I’m gonna be a teacher

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Oggi 5 ottobre, mi dicono, è la giornata mondiale dell’insegnante, e sinceramente se non fosse per i social network non l’avrei mai saputo, tanto la ricorrenza è sentita. L’idea comune della classe docente non è pervasa di una stima tale da ritenere che essa abbia bisogno di una giornata dedicata: anzi, siamo visti come una categoria di fannulloni privilegiati, che hanno tre mesi di ferie annuali e solo 18 ore di lavoro a settimana, lavoro non prettamente fisico, che dunque non porta ad alcuna stanchezza (dunque, un bel lavoro da donne, che con tutto quel tempo libero possono dedicarsi tranquillamente alla casa e alla famiglia); pagati sui 1400 euro al mese, più dello stipendio base di un operaio (scandalo!); una volta di ruolo, dunque, avremmo il posticino al caldo per tutta la vita e nessuno potrebbe levarci da dove siamo. Se siamo supplenti, in più, non si vede che autorità potremmo mai avere, dato che la cattedra non è nostra e i voti a fine quadrimestre non li mettiamo noi. Inoltre, evidentemente, il nostro lavoro non lo sappiamo fare, dato che molti genitori e vari dirigenti sono pronti a dirci come dobbiamo trattare i pargoli e a contestare le nostre scelte. Poi con tutti gli sprechi che ci sono nella scuola ben ci stanno tutti questi tagli, no? Quindi, dati i presupposti, perché mai dovrebbe esserci una ricorrenza a noi dedicata?

Perché quelli che ci credono davvero, in questo lavoro, cercano di farlo meglio che possono, sforzandosi quotidianamente di passare indenni attraverso la selva di siffatte considerazioni che si fanno su di noi, e di mettere al centro loro, gli studenti. Ho sempre in mente Quintiliano, che diceva che l’alunno viene consegnato dai genitori al maestro come a un altro padre, e che proprio l’atteggiamento del padre è quello che l’insegnante deve avere con i ragazzi, riprendendoli con dolcezza quando sbagliano e incoraggiandoli quando compiono il loro dovere. Il richiamo alla figura paterna, personalmente, lo sento anche come un’allusione a creare un rapporto che sia anche in qualche modo affettivo, cercando di entrare in contatto con la sensibilità degli studenti, col loro modo di pensare e di vedere il mondo, coi disagi che talora compaiono in loro affacciandosi all’età adulta. Tutto ciò, in fondo, l’abbiamo passato anche noi, per cui dovremmo, in una certa misura, avere un’idea di come si sentono, sia a livello strettamente psicologico ed emotivo, sia per quanto riguarda l’approccio stesso alla materia.

Se dunque abbiamo la fortuna (perché per me, nonostante tutto, lo è) di fare questo lavoro, ossia di poter essere a contatto quotidiano con quella parte dello scibile umano ci interessa di più, dovremmo poter tenere nella mente e nel cuore, nonostante l’inevitabile passare degli anni e il sopraggiungere dell’abitudine, quella curiosità e quella passione che avevamo all’età dei nostri studenti, quando ci venivano offerti i primi rudimenti della materia, e l’insegnante che avevamo noi, a nostra volta, ci apriva un mondo. La cosa più bella sarebbe riuscire a restare adolescenti dentro, mantenere viva la passione, e cercare di aprirci quel tanto che basta per lasciarne trapelare un pochino ai ragazzi che abbiamo di fronte.

Ed è tutt’altro che facile, come ben sappiamo, porre continuamente una parte profonda di noi in contatto con una parte, altrettanto profonda, di ragazzi nell’età forse più delicata, che tra l’altro non sono nemmeno lì di fronte a noi per loro volontà, e allo stesso tempo mantenere la freddezza e il distacco necessari per valutarli nel modo più equo possibile. Il logorio psicologico è sempre dietro l’angolo (ed è ancor più dietro l’angolo per chi cambia anche due-tre scuole durante l’anno, dovendo continuamente adattarsi a situazioni diverse), però quando entriamo in classe cerchiamo sempre di lasciar fuori dalla porta tutto quello che riguarda noi stessi, e di essere là per loro. Che a volte ci sfibrano, ci fanno arrabbiare, ci fanno urlare, ma che poi ci mancano. Tanto. E spesso, quando abbiamo fatto bene il nostro lavoro, anche noi manchiamo a loro, perché si vede che quel contatto interiore c’è stato, e che qualcosa (della materia, della nostra passione, di noi) è passato. E che i ragazzi sono cresciuti un po’ anche per merito nostro.

Ed è per questo che, nonostante la strada per arrivarci sia lunga e in salita, voglio con tutta me stessa continuare a fare questo lavoro, che fa maturare e diventare saggi i giovani e mantiene giovane e un po’ scema me. Ed è sempre per questo che io e i miei colleghi ci meritiamo almeno una ricorrenza.

Auguri!

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2 thoughts on “I’m gonna be a teacher

  1. Io sono una semplice studentessa al quarto anno di liceo classico, ma ho avuto la fortuna di poter incontrare alcuni insegnanti con la I maiuscola. Che amano davvero il proprio lavoro, il proprio ruolo, che si occupano della formazione dei propri studenti a 360 gradi. Insomma, oltre che a trasmettere il sapere, si preoccupano anche di conoscere la persona che hanno di fronte e aiutarla a trovare la sua strada. Perché quello che cercano gli studenti è avere un rapporto limpido, alla pari. Vorrebbero essere riconosciuti nelle loro debolezze, nelle incertezze tipiche dell’età, e nei loro punti di forza. Come individui unici e per questo importanti. Ed è una cosa molto rara. Poi vi facciamo disperare, siamo ostinati, a volte permalosi. Più di una volta avrei voluto spaccare una sedia in testa a qualche mia professoressa (e sono una persona assolutamente pacifica), oppure abbracciarla fino a toglierle il respiro, per esprimere tutta la mia gratitudine. Perché è nel confronto che abbiamo la possibilità di crescere. Forse sono un po’ strana io a pensarla così. E ora che sono arrivate le tanto attese vacanze, le persone che più mi mancano sono proprio gli insegnanti. Perché alla fine, voglio loro bene quasi come a dei familiari. Per questo stimo moltissimo l’autrice di questo blog, perché è una vera Insegnante. E le auguro di trovare presto un posto fisso, di poter continuare a fare il lavoro che ama con lo stesso entusiasmo di ora anche negli anni a venire. Pur con tutti gli errori maccheronici (a cui nemmeno io sono esente, ma su cui mi faccio due belle risate). Buone vacanze.

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