Programmazioni

Finalmente, dopo un semestre di delirio, il mio percorso tieffino si è felicemente concluso lunedì scorso, con l’esame finale. Avendo dunque lasciato trascorrere alcuni giorni dalla battaglia campale, posso compiere alcune spassionate riflessioni a mente fredda sul percorso compiuto, che per certi versi è stato utile, per altri è stato di una pesantezza micidiale.

Una delle attività principi a cui ci hanno “addestrati” durante il TFA è la programmazione, che è una parte fondamentale dell’attività didattica, a dire il vero spesso negletta o quantomeno svolta con sufficienza. (Ricordo ad esempio il caso di un insegnante che ho sostituito per i primi mesi dell’anno scolastico in un istituto tecnico: la programmazione la diede da fare a me, e, seguendo le sue indicazioni, tutto si risolse, in sostanza, nel copia-incolla di quella dell’anno precedente.) Riconosco, con una certa gratitudine, di aver ricevuto spunti e consigli utilissimi, come quello, all’apparenza banale, di partire dal conteggio delle ore annuali, dalle quali sottrarre quelle perse per gite, assemblee, ponti et similia e quelle utilizzate per le verifiche; le restanti, poi, si spartiscono in base alle unità di apprendimento che si intenderà svolgere.

Oltre alla programmazione annuale, che peraltro è obbligatoria ad ogni anno scolastico, abbiamo appreso anche a progettare i singoli moduli, o unità di apprendimento, a seconda di come i singoli docenti TFA li hanno chiamati; insomma, i gruppi di lezioni che sono incentrati su un certo argomento. Qui teoricamente si doveva spaccare il capello non solo in quattro, ma in otto, sedici e trentadue, stabilendo in modo rigoroso innanzitutto gli obiettivi formativi, suddivisi per competenze, conoscenze e abilità (da trarre dalle Indicazioni Nazionali, non serve nemmeno specificarlo; anche se in quelle dei licei uno non capisce nemmeno dov’è il dritto), poi i metodi didattici e gli strumenti da utilizzare, gli eventuali procedimenti a cui ricorrere in caso di alunni BES o DSA, e soprattutto la scansione minuta delle attività da svolgere a ogni lezione. Minuta proprio nel senso di minuto per minuto, tipo:

  • min. 1-5 riepilogo di quanto spiegato la lezione scorsa;
  • min. 6-10 introduzione del nuovo argomento

e così via per tutta l’unità di apprendimento. Appena ci siamo un po’ resi conto della cosa, ci siamo fatti all’unisono una domanda: COME può una siffatta progettazione concretamente conciliarsi con classi reali in cui spesso i primi 5 minuti se ne vanno in compilazione del registro elettronico e richiamo dell’attenzione e in cui le ore sono (giustamente) costellate di richieste di chiarimenti, approfondimenti e via discorrendo?? (Per non parlare dei casi in cui in classe regna sovrano il caos, e allora la maggior parte del tempo se ne va nel tentativo di ridurre i decibel a una soglia inferiore a quella del dolore.) E tutto ciò non è forse in contrasto con quanto dagli stessi esperti di didattica ci viene “inculcato” a ogni lezione, ossia il rispetto dei tempi dell’alunno e la focalizzazione su di esso? Come conciliare tutto ciò con lo scenario tipico della presa di servizio, ossia segreteria che chiama alle 13.30 chiedendo di presentarsi in classe la mattina dopo alle 7.45 (spesso non sapendo manco che classe e per che materie)?

Però, a conti fatti, tale esercizio ci è servito per cavarcela nel resto del TFA, dato che ciò che ci è stato chiesto in una buona metà degli esami è stato proprio la progettazione (più o meno dettagliata) di percorsi didattici a vario livello. Un rapido excursus:

  • orale di Didattica generale: un’unità di apprendimento completa su argomento a piacere di materia a piacere; tempo concesso per la preparazione: qualche settimana, tra lavori di gruppo a lezione e rifinitura a casa. Era la prima volta che ne facevamo una, quindi un po’ di tempo per guardarci attorno ci serviva. E potendo scegliere materia e argomento è stato anche un lavoretto quasi divertente.
  • scritto di Didattica del latino: un percorso didattico organizzato intorno a un testo da commentare mettendo in evidenza le particolarità da noi ritenute interessante al fine di sviluppare il percorso stesso. Tempo concesso per la preparazione: un’ora dall’apertura della busta.
  • scritto di Didattica del greco: stessa cosa del latino più la traduzione di una parte del testo proposto. Tempo concesso: sempre un’ora. Delirio assoluto e improvvisazione.
  • scritto di Didattica dell’italiano: percorso didattico organizzato su un tema dato; il tema in questione era un argomento trattato durante il corso, e ciò significava che, in fase di studio, avevamo già provato a strutturare dei percorsi a partire dai contenuti delle lezioni. Tempo concesso: sempre un’ora, ma stavolta più tranquilla, dato che avevamo già una vaga idea di dove andare a parare.
  • orale di Geografia: unità di apprendimento completa su argomento scelto da noi in accordo col docente, da visitare (quasi obbligatoriamente) a ricevimento per ottenere consigli su come procedere. In aggiunta a ciò, anche una programmazione annuale completa basata sull’indice di un libro di testo a nostro piacimento. Tempo concesso per la preparazione: quattro-cinque giorni. Me ne sono avanzati.
  • relazione finale: riorganizzazione di una lezione svolta seguendo lo schema ormai collaudatissimo degli esami già svolti. Ormai è noia. Tempo concesso: settimane, contestualmente alla stesura di detta relazione.
  • discussione finale: creazione dal nulla di un percorso didattico completo di possibili varianti, tempistiche, metodologie, collegamenti interdisciplinari su traccia uscita tre giorni prima. La data della discussione cadeva di lunedì, quindi facendo i conti le tracce sono uscite il venerdì precedente. Weekend di ansia, paura e delirio.

