Fenomenologia del tema di italiano

temi

Croce e delizia (ma più croce) dell’insegnamento delle lettere italiane è il famigerato TEMA. Tutto inizia fissando una data nel calendario: se tutto va bene, si sceglie quel giorno della settimana in cui il docente ha le tre ore unite; altrimenti, qualora la cattedra presenti blocchi orari di due ore al massimo (e, con gli orari sfigati che mi sono sempre capitati, questa è la mia situazione tipo), si deve decidere se rompere l’anima a un collega per farsi dare l’ora precedente o successiva, dando la propria parola d’onore nel giurare su tutte le divinità supere e infere di restituirla non appena possibile, oppure iniziare il tema nel giorno in cui ci sono le due ore, portarsi a casa tutto e far finire nell’ora immediatamente successiva con copiatura, rilettura e correzioni.

Sistemato ciò, giunge per il docente il momento di scegliere le tracce, cosa che spesso è tutt’altro che una passeggiata. Una volta stabilita la tipologia del tema (narrativo? descrittivo? argomentativo), un po’ ci si inventa dei titoli da sviluppare, un po’ si cerca spunto su Internet; poi c’è lo spoglio, durante il quale, sostanzialmente, si scartano le tracce che in teoria la classe avrebbe difficoltà a svolgere.

Tutto questo sforzo per cosa? Per sentirsi dire, quando giunge finalmente l’ora di svolgere questo benedetto tema, cose del tipo: “Ma queste tracce sono troppo difficili!”, “Ma io non so cosa scrivere!”, “Ma io sono poco informato su questi argomenti!” (quando magari la traccia riguarda l’uso del registro elettronico, che fa parte della vita quotidiana dello studente). La mancanza di idee degli alunni si rivela spesso in modo tragico, sotto forma di richiesta di consultare Internet sul cellulare per prendere ispirazione. Ho avuto io stessa un dialogo siffatto con una studentessa (peraltro molto diligente e responsabile; è anche un’ottima rappresentante di classe):

– Possiamo guardare un attimo in Internet col cellulare per trovare ispirazione?

– Ovviamente no, che discorsi. Secondo te, allora, come si faceva ai miei tempi, quando non c’era Internet? *improvvisa sensazione di essere una vegliarda*

– Non vi lasciavano andare in biblioteca?

– Ma no, scherzi?

– Ma non avevate nemmeno un’enciclopedia in classe?

– Assolutamente no!

– Ma allora facevate tutto da soli?

– Certo!

– Caspita!

Comunque, dopo un breve momento di laudatio temporis acti in cui il docente depreca con tutto sé stesso l’abissale vuoto di argomenti in cui versa la gioventù moderna, una volta che gli studenti hanno un po’ deciso cosa dire e abbozzato una specie di scaletta, la scrittura dovrebbe avvenire in tranquillità e religioso silenzio, tanto che l’insegnante stesso solitamente si porta dietro uno o più pacchi di compiti da correggere per non lasciare inutilizzato il tempo di sorveglianza. Povero illuso!

Una delle prime cose che avviene è infatti il sondaggio tra gli studenti sulle tracce scelte: “Ma tu quale fai?”, “Quanti fanno la traccia 1?” (segue alzata di mani), e via discorrendo. Segue a ruota il momento delle questioni tecniche: “Devo piegare il foglio a metà?”, “Lo spazio più largo va in alto o in basso?”, “Posso scrivere sul foglio delle tracce?”. Seguono poi domande inquietanti del tipo: “Ma se faccio la traccia 1 invece della 3 prendo un voto più basso?”, “Se scrivo qualcosa con cui lei non è d’accordo mi mette insufficiente?” (!) (solitamente rispondo “Per me puoi scrivere anche che Nostro Signore è morto di freddo, ma argomentamelo con decenza”), “Ma per la traccia 2 quanto vuole che scriviamo come minimo?”, “Se scrivo di meno/di più prendo un voto più basso/più alto?” (non capendo che l’obiettivo è produrre un testo chiaro e coerente evitando gli estremi della stitichezza verbale e della supercazzola ben prematurata).

Dopo queste domande, per così dire, preliminari, ecco che l’insegnante riabbassa il capo sulla pila di verifiche, ma solo per un paio di minuti: infatti si sta già per avvicinare alla cattedra il primo di una processione di alunni in cerca del responso della Pizia. A dubbi del tipo: “Mi può dire un sinonimo di ‘sega elettrica’/’colloquio di lavoro’/’esperimento scientifico’?”, “Con quante T si scrive ‘soprattutto’?”, “‘Dapprima’ si scrive staccato o attaccato?” (e di solito, proferito l’oracolo, si può sentire una vocina gemere “Oh no! adesso devo correggere tutto!”). Insomma, questioni che si possono risolvere TRANQUILLAMENTE con un dizionario decente. Ma, dal momento che in media la pigrizia impedisce di passare un minuto a sfogliarne le pagine o semplicemente a portarlo in classe, chiedere al prof è l’opzione più comoda. C’è anche chi arriva direttamente col foglio a domandare “Va bene se scrivo così?”, e beccandosi mediamente null’altro che una bieca occhiataccia. Tra l’altro, in tutto questo andirivieni, non manca mai lo studente (che in questo caso è più spesso una studentessa) irritatissimo che protesta contro i compagni rumorosi e solitamente minaccia di finire il compito fuori dalla porta.

