De habilitandis magistris per viam Crucis

E’ ormai da qualche settimana che il blog tace. Mi è dispiaciuto parecchio, perché avrei molte idee per futuri post; tuttavia, presto mi rifarò, dato che ora il peggio è passato. Per un po’.

Eh sì, son passata anch’io per la trafila degli esami di ammissione al secondo ciclo del TFA. E grazie a Nostro Signore e all’influsso positivo dello spirito di Marco Tullio Cicerone, il quale, dopo che gli ho dedicato due tesi e sei anni della mia vita, è abbondantemente in debito con me, sono riuscita a entrare nel novero dei 15 eletti che si abiliteranno per la A052 (greco, latino e materie letterarie nei licei classici) nella regione Veneto.

Gaudio e giubilo, se non fosse che si tratta, in sostanza, di un semestre di corsi (e ulteriori esami) di didattica e di tirocinio per il quale sborseremo sui 2500 euro e che ci garantirà un passaggio di fascia e la possibilità di partecipare a un eventuale concorso a cattedre. Però si tratta sempre di un passo avanti rispetto al precariato più reietto dei non abilitati senza arte né parte. Per cui di fatto il bilancio, tutto sommato, negativo non è. Una stazione in più nella via Crucis che dovrebbe portarci, pian pianino, verso la resurrezione del posto di ruolo.

Comunque, già solo per arrivare dove siamo arrivati, è stato un patimento di sei mesi. Tanto per precisare cos’è stato e cos’abbiamo passato, ne vorrei ripercorrere brevemente le tappe, affinché il prossimo che mi verrà a dire che noi insegnanti non facciamo nulla dalla mattina alla sera non si stupisca se gli arriva una sprangata sui denti.

Metà maggio, più o meno: esce il bando che indice il secondo ciclo del TFA. Io e tanti come me, che vi speravamo invano da tempo, non sappiamo bene che faccia fare. Da un lato non se ne vedeva l’ora, per cercare di uscire dal pantano della graduatoria di terza fascia, dall’altro è appunto metà maggio: l’anno scolastico si sta chiudendo, ci sono una caterva di compiti da organizzare e correggere, le medie da fare, i voti finali da stabilire, burocrazia varia e compagnia cantante. E le indicazioni sul programma prevedono vagamente la conoscenza di tutto lo scibile umano di lingua e letteratura italiana, latina e greca, storia (“dalla preistoria ai giorni nostri”, cito letteralmente dal programma di riferimento) e geografia. Le preselezioni sono indette per metà luglio, quindi c’è da spicciarsi. Giù qualche goccia di Xanax per farsi passar le crisi d’ansia, e sotto con lo studio. Senza sapere da che parte iniziare, data la vastità del tutto, ma tant’è. Alla cieca. Olé.

Da brava masochista, tento tutto quello che posso tentare, ossia tutte e 4 le classi di concorso in cui posso teoricamente insegnare: A052 (greco, latino e materie letterarie nei licei classici), A051 (latino e materie letterarie nei licei), A050 (italiano e storia negli istituti tecnici e professionali), A043 (italiano, storia e geografia nelle scuole medie). Le ultime due, grazie a Dio, sono accorpate, quindi di fatto le serie di esami che devo sostenere sono soltanto 3 e non 4.

Si parte con le preselezioni: un malefico fascicolo contenente 60 quesiti a risposta multipla, di cui 50 disciplinari e 10 di comprensione del testo. L’oggetto di tali quesiti è spesso oscuro ai più, riguardante argomenti come ad esempio le date di pubblicazione di opere minori di autori altrettanto minori, o l’attribuzione di versi misconosciuti a oscurissimi poeti. Al di là della reale efficacia di un test del genere nella misurazione della preparazione di un aspirante docente, questo passa il convento, e si cerca, comunque, di prepararsi al meglio e di ragionare su quello che ci si trova davanti cercando di collegarlo a conoscenze di cui si è certi. Fuoco di fila, 3 giorni di seguito: 15 luglio a Verona, 16 luglio a Venezia, 17 luglio di nuovo a Verona. Considerando che in quei giorni avevo anche come ospite un’amica francese a cui facevo da cicerona (o ciceronessa che dir si voglia), si può ben immaginare in quali condizioni psicofisiche io sia giunta alla fine del triduo: sveglia alle 3.45 per tutti e tre i giorni, sballottamento da una parte all’altra del Veneto, tensione nervosa alle stelle e, nel frattempo, massiccio ripasso di francese. Alla fine non mi ricordavo più dov’ero, che lingue conoscevo e che cosa stavo facendo. Glossolalia. Festeggio comunque il tutto dilapidando una parte del mio scarso patrimonio in librerie dell’usato.

