Cicero, -onis

Non si può dire di sapere davvero qualcosa di storia romana e letteratura latina senza aver mai avuto a che fare con Marco Tullio Cicerone. Per quanto riguarda la lingua e la letteratura, il suo prestigio come oratore fu talmente grande che il suo stile divenne modello per le generazioni future; uno dei suoi primi ammiratori, in questo senso, fu Quintiliano, che lo considera nientemeno che la personificazione stessa dell’eloquenza. Lo stesso latino “aureo”, che studiamo ancora oggi al liceo, ricava sostanzialmente le sue regole dalla lingua di Cicerone. Anche coloro che si distaccheranno in seguito dall’esempio ciceroniano (vedi, per fare un nome, Seneca) dovranno necessariamente fare i conti con il modello da lui offerto. Anche per quanto riguarda la storia romana, la figura dell’Arpinate è fondamentale, in quanto dalle orazioni e soprattutto dall’epistolario è possibile ricavare un quadro dettagliato degli avvenimenti della tarda Repubblica, fin quasi a poter seguire lo svolgersi degli eventi giorno per giorno e ad avere resoconti minuziosi delle sedute del Senato. Quindi, senza la figura di Cicerone, la lingua latina (che molti di noi amano, diciamolo) sarebbe stata molto diversa, e la nostra conoscenza della storia romana sarebbe decisamente molto minore.

Tra gli studenti, comunque, il personaggio dell’Arpinate non è tra i più apprezzati, e i motivi addotti sono diversi. Uno dei principali sarebbe legato a una pretesa logorrea, con conseguente tendenza a formare periodi chilometrici dei quali è un’impresa trovare la proposizione principale. Si può certo osservare che il periodare ciceroniano è uno tra i più sintatticamente articolati nella letteratura latina, e ciò costituisce senz’altro una difficoltà per chi deve accingersi alla traduzione, ma, per uno studente, un approccio con lo stile sintetico e sentenzioso di Seneca o con quello ellittico e a tratti criptico di Tacito può essere ben più duro, in quanto, per tradurre un testo di questi autori, bisogna avere le idee chiarissime sull’argomento di cui stanno trattando. Per quanto riguarda Cicerone, invece, grazie a Giove non c’è nulla di sottinteso: è tutto lì, e basta sfoderare un po’ di logica per organizzarlo. Tanto più che la lingua studiata nei primi anni del liceo è sostanzialmente la sua.

Quanto allo stile oratorio finemente elaborato, e alla preferenza dello studente medio per la linearità cesariana, basti riflettere sul fatto che si tratta di generi letterari completamente diversi: i Commentarii di Cesare hanno una forma ispirata alla brevitas essenzialmente perché l’autore ha voluto mantenere uno stile che ricordasse gli appunti, presi direttamente sul campo dal generale che conduceva una campagna militare, che dovevano essere consegnati a uno storico di professione affinché li rielaborasse retoricamente, mentre le orazioni ciceroniane avevano lo scopo di persuadere un uditorio composto di senatori o di giurati, ed è chiaro che in questo caso si doveva far ricorso a tutte le armi retoriche a disposizione. Si può anche riflettere sul fatto che allo stile raffinato di Cicerone, da lui stesso definito “rodiese”, si contrapponeva l’atticismo, caratterizzato da una maggiore semplicità sintattica e formale e da un minore ricorso alla retorica: questo modello stilistico veniva percepito, ai tempi della tarda Repubblica, come particolarmente sciatto e privo di attrattive, tanto che della produzione degli oratori atticisti non è rimasto praticamente nulla, a differenza di quella ciceroniana, in gran parte tramandata e divenuta modello per le generazioni successive. Non avendo, dunque, grandi testimonianze dell’atticismo in campo oratorio, non si può fare un reale paragone tra esso e lo stile ciceroniano, e si dovrebbero invece prendere in considerazione le ragioni che portarono alla “vittoria” dell’Arpinate in campo letterario.

Altri motivi che rendono Cicerone antipatico agli studenti sono invece legati alla sua vita politica: in particolare, gli vengono rimproverate da un lato la sua vanagloria, dall’altro la sua scarsa coerenza. La tendenza a biasimare quest’ultima è molto antica, dal momento che discende addirittura dalla lettera fittizia che Petrarca scrisse all’Arpinate in seguito al ritrovamento, nella Biblioteca Capitolare di Verona, di buona parte delle sue epistole, tra le quali grande importanza hanno i sedici libri di quelle ad Attico. Da questi si può cogliere una fedele immagine dell’atteggiamento di Cicerone nei riguardi dei principali eventi della sua vita, soprattutto in campo politico: è vero che egli dimostrò frequentemente incertezza, scoraggiamento e poca fiducia nel partito che lui stesso aveva scelto di seguire (quello degli ottimati, conservatori degli antichi valori repubblicani), e che in seguito, con la conquista del potere da parte di Cesare, tentò di guadagnarsi il favore di quest’ultimo, ma bisogna anche riflettere sulla situazione politica in cui l’Arpinate si trovò a operare, caratterizzata da un complesso gioco di alleanze strategiche e da doppi giochi. Di fatto, la scelta di Cicerone fu l’unica che gli permettesse di poter far sentire in qualche modo la propria voce, che era stata considerata di importanza determinante ai tempi della formazione del primo triumvirato, tanto che Cesare, Pompeo e Crasso avevano pensato proprio a lui come possibile quarto membro, per l’indiscusso prestigio oratorio che avrebbe potuto fare da cassa di risonanza propagandistica. Cicerone, per fedeltà agli ideali repubblicani, rifiutò l’offerta. In questa situazione, l’unico che davvero rimase tutto d’un pezzo fu Catone, che veniva considerato troppo idealista dai suoi stessi contemporanei (Cicerone, che aveva una parola buona per tutti, andava dicendo che credeva di “essere nella repubblica di Platone e non nella fogna di Romolo”), e, alla sconfitta del partito ottimate, finì per suicidarsi. Quindi, l’unico modo per sopravvivere era cercare di adattarsi alle circostanze. Una volta fallito anche questo tentativo, a Cicerone non rimase che ritirarsi, a malincuore, dalla politica, per dedicarsi invece alla filosofia. Tuttavia, la prova suprema della fedeltà di Cicerone alle proprie idee furono le Filippiche, con le quali si scagliò contro Antonio provocando di conseguenza l’ira dei triumviri, l’inserimento nelle liste di proscrizione e una morte che, tutto sommato, fu da uomo forte.

