Briciole

In questo periodo delirante di esami tieffini, una delle poche cose che mi consolano è la possibilità di affrontare in classe alcune delle più belle cose mai prodotte nella storia della letteratura. Nella fattispecie, nella terza scientifico dove faccio italiano stiamo concludendo la trattazione di Dante, e ogni lezione è un balsamo sulle mie piaghe spirituali. Mi esalto proprio durante le spiegazioni, complice anche lo stato mentale alterato dalla mancanza di sonno, e ho la vaga sensazione di non apparire normale ai miei alunni (che, ricordiamo, tra le altre cose sono stipati in una classetta microscopica con le crepe sulle pareti: se succede un terremoto siamo tutti morti).

La settimana scorsa, dunque, ho introdotto il Convivio, poi son passata a leggere coi miei pueri il proemio (portandoglielo in fotocopia, perché nel libro di testo non c’era, essendo compreso tra i materiali digitali. E figurati se gli alunni prendono l’iniziativa di scaricarseli). Segue debito commento, e mi soffermo in particolare sulla metafora del banchetto per indicare la trasmissione del sapere.

E io adunque, che non seggio a la beata mensa, ma, fuggito de la pastura del vulgo, a’ piedi di coloro che seggiono ricolgo di quello che da loro cade, e conosco la misera vita di quelli che dietro m’ho lasciati, per la dolcezza ch’io sento in quello che a poco a poco ricolgo, misericordievolmente mosso, non me dimenticando, per li miseri alcuna cosa ho riservata, la quale a li occhi loro, già è più tempo, ho dimostrata; e in ciò li ho fatti maggiormente vogliosi.

Per che ora volendo loro apparecchiare, intendo fare un generale convivio di ciò ch’i’ ho loro mostrato, e di quello pane ch’è mestiere a così fatta vivanda, sanza lo quale da loro non potrebbe esser mangiata.

Dante non pone sé stesso tra i sapienti che si pascono alla mensa ove vengono servite le vivande degli angeli, ma umilmente raccoglie ciò che da tale mensa cade, per offrirlo a chi non vi ha accesso, accompagnandolo con un pane che ne faciliti per loro l’assimilazione. La motivazione di tutto questo non è altro che la dolcezza provata da Dante stesso nel venire a contatto con questo cibo soprannaturale, dalla quale discende la volontà di condividerlo con gli altri. Cose bellissime.

Sarà il lunedì mattina, sarà l’italiano arcaico, saranno i concetti particolarmente peregrini, ma vedo la classe persa nell’apatia (e in un discreto chiacchiericcio). Non so come mi venga, ma mi parte una catilinaria.

“Ragazzi, adesso capisco tutto, sarete anche rimbambiti dall’ora mattutina, ma cerchiamo di capire perché studiamo letteratura. Non certo per tormentarci. Studiamo letteratura per provare a metterci di fronte a dei grandi come Dante, Guinizzelli, Cavalcanti, Cecco, e prima San Francesco e Iacopone, e sentire cos’hanno da dirci. Sono rimasti nei secoli dei secoli perché quello che hanno da dirci fa parte della nostra cultura e della nostra vita. Prendiamo ad esempio questo brano che stiamo leggendo. Dante, eccolo qua, scrive un libro per divulgare la filosofia, ma non lo fa con lo spirito del professore che parla dalla cattedra, ma dice di essersi posto con umiltà di fronte, anzi direi proprio sotto, a quelli che sono e sono stati più grandi di lui, di averne raccolto tutto ciò che gli era possibile raccogliere e di averne provato dolcezza. Gli è piaciuto così tanto che ha pensato di volerlo comunicare anche a chi, per un motivo o per l’altro, non ha potuto accostarsi a questi studi. E come lo fa? allestendo un banchetto dei sapienti in piccolo, con quello che è riuscito a raccattare, riproponendolo come vivanda, ma accompagnato al pane, altrimenti i commensali non lo digeriscono. E la vivanda sono i concetti filosofici che lui riarrangia in poesia, per mezzo dell’allegoria, e il pane è il commento, senza il quale non si capisce il messaggio che Dante vuole dare. Badate bene, è la stessa cosa che succede in classe. Io, in tutta la mia umiltà, faccio qui la parte di Dante: mi sono inginocchiata di fronte a questi grandi, ne ho carpito quello che ho potuto carpirne e mi è piaciuto tanto. Così tanto da volerlo comunicare anche a qualcun altro. E il banchetto che vi preparo sono queste lezioni, e il pane sono le spiegazioni, che dovrebbero rendervi un po’ più chiare le cose. E’ proprio così che dovrebbe funzionare l’insegnamento”.

Silenzio. Quindici paia di occhi che mi guardano, alcune faccine sono quasi commosse. Sollevo la fotocopia: “Volete appenderla alla parete?”

“Diamola alla prof. S., che capisca anche lei!”.

Ora non so se gliel’hanno data, e certamente non è appesa in classe, ma quelle faccine.

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