Escono i risultati delle preselezioni: passate tutte e tre. Si attendono dunque le date degli scritti, e nel frattempo si riprende a studiare. In teoria per fine settembre avrebbe dovuto essere tutto finito, scritti e orali conclusi, ma ci sono disguidi e ritardi e le date si fanno attendere. Nel frattempo arrivano le convocazioni dalle scuole: però sono tutte fino ad avente diritto, perché durante l’estate c’è stato il rinnovo delle graduatorie d’istituto; quelle nuove, aggiornate, devono ancora uscire, perciò le scuole convocano ancora dalle vecchie. Il Signore mi assiste di nuovo, e riprendo a lavorare, accantonando dunque lo studio, giacché le ore del giorno sono solo 24. Per tacitare le grida isteriche della mia coscienza sporca, mi autoconvinco che la preparazione delle lezioni è già in realtà studio, ed evito il proliferare dei sensi di colpa.

All’inizio di ottobre le varie università attivano le procedure per l’iscrizione agli scritti, e dopo un paio di settimane escono anche le date della seconda tornata di esami. Si riparte dunque: 3 novembre, Venezia, per la A051; convocazione alle 15.45. Tra una cosa e l’altra, la prova vera e propria inizia alle 17; sono previste 3 ore, quindi si consegna alle 20. Per latino, brano immenso dalle Tusculanae di Cicerone, con inserti dai Niptra di Pacuvio: traduzione e risposta a 5 domande; per italiano, una trentina di versi dall’XI del Purgatorio (il canto di Oderisi da Gubbio, il cui nome ho poi interpretato come un profetico vocativo “o derisi”): parafrasi di una parte, riassunto della parte rimanente, risposta a 3 domande. Parto da Cicerone e corro come un’ebete per riuscire a tradurre quella quantità abnorme di latino cercando di coniugare la decenza della resa con la necessità di riservare un tempo adeguato allo svolgimento del resto del compito. Dopo un’ora e mezza ho ragione dell’Arpinate concludendone la copiatura in bella, e con le forze residue riempio in qualche modo le righe di risposta agli altri quesiti. Rientro a casa verso le 23, con la consistenza fisica e morale di un’ameba.

Nel frattempo scoppia la bomba: si scopre che la prova assegnata a Venezia presenta irregolarità tali da inficiarne di fatto la valutazione. A fronte di un bando che indicava, tra i contenuti della prova stessa, una versione di latino di una lunghezza di 150-200 parole, il brano ciceroniano assegnatoci ne contava quasi 270, risultando dunque del tutto sproporzionato al tempo concessoci. Inoltre, il testo dantesco presentava un errore di trascrizione (l’aggiunta di un non) che ne comprometteva il senso; il verso incriminato, per giunta, era oggetto di due domande. Si arriva a prospettare persino l’annullamento della prova. Intanto la correzione viene rimandata.

Una settimana dopo, il 10 novembre, prova per la A052 a Verona. Tempo totale concesso per la prova: 6 ore, dalle 10 alle 16; per italiano, parafrasi e commento di A se stesso di Leopardi; per latino, brano dallo Pseudolus di Plauto da tradurre e commentare; per greco, brano dall’Antigone di Sofocle. In sede di scritto si sceglie una sola delle lingue classiche; l’altra si porterà all’orale. Venendo dalla delirante esperienza veneziana, non ci è parso vero di sfruttare il doppio del tempo per una prova, tra l’altro, di volume molto minore. Io me la prendo con calma olimpica, controllo e ricontrollo, a causa di una distrazione devo copiare in bella due volte la parte di italiano, rileggo e ririleggo, mi rompo le scatole e consegno mezz’ora prima.

Il giorno dopo, 11 novembre, a Padova per la A043/A050: 3 ore in totale, proporzionatissime per svolgere quanto segue: analisi di Montale, Gloria del disteso mezzogiorno; 4 domande di linguistica; 2 domande di storia (cause della Prima Guerra Mondiale e commento a uno stralcio del Bill of Rights); lettura di una carta topografica e commento a un’immagine di ambiente fluviale. Per festeggiare la conclusione della seconda tornata di esami, torno a sperperare i miei averi in libreria.

Si entra dunque nella fase finale, quella dell’attesa degli esiti degli scritti, che si fa sempre più febbrile, soprattutto perché le date indicative degli orali sono già state comunicate. Per la A052 e la A051, detti esiti vengono pubblicati mentre do ripetizioni, e ne vengo dunque a conoscenza via Whatsapp da gente più aggiornata di me. Pomeriggio al cardiopalma. Passate entrambe. E’ giovedì e l’orale per la A052 è il lunedì seguente. Mi do all’ascetismo e abbraccio L’uomo greco, compreso nel programma (che, vivaddio, in questo caso è dettagliatissimo. Almeno stavolta). La mattina dopo escono anche gli esiti della A050 e scopro di aver infilato una tripletta. Prendo preventivamente permessi per tutta la settimana degli orali (ossia questa). Delirio. Nel weekend siamo solo io e Jean-Pierre Vernant. Decido che degli altri orali (dal programma sterminato, vago e indefinito) mi occuperò solamente una volta dato l’esame di lunedì.