Il tutto è stato decisamente complicato dal fatto che ogni insegnante aveva ovviamente priorità diverse, e quindi anche la valutazione dei percorsi didattici e l’individuazione degli eventuali punti deboli ha avuto un che di schizofrenico, soprattutto per quanto riguarda le due prove scritte di latino e greco, svolte in un’ora ciascuna nello stesso pomeriggio e quindi, per forza di cose, con uno schema simile.

Torna comunque il gran dubbio fondamentale: è bene avere già un’idea dettagliata di quello che si andrà a fare in classe, ma spesso le attività sono sottoposte a una serie di fattori, sia umani sia dovuti al caso, che rendono necessario ricorrere, più che a una programmazione di ferro, a un dono dell’improvvisazione a tratti circense per recuperare l’attenzione e il tempo perso. Aggiungo anche che talora sono gli interessi stessi dimostrati dalla classe a invogliare il docente a cambiare le carte in tavola per organizzare attività che possano essere per loro stimolanti, e questo si percepisce, ovviamente, solo dopo un periodo di conoscenza della classe e dopo aver testato la reazione dei ragazzi agli argomenti proposti. Un esempio che ho vissuto in prima persona è quello di una terza liceo scientifico nella quale sono entrata a marzo dell’anno scorso: pensavo di fare un modulo tranquillo sull’età cesariana, e invece, quando ho spiegato il paragrafo del De bello Gallico in cui Cesare illustra i sacrifici umani dei Galli, l’entusiasmo della classe è stato tale che non ho potuto resistere alla tentazione di introdurre il sacrificio di Ifigenia raccontato da Lucrezio. Ciò, ovviamente, non vale solo per gli argomenti scelti, ma anche per i metodi: ad esempio, posso pensare di ricorrere alle discussioni guidate qualora la classe sia reattiva e disciplinata, quindi, di fatto, non in tutti i casi. Per non parlare, poi, dei casi in cui la situazione della classe è talmente disastrata da richiedere un recupero sistematico: serve un sacco di tempo anche per quello.

Per cui, in sostanza, la programmazione dettagliata così come ci hanno insegnato a farla, quando è calata nella realtà, non è sempre sensata: troppe variabili in gioco e, soprattutto, troppe probabilità di non rimanere nei tempi previsti. Sinceramente, avrei preferito meno insistenza su questo e un po’ più di attenzione, ad esempio, ai metodi che ci possono essere utili, come docenti, per tenere una classe difficile (e quindi non perdere tempo in richiami e chiacchiericci): su questo, non una parola da nessuno. E sì che sarebbe proprio questo il modo migliore per rispettare la programmazione.

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6 thoughts on “Programmazioni

  1. Piena e totale approvazione delle perplessità finali. Dubito infatti che saper programmare fino al minuto faccia di te un buon insegnante; saper tenere una classe difficile, saper entusiasmare i ragazzi, saper tirar fuori da ciascuno il proprio meglio, saperli appassionare, saper sviluppare il loro senso critico… questo ti rende un buon insegnante, anche se alla fine non riesci a spiegare le fasi del pessimismo di Leopardi che ti eri prefissata. Tanto, dopo qualche anno, se va bene, quelle se le son già dimenticate…

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    • Infatti, cara omonima. Meglio un po’ meno cose ma ben chiare 🙂 ad esempio, quest’anno non ho affatto rimpianto di essere riuscita a fare soltanto l’Iliade nella mia prima artistico: considerando il contesto in cui mi sono trovata (una delle famose classi con baraonda oltre la soglia del dolore), è già una grande vittoria che a qualcuno sia rimasto qualcosa della guerra di Troia che non dipenda direttamente da “Troy”. 😀

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  2. Condivido dalla prima all’ultima le tue perplessità, che, almeno nel mio caso, nascono dal fatto che nessuno dei docenti universitari coinvolti (ad eccezione della tutor che, però, non teneva le lezioni e gli esami) ha avuto esperienze consistenti nella scuola o, se la avuta, non vi ha lavorato di recente. Sicché le lezioni sono state pura teoria e idealismo infarcito di inglesismi all’ennesima potenza, con docenti che pensavano a progettazioni inattuabili o ad interventi al limite dell’assistenza socio-sanitaria (in un corso è sbucciata perfino l’ippoterapia, manco le scuole fossero ranch). Anch’io speravo che, oltre a questi spunti, più o meno validi, vi fosse almeno un’infarinatura sull’aspetto “gestionale” della professione insegnante, a partire da registro, responsabilità ecc.
    A cose fatte, cerco di soffocare il senso di perdita di tempo, denaro ed energie pensando solo alla gioia di aver finito.
    Congratulazioni per il traguardo raggiunto e buone meritatissime vacanze!

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  3. Pingback: Matilde Serao e il TFA: riflessioni | Macaronea

  4. Cara Marta,
    la scuola e la pratica didattica sfuggono alla programmazione, come la vita… Dopo questa perla di saggezza ti dico che solitamente impiego un mese per fare le mie belle programmazioni, dettagliate come gli esimi docenti del TFA ci hanno insegnato, ma quando, in un attimo di follia, le riguardo durante l’anno, capisco che non sto facendo esattamente quello che avevo programmato, ma sto comunque portando avanti dignitosamente un bel percorso con le classi di mxxxx che mi capitano di solito.
    E dormo sonni tranquilli.
    PS: grande blog, ti stimo
    Matteo

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  5. Pingback: L’UDA mononota | Macaronea

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