In collegamento con la logorrea ciceroniana, alcuni fanno riferimento al volume materiale delle epistole ciceroniane che ci sono rimaste: 16 libri ad Attico, 16 libri ad familiares (destinatari vari), 3 libri al fratello Quinto, 1 libro a Marco Bruto (il cesaricida, proprio lui). Colpiscono, in particolare, le numerose lettere destinate ad Attico, contenenti frequenti richieste di consigli e assistenza, a fronte delle quali non è stata conservata alcuna risposta: questo, più che a un caso di stalking dell’antichità, è da ricondurre alla volontà di Attico stesso, che, conscio dell’importanza politica che l’amico stava assumendo, iniziò a conservare sistematicamente le lettere da lui ricevute a partire dal 68 a. C., anno in cui l’oratore era in campagna elettorale per la pretura. Proprio Attico, inoltre, era estremamente interessato a ricevere quante più informazioni possibili sulla situazione politica di Roma, molto probabilmente per sapere dove investire meglio il proprio denaro: i politici, Cicerone compreso, dovendo gestire le spese connesse alla carica pubblica con il proprio patrimonio, e sentendo la necessità di un tenore di vita che rispecchiasse la posizione raggiunta, erano sempre sommersi di debiti e alla ricerca di prestiti, e un ricco eques come Attico, che del prestito a usura aveva fatto una vera e propria professione, non attendeva altro. Per allontanare definitivamente l’accusa di stalking da Cicerone, si può osservare che in diversi punti dell’epistolario l’oratore ricorda come l’amico lo inciti a scrivere spesso e a tenerlo aggiornato, scrivendogli anche lui, a sua volta, anche più lettere in una sola occasione. Che l’amicizia di Attico per Cicerone fosse venata di interessi materiali emerge anche dal fatto che, dopo la morte dell’Arpinate, Attico stesso fu in ottimi rapporti con Antonio, suo nemico mortale.

Quanto alla vanagloria, rilevata già dai contemporanei e dai primi biografi, se ne devono trovare le radici nella storia personale dell’Arpinate, che fu homo novus: a differenza di Gaio Mario, che aveva la fonte del suo prestigio nelle vittorie militari, la rampa di lancio per Cicerone fu l’abilità oratoria (anche perché in lui quella militare scarseggiava), che fu tale da guadagnargli una grande notorietà fin dalle prime mosse nel Foro. Inoltre, la famiglia di Cicerone non aveva legami di parentela con altre famiglie di primo piano, tanto che l’oratore scelse di sposare Terenzia non solo per la ricca dote che portava, ma anche, e soprattutto, per l’appartenenza a una nobile casata e perché aveva una sorellastra Vestale, fatto non trascurabile. Dati questi presupposti, è comprensibile che, di fatto, la principale arma di autopromozione di Cicerone fosse proprio lui stesso, con la propria attività oratoria, che gli valse anche l’appoggio politico ed economico di molti personaggi da lui difesi in tribunale. Non potendo dunque contare che su di essa per farsi largo in un mondo, quello dell’aristocrazia senatoria, che di fatto era una casta chiusa, composta di membri che si appoggiavano e si difendevano a vicenda, un outsider come l’Arpinate era in un certo senso costretto a ricorrervi per difendere il proprio prestigio in prima persona. E’ quello che si può chiamare “il complesso dell’homo novus“.

Come considerazione conclusiva, si può riflettere sul fatto che la maggior parte delle informazioni che abbiamo sulla vita di Cicerone ci vengono da lui stesso e dal suo epistolario, che fu pubblicato in età augustea senza alcuna revisione, ossia praticamente nella forma che l’autore aveva dato a ogni lettera al momento di spedirla. Questo fatto è praticamente un unicum non solo nella storia della tarda Repubblica, ma in tutta la storia romana, in quanto gli epistolari successivi a quello ciceroniano furono o fittizi o pubblicati dopo un’accurata revisione dell’autore. Quindi, possiamo dire che quello di Cicerone è l’unico punto di vista “dall’interno” a nostra disposizione sugli eventi tardo-repubblicani, e, in quanto tale, è fisiologicamente esposto a fluttuazioni e incertezze. Sarebbe interessante, per confronto, avere testimonianze di questo genere provenienti anche da altri personaggi di quel periodo: probabilmente, se potessimo mettere le mani sull’epistolario di Cesare o di Pompeo, si aprirebbe il vaso di Pandora.

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2 thoughts on “Cicero, -onis

    • Mica ho negato che si autopromuovesse, anzi. E proprio questi tentativi, a volte eccessivi, sconfinavano nella goffaggine. Ho solo cercato di dare una possibile spiegazione a un comportamento del genere, che ci si può anche aspettare nel contesto tardo-repubblicano, da parte di un homo novus che aveva basato la sua carriera sull’eloquenza. Mica aveva truppe a disposizione come Cesare o Pompeo o i miliardi come Crasso 🙂 Poi, in ogni caso, sappiamo chi ha vinto.

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