Giunge finalmente lunedì. Arrivo in sede d’esame. E qui il caos primordiale. Non c’è una commissione che interroga un candidato alla volta, ma i commissari sono seduti ognuno a un banchetto diverso, agli angoli di un’aula, e i colloqui avvengono in ordine più o meno sparso. Inizio con greco: porto l’Edipo Re di Sofocle, ritenendo di andare abbastanza sul sicuro, dato che l’ho studiato prima al liceo e poi all’università, e poi di nuovo al liceo ma dall’altra parte della cattedra. Me la cavicchio onestamente, a parte alcune esitazioni su domande tipo “quali sono le modalità divinatorie di Tiresia?”. Proseguo con italiano, che nessuno, fino alla mattina stessa, sapeva essere tra le materie d’esame. Il docente mi fa leggere e spiegare qualche verso del X dell’Inferno, poi le domande successive sono frutto, suppongo, dell’estro del momento. Concludo con storia: in sostanza, una chiacchierata su Jean-Pierre Vernant. Ci viene detto che gli esiti degli orali saranno resi noti in serata, e si forma una rete semiclandestina di informazione per aggiornare i candidati sul voto ricevuto.

Dopo un frugale pasto in compagnia di un amico, si riparte alla volta di casa. A parte 40 minuti di ritardo per un guasto a un ALTRO treno, tutto liscio. Mi concedo anche una capatina alla Mondadori della stazione ferroviaria di Vicenza. Arrivo a casa e collasso sul divano. Arriva un messaggio con la foto del foglio riportante gli esiti degli orali: risulto tra gli ammessi. In virtù del meccanismo della cascata, non c’è quindi bisogno che io sostenga gli orali per le altre classi di concorso.

Insomma, son dentro.

E ora, per ripigliarmi, mi faccio arrivare un bel pacco di libri.

In attesa della fatica vera e propria del 2015.

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6 thoughts on “De habilitandis magistris per viam Crucis

  1. Una vera Odissea, giusto per stare in tema di classici! Complimentissimi per aver superato la 052: io non ce l’ho fatta, ma sono ancora in corsa per la 051 a Venezia e, chissà perché, anch’io vedo nell’acquisto smodato di libri una tanto rimandata forma di appagamento post-trauma da selezioni tfa! In bocca al lupo per questa nuova avventura! 🙂

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  2. Sei un’eroA! Congratulazioni, è confortante quando i propri sforzi (davvero olimpici, in questo caso) vengono ripagati. Comprendo e condivido l’auto-premiarsi sperperando i propri averi in libreria. Mille in bocca al lupo!

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  3. Complimenti vivissimi! È stata una vera discesa all’inferno… ma ne sei risalita per tornare a vedere le stelle!
    Devo ammettere che un po’ di invidia ce l’ho, visto che questo TFA non ho potuto nemmeno provarlo, essendomi laureata a settembre, e il prossimo… dubito che ci sarà un prossimo. Per cui, per ora, vago nel nulla delle assolute incertezze.
    Fammi questo favore: dimostra all’Italia intera che noi giovani laureati valiamo ancora qualcosa, che sappiamo sudare sangue per raggiungere i nostri obiettivi e soprattutto che una laurea umanistica non è uno spreco di tempo ma un tesoro grandissimo per il proprio futuro! Io credo in te!
    In bocca al lupo per tutto! =D

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    • Cara omonima, a dire il vero mi attende ancora il Purgatorio del corso vero e proprio e dei tentativi di conciliarlo con la scuola… Vedrai che comunque qualcos’altro salterà fuori; non è pensabile che annate e annate di laureati non abbiano la possibilità di abilitarsi. Anch’io, alla mia laurea, temevo di brancolare nel buio come te, dato che mi son laureata nel dicembre 2008 e che nell’estate di quell’anno la nostra illuminata ex ministra Maria Stella Gelmini ha annunciato la chiusura delle SSIS. (Nel frattempo per disperazione ho tentato – e poi passato, sia lode a Dio – un dottorato che mi ha risucchiato l’anima e mi è stato utile alla stregua di un rotolone Regina, nel senso che mi pareva che non finisse mai e che ora come ora potrei farne più o meno quell’uso.)
      Comunque, consiglione: non ti disperare, vedrai che da qualche parte una strada c’è. 😉 In bocca al lupo anche a te! 🙂

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