Dopo tre o quattro ore di tale martirio, giunge finalmente il momento della consegna. Non senza che da più parti si levino voci di dissenso da parte di studenti ancora indietro con la copiatura in bella. Stupefacente notare come, dopo anni e anni di temi, sia necessario ripetere ogni volta che basta fare un asterisco sulla brutta, ché il prof correggerà direttamente lì la parte non ricopiata. Altri dubbi ricorrenti in questa fase: “Bisogna che inserisca anche le tracce/la brutta?”, “Capisce la mia scrittura?” (al che solitamente rispondo che non ho fatto due esami di paleografia per nulla).

Sudando per lo sforzo compiuto, il docente esce dalla classe pensando con terrore al momento della correzione. Terrore che ha le sue sacrosante ragioni, in quanto in ogni pila di temi non mancano mai i seguenti casi:

  • Ortografia a casaccio. Nonostante i consigli generosamente elargiti, ecco apparire cose come “avvolte”, “in cinta”, “pò” e via castroneggiando.
  • Punteggiatura sparsa stile seminatore nel campo. Particolare orrore suscitano, in questo caso, le virgole tra soggetto e verbo oppure tra verbo e complemento oggetto (sì, mettono anche quelle). Riguardo al punto fermo l’atteggiamento è solitamente duplice: c’è chi non va mai a capo dopo averlo posto, creando immense colate laviche delle quali si stenta a capire l’articolazione, e c’è chi invece va a capo ogni volta, probabilmente per occupare più righe, col risultato di provocare crisi di singhiozzo nel lettore. Si nota inoltre una crescente moria del punto e virgola e il preoccupante uso dei due punti tra verbo e complemento oggetto (tipo “Manzoni scrisse: inni, odi, tragedie”).
  • Improprietà varie nell’uso delle congiunzioni. Si segnalano a questo riguardo pronomi relativi a chilometri di distanza dall’antecedente, nonché un mostruoso abuso di “dove” in sostituzione di qualsiasi altro nesso (esempio: “Il Medioevo era un periodo DOVE la cultura era in mano alla Chiesa).
  • Sinonimi creativi quando sarebbe più semplice utilizzare un pronome, ripetuti ciclicamente una volta esauriti, eventualmente sopperendo con iperonimi e perifrasi. Esempio: “palio di Siena/corsa di cavalli/competizione equestre/manifestazione popolare/evento folcloristico”.
  • Incipit solitamente costituito da una riformulazione della traccia.
  • Supercazzole con cui lo studente allunga il brodo ripetendo lo stesso identico concetto in tre o quattro maniere diverse. Come se il prof non si accorgesse che gliela stanno menando.
  • Padellata di cavoli propri. Quando lo studente (più tipicamente la studentessa) occupa tre quarti dello svolgimento raccontando le beghe con le amiche e facendosi scudo del fatto che la consegna permetteva di “far riferimento a esperienze personali”.
  • Copiature spudorate. Rare ma ci sono: meritano però una trattazione a sé (già pianificata, stay tuned).

Dopo la contemplazione di cotanta varietas, giunge l’ora della valutazione, che consiste tipicamente nel definire gli elaborati considerando caratteristiche specifiche stabilite da una griglia. Visto il tutto, è spesso più rapido far passare un cammello per la cruna di un ago.

Segue il doloroso momento della consegna, caratterizzato da proteste di popolo all’insegna di “Ma perché mi ha dato 5, se ho scritto quattro colonne di foglio protocollo?”, “Mi spiega perché mi ha segnato questo?”, “Perché a me 5 e mezzo e a lui 6 e mezzo?”. A volte, come se non bastasse, le contestazioni sono spalleggiate dai genitori, che arrivano al ricevimento settimanale sostenendo che “tanto la correzione dei temi è una cosa soggettiva”.

E qui mi taccio, perché dove finiscono le parole iniziEREBBERO le bestemmie, e un certo aplomb bisogna pur mantenerlo.

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4 thoughts on “Fenomenologia del tema di italiano

  1. Però credo che lei sia troppo brava. Sì che io ho fatto il Classico e le mie insegnanti di Italiano erano molto ‘vecchio stampo’ (a volte troppo, nonostante io abbia finito solo l’anno scorso). Ma avevamo esattamente due ore di tempo a tema (lettura delle tracce da parte della prof ad alta voce e copiatura compresa), religioso silenzio se non, in casi estremi, timidamente interrotto da qualcuno che andava a chiedere complesse (?) articolazioni sintattiche e dizionario personale attraverso cui ricercare dubbi grammaticali e sinonimi. Mai ci saremmo azzardati a chiederlo direttamente alla Prof, anche perchè ci avrebbe rimandato al posto, ahah. Comunque molto divertente il testo (:

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    • Eh, cara mia… se arrivano in processione a chiedere, che gli faccio, li fustigo e li rimando al posto? 🙂 …quanto alle tempistiche, io stessa ho sempre avuto le tre ore durante tutto il liceo (e come sai anch’io ho fatto il classico), per cui ritengo corretto concederle anche a loro, soprattutto se le tracce sono accompagnate da un po’ di documentazione da consultare. Le classi, comunque, sono molto molto cambiate in questi ultimi anni, e avere silenzio totale è pressoché impossibile. Se mai varcherai la soglia di un’aula per stare dall’altra parte te ne renderai conto 😉

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  2. Pingback: Tema di Italiano – FAQ | Macaronea

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