Cicerone e Seneca epistolografi

Dopo la morte di Cicerone, già in età augustea venne pubblicato il suo epistolario, che divenne molto presto modello di stile e diede avvio all’epistolografia come genere letterario nella letteratura latina. Uno dei primi autori che colsero questo spunto fu Seneca, che sfruttò le potenzialità del tono colloquiale delle epistole tra amici (ispirandosi, in particolare, alle epistole ciceroniane ad Attico) come mezzo per divulgare gli insegnamenti dello stoicismo. Tuttavia lo stesso Seneca, nell’epistola 118 a Lucilio (§§1-2), prende le distanze dal proprio modello, soprattutto per quanto riguarda i contenuti:

“Tu vuoi che ti scriva più spesso. Facciamo un po’ i conti: sei tu in debito; eravamo d’accordo che scrivessi tu per primo: tu scrivevi e io rispondevo. Ma non farò il difficile: so che ti si può fare credito. Pagherò anticipatamente e non farò quello che l’eloquentissimo Cicerone invitava Attico a fare: ‘Scrivi quello che ti viene sulle labbra, anche se non hai niente da dire’. A me gli argomenti non mancano mai, anche a tralasciare tutti quelli che riempiono le lettere di Cicerone: quale candidato sia in difficoltà; chi combatta con forze altrui, chi con le proprie; chi aspiri al consolato con l’appoggio di Cesare, chi con quello di Pompeo, chi col proprio patrimonio; che usuraio spietato sia Cecilio: da lui i parenti non possono cavare un soldo a un interesse inferiore al dodici per cento. È meglio occuparsi dei propri mali invece che di quelli altrui, esaminarsi a fondo e vedere a quante cose aspiriamo senza impegno”.

(Exigis a me frequentiores epistulas. Rationes conferamus: soluendo non eris. Conuenerat quidem ut tua priora essent: tu scriberes, ego rescriberem. Sed non ero difficilis: bene credi tibi scio. Itaque in anticessum dabonec faciam quod Cicero, uir disertissimus, facere Atticum iubet, ut etiamsi rem nullam habebit, quod in buccam uenerit scribat. Numquam potest deesse quod scribam, ut omnia illa quae Ciceronis implent epistulas transeam:quis candidatus laboret; quis alienis, quis suis uiribus pugnet; quis consulatum fiducia Caesaris, quis Pompei, quis arcae petat; quam durus sit fenerator Caecilius, a quo minoris centesimis propinqui nummum mouere non possint. Sua satius est mala quam aliena tractare, se excutere et uidere quam multarum rerum candidatus sit, et non suffragari.)

Qui Seneca prende spunto da una raccomandazione rivolta da Cicerone ad Attico, si rem nullam habebis, quod in buccam venerit scribito, per invitare Lucilio a non dedicare la corrispondenza alla trattazione di argomenti futili, ma a utilizzarla invece per indagare su sé stessi, secondo i dettami stoici dell’autoesame. Gli argomenti che Seneca considera di trascurabile importanza nell’epistolario ciceroniano riguardano essenzialmente la politica e l’economia, cose che per il filosofo stoico sono, appunto, secondarie rispetto alla riflessione morale; tali questioni sono incluse da Seneca in quod in buccam venerit, equiparandole in sostanza a pettegolezzi di poco conto.

Tuttavia, leggendo l’epistolario ciceroniano, ci si rende conto che le questioni politiche ed economiche sono centrali nella corrispondenza con Attico, il quale era interessato in prima persona ai loro dettagli e al loro esito, dal momento che da esse dipendeva il successo della sua attività di prestatore di denaro; Cicerone, inoltre, riteneva fondamentale la comprensione e l’appoggio dell’amico nelle proprie scelte pubbliche e private, che spesso richiedevano ingenti somme di denaro, necessario in primo luogo a mantenere il tenore di vita che si addiceva a un senatore di rango consolare. La finalità delle lettere di Cicerone è quindi essenzialmente pratica, e l’espressione quod in buccam venerit scribito, che accompagna l’invito a scrivere, è semplicemente funzionale a mantenere il contatto epistolare anche in mancanza di notizie concrete (politiche o economiche) da comunicare, in modo tale da non far venir meno il legame affettivo con il destinatario.

Dunque, Seneca, rileggendo l’epistolario ciceroniano e reinterpretandone questo passaggio, sottolinea in modo chiaro la differente finalità delle epistole a Lucilio, che non hanno più una funzione pratica, di nessuna utilità per il progresso spirituale dei corrispondenti, ma sono volte a stimolare la riflessione morale ragionando sui princìpi della filosofia stoica e sulle loro ricadute sulla vita dell’uomo.

(Considerazioni apparse anche qui)

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One thought on “Cicerone e Seneca epistolografi

  1. Uhm ottimo pezzo, ben scritto, e rispettoso delle fonti… io un accenno minimo alla contaminazione del pensiero di Seneca l’avrei fatto. Ho fatto un post su Seneca, e non sai quanti mi han detto “ah ma Seneca è uno stoico il tuo post pare epicureico e quindi è sbagliato”… Seneca è stato influenzato tanto dallo stoicismo, ma non c’è solo quello nel suo pensiero! No? 😉 Il tuo ultimo paragrafo mi pare rispettoso proprio di questa sua multi-valenza, quindi I LIKE IT!

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