività didattica ordinaria. Successivamente, l’abbondanza di curricula di cui ho tempestato anche le scuole private mi ha fatto guadagnare un incarico annuale in un centro studi, che è stato sufficientemente traumatico da guadagnarsi un post a sé, presto venturo. (Ho una quantità incredibile di cose che ho promesso di scrivere qui, e che prima o poi scriverò, non si tema.) Nel maggio di quell’anno scolastico campale, tuttavia, ho ricevuto la prima chiamata come supplente vera e propria: due settimane di italiano e storia nel triennio di un istituto tecnico per geometri, per sostituire una collega in infortunio. Ero talmente su di giri che per calmarmi ho irrazionalmente messo sul fuoco una moka di caffè.

Il giorno successivo arrivo a scuola e passo in segreteria; mi vengono rapidamente date alcune indicazioni sullo svolgimento dei programmi nelle varie classi e vengo catapultata in aula, dove improvviso qualcosina in base agli ultimi argomenti affrontati dalla docente titolare. Un po’ alla volta, anche grazie alle indicazioni dell’insegnante, inizio a ingranare e prendo le misure delle classi che ho davanti.

Classe quinta: finisco Svevo e inizio Pirandello in italiano; introduco il fascismo in storia. Dato anche che si avvicinano gli esami di maturità, gli studenti sono attentissimi e zittissimi, tanto da farmi quasi soggezione.

Classe quarta: Romanticismo e introduzione a Manzoni in italiano; Rivoluzione industriale in storia. Gli studenti sono una manica di allegri cialtroni, coi quali è un piacere lavorare, anche nel segno delle battute di spirito e della presa per i fondelli reciproca. (Esempio: sorveglianza durante lo svolgimento di un saggio breve sulla diffusione dell’alcolismo tra i giovani. Soddisfo la curiosità di alcuni alunni, i quali fanno mostra di essere ometti vissuti, raccontando loro come è nato lo spritz, che ammetto di aver abbondantemente consumato durante gli anni patavini. Conclusa la breve spiegazione, un alunno mi fa: “Beh, dato che ne sa così tanto, il tema potrebbe farcelo lei!”. Risposta: “Stando a quello che mi avete detto, più che un tema voi potreste scrivere un trattato!”.) Con alcuni alunni ho mantenuto ottimi rapporti anche ben dopo la fine della supplenza.

Classe terza: concludo Boccaccio e passo a Petrarca. Una classe decisamente ostica, che mal sopporta il fatto di dover obbedire a una supplente. Spesso il caos è tale che fatico a sentire la mia stessa voce mentre spiego. Alla fine del ciclo di lezioni su Boccaccio, è in programma un compito, il testo del quale mi viene fornito dall’insegnante titolare. Un paio di lezioni prima della verifica, vengono alla cattedra le rappresentanti di classe, una delle quali, anche a lezione, è particolarmente sul piede di guerra e mi dà contro qualsiasi cosa io dica. Sic stantibus rebus, l’ostilità è graziosamente ricambiata. La fanciulla in questione, tra l’altro, si è resa protagonista di un memorabile intervento in cui, dopo la lettura della novella boccacciana di Federigo degli Alberighi, ha affermato di non aver capito se la donna, alla fine, mangia l’uccello. (A fatica mi son trattenuta dal risponderle che sì, è successo, e probabilmente in entrambi i sensi, tipo la matrona di Efeso.) In sostanza, vogliono evitare il compito con la scusa di aspettare la fine della supplenza per svolgerlo “con la loro docente”. Diplomaticamente, e sapendo che giammai l’avrebbero avuta vinta, rispondo che sentirò l’insegnante. Com’è ovvio, alla fine la classe, pur riluttantissima, fa il compito lo stesso. Prima di concludere la mia esperienza lì, faccio a tempo a fare un paio di interrogazioni, in una delle quali il malcapitato studente, richiesto di riassumere la trama della novella di Federigo degli Alberighi, risponde che “alla fine muore il falcone, quello che combatteva i mafiosi”. (Queste e altre maccheronate boccacciane compaiono anche qui.) In conclusione, passo gli ultimi dieci minuti di lezione in quella classe declamando un’improvvisata e roboante catilinaria in cui chiedo agli alunni di immaginarsi, dopo qualche anno, impegnati nella presentazione di un progetto di fronte a un uditorio che li ignorasse completamente. In tal modo ottengo dalla classe gli unici dieci minuti di attenzione nel giro di due settimane. Alla fine la classe (e in particolare quell’alunna) mi ha stremata talmente che ancora qualche mese dopo, quando, girando per il centro, ne incrocio qualche studente (e lei in particolare), evito il contatto visivo e sono tentata di cambiare marciapiede.

Una sera del settembre successivo, tuttavia, accade l’inaspettato. Sono seduta al tavolino esterno di un bar a sorseggiare un prosecchino in compagnia, quando un fioraio ambulante indiano mi porge una delle sue rose rosse. Sto per mandarlo via, credendo che voglia vendermela, ma l’ambulante mi indica alcune ragazze a un tavolo un po’ più in là, dicendomi che me la mandano loro. Mi giro a guardare e non credo ai miei occhi: è un gruppetto di alunne di quella terza, comprendente anche la rappresentante bellicosa. Le fanciulle mi salutano con un sorriso e mi ringraziano per il breve periodo che ho passato con loro. Lì per lì sorrido come una scema, ricambio il ringraziamento e non so che altro dire. Abituata come sono a diffidare delle manifestazioni di affetto degli studenti (la malfidata captatio benevolentiae è sempre dietro l’angolo), mi serve qualche minuto per capire che effettivamente il dono della rosa è nato da autentica stima, e probabilmente da quella forma di stima che si ha per un avversario che ha opposto fiera resistenza. Giro per tutta la sera con la rosa in mano, e quando torno a casa la infilo in un vaso e la metto in bella mostra in studio.

Forse è proprio in quel momento che mi sono convinta che la scuola è il posto che fa per